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mandragolone, s.m.: “imbroglione” (M. Catastini); si tratta di un termine (usato più che altro nell’ambito familiare) che deriva da “mandragola” di machiavellica memoria;  non c’è infatti un imbroglio anche nella famosa commedia dello scrittore fiorentino, nato secondo qualcuno da una Nelli di origine fucecchiese? Si tenga inoltre presente che il termine mandragola indica sì una pianta (“Atropa mandragora”) dalle “radici narcotiche”, ma in tosc. anche “imbroglio” (DEI) forse anche per tale motivo

mànfano, s.m.: “Tappo di legno per otturare il buco di fondo” anche dei tini, secondo G. Malagoli, in pisano, oltre che “membro virile” per estensione anche in livorn.; “furbacchione” in fiorent. e in senese “bastone maggiore del correggiato”; da noi, oltre ce “furbacchione” (M. Catastini), babbeo, rozzo, ignorante, arretrato o incivile, nel linguaggio di studentelli di qualche anno fa, ma è un termine in declino non solo dalle nostre parti

manfruito, agg.: “ermafrodito”, di cui era una “corruzione volgare” usata a Fucecchio (tanto simile alla voce pis. e livorn. “manfroito”) tramite la voce “popolare diffusa da Roma”(DEI) “manfrodito”, ottenuta –ritengo- mediante l’aferesi della sillaba iniziale del termine italiano (a sua volta dal gr. “Hermaphròditos”, indicante il figlio di Hermes e di Afrodite: Id.) e l’epentesi della –n-. Peraltro, oltre che avere il significato di persona di sesso incerto, pare che “manfruito” significhi “bacato, guasto”, ma non è difficile trovare un collegamento fra i due termini sia in riferimento a una persona che soffre di una particolare malattia del genere sia in riferimento a chi è perverso sul piano sessuale e morale, così da diventare tale

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mana, s.f.: “mano” (M. Catastini), con la “forma analogica”, al posto di “mani”, “le mane”, “usata dal Cellini” (Migliorini, cit. dal DELI), di cui possiamo trovare ancora qualche traccia nel contado. Tuttavia sono entrambe le parole senza alcun dubbio in declino, per quanto possano essere dette talora per scherzo.

Comunque “mana” si può spiegare molto probabilmente perché la desinenza –a era sentita come  caratteristica femminile e si tenga presente che risale addirittura al Trecento (DEI).

Da noi è diffusa l’espressione, che sta a indicare un particolare coraggio: “Prende’ il coraggio a quattro mani”: le mani non sono forse due?

Una locuzione che è diffusa anche in livorn. è: “Esse’ alla mano”: essere disponibile

manata, s.f., ma la loc. “a manate” può significare in grande quantità, oltre che a bòtte 

mancamentato, agg. o s.m.: disabile o meglio, come si dice oggi, diversamente abile, ma può essere detto anche di chi soffre di squilibri psichici

mandà’, v.tr.: mandare, derivato dal lat. “mandare” = “affidare”, a sua volta probabilmente  dall’espress. “(in) man(um) dare”: “dare in mano” (DISC)

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malintesa, s.f.: “cattiva intesa”, secondo il DEI calco del fr. “malentente”, ma è meglio definirla mancanza d’intesa, discordia, un po’ come quando, anche per indicare una gran confusione, se una cosa non ha né capo né coda: “Ma che è la veglia di Beo?”, in cui, vien fatto di pensare, mancava appunto l’intesa, per quanto probabilmente Beo sia un personaggio immaginario, troppo sensibile alle bevute e perciò d’umore troppo variabile ovvero umorale specialmente “in senso negativo”, come afferma giustamente il De Mauro

mallegato, s.m. (voce attestata già ‘700): “insaccato fatto con sangue di suino, pezzetti di carne grassa e uva passa” (M. Catastini). Si chiama così perché deriva da “male” e “legato”, non essendo “legato fisso” a differenza del salame: DEI, che la considera voce “toscana ed umbra”.

Si tenga presente ciò che disse un paesano che un tempo faceva all’amore in campagna:

“Dopo finito mallegato e strutto, finì l’amor quando finì il prosciutto” (F. Melani): terminato lo sfruttamento del mangiare (il sanguinaccio, lo strutto e il prosciutto) in casa del presunto suocero, è cessata anche la relazione amorosa

mamai (a), loc.avv., poiché tale espressione vernacolare deriva dalla ripetizione dell’avv. “mai” preceduta dalla prep. sempl. “a”, col significato “ma do’(dove) vai? a in un posto così lontano?, come per dire “ma che ci vai a fare?” 

mambrucco, s.m.: persona brutta o comunque che un individuo intendeva offendere nel senso di “babbeo”, quando non veniva detta bonariamente fra amici studenti qualche tempo fa a causa del suono della parola, usata nel romanesco col significato di “carrettone a grandi ruote” e derivata dal “nome della ditta assuntrice di trasporti, Marbrook” (DEI). Si tratta quindi di una parola non originaria di Fucecchio, bensì importata forse tramite il lucchese “mambrucca”, che ha lo stesso significato del romanesco “mambrucco” visto sopra (DEI). Infatti alla parola lucchese considerata corrisponde quella da me vista al Museo del lavoro e delle tradizioni popolari della Versilia Storica nella Villa medicea di Serravezza (Lucca): “membrucca”: “carro per lastrame”, cioè per il trasporto di lastre di marmo dele Alpi Apuane, o, meglio, dell’Alta Versilia: carro di aspetto non certo piacevole e perciò si spiega il significato assunto molto più recentemente dal nostro lemma nel linguaggio giovanile di una volta. Difatti mambrucco significa anche “villano” (D.Durante-G.F.Turato)

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magro, agg. usato in modo iperbolico quando viene detto di una persona: “E’ magra come una morte secca”, in tosc. “raffigurazione iconografica della morte rappresentata come uno scheletro che impugna una falce” (De Mauro)

maialaio, s.m.volg.: sudiciume anche dal punto di vista etico (e così pure “sudiciumaio”), come quando viene detto con repulsione di fronte a uno spettacolo indecente: “Che maialaio!”

malanno, s.m. usato anche nell’espressione “Male, malanno e uscio addosso!” (anche a Firenze, ma con gli articoli: R. Raddi) per indicare un male che se ne aggiunge a un altro accentuandone la gravità   

male, s.m. usato anche nell’espressione “Pigliassene a male”: “aversela a male”, “offendersi” (DISC) di un’azione ritenuta offensiva, appunto, e un tempo nel proverbio, molto probabilmente d’origine contadina: “Mar vorsuto ‘un è mai troppo!”: il male voluto non è mai eccessivo: se uno il male se lo procura, non si lamenti poi attribuendone la colpa ad altri (C. Lapucci). A Fucecchio esiste ancora il modo di dire: “Fagli der bene agli asini: Gesù se n’ha per male”: a chi non se lo merita se n’ha a male, cioè non l’apprezza, neanche Gesù

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magliettine, s.f. con doppio dimin.: formazioni di grasso d’aspetto piuttosto circolare nella superficie del brodo di carne e specialmente del pollo. Viene a mente a questo proposito il proverbio: “Gallina vecchia fa buon brodo” perché in questo le magliettine sono presenti, eccome sono gustose!

maglio, s.m.: colpo, in dipendenza dei verbi “allungare” o “dare”, (in vernacolo “allungà’ ” o “dà’”), seguiti dall’art. indeterminato “un”: in tal caso, come nel Pisano, assume in particolare il significato di “pugno dato con violenza (…) sulla testa” (C. Giani)

magnano, s.m. tosc.: “fabbro”; deriva probabilmente dal lat. parlato ipotetico “manianu” e questo dal class. “manus” = “mano” per l’ “abilità nel lavoro manuale” (DISC) dimostrata da costui, ma è un termine che era sopravvissuto a Fucecchio solo nel soprannome al dimin. Magnanino, dato a una persona (per aver sposato la Magnanina, figlia di un fabbro) che si occupava di chiavi e più in generale di oggetti in ferro battuto

magóna, s.f. tosc.: bottega di ferramenta “indove vendevano i chiodi” diceva un fucecchiese intervistato da M.P. Bini, la quale giustamente la definiva una voce “in via di estinzione” anche da noi. Infatti a Fucecchio ne sentiamo parlare solo in riferimento a una “proprietà demaniale” (DEI) posta vicino a Marina di Bibbona

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maestro Furia, loc. sostantivale: persona che ha fin troppa fretta

maffia, s.f.: “sfoggio di eleganza”, voce proveniente dal gergo militare secondo il DEI, che lo dice peraltro in riferimento alla parola “mafia”, nei confronti della quale maffia, col raddoppiamento della –f-, sembra più espressiva, ma è una parola sentita dire a San Pierino anziché nel centro di Fucecchio, come del resto l’agg. che ne è derivato “maffioso”

maffioso, s.m.: borioso, probabilmente derivato dall’arabo “mahjas” = “millanteria” (DEI), da cui deriva anche il nome dell’associazione criminale siciliana e delle altre associazioni criminali (mafie) purtroppo diffuse anche oltre il meridione d’Italia

magherona, s.f.: faccenda triste. Pur trattandosi di un termine ormai in disuso, è veramente probabile che derivi dall’agg. tosc., attestato nel ‘500, “màghero” = “magro”, cui accenna il DEI. Infatti se diciamo “oggi è magra, eh?” vogliamo dire che va piuttosto male e l’accresc. “–ona” accentua la cosa nel termine vernacolare “margherona”, usato un tempo per formare una specie popolare di assonanza (anche se non è propriamente tale) nel modo di dire: “E’ magherona fumar le sigarette “Macedonia”!”: non era infatti da intenditori fumare tale tipo di sigarette, potendole fumare perché leggerine anche le poche donne che un tempo avessero avuto eventualmente tale vizio. Quanto a magro, può significare anche inconsistente, come nella frase: “Sono scuse magre!”: sono pretesti inconsistenti

 

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ma’, s.f.: con la –a accentuata particolarmente dopo agg. possessivi come “mi’, tu’ e su’ ”, ma sono certamente brutte per la loro volgarità espressioni come “mi’ mà’, tu’ mà’, su’ mà’ ”: mia madre, tua madre, sua madre: termini come madre e mamma meritano indubbiamente un rispetto adeguato! Ciò vale anche in riferimento a pa’, s.m.: padre, come in pis. e in livorn.

maccoso, agg.: denso, in riferimento al brodo e “minestra maccosa” è quella che, lasciata posare, indurisce “rapidamente”. Non è sempre un difetto che la minestra sia maccosa: infatti, per es., quella nei ceci può essere benissimo preferita molto densa, appunto, com’era quella fatta a Fucecchio a cena la vigilia di Natale

maciglià’, v.intr.: macigliare, cioè sistemare i “cigli” delle fosse, “gli argini” (M. Catastini), ma si tratta di un verbo decisamente venuto meno. Fra l’altro non si comprende la funzione della sua sillaba iniziale

madonne, s.f.pl.: bestemmie nell’espressione: “Tirà’ du’ madonne”: bestemmiare più d’una volta, ma è evidente che si tratta di un’espressione molto volgare

 

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lupo, s.m. e pare che derivi da una località un po’ remota del Monte Pisano (Lupo Cavo), dove è molto probabile che un tempo si trovassero i lupi, l’espress. “Te andrai a rifinì a Lupo ‘avo!”: tu finirai per fallire o comunque male

lùrciola, s.f.: ulcera, rispetto alla quale la storpiatura rustica (in parte dipendente dell’agglutinazione dell’art. al nome) molto probabilmente originaria della campagna senese, è in netto declino

lusco, s.m., ma da un agg. col significato di “losco” (Boccaccio: DELI) e quindi tenebroso in riferimento al tempo notturno, mentre “brusco” può significare “pungente”(Id.) in riferimento al tempo dell’alba specialmente d’inverno. Però l’espress. “Tra il lusco e il brusco” può essere estesa a indicare oltre che la “luce incerta” che “precede l’alba”, quella che segue il tramonto, insomma il crepuscolo, propriamente detto così in seguito a una nota opera di R. Wagner (Id.), e perciò per estensione “nell’incertezza” (R. Cantagalli)

lustratore, s.m.: adulatore, un sinonimo di lecchino. Si tratta di un deverbale nostrano (magari usato più nell’ambito del linguaggio familiare) di “lustrare”, che significa anche “adulare” a partire dall’Ottocento (DEI). Chi non vuol cedere alle lusinghe dell’adulazione dalle nostre parti può dire: “E ‘un mi fai cascà’ nel burro!”: non mi fai scivolare con la tua piaggerìa: vocabolo, quest’ultimo, forse derivato da “piaggia” passando a indicare, da “viaggiare lungo la spiaggia”, “assecondare” (DISC)

lustrente, agg.: splendente, di cui ( o di “lucente”, usato anche da Dante: DEI) potrebbe aver risentito l’influenza il participio presente di “lustrare”, a sua volta non usato forse anche per questo

lustro, agg. usato anche a Firenze nel senso di fresco, come nel modo di dire ironico: “Ora sta’ lustro!”, che significa “Vedrai come molto presto andrai incontro a conseguenze spiacevoli!”, appunto come il modo di dire “Ora sta’ fresco!”

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luna, s.f. che assume un significato particolare in dipendenza del v. “avé’ ”, cioè avere “la luna” o “le lune”, cioè anche le “paturnie”, dal momento che significa essere lunatico, cioè in un certo senso subire  “l’influsso delle fasi lunari” e quindi essere “soggetto a sbalzi d’umore” (DISC). Quanto all’espress. “A questi chiari di luna”, significa “periodo difficile” specialmente “sul piano economico” (DISC)

lungagnana, s.f.: lungagnata, termine quest’ultimo attestato nel Giusti nel senso di discorso “lungo”, oltre che noioso (DEI), mentre lungagnana sembra una variante rara della stessa parola

 lungo, agg.: noioso, per es. nel proverbio contadino d’una volta: “Tu se’ più lungo d’un dì con punto pane”: tu sei più noioso d’un giorno senza pane, perché senza mangiare un alimento almeno un tempo considerato indispensabile come il pane, il gorno non passa mai. È però più diffusa da noi l’accezione di “lungo” come “alto”: si pensi, per es., alla frase: “È lungo e bischero!”: è alto e sciocco

lupino, s.m.: callo simile a un lupino come aspetto “tra dito e dito”: DEI, secondo cui, inteso come pianta delle leguminose (“Lupinus albus”), detto anche “fava lupina”, è “documentato come elemento toponomastico tosc. dal XII sec.”

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luì (ma anche luicchio), s.m.: luì bianco (Phylloscopus bonelli”) e il nome, usato in diverse parti della Toscana, è derivato dal verso: è perciò onomatopeico, come si può dedurre anche dal Romanelli e dal DISC

lullerone, agg. o s.m.: “pazzerello” (M. Catastini), ma è un termine venuto meno, per quanto sembri certo onomatopeico con quelle  -l– che si ripetono e il suff. accresc. –one finale

lumaóne, s.m.: lumacone: individuo molto lento. Si tratta di un vocabolo che si spiega molto bene essendo la lentezza una caratteristica della lumaca, com’è noto, senza guscio a differenza della chiocciola, nonostante ci sia chi fa confusione fra i due generi. Infatti in zoologia il lumacone è il “Limax maximus” e invece la chiocciola è del genere “Helix” da una parola greca “Helix, hèlicos”= “spirale” (si pensi alla forma della conchiglia della chiocciola) da cui deriva anche elicottero (Devoto-Oli)

lume, s.m. Frase: “Mi sembri un lumammano!”: a me sembri un arretrato (essendo il lume a mano uno strumento senza dubbio arcaico sì da far venire a mente il Medioevo), ma anche un “fessacchiotto” dal lento apprendimento, essendo scarsa la luce che può fare un lume a mano, nonché ridicolo, dal momento che viene detto talora “buffo come un lume a mano”. È un diminutivo di lume, ma ottenuto mediante l’ “interfisso” –c– prima del suff. dimin., “lumicino”, che si trova in particolare nell’espress.: “Esse’ al lumicino”: “essere in fin di vita” o comunque alla fine, oltre che della salute, delle forze e delle “risorse economiche”. Tale modo di dire pare che venga “dall’uso in pratica nell’ospedale di Santa Maria Nova di Firenze di mettere un lumicino con un crocifisso al letto di coloro che stavano per morire” (G. Pittàno). Si tenga presente anche l’espress. “Neanche col lumicino!” in riferimento a una situazione che non si sarebbe creduto che si potesse verificare

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