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marżucca, s.f.: mażurca, di cui marzucca è una storpiatura per metatesi, derivando la parola dal polacco “mazurka”, f. di “mazurek”, propriamente della provincia polacca di Mazuria, deduciamo dal DEI e per ricordarlo possiamo pensare ai laghi Masuri, importanti nella storia e nella geografia non solo della Polonia

masa, s.f.: scherzo o peggio, comunque di pessimo gusto, che veniva fatto al tempo del fascismo e in modo meno violento nel secondo dopoguerra fra persone o compagni; era piuttosto volgare consistendo nel percuotere il malcapitato (coprendogli il capo) scelto per tale apparente scherzo o, peggio ancora, ancora nel Pisano, durante il triste ventennio, secondo la testimonianza di Indro Montanelli: segno di persecuzione. Nel libretto attribuito a M. Catastini l’espressione “fare la masa” (da tempo venuta meno) è invece spiegata così: “strofinare le nocche delle mani sui capelli”                                                    

mascagna (alla), loc.avv.: pettinatura alla Mascagni, come veniva usata, appunto, dal noto musicista Pietro Mascagni, nato a Livorno nel 1863 e morto a Roma nel 1945, ma di moda specialmente durante il triste ventennio fascista anche a Fucecchio. Era una pettinatura, ovviamente maschile, “senza riga” (DEI), con i capelli rivolti all’indietro              

Masoni: cognome di un contadino delle parti di Fucecchio che nel 1929 “andò a veglia, come era solito, e sulla strada del ritorno, di notte, fu ucciso con una fucilata”. Da questo fatto tragico nacque  il modo di dire, ormai scomparso: “Non fare come il Masoni” (R. Cardellicchio), che significava in pratica “Ritorna”                                                                                                                                                                                                                            

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marva! interiez. probabilmente derivata da malva, propriamente malva selvatica (“Malva sylvestris”): ohi! è andata male! Forse l’accezione sfavorevole dell’esclam. si può spiegare per l’accostamento a “male” della prima sillaba del nome corretto della pianta

marvone, s.m.: malvone, propriamente accresc. di malva, essendo una pianta della famiglia delle malvacee, ma è ben più alta di quella: il suo vero nome è altea (“Althaea officinalis” o “rosea”). A Fucecchio è anche un’offesa rivolta a una persona che lascia molto a desiderare per la sua cattiva condotta, ma non sappiamo perché una pianta bella e utile come il malvone, denominazione pop. non solo toscana d’una “varietà alta di malva” (DEI) abbia dato origine a un’offesa, se non per il fatto che almeno dalle nostre parti è una pianta piuttosto rustica o per la netta somiglianza della prima parte della parola comune in italiano a “malvagio”

marzòlo, s.m.: marzaiola (“Anas querquedula”), essendo un uccello “presente in Italia quasi esclusivamente” di marzo (C.Romanelli): mese in cui è di passo l’upupa (“Upupa epops”) nelle nostre zone, dove appunto questo uccello dalla caratteristica “lunga cresta erettile” (Devoto-Oli) è chiamato “galletto marzolo”.

marzòlo, s.m.: igroforo marzolino (“Hygrophorus marzuolus”): fungo che “nasce nei boschi, specialmente di conifere, al principio della primavera”, donde il suo nome popolare. Ciò vale anche per un tartufo dallo stesso nome, ma scientificamente “Tuber albidum pico”, che peraltro matura già “da metà gennaio”.

Quanto al termine igroforo, significa dal greco “portatore d’umido”, essendo la carne di questo fungo “ricca di acqua” (Devoto-Oli)                                                                                                                                                                                                                                                                                               

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marginetta, s.f.: tabernacolo; deriva da “(im)maginetta” con intrusione di “margine” per “rifacimento popolare” secondo Cortelazzo-Marcato

marmato (freddo), agg.: freddo “come il marmo”, ma si può trattare –è chiaro- di un’ iperbole

marmignatta, s.f.: malmignatta, “unico ragno velenoso in Italia” (e perciò “mala”, cioè cattiva + “mignatta”, ma in realtà un aracnide) “munito di lunghe zampe”, “di colore nero con tredici macchie rosse sull’addome” (DISC), tant’è vero il suo nome scientifico è “Latrodectes tredecimguttatum” e, come sappiamo, in lat. “tredicim” indica, appunto, il numero tredici (Devoto-Oli)

marmòtta, voce pis., fiorent. e pist. (DEI), ma usata molto anche da noi, s.f.: raffreddore, per cui “Prendersi una marmotta” significa buscarsi una brutta inffreddatura anche “con febbre” secondo L.Bezzini. Viene fatto di pensare che ciò dipenda dal fatto che le marmotte vivono in alta montagna, dove per lo più è freddo, oltre che per la somiglianza del “roditore (..) infagottato di pelo rossastro con la persona infagottata nella lana e intontita a causa del raffreddore”, come afferma R.Cantagalli

marrone, s.m.: “grossa marra”, simile alla zappa, significato che aveva anche l’assiro “marru”: DEI, secondo il quale era già attestato nell’antico lucch. e precisamente nel 1308

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marangóne, s.m. (chiamato così anche a Viareggio, Vecchiano, Livorno, Orbetello e Siena): cormorano (“Phalacrocorax carbo”), mentre il nome usato anche a Fucecchio deriva dal lat. “mergere” = immergersi, perché tale uccello, appunto, s’immerge, si tuffa nell’acqua, come possiamo dedurre anche dal Romanelli e come possiamo vedere anche nell’Arno

marchese, s.m.: mestruo; popolare, ma più propriamente gergale. Probabilmente deriva dal fr. “marguer” (DEI) nel senso di “segnalare”, sottinteso, come viene detto popolarmente, che una donna “ha le su’ ‘ose”, cioè le mestruazioni, per sottolineare l’intimità della cosa

marco, s.m.: livido, dal tema germanico “mark-” = “segnare” a cui accenna il DISC, potendo essere il segnale di un colpo ricevuto o, per meglio dire, subìto

mardocchio, s.m.: malocchio, di cui è una storpiatura: propriamente sarebbe mal d’occhio, ma la parola è caduta in disuso ed è molto probabile che tale storpiatura, come del resto molte altre,  fosse originaria del contado

maremma!, esclam. eufemistica per non dire Madonna! Potrebbe però derivare anche dal fatto che un tempo in tale subregione toscana imperversava la malaria e perciò che nel “gergo popolare” significhi “luogo brutto” secondo B. Gianetti, diventando una specie di imprecazione tipicamente toscana, non una bestemmia, per quanto, secondo il DISC, di questa sia considerato un sinonimo il termine “imprecazione”

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manna, s.f. con un’accezione particolare nel caso che si dica: “E’ manna che (oppure “se”)…”: è tutto di guadagnato…                                                                                   

manritta, con la variante marritta, s.f.: “mandritta”, cioè la “mano destra” (De Mauro), ma la voce è in declino anche per il superamento di certi pregiudizi; infatti il termine, che un tempo, per es., nel ‘600 nel Buonarroti, indicava il “diritto dei magistrati di pretendere la mano destra” deriva da “mano” + “(di)ritta”, si può desumere dal DEI, ma ormai è appurato che si può altrettanto ben usare la mano sinistra, a parte in certe circostanze dove si fa sentire ancora il peso di certe tradizioni

mansellone, agg.: “ingenuone” (M. Catastini), ma è un termine caduto in disuso; anzi io personalmente non l’ho mai sentito dire

maolato, agg.: macolato, forma toscana, mentre la forma dotta è maculato, di cui macolato è la variante, ma la forma priva della –c- intervocalica è senza dubbio vernacolare. Comunque il significato è quello di “ammaccato” (De Mauro)

maragiano, s.m.: canapiglia (“Anas strepera”) con la variante “marigiana”, usata anche a Firenze e ad Altopascio, ma il termine italiano è il più usato anche in Toscana (C. Romanelli)

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mangià’, v.tr.: mangiare. Deriva dal franc. ant. “manger”, a sua volta dal lat. “manducare” tramite la “var. intermedia” ipotetica “mandicare” (DELI), ma un’espressione particolare tratta da due verbi in forma imperativa, usata nel gergo ciclistico toscano attorno a Fucecchio per indicare i saliscendi, come, per es.,  quelli tra Lamporecchio e Vinci, è “mangia e bei”, quest’ultimo da “bevi” è chiaro: tratti in fondo piacevoli a farsi, come appunto possono esserlo i saliscendi per un ciclista, a differenza della piatta e quindi monotona pianura, per non parlare poi di quella estesa e nebbiosa Padana. Un tempo a Fucecchio erano chiamati “mangia e bei” dei biscotti col rosolio e mele immerse nello zucchero fuso al fuoco, a fare i quali, oltre che la granita, erano specializzati i “Chichieri”.

Frase part.: “Con me ci mangi di magro!”: da me non ottieni nulla (risposta negativa a una richiesta fatta).

Un’altra ocuzione diffusa è: “Mangià’ pane e veleno”: convivere tristemente con le amarezze.

A Fucecchio c’è chi intende “ ’un ha mangiato la foglia” in senso favorevole, come quando viene detto metaforicamente “Non ha abboccato all’amo”, ma è un errore perché nell’italiano ufficiale “mangiare la foglia” significa “capire una cosa al volo” e “il detto deriva forse dall’osservazione di quegli animali che hanno il fiuto molto sviluppato” e perciò “riescono a distinguere subito le piante velenose da quelle buone” (G. Pittàno).

Mi risulta invece in disuso il detto volgare “mangià’ l’ovo in culo alla gallina”: spendere “i soldi prima di averli guadagnati” (M. Catastini), cosa quasi assurda come se uno cercasse di mangiare un uovo prima che la gallina l’avesse fatto, come sappiamo, dalla parte del deretano

mangiarino, s.m. dimin. del sost. mangiare: pranzetto squisito, specialmente nell’esclam.: “Che mangiarino da papi!” : che buon pranzetto! Talora si può sentir dire anche “i mangiari”: le pietanze, sost., quest’ultimo, derivato dal provenzale ant. “pietansa” = “pietanza”, ma poi “elemosina” perché originariamente “indicava il vitto dato ai poveri”; si tenga infatti presente il lat. “pietas” = “pietà” (DISC)

mangiatora, s.f.: mangiatrice e in modo analogo, in vernacolo, ma specialmente nel linguaggio familiare, possono essere formati  sostantivi, come, per es., “dormitora”: dormitrice, persona che dorme molto

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mandragolone, s.m.: “imbroglione” (M. Catastini); si tratta di un termine (usato più che altro nell’ambito familiare) che deriva da “mandragola” di machiavellica memoria;  non c’è infatti un imbroglio anche nella famosa commedia dello scrittore fiorentino, nato secondo qualcuno da una Nelli di origine fucecchiese? Si tenga inoltre presente che il termine mandragola indica sì una pianta (“Atropa mandragora”) dalle “radici narcotiche”, ma in tosc. anche “imbroglio” (DEI) forse anche per tale motivo

mànfano, s.m.: “Tappo di legno per otturare il buco di fondo” anche dei tini, secondo G. Malagoli, in pisano, oltre che “membro virile” per estensione anche in livorn.; “furbacchione” in fiorent. e in senese “bastone maggiore del correggiato”; da noi, oltre ce “furbacchione” (M. Catastini), babbeo, rozzo, ignorante, arretrato o incivile, nel linguaggio di studentelli di qualche anno fa, ma è un termine in declino non solo dalle nostre parti

manfruito, agg.: “ermafrodito”, di cui era una “corruzione volgare” usata a Fucecchio (tanto simile alla voce pis. e livorn. “manfroito”) tramite la voce “popolare diffusa da Roma”(DEI) “manfrodito”, ottenuta –ritengo- mediante l’aferesi della sillaba iniziale del termine italiano (a sua volta dal gr. “Hermaphròditos”, indicante il figlio di Hermes e di Afrodite: Id.) e l’epentesi della –n-. Peraltro, oltre che avere il significato di persona di sesso incerto, pare che “manfruito” significhi “bacato, guasto”, ma non è difficile trovare un collegamento fra i due termini sia in riferimento a una persona che soffre di una particolare malattia del genere sia in riferimento a chi è perverso sul piano sessuale e morale, così da diventare tale

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mana, s.f.: “mano” (M. Catastini), con la “forma analogica”, al posto di “mani”, “le mane”, “usata dal Cellini” (Migliorini, cit. dal DELI), di cui possiamo trovare ancora qualche traccia nel contado. Tuttavia sono entrambe le parole senza alcun dubbio in declino, per quanto possano essere dette talora per scherzo.

Comunque “mana” si può spiegare molto probabilmente perché la desinenza –a era sentita come  caratteristica femminile e si tenga presente che risale addirittura al Trecento (DEI).

Da noi è diffusa l’espressione, che sta a indicare un particolare coraggio: “Prende’ il coraggio a quattro mani”: le mani non sono forse due?

Una locuzione che è diffusa anche in livorn. è: “Esse’ alla mano”: essere disponibile

manata, s.f., ma la loc. “a manate” può significare in grande quantità, oltre che a bòtte 

mancamentato, agg. o s.m.: disabile o meglio, come si dice oggi, diversamente abile, ma può essere detto anche di chi soffre di squilibri psichici

mandà’, v.tr.: mandare, derivato dal lat. “mandare” = “affidare”, a sua volta probabilmente  dall’espress. “(in) man(um) dare”: “dare in mano” (DISC)

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malintesa, s.f.: “cattiva intesa”, secondo il DEI calco del fr. “malentente”, ma è meglio definirla mancanza d’intesa, discordia, un po’ come quando, anche per indicare una gran confusione, se una cosa non ha né capo né coda: “Ma che è la veglia di Beo?”, in cui, vien fatto di pensare, mancava appunto l’intesa, per quanto probabilmente Beo sia un personaggio immaginario, troppo sensibile alle bevute e perciò d’umore troppo variabile ovvero umorale specialmente “in senso negativo”, come afferma giustamente il De Mauro

mallegato, s.m. (voce attestata già ‘700): “insaccato fatto con sangue di suino, pezzetti di carne grassa e uva passa” (M. Catastini). Si chiama così perché deriva da “male” e “legato”, non essendo “legato fisso” a differenza del salame: DEI, che la considera voce “toscana ed umbra”.

Si tenga presente ciò che disse un paesano che un tempo faceva all’amore in campagna:

“Dopo finito mallegato e strutto, finì l’amor quando finì il prosciutto” (F. Melani): terminato lo sfruttamento del mangiare (il sanguinaccio, lo strutto e il prosciutto) in casa del presunto suocero, è cessata anche la relazione amorosa

mamai (a), loc.avv., poiché tale espressione vernacolare deriva dalla ripetizione dell’avv. “mai” preceduta dalla prep. sempl. “a”, col significato “ma do’(dove) vai? a in un posto così lontano?, come per dire “ma che ci vai a fare?” 

mambrucco, s.m.: persona brutta o comunque che un individuo intendeva offendere nel senso di “babbeo”, quando non veniva detta bonariamente fra amici studenti qualche tempo fa a causa del suono della parola, usata nel romanesco col significato di “carrettone a grandi ruote” e derivata dal “nome della ditta assuntrice di trasporti, Marbrook” (DEI). Si tratta quindi di una parola non originaria di Fucecchio, bensì importata forse tramite il lucchese “mambrucca”, che ha lo stesso significato del romanesco “mambrucco” visto sopra (DEI). Infatti alla parola lucchese considerata corrisponde quella da me vista al Museo del lavoro e delle tradizioni popolari della Versilia Storica nella Villa medicea di Serravezza (Lucca): “membrucca”: “carro per lastrame”, cioè per il trasporto di lastre di marmo dele Alpi Apuane, o, meglio, dell’Alta Versilia: carro di aspetto non certo piacevole e perciò si spiega il significato assunto molto più recentemente dal nostro lemma nel linguaggio giovanile di una volta. Difatti mambrucco significa anche “villano” (D.Durante-G.F.Turato)

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magro, agg. usato in modo iperbolico quando viene detto di una persona: “E’ magra come una morte secca”, in tosc. “raffigurazione iconografica della morte rappresentata come uno scheletro che impugna una falce” (De Mauro)

maialaio, s.m.volg.: sudiciume anche dal punto di vista etico (e così pure “sudiciumaio”), come quando viene detto con repulsione di fronte a uno spettacolo indecente: “Che maialaio!”

malanno, s.m. usato anche nell’espressione “Male, malanno e uscio addosso!” (anche a Firenze, ma con gli articoli: R. Raddi) per indicare un male che se ne aggiunge a un altro accentuandone la gravità   

male, s.m. usato anche nell’espressione “Pigliassene a male”: “aversela a male”, “offendersi” (DISC) di un’azione ritenuta offensiva, appunto, e un tempo nel proverbio, molto probabilmente d’origine contadina: “Mar vorsuto ‘un è mai troppo!”: il male voluto non è mai eccessivo: se uno il male se lo procura, non si lamenti poi attribuendone la colpa ad altri (C. Lapucci). A Fucecchio esiste ancora il modo di dire: “Fagli der bene agli asini: Gesù se n’ha per male”: a chi non se lo merita se n’ha a male, cioè non l’apprezza, neanche Gesù

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