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fòra, prep., avv. e, se è seguita dal punto esclamativo, escl. (vol. e cont.): fuori (lat. “foras”). Più che “fòra” troviamo usato dalle nostre parti “fòri”, come nel modo di dire: “Fòri mi chiamo”: mi escludo (da tale questione), oltre alla loc. avv. “Di fòri”, come nel modo di dire “ ’un è di fòri”: non è improbabile” (R. Cantagalli).

forca, s.f. col signficato particolare di “marinare la scuola” nella loc. toscana “far forca”, attestata già dal Seicento (DEI). Da questo lemma deriva la voce toscana scherzosa “forcaiolo” che penso si possa spiegare con l’accezione toscana di “forca” come “ragazzo indisciplinato” (De Mauro)

forcino, s.m. tosc.: “pertica di legno” con “forcella di ferro” utilizzata “per spingere i barchini” (De Mauro) anche nel Padule di Fucecchio

formìola, s.f.: formica, col solito dileguo alla pis. della –c- intervocalica e il prolungamento formato dal suff. dimin. -ola. Sono considerate fastidiose in particolare le “formìole” rosse, che c’è chi chiama “cutère”

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fógo, s.m. usato nella nostra zona e, più in generale, in Toscana, nell’imprecazione volgare: “Che ti metta fogo!”: che ti “vada di traverso”, detto del cibo, o, più in generale, che tu non possa godere, cioè gustare un piacere che non meriti, dato il tuo comportamento disonesto. Secondo il DEI è un  estratto da “affogare” e quindi nella peggiore delle ipotesi sul piano morale: ti uccida il cibo togliendoti il respiro, ma il poeta Teofilo Folengo scriveva in lat. maccheronico: “Fogo multo saltat brodus extra pignattam” (come mi ha gentilmente segnalato Alberto Morelli), da tradurre così: a causa della fiamma molto alta trabocca il brodo fuor della pignatta. Perciò alla lettera appare evidente che fogo significasse fiamma e originariamente fuoco, con la –g- al posto della –c- per lenizione, così come dal lat. “locu(m)” è derivato luogo, ma nel nostro caso senza la dittongazione. Comunque l’imprecazone sopra riferita si può interpretare in senso metaforico come un augurio, tutt’altro che benevolo, che una persona indegna non goda un frutto che non merita, come abbiamo visto, anche se, parlando più in senso stretto, si può definire fogo il soffocamento provocato da un cibo o da una bevanda “ingobbiati”, cioè presi troppo avidamente

fondacciòlo, s.m.: fondaccio, ma il prolungamento in –olo, originariamente “suff. diminutivo” (DISC), è in declino in questo caso, mentre non lo è in “figliolo” al posto di “figlio”, nel qual caso può perdere il valore dim. ed assumere quello vezzeggiativo

fondo, s.m. con un significato particolare  nell’espressione “esse’ in un fondo di letto” usata quando un individuo giace, per così dire, nel profondo di letto perché è “malato cronico o paralizzato da tempo” (R. Cantagalli). Proverbio nostrano: “Chi fa il letto avanti ar (al) fondo dura poco a questo mondo”: chi fa le cose in modo irrazionale, come chi pensasse per assurdo di fare una casa cominciando dal tetto invece che dalle fondamenta (ma in architettura è usato propriamente il termine “fondazioni”), campa per poco tempo

fòo, s.m.: fuoco. Modo di dire: “A tutto fòo”: a tutta velocità. Si tratta di una voce diffusa anche in pisano e in livornese. Al pl. non indica solo i falò (come quelli di S.Giovanni, fatti appunto nella vigilia della festa di questo santo, ma in riferimento al Battista e non all’Evangelista), bensì anche i fuochi d’artificio

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fittonata, s.f.: più che cantonata, detto “propriam. del carro che urta al cantone” (per cui “pigliare una cantonata” significa “pigliare un granchio”: DEI, e quindi “sbagliare di grosso”), prendere una fittonata significa pigliare una specie di fissazione. Infatti deriva da “fittone”, come viene chiamato l’ “asse principale della radice di una pianta quando si sviluppa verticalmente” e per il fatto che è “conficcato nel suolo” (DISC), così come può essere radicata nella mente di una persona una fittonata

fiumalbo (ma dalle nostre parti esiste in gergo venatorio, per quanto sia più rara anche la variante “Fiumaldo”), s.m.: gallinella d’acqua (“Gallinula chloropus”) ed il nome (presente –pare- anche a Firenze e Siena) forse deriva da quello della cittadina omonima del Modenese: ipotesi su cui non mostra di avere dubbi il DEI, che ne parla come di una voce in particolare diffusa a Fucecchio

focarile, s.m.: focarile, voce che si trova talora a La Rotta, insomma in provincia di Pisa quasi come metatesi al posto di focolare

fogli, s.m. pl:  certificati o documenti in dipendenza dal v. “fà’ ”: fare o “richiedere” gli stessi

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fiòsso, s.m.: “parte incavata della pianta del piede” (DEI, secondo cui deriva dal lat. di Catone “fossula”, dimin. di “fossa”, mentre secondo il De Mauro deriva dal lat. ipot. “flossum”), ma quando veniva detto specialmente dopo il secondo dopoguerra giocando a calcio: “Ma che tiri ai fiossi?” si voleva dire “O come tiri male (la palla)!”  Fiosso indicava, in un centro calzaturiero qual era specialmente un tempo il medio Valdarno, anche la parte della scarpa “tra il tacco e la suola dove veniva adoperato materiale di minor pregio”. Perciò il modo di dire “È bòno per i fiossi” significava: “La cosa di cui si parla non ha alcun valore” (R.Cardellicchio)

fisimóso, agg.: capriccioso, ma alla lettera pieno di fisime, parola che potrebbe derivare al sing. da “sofisma” per l’aferesi della prima sillaba con l’epentesi dell –i- fra la –s- e la –m-, deduco dal De Mauro

fissàssi, v. rifl.: fissarsi. Modo di dire scherzoso limitato a una ristretta cerchia di amici a Fucecchio: “Enea si fissò su un… filo d’erba” in riferimento a chi si fissa su una fesseria. Sia chiaro però che non c’è  riferimento letterario, né tanto meno storico che giustifichi la scelta del personaggio di Enea per la battuta accennata, spiritosa anche perché è come un nonsenso farvi figurare il protagonista dell’”Eneide”: anche da questo deriva del resto la comicità della battuta

fitto, s.m.: affitto, ma,  quando veniva detto “a fitti”, s’intendeva dire che, in cambio delle riparazioni fatte tutto l’anno alle scarpe, chi le faceva riceveva prodotti agricoli; più in generale col termine “fitti”  s’intendeva il “lavoro annuale a prezzo già stabilito per le riparazioni” (L.Briganti), ma l’imperfetto stesso dimostra che questo termine in tal senso non è più usato

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fio, s.m.: fico. Modi di dire: “Ber fio!”, “epiteto canzonatorio comunissimo a Pisa e a Livorno” (R.Cantagalli) e da noi tale espressione significa in senso ironico, in riferimento ad una persona che lascia molto a desiderare, bell’individuo!

Un significato particolare assume il pl. nella domanda formulata con impazienza: “Ma che deo (devo) apettà’ i fii novi (fichi nuovi)?”: ma che devo aspettare ancora? Infatti ci vuole del tempo prima che a una generazione di fichi ne succeda un’altra, a una fruttificazione un’altra “mandata”: alcuni mesi o un anno a seconda del tipo di fichi. È chiaro perciò che si tratta di un’immagine iperbolica!

Esiste inoltre “fii” nel senso di “moine” (M. Catastini), come nella frase: “ ‘Un fa’ tanti fii!”: non far tante moine!

Proverbio: “A settembre l’uva è matura e il fio pende”, essendo quello il mese della maturazione sia dell’uva sia dei fichi.

“Botta botta, fio fio” (anche in pis. e livorn.): ogni colpo tirato, preda sicura; anche se molto probabilmente è un detto d’origine venatoria, acquista un significato più generale che in vernacolo si potrebbe esprimere così: “Andà’a corpo siuro”: andare a colpo sicuro, assicurandosi l’ambita preda

fiorancino, s.m.: règolo (“Regulus regulus”), più usato anche a Fucecchio di fiorancino e di stellino, che si spiega perché le “piume color arancio” (ecco l’origine del nome fiorancino)  “sembrano una stella sul capo” (C. Romanelli)

fioso, agg.: ficoso nel senso di “lamentoso” (M. Catastini), smorfioso, significando “fichi” in tosc., in senso figurato, “smorfie, daddoli” (DEI) ovvero smancerie – possiamo dedurre dal De Mauro- passando a tale significato da quello “obsoleto” di “fico” come “carezza, gesto affettuoso”, quando ciò avviene in modo esagerato. Comunque significa anche individuo che si lamenta troppo per motivi non veramente rilevanti e perciò quando diciamo: “Com’è fioso codesto individuo!”: com’è lamentoso in modo uggioso costui!

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finestra, s.f. in una posizione particolare quando veniva detto: “Fagli fà’ Gesù alla finestra!”: socchiudi le imposte della finestra, facendo venire in mente il gesto delle mani di Cristo in molte raffigurazioni sacre, ma si tratta di una frase che veniva usata nel passato, non più nei nostri tempi, in cui invece viene usato il termine “finestra” anche nel senso di “spiraglio”

finì’, v. tr.: finire. Indic. pres. 1^ pers. pl. (un tempo): “Finimo”: finiamo, tant’è vero che pare che un tempo una femmina sia stata chiamata, nel territorio comunale di Fucecchio e in altre parti della Toscana, “Finimola” per dire “finiamola” col fare figli, specialmente se femmine: il maschilismo è purtroppo duro a morire; figuriamoci nel passato meno recente! Sono forme toscane quelle del fut. sempl.: “firrò” ecc…: finirò, e del condiz. pres.: “firrei” ecc…: finirei ecc…, in cui si sono verificate la sincope della –i- e il raddoppiamento per assimilazione della –n- alla -r- seguente. Si pensi inoltre all’espressione “finì’in una bolla di sapone”: finire in un nulla di fatto, data l’inconsistenza, appunto, di una bolla di sapone

finòcchio (volg.) s.m.: omosessuale o peggio ancora sodomita, originariamente voce forse fiorentina, derivata dal fatto che la pianta omonima è forata dentro, suscitando così l’idea del buco secondo il Panzini (deduco dal DELI). È da notare, indipendentemente dalla parola volgare sopra registrata, che, per es., quattro rametti della stessa pianta, ma della specie selvatica, vengono messi nei fegatelli fucecchiesi, fatti utilizzando, oltre al magro, il fegato del maiale, entrambi “tuffati nell strutto”.

finocchiona, s.f.: “salume toscano di carne di maiale” aromatizzata con “semi di finocchio”, diffuso in particolare “nella zona di Firenze” (R. Cantagalli), ma anche da noi

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figliettino! esclam., alla lettera doppio diminutivo di “figlio”, ma in sostanza monello che non sei altro!”, detto scherzosamente. A Fucecchio è stato sentito un ragazzo dire a se stesso in modo compiaciuto: “Figliettino, quanti amici che hai!”

figlio, s.m. derivato dal lat. “filiu(m)” con l’ampliamento in –l- della radice indoeuropea “dhe(i)”  (“generare” e corrispondente in sostanza al nostro fe –) da cui derivano anche “fecondo, felice, femmina, feto, fieno” (Devoto), ma un’espressione particolare usata a Fucecchio e in livornese è: “Figlio d’un sette!”: “esclamazione scherzosa” che pare significhi “figlio d’uno sberleffo” perché, pur essendo sette un agg. numerale cardinale, indica anche sfregio, quando si parla di “ferita a forma di sette” e quindi, “in senso metaforico, sberleffo” (V. Marchi); tuttavia, avendo un carattere scherzoso, da noi significa bonariamente: “Che birbante che sei!”, un po’ come “figliettino!”

figuraccia, s.f. peggiorativo di figura: figuraccia, come quando diciamo: “ ’Un mi fa fa’ una figuraccia”: non mi far scomparire, cioè non mi far fare una cattiva figura

filo, s.m. con un significato particolare nell’espreessione: “ Restà’ a filo”: rimanere con la voglia, per es., di mangiare oppure nella frase che può essere rivolta a una giovane: “ ’un finge di dargli filo!”: non fingere di “accettare la sua corte” (M. Catastini) e quindi non lo lusingare: chiaro in entrambi i casi l’uso metaforico di filo, che può dare l’dea di attrazione, come nella fase “ Gli fa filo tutto!”: l’attrae, gli interessa, gli fa piacere tutto! Un’altra frase da noi diffusa è: “ ‘Un gli dà’ filo!”: non gli dare confidenza. Un significato particolare ha la parola “filo” nel caso del proverbio contadino: “Se tocchi un filo in d’un cantone, tentenna tutto (il campo)”: se tocchi uno stelo di frumento in un angolo, ne può risentire tutto il campo, potendosi muovere anche le altre spighe di grano

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fiaschetta, s.f.: pendolino (“Remiz pendulinus”), nomi entrambi derivati dalla forma dell’ “elegante nido, a forma di fiasco, che, sospeso all’estremità di uno o più rami protesi sull’acqua, dondola al più lieve soffiar di vento” (C.Romanelli). Secondo il DEI, anche a Lucca sarebbe chiamato fiaschetta il pendolino, mentre con tale nome sarebbe indicato nel Casentino il codibugnolo

fiato, s.m. con un significato particolare nella frase obsoleta nel senso sotto espresso: “A lui non puzza il fiato”: è una persona coraggiosa “a prova di bomba”, cioè in modo inoppugnabile

fièro, agg.: sano; almeno fino a pochi anni fa veniva detto in tal senso anche a Fucecchio, in cui ormai pare in declino, mentre è usato senza dubbio nel senso comune del termine, così come “gagliardo”. Si pensi alla domanda che poteva essere fatta un tempo nelle nostre campagne: “siete fieri?” : state bene? siete in salute? Però, come si può vedere, non c’è molta differenza fra i due termini.

fierones. m.: almeno fino a pochissimi anni fa il giovedì del periodo della fiera di Fucecchio, istituita nel 1706, pur esistendo anche nel Medioevo in un periodo diverso, ma che da qualche anno si celebra praticamente dalla domenica che precede il giorno di Tutti i Santi alla domenica successiva. È da notare che la parola fiera deriva dal lat. parlato ipotetico “fiera”, metatesi del tardo “feria(m)” = “giorno festivo” perché di solito le fiere (molto importanti erano in particolare quelle medievali) erano tenute nei “giorni festivi” (DISC), mentre feriale, che deriva da tale termine latino, finì per significare “giorno non festivo” perché nel lat. ecclesiastico il “dies ferialis” indicava “il giorno di festa di un santo”, in un certo senso contrapposto al “dies Domini”, cioè al “giorno del Signore”: la domenica (DISC)

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ferraccio, s.m.: persona molto robusta, assumendo perciò un valore antifrastico nei confronti del suffisso spregiativo “-accio”, ma l’idea della robustezza è espressa dal primo elemento della parola, cioè “ferro”

ferraio, s.m.: febbraio, di cui è una variante toscana a differenza di “febbraro”, mentre febbraio deriva dal lat. “februariu(m)”, cioè “ mese dedicato alla purificazione” (DELI) “dei vivi” (Georges-Calonghi)

festa, s.f. Modo di dire per antifrasi: “Far la festa a qualcuno”: fregarlo, così come se si dice: “Far la foto a qualcuno”: ingannarlo. Può anche far parte di una loc. interiettiva (M. Fanfani), talora con un accento ironico, come quando diciamo: “E festa finita!”: e basta!

fiaccaggine, s.f.: fiacca, che ha preso nettamente il sopravvento sul raro lemma considerato (secondo il DEI, pistoiese) e, a maggior ragione, su “fiaccona”, detto anche nelle vicinanze di Fucecchio almeno un tempo, come a Dianella (località dove si trova la tomba di Renato Fucini, nel comune di Vinci), col senso di “fiacca” (M.P.Bini), ma non da noi

 

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fatticcione, s.m.: “fattucchiero” (M. Catastini) nel senso di imbroglione

Febo, s.m.: sole (dall’altro nome che aveva Apollo, considerato divinità solare degli antichi Romani), ma ora, se viene usato questo termine, viene detto piuttosto scherzosamente

fedèle, agg. per lo più: fedéle, derivando dal lat. “fidele(m)”, a sua volta da “fides” = “fede” (DISC). La pronuncia aperta dell’accento (che deve essere considerato invece acuto sulla seconda -e- e perciò comporta una pronunzia chiusa della stessa) è una “caratteristica particolarmente  accentuata nel livornese” (in contrasto col suo tipico intercalare “déh!”) “a differenza del fiorentino  e dell’italiano in genere, in cui la e suona é” (L. Bezzini): suono non aperto quindi. Ciò non vale ovviamente per terza pers. del pres. indicat. del v. “essere”, in cui l’accento è obbligatorio per  distinguere è dalla cong. e, derivanti la prima dal lat. “est” e la seconda dalla cong. lat. “et”: perciò la e- è pronunziata aperta nel primo caso e chiusa nel secondo

femminella, s.f. attestato nel ‘700 in agricoltura per indicare il “falso getto della vite potata” (DEI) e più recentemente in vernacolo per indicare il “buco nel fusto di una pianta” (M. Catastini), ma il termine è in disuso

fermà’, v.tr. fermare e fermassi, v. rifl.: fermarsi. Si pensi all’espressione “fermassi lo stomao”: fermarsi lo stomaco (M. Catastini): attenuare la fame mangiando qualcosa o, alla fucecchiese, “quarcosina”   

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farabola, s.f.: parabola, ma il termine, nato probabilmente dall’incontro di “fàvola” con “paràbola”, come possiamo dedurre dal DEI, non risulta più usato, mentre non escludo che lo sia ancora in alcune parti della Toscana “farabolone” nel senso di “chiacchierone”, segnalato dallo stesso Dizionario Etimologico. Teniamo presente che chiacchiera è un termine collegato con parola (infatti a “chiacchiere”  vuol dire “a parole”) e parola deriva dal lat. parlato ipotetico “paraula” dal lat. tardo ecclesiastico “parabola(m)”  “esempio”, quindi “parola”, dal gr. “ parabolé” = “paragone”: si pensi infatti alla “parabole evangeliche” (DISC). Da “forma di discorso preferita da Gesù, parabola venne presa a significare la sua stessa predicazione, cioè la sua parola”; “fu quindi la parola per eccellenza: infine, per estensione, la parola di tutti” (F. Fochi)

farra, agg. f. essendo collegato con “gamba”: malata, secondo P.Fanfani usato specialmente a Colle Val d’Elsa nell’Ottocento, ma a Fucecchio è stato sentito, questo termine, da qualcuno anche in tempi recenti

farso, agg.: falso, ma, se vien detto “gamba farsa”, significa “claudicante” (M. Catastini)

fasciassi, v. rifl.: fasciarsi; si pensi al proverbio “ ‘Un bisogna fasciassi la testa prima che sia rotta”: non bisogna preoccuparsi per qualcosa “di negativo che non è ancora accaduto” (DISC) e che potrebbe non accadere neppure in seguito

fascione, s.m. tosc.e in particolare da noi: copertone della bicicletta, da “fascia” + “-one” (DISC). Viene inoltre chiamato così un fascista dall’idea incallita per la derivazione da “fascio”, donde “fascismo”, ma questo termine non sembra che derivi dai “fasci di combattimento, fondati da Mussolini nel 1919” e neppure dal “fascio littorio, che fu poi simbolo del partito”, bensì dai “fasci d’azione rivoluzionaria” sorti nel dicembre 1914 a Milano con fini interventistici (DELI) verso quella che sarebbe stata la prima guerra mondiale

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ferraccio, s.m.: persona molto robusta, assumendo perciò un valore antifrastico nei confronti del suffisso spregiativo “-accio”, ma l’idea della robustezza è espressa dal primo elemento della parola, cioè “ferro”

ferraio, s.m.: febbraio, di cui è una variante toscana a differenza di “febbraro”, mentre febbraio deriva dal lat. “februariu(m)”, cioè “ mese dedicato alla purificazione” (DELI) “dei vivi” (Georges-Calonghi)

festa, s.f. Modo di dire per antifrasi: “Far la festa a qualcuno”: fregarlo, così come se si dice: “Far la foto a qualcuno”: ingannarlo. Può anche far parte di una loc. interiettiva (M. Fanfani), talora con un accento ironico, come quando diciamo: “E festa finita!”: e basta!

fiaccaggine, s.f.: fiacca, che ha preso nettamente il sopravvento sul raro lemma considerato (secondo il DEI, pistoiese) e, a maggior ragione, su “fiaccona”, detto anche nelle vicinanze di Fucecchio almeno un tempo, come a Dianella (località dove si trova la tomba di Renato Fucini, nel comune di Vinci), col senso di “fiacca” (M.P.Bini), ma non da noi

 

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faìlla, s.f.: favilla, con dileguo della – v -, ma anche questo nome non sembra più alterato neppure in tal modo oggi come invece quello lo era nella pronuncia fucecchiese registrata da M. Catastini

falòppa, s.f.: ciò che resta del granturco tagliato; deriva dal “lat. tardo (X sec.)” “faluppa” = “filo di paglia” secondo il DEI. In senso traslato indica (o indicava fino a poco tempo fa) una cosa di scarsa consistenza

fame, s.f.: “Aver fame” viene detto anche in riferimento a chi è avido di fare attività sessuale, mentre specialmente a Firenze viene detto scherzosamente: “Ma che t’ha’ fame?” a chi fa discorsi sciocchi, che non hanno né capo né coda

Fanana, s.m.: espressione scherzosa, di saluto o sorpresa rivolta a un amico, con una frase del tipo: “Bah, c’è Fanana!”: guarda chi si vede!, ma si tratta di una voce non certo diffusa a livello popolare, bensì, caso mai, del gergo studentesco di qualche tempo fa e in un ambito molto ristretto

fantasime, s.f.pl. tosc.: fantasmi, con epentesi di – i -: De Mauro, secondo il quale è raro il maschile “fantasima”, ma – a mio parere – lo era anche il sig. f. da noi, per quanto ormai sia in disuso anche il lemma considerato

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estrastrònghe, agg.: “straordinario, coi fiocchi” (Malagoli). È un trattamento alla pisana e alla livornese con l’epitesi dell’ingl. “extra – strong”, agg. quest’ultimo che significa “forte”, ma quello da me registrato è in disuso già da qualche anno dopo il secondo dopoguerra, in cui l’influenza americana si era fatta sentire certo poco

fà’, v.tr.:  fare e in forma riflessiva “fassi” : farsi. Pass. rem., 3^ pers.pl.: “Feceno”: fecero, ma tale voce sembra scomparsa anche dal contado da cui probabilmente proveniva. Significa “costare” in una frase come: “Quanto lo fanno il vino?”: quanto lo fanno costare il vino?

Si noti anche la frase: “Ma che ci vieni a fà’?”: ma perché ci vieni?, come pure l’altra: “L’ho a fà’?”: lo devo fare?

Modi di dire: “Farsi una croce”: affliggersi.

“Fagli der (del) bene agli asini: Gesù se n’ha per male”, usato quando alcune persone non sono riconoscenti se viene fatto loro del bene, comportandosi così come degli asini: animali che non mostrerebbero appunto riconoscenza dato il loro aspetto almeno apparentemente indifferente al bene eventualmente fatto loro.

“O che l’alzi a fà’ la voce?”: ma perché alzi la voce?

“Ne fa di bigie e di turchine!”: ne combina di tutti i colori (in riferimento alle marachelle o peggio).

Modo di dire molto diffuso in Toscana (C. Lapucci): “Tutto fa”: tutto può servire.

Altro modo di dire molto diffuso da noi: “Ma che fai per ride’?”: ma lo dici per ridere?, mentre è più diffuso in livornese che nel nostro vernacolo: “Ma che fai la burletta?”: ma che scherzi? (V.Marchi). Inoltre dalle nostre parti si può sentire talora una frase tipo questa: “non s’è fatta conosce’?”: non si è fatta conoscere, cioè non si è rivelata per quello che è.

Inoltre: “Che l’ha a fà’?”: lo devo fare? e “Fa le viste!”: certo!

Altro modo di dire: “Con me non fa ova (uova)!”:  con me non riesce nell’intento, non ha successo, non combina niente di buono.

Inoltre a Fucecchio si può sentir dire: “Ha fatto bodda”: ha fatto “vacanza” (M. Catastini) e viene detto, per esempio: “Mi garba falla (farla) tonda”: mi piace fare al ritorno una strada differente rispetto a quella dell’andata

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esempio, s.m. a cui, almeno fino a poco tempo fa veniva premesso talvolta nel parlare e questo anche nell’Alta Maremma (M.P. Bini) “pre-” al posto della prep. sempl. “per”, per cui veniva  fuori “presepio” al posto di “per esempio”

èsse, s.m. in quanto nome della lettera S, di cui è l’iniziale come enne lo è della lettera N, per cui si spiega l’espressione “o esse o enne”, rispettivamente iniziali degli avverbi sì e no (con l’ “imitazione del suono” a cui corrispondono entrambe le lettere): espressione usata anche da noi per esprimere l’impazienza di chi spetta nei confronti di “chi non sa decidersi” (R. Cantagalli), restando nell’incertezza, definite da G. Mazzini “morte continua”

èsse’, v. intr.: essere. Indicativo presente, 3^ pers. sing. (almeno o specialmente una volta nel contado): “Che ène?” : cos’è?  e “gliè”: è; 1^ pl.: “Sèmo”: siamo e 3^ pl.: “Ènno”: sono; imperf. 1^ pers. pl.: “Èramo” (si pensi al lat. “eramus”): eravamo. Congiuntivo imperf., 1^ e 2^ pers. sing.: “Fussi”: fossi; 3^ sing.: “Fusse” (per analogia con “fu”, secondo D’Achille) e pl. “Fussero”: fossero. Imperativo, 2^ pers. sing. “èssi”: sii. Ancora all’indic. pres, 3^ per. pl., può capitare di sentir dire “Gliènno”: sono, ma si tratta di un “fatto morfologico diffuso”, pare, “in tutta la Toscana non colta”. “Siei” al posto di “sei” alla 2^ pers. del pres. indic. è molto più facile sentirlo dire nel contado pisano (B. Gianetti) che in quello di Fucecchio, centro dove è invece ancora presente l’espressione “Esse’ in tiro”: avere voglia di qualcosa, oltre alla domanda a una persona troppo  boriosa: “Ma chi ti par d’esse?”: ma chi credi di essere? “È guasi le nove!”: son quasi le nove (Malagoli). “Esse’ terra terra”: essere in condizioni molto precarie sia sul piano economico sia su quello intellettuale

essì, parte del discorso (presente anche in pis.) costituita dall’unione della cong. “e” con l’avv. “sì”: e bensì, come nella frase: “Essì glielo dissi!”: eppure glielo dissi! (B. Gianetti)

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erba noccióla, nome volg. usato nelle nostre Cerbaie probabilmente per il suo sapore per indicare la salvastrella (“Sanguisorba minor”: G. Corsi-A.M. Pagni)

erba strega, nome volg.tosc. (DEI) dello strìgolo, “dim. di strega”, pur cambiando genere, derivando la parola “strega” dal lat. “striga(m)” a sua volta da “strix” = “specie di arpia, di vampiro, di strega (Georges-Calonghi): “Saponaria vaccaria” e la saponaria è una pianta “velenosa” (Devoto-Oli), ma il nome esaminato mi risulta in declino anche perché delle erbe naturali si fa molto meno uso di una volta, in cui il contatto con la natura era molto più intenso

erba trastulla, loc. sostantivale f., ormai obsoleta anche dalle nostre parti, dove veniva detto “portà’ ”, cioè portare nel senso di “rimandare”, “in erba trastulla”: all’infinito (L. Briganti)

érpio, s.m.: “erpice” (M. Catastini), di cui si può dire che fosse una storpiatura. Si tratta di un termine usato un tempo in campagna, dove veniva detto: “Quando l’erpio picchia nei garetti, bisogna corre’ ” (I. Banti) cioè correre, perché, quando siamo a lavorare, bisogna farlo con sollecitudine

escì’, v.intr.: uscire e escire: è una voce antica essendo attestata fin nel Duecento (DEI), di cui è una variante toscana (De Mauro). Si pensi, per es., alla terza pers. del futuro semplice “escirà”: uscirà. La forma oggi più diffusa del v. è “uscire”, che si spiega per la “sovrapposizione” di “uscio”, mentre la forma antica si spiega sul piano etimologico derivando dal lat. “exire”, a sua volta da “ex” = fuori con “ire” = andare: DISC, che precisa che il tema è “esc-” se accentato, “usc-” se “atono”. Si pensi alla frase “Escì’ da’ gangheri”: “perdere la pazienza” o addirittura andar “fuori di sé” (DISC)

 

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ellera, s.f.: edera, secondo il DEI probabile contaminazione antica del lat. “hedera” e “helix, helicis”, a sua volta dal gr. “hélix, hélikos” = “spirale” (si pensi ad elica e a elicottero, oltre che al movimento caratteristico dall’edera), a sua volta da “helisso” = “faccio girare”, dalla radice indoeuropea ipotetica “WEL” (si pensi al lat. “volvere” con l’ampliamento –w- e al nostro “volgere”: Devoto. Si tratta peraltro di una forma popolare attestata fin dal ‘200 (DELI), ma usata anche da letterati famosi come il Poliziano e Montale (De Mauro e DISC). Infatti è una voce espressiva, come dimostra anche la geminazione della –l-, per quanto il DISC parli di passaggio della –d- di “edera” a –l-, con raddoppiamento consonantico in “sillaba postonica di parola sdrucciola”

‘elli, pron.: quelli, come quando vien detto “È uno di ‘elli”: è proprio un tumore mortale: in tal caso è un eufemismo per non rammentare tale terribile malattia. Invece in riferimento a persone, se viene detto “ È uno di elli!”, c’è l’allusione agli omosessuali o ai sodomiti, così come quando viene detto: “È dell’altra sponda”

èmolo, agg. e s.m.: “brontolone, senza requie” (M. Catastini), ma è una voce in disuso, da non confondere con l’agg. antico attestato in letteratura sin dal ‘500 che significa “èmulo”, cioè “imitatore”: DEI

entrante, part. pres. divenuto agg.: convincente, ma anche un po’ troppo petulante in quanto invadente

epoca, s.f.: tempo, anche in riferimento a tempi non lontani, come nell’espressione “A quell’epoca” col significato di “in quel tempo della mia vita”

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e, cong. usata nel nostro vernacolo, aggiunta inizialmente anche per introdurre un discorso o nelle risposte, come per es. nel modo di dire: “E ‘un mi viene, via!”: non mi viene, pazienza, sottintendendo la parola pronunciata prima nel corso della conversazione. Più che una forma di intercalare riempitivo come il “déh” livorn. (che peraltro esprime almeno per lo più meraviglia), si può considerare un “segnale discorsivo” (M. Fanfani). Ciò vale anche quando diciamo “E allora?”, cui è sottintesa la frase: cosa ci vuoi fare?

La stessa considerazione si può fare in riferimento a due frasi usate dalle nostre parti: “E l’ha’ detto fidati!” in riferimento a chi non si fida, come pure “E l’ha’ detto scansati!” in riferimento (M. Catastini) a chi fa le cose lentamente

 ecce oma, loc.: “Ecce homo”. Si tratta di una alterazione fucecchiese, pare, usata un tempo al posto della loc. latina sopra riferita, che propriamente significa “Ecco l’uomo!”: parole dette da Pilato, secondo il Vangelo di Giovanni, “presentando al popolo Cristo coronato di spine” (DISC)

effetto, s.m., con un significato particolare nella frase “M’ha fatto effetto!”: mi ha commosso e, senza la particella pronominale, ha funzionato

ela!, interiez., variante di “Ehi!”, usata per salutare qualcuno incontrandolo

‘elle, pron.: quelle, ma in riferimento alle prostitute, se viene detto “È una di ‘elle”: è una prostituta, appunto

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durà’, v.intr.: durare. Motto molto diffuso da noi: “Finché dura, fa verdura” per es. in riferimento a una macchina: finché questa “continua”  a funzionare, proseguiamo a farla funzionare, ma oltre a contenere questo messaggio contro il consumismo, il significato del motto può essere ben più generale.

durace, agg.: duràcina, specialmente in riferimento alla pèsca, “il cui nocciolo sta attaccato alla polpa”, com’è affermato nel Devoto-Oli in riferimento anche all’uva e alle ciliege. Per estensione scherzosa viene detto durace peraltro anche in riferimento a una persona dura di comprendonio, parola che deriva da “comprendere”, ma tramite l’ant. “comprendonio”: “capacità di comprendere, intelligenza” (DELI)

duralla!, esclam., più che esortativa, ironica in parte formata da una voce del v. durare, sottintendendo la vita: espressione che spiego più che dicendo “Speriamo che duri così” (M.Catastini) con l’espressione appunto ironica anche di un comico fiorentino (“Gano, ‘i dduro di San Frediano) “Ma durerà?”: sarebbe troppo una pacchia: voce, quest’ultima, d’origine onomatopeica, secondo il De Mauro.Si pensi alla frase: “Duralla! disse ‘ello!” si può spiegare alla lettera in questo modo: continuerà la vita bella così? disse quello, e in livornese “Disse ‘uello” con la doppia –l- pronunciata in modo particolare

duro, agg. Espressione: “Duro di menta”: bastoncino di zucchero aromatizzato “con menta ed altri coloranti artificiali”, ma per estensione viene detto come nel “vernacolo pisano” in riferimento a chi è molto duro “di cervello”. In questo caso da noi viene detto anche “ È duro come le pine verdi!” Infatti queste sono molto dure, essendo lontane dalla maturazione

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dovére, s.m. espressione particolare: “Farsi il dovere”: ritenere doveroso

drento, prep. e avv.: dentro, per metatesi, ma ormai è entrata in disuso o è confinata in alcuni angoli ristretti del contado e se ne comprende il motivo anche sul piano fonetico: non suona forse male l’incontro iniziale della d- con la –r-? Comunque tale voce è ancora segnalata in due opere sui vernacoli pisano e livornese

drèto, avv., ma prep., per es. se si trova prima di “ ‘asa” (casa): dietro, di cui è forma rustica, ma anche antica, fra l’altro, “dell’uso toscano” (DEI), peraltro in netto declino. Nel ‘400 è attestato a Fucecchio anche la forma metatetica “drieto”, che deriva dalla loc. dal lat. tardo “de retro”e in “dietro” si è verificata la “dissimilazione del primo – r –” secondo il De Mauro. Quanto all’avv., agg., prep. e anche s.m. “didietro” (DEI), corrisponde al veneto e friulano “dedrìo”

du’: due, agg. numerale, ma s. nel caso della frase (dove due nel parlato viene talora abbreviato in “du’ ” e anche di più quando diciamo “A du’ passi” per dire molto vicino) “contà’ quanto il du’ di briscola”: essere una persona “senza potere”, essendo, nel gioco a carte della briscola il due la carta del segno della briscola che conta di meno. La forma apocopata “du’ ” spiega quella forma tosc. “dugento” al posto di duecento (si pensi al fiorentino salone fiorentino de’ Dugento) in cui si è verificata la “lenizione consonantica” (DISC) da –c- a -g- come in “luogo” dal lat. “locu(m)”, ma possiamo parlare anche di sonorizzazione dal lat. “ducenti” (D’Achille)

duino, s.m.: in tosc. “moneta di due centesimi” (DEI), ma nel caso dell’espressione “ ‘Un contà neanco un duino!”: non valere niente, e quando si dice: “ ‘Un ho più un duino!”: non ho più un quattrino, cioè non ho più denaro. Si tratta di una moneta non più in circolazione da un bel po’ di tempo, ma il termine continua a circolare probabilmente perché è simpatico nel suono con quel dim. che troviamo anche in “quattrino”

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dóppo, prep. o avv.: dópo. Forma toscana, proprio anche del pis., del livorn., del pist., del lucch. e del montalcinese, in cui il raddoppiamento di –p- si spiega per analogia di “appo” trattandosi di una forma  antica, dal momento che risale al Trecento (DEI), ma oggi si riscontra solo nel contado o, per scherzo, anche altrove. Da notare che si trova pure nel romanesco di Trilussa, insomma anche nella letteratura popolare

dórco, agg.: dolce (ma alla lettera “dolco”: M. P. Bini), in riferimento al clima, ma si tratta di un agg. ormai venuto meno nel medio valdarno, a differenza di “dorce” alla pisana, oltre che alla livornese

dorcura, s.f.: temperatura mite, termine derivato da un agg. (“dolce”) con un trattamento alla pis. (la –r- al posto di –l-) + suff. “ura”, che “conferisce valore collettivo” e in origine “suff. formante astratti” (DISC), ma in pis. veniva detta “dorciura”

dormitore, s.m.: dormiglione, parola che ha sostituito “dormitore”, attestato nel Duecento (DEI), ma venuta meno appunto, a parte nel vernacolo nell’ambito familiare e nell’uso scherzoso: considerazione che vale ancora di più per il termine “dormitora” non attestato neppure in letteratura

doventà’, v. copulativo tosc.: diventare, rispetto al quale “doventare” (che esisteva già nel Quattrocento: DEI) è una variante toscana “con labializzazione della voc. protonica davanti alla fricativa sonora labiodentale /v/”(DISC)

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dòmo, s.m.: cupola e tale termine, usato anche dal Carducci e da D’Annunzio, non è da confondersi con “duomo”. Infatti deriva dal franc. “dôme” [duomo invece dal lat. mediev. “domu(m episcopi)” = “casa del vescovo”: chiesa con la cattedra del vescovo e quindi “cattedrale”, a sua volta dal provenzale “doma” = “casa” (significato anche del gr. “dôma” a cui risale) attraverso il bizantino in cui “designava un tetto convesso” (DEI). Tenendo presente il primo significato espresso si spiega l’espressione volgare, diffusa nel nostro vernacolo, “Va’ in domo!” per non dire in altro modo ancora più volgare che “Vai in cupola!”

dònche, cong.: dunque, ma il termine (in cui si può sentire l’influsso del francese “donc”, derivato a sua volta dal lat. tardo “dunc” e questo da “dum” = “ancora”, desumo dal DELI) non mi risulta che sia più usato, mentre lo è stato, sia pur raramente, fino al secondo dopoguerra compreso specialmente da parte di persone analfabete

dóndola, s.f.: dònnola (storpiatura nel linguaggio di certi cacciatori, penso) per l’andatura ondeggiante di questo mustelide, il cui aspetto elegante gli ha valso il nome che significa “signorina”: lat. tardo “domnula(m)”, diminutivo del popolare “domna”= “signora” (DISC)

donzello, s.m. tosc.: “usciere comunale” a Firenze, ma anche a Fucecchio, dove il termine è stato diffuso almeno fino a pochi anni fa. Esso deriva dal provenzale ant. “donzel” e questo dal lat. parlato ipotetico “domicellu” (dim. del classico “dominus” = “signore”), da cui deriva anche “damigello”: nella “società medioevale e rinascimentale, giovane nobile o paggio di corte”; poi donzello è passato a indicare “domestico di un signore” (DISC) e dal ‘600 “usciere” comunale, documentato peraltro già nel ‘200 (DEI). La sincope della -i- di “domicello” ha certo favorito la formazione di tale parola

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dispari, agg., ma è da considerarsi invece s.inv. significando numero dispari, come si deduce dal DISC, nel caso del proverbio “Si lavora bene in dispari, ma in tre siamo troppi”: è considerato ottimale il lavoro (a maggior ragione lo studio, direi) individuale

ditoni, s.m. pl., col suff. accrescitivo, detto così per la forma: cannelloni, tipo particolare di pasta alimentare

do’, avv.: dove, di cui è una forma apocopata ovvero abbreviata nella parte finale (alle abbreviazioni tende molto il popolo fucecchiese, come dimostrano in particolare tanti infiniti dei verbi e anche questo penso che dipenda da un motivo di praticità, ma sembra contrastare con l’abbreviazione l’intensificazione (peraltro espressiva) data dall’uso ancora non cessato della prep. “in” espressiva  come “in dov’è?”: dov’è? e “ma in do’ vai?”: ma dove vai?, espressione detta talora con un certo scetticismo, manifestato con una mimica eloquente con le dita della mano

domandà’, v.tr.: domandare. Modo di dire: “Mi domando e dico”: mi chiedo con stupore. Da questi due verbi tr. è formata questa espressione con cui si fa un’osservazione chiedendo implicitamente il “consenso” dell’interlocutore su un fatto piuttosto clamoroso o evidente che viene commentato

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dirindillo, s.m.: campanello col tirante e una specie di filo metallico, ma la voce, d’origine livornese e onomatopeica, mi rusulta scomparsa non solo da Fucecchio, bensì anche da Livorno. L’influenza nel livornese sul fucecchiese meno antico si può in parte spiegare per la presenza di diversi livornesi sfollati a Fucecchio durante l’ultima guerra, ma ha radici storiche più fondate, come il collegamento dello stesso dialetto col pisano, cui ho fatto cenno nell’introduzione, ma da chiarire in modo ben più esaustivo

diritto, agg.: prediletto nella frase: “ È il su’ occhio diritto”, specialmente in riferimento a un figlio: è il suo figliolo prediletto

discorre’, v. intr.: discorrere, parlare, ma non ragionando, per es., nella frase: “Ma che fai per discorre’?”: ma che lo dici solo per parlare (a vanvera)? Fino a qualche tempo fa poteva significare anche fare la corte ad una persona per i primi approcci amorosi, frequentarsi, intrattenersi prima del fidanzamento ufficiale, ma in questo senso tale accezione “è caduta in disuso” (M.P.Bini)

discorso, s.m. Frase: “È un bèr discorso!” (“ber” significa chiaramente “bel” alla pisana) detto ironicamente per esprimere che non consideriamo affatto valido ciò che ha detto l’interlocutore

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dimórto, avv.: di molto (toscano), ma è considerato giustamente agg. o pron. dal DISC quando è variabile, come se diciamo: “Ha dimorti amici” oppure “Dimorti partiranno”, cioè molti. Invece è avv. quando significa solo molto, di cui ritengo che sia un rafforzativo grazie alla preposizione che lo precede e che, se viene scritta in modo staccato, fa considerare “di molto” una loc. avv.

dinanzà’, v. intr.: mettersi davanti a un branco d’animali per farli retrocedere, ma in questo senso è una voce non più usata, mentre può darsi che lo sia in qualche località, ma comunque raramente, “dinanzare”, v. tr. risalente all’ ‘800 col significato di “oltrepassare chi sta dinanzi”. Tuttavia – a mio parere – si tratta di un verbo veramente brutto, anche se è spiegabile per analogia con “divanzare” più che con “fidanzare”, derivato dal lat. mediev. “fidantiare” = “rendere sicuro” (DEI)

dindi, s.m. pl.: soldi, denaro; voce onomatopeica del linguaggio infantile (DISC), come rivela anche la ripetizione del gruppo di- che esprime bene con la –n- centrale il suono delle monete. Nota comunque il DEI che questa voce toscana, usata anche da Dante, si trova pure al sing. “dindo”, come nel romanesco in cui significa “baiocco” ed ancora più onomatopeico è senza dubbio il piemontese “dindìn” = “quattrino”

dindole, s.f.pl.: coccole, ma si tratta di un vecchio termine fucecchiese quasi completamente caduto in disuso

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diluvià’, v. intr.: diluviare, piovere con violenza, mentre a Empoli, Siena, Grosseto e nell’amiatino usano dire “Piove a ritrecine” in riferimento a una “pioggia torrenziale” (DEI) ed è da notare che spesso a Fucecchio tale voce alla terza pers. sing. del presente indicativo o come per introdurre il discorso, è preceduta dalla congiunzione “e”: “E diluvia!”

digrumà, v. tr.: digrumare (voce toscana), che nella zona nostra significa anche “mangiare con una certa rapidità e avidità” (M. Catastini)

dilungassi, v. rifl.: dilungarsi, “sgranchirsi braccia e gambe” (M. Catastini)

dimenassi, v. rifl.: dimenarsi, verbo che troviamo nel proverbio “Chi va a letto senza cena, tutta la notte si dimena”: chi va a dormire senza cenare, s’agita l’intera notte, ma c’è anche il proverbio contrario: “Chi va a letto a pancia piena, tutta la notte si dimena” (C. Lapucci)

dimenatura: modo di camminare “a donna”, cioè scuotendo il deretano “da una parte all’altra” (M.P. Bini), ma il termine è certamente in declino 

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dieci, s.inv. Frase: “C’ha preso dieci e lode!” in senso ironico: ha fatto una figuruccia, cioè una brutta figura

diecione, s.m.: poteva indicare un tempo una “moneta da dieci centesimi” almeno da noi (M.Catastini), ma in seguito una banconota da dieci mila lire o comunque una valuta tutt’altro che trascurabile (quando la lina aveva un certo valore) o un bellissimo voto a scuola specialmente nella frase: “M’ ha dato un bel diecione!”

diferente, agg.: differente, almeno in zone confinanti con la Lucchesia, dov’è presente la tendenza a scempiare certe consonanti

digià, avv.: già, di cui è una variante (De Mauro), ma da noi può avere un senso confermativo, come dire che non c’è da meravigliarsi di certi discorsi o comportamenti, date particolari condizioni o situazioni, oltre ad avere il significato di “dal momento (che)”, per es., nella frase “di già che viene l’acqua a catinelle…”, cioè dal momento che viene una “pioggia scrosciante” (DISC), “resta in casa”

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diaccio, s.m., oltre che aggettivo: “ghiaccio”: considerato un “idiotismo toscano” dal DEI secondo il quale è attestato in letteratura dal ‘500, ma ormai è piuttosto in disuso. Si tenga presente che l’espressione “all’addiaccio” non deriva da “diaccio”, bensì dal lat. “ad” = “presso” + “iacere” = “giacere” e significa “all’aperto”

diacé’, v.intr.: giacere, come la variante “ghiacé’ ” (così come nel pisano), ma specialmente in campagna e fino a qualche tempo fa. Quanto a “diacere”, si tratta di un “idiotismo” toscano, “comune nel pistoiese del XXVII sec.”, mentre “ghiacere” è un “fiorentinismo” risalente al Cinquecento (DEI)

di atti (a Empoli “di catti”), loc. avv. Frase: “ Avere di atti” : “avere un debito nei confronti di una persona e cioè dipendere  da questa. Pare che derivi dal latino “de capto” “(appena, quasi)” per grazia (L. Bazzini) : essere costretto a contentarsi  della cortesia di una persona che non sarebbe  tenuta a dimostrarla.  Infatti deriva da  “avere per  accatto, cioè per elemosina aver bisogno di una persona a cui erano state fatte angherie, (P. Giacchi) e troviamo nel Battaglia che “aver di atti”  o “dicatto” significa “esser contento, ritenersi fortunato”, di poter avere un “favore, servizio, prestazione”. Secondo R. Cantagalli l’espressione “avere un dicatti”  significa “è di grazia se si è avuto tanto” e può derivare da “avere per accatto, cioè per elemosina, per grazia: ipotesi che mi sembra la più accettabile

dibernovo, loc. avv.: di nuovo, anche se propriamente sarebbe di bel nuovo, ma è da qualche tempo piuttosto in disuso ed ancora di più la loc. avv. ulteriormente rafforzata “ridibernovo”: ancor più nuovamente, indubbiamente enfatica, anche se piuttosto espressiva

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dè una semplice!, interiezione al posto dell’esclamazione troppo volgare empolese “Dè una sega!” rispetto alla quale costituisce perciò un eufemismo. Si tratta comunque di un’ esclamazione che denota meraviglia, come “È incredibile!”

dì’, v.tr.: dire. Indicativo presente (specialmente un tempo) 1^ pers. sing.“dio” (anche in pisano): dico; 2^ pers. sing. “dii”: dici; 3^ pers. pl.“diano” (specialmente nell’espressione “Che diano?”): dicono. Fut. sempl. (probabilmente per influsso pisano): “dirrò”, “dirrai”, “dirrà” e al cond. pres.: “dirrei, dirresti, dirrebbe” anziché con una semplice –r-.

Modi di dire: “Dice pòo”: sa di poco, in riferimento a una persona che non è espressiva, oppure a un alimento che non ha un sapore veramente gradevole.

“L’a dì’ te!”: lo hai a dire tu!

“M’ha’ dì’ te”: mi devi dire.

“Te l’ho a dì’?”: te lo devo proprio dire?

Espressione piuttosto strana è questa, sentita dire a Fucecchio: “Chi me l’avrebbe issuto a dì’?”: chi me l’avrebbe mai detto? in riferimento a una cosa spiacevole e perciò da non augurare a nessuno.

Inoltre come per attaccare discorso, insomma come “segnale discorsivo” anche in riferimento al presente, viene detto talora: “Dicevo io…” così come viene detto “O per esempio” (e prima ancora “O presempio”, con metatesi).

Un’altra tipica espressione usata nella nostra zona è “Dioirvero!”: dico il vero, ma come un “segnale discorsivo” per dire “già! mi dimenticavo di dirti che…”, “a proposito di quello che dicevamo”, derivando da “dico il vero” cioè la verità.

Altra frase da noi diffusa: “Ora vengo a dittelo”: sto per venire a dirtelo

, s.m., con un significato particolare nell’espressione ironica, direi, oltre che scherzosa: “È un dì!”: è tanto tempo!

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descolina, agg.: “macilenta e debole” (M. Catastini), ma è una voce del tutto scomparsa dall’uso, a mio parere

desèrre, s.m., storpiatura del fr. “dessert”, con un significato particolare come nella frase: “È un dessèrre!”: è un piacere! anziché “Portata con cui si conclude un pasto (frutta, dolce o gelato)”  come significa il termine francese, derivato da “desservir” = “sparecchiare” (DISC)

desinà’, s.m.: desinare (tosc.), cioè “pasto di mezzogiorno”: DISC, secondo cui deriva dal v. “desinare”, a sua volta dal fr. ant. “disner” e questo dal lat. parlato ipotetico “diseiunare”, propriamente “uscire dal digiuno”
desìo, s.m.: desiderio, in letteratura attestato già prima del 1200 in Giacomo da Lentini (DELI), ma in vernacolo può significare l’opposto e perciò avere un’accezione ironica nell’espressione “È un desio di nulla, guà!”, come quando viene detto ironicamente “Ber sugo!”: bella soddisfazione!

detta, part. pass.f. del v. “dire”, che finisce per avere funzione di sostantivo o di aggettivo sostantivato sottintendendo “cosa”, con un significao particolare nell’espressione “Dalla detta alla fatta”: immediatamente, significato dell’espressione latina “ipso facto” (in fucecchiese “isto fatto”) che invece sul piano giuridico vuol dire “automaticamente”. Si tratta di due sostantivi che derivano dai plurali neutri latini, nella pronuncia vernacolare. Si tratta di due sostantivi che derivano dai plurali neutri latini “dicta” = “cose dette” e “facta” = “cose fatte”, come possiamo dedurre in parte dal De Mauro. Comunque col significato di “subito” si può sentir dire anche, dalle nostre parti in modo più sintetico rispetto all’espressione sopra indicata, “Detto fatto” (M. Catastini)

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deccazzo!, escl. triv. con le varianti meno volgari e perciò eufemistiche “deccaro!” e “dercaro!”, ma c’è anche la variante ancora più triviale “dercazzaccio!”: perdinci! ovvero “bada lì!” (I. Chiari). Toscanamente può equivalere a dire: “Hai detto una bischerata!” e in italiano: “Non è vero” oppure “Non credo a codesto” (pronome “vivo nell’ambito linguistico toscano”: DISC)

dèccoti, avv.: èccoti, col pron. personale enclitico, ma è più “tosc. settentr.” (DEI) e tale forma prostetica, cioè con l’aggiunta iniziale della d – , è talora usata piuttosto scherzosamente nel corso della conversazione con le altre enclitiche –mi, -ci, -vi, -lo e –la, probabilmente giungendo saltuariamente  a noi per influsso pisano. Infatti nel vernacolo pisano tale prostesi mi risulta più viva, tenendo presente B. Gianetti. Comunque a proposito di “dècco” al posto di “ècco”, P. Fanfani affermava verso il 1863 che era un “idiotismo comune al contado di quasi tutta Toscana”, come “dèccomi” per “éccomi”; per analogia penso che ciò si possa dire anche per “déccoti”

defetto, s.m.: difetto: era un termine antico, ma anche una parola dotta, derivando dal lat. “defectu(m)” (DISC): “mancanza” e veniva detto in pisano e in livornese, ma anche in altre zone del medio valdarno

denti, s.m.pl., nell’espressione spesso accompagnata da un cenno con l’indice proprio verso tali “formazioni ossee” (la mimica è molto importante anche per la linguistica!): “Nei denti!”: neanche per sogno! in risposta ad un favore chiesto o comunque ad una richiesta. Equivale insomma a rispondere: Niente affatto! quasi si volesse contrapporre al cuore, ritenuto sede dei sentimenti, una parte del corpo da non considerare certamente come quello, bensì molto inferiore ad esso

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damo, s.m. tosc.: “fidanzato” (De Mauro), corrispondente m. di “dama”, derivata dal francese “dame” e questa dal lat. “domina(m)” = “padrona” tramite la forma sincopata del lat. popolare “domna(m)” (DISC), donde è facile capire che deriva “donna” per assimilazione della –m- alla lettera successiva. Tale voce toscana è attestata con tale significato già in Andrea da Barberino prima del 1431 (DELI). Tuttavia è ormai in declino, a parte l’uso che ne può essere fatto scherzosamente

da lì essue, loc.prep.: da lì e su, con l’epitesi dopo il raddoppiamento della consonante nella parlata soprattutto contadina

dante, s.m.: più che “maggiolino” (accezione riportata da M. Catastini), grosso insetto come la cetonia dorata, chiamata in tal modo forse per le sue grosse dimensioni come insetto (in un campo ben diverso, come quello letterario, nessuno può negare la grandezza poetica di Dante Alighieri), ma si tratta di un termine non più usato, mi risulta, almeno dalle nostre parti, dopo pochi anni di distanza dalla seconda guerra mondiale, nonostante che questo bell’insetto sia diffuso nelle nostre campagne anche nei nostri tempi

debà, s.m.: dibattimento; voce passata nell’Ottocento dal fr. “débat” (derivato nel ‘200 da “débattre” = “dibattere”) in pisano e quindi passato al fucecchiese, dove peraltro questo francesismo è giustamente in disuso già da tempo e sta scomparendo anche nelle altre poche zone in cui era usato: M.P. Bini, riferendo l’opinione di un intervistato a Fucecchio, secondo il quale esso era meno “compli‘ato” del processo anche perché era fatto in “pretura”, ma da noi in modo ancor più popolare o volgare “complicato” viene detto “compriato” con un dileguo completo della –c- intervocalica, oltre che col rotacismo alla pisana “culu(m)”, ma noi possiamo dire “coda” + “erige”, imperativo di “erigere” = “ergere” per il fatto che tiene il “posteriore ritto”

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cutrione, s.m.: codrione, ma da noi cutrione indica una parte ancora più in basso: il deretano del pollo. Infatti il corrispondente del codrione, definito giustamente dal DEI “l’estremità della schiena (…) degli uccelli” è in cortonese “cudirone”, che significa proprio “deretano”: stesso dizionario, che fa derivare codrione (cutrione ne è chiaramente una var. vernacolare) dall’incontro del latino “coda” con “posterio”, posterioris” (ma preferisco pensare all’accusativo posteriore(m)) perché perlopiù i nomi italiani derivano dall’accusativo latino

cuuglio, s.m. in declino: cuculo (“Cuculus canorus”), chiaramente onomatopeico (C.Romanelli), che comincia a fare il suo caratteristico verso ad aprile, quando inizia a fiorire quel “fior cuculo” che appunto da esso ha preso il nome: “Lychnis flos-cuculi”: specie di “garofanino selvatico” che, a causa dei “cinque petali” presentati, in lucchese e pisoiese è chiamato “manina di Gesù” (DEI

da, prep. sempl. usata anche nelle espressioni “Da oggi a otto”, più raramente “Da oggi a quindici” e ancora più insolitamente “Da oggi a ventuno”, cioè, comprendendo il giorno stesso in cui queste espressioni sono e, nell’ultimo caso, venivano dette: “Fra una settimana, due settimane o venti giorni” 

dà’, v.tr.: dare, con un significato particolare, per es., nella frase: “Te lo do io!”: te la faccio pagare io. Si tenga presente anche la frase: “Che sugo c’è a dà’ i biscotti a’ maiali?”: che soddisfazione c’è a dare i biscotti ai maiali e cioè a fare uno spreco inutile? È inoltre da notare il raddoppiamento della –v- nella frase, per es.: “Perché davvela vinta?”: perché darvela vinta? in riferimento alla partita

daddoli, s.m.pl. tosc.: “moine, smorfiette.”: DEI, secondo cui è una voce del “linguaggio infantile”, ma, come altre, è usata anche da adulti. Comunque si tratta di una voce espressiva, come si desume anche dall’abbondanza delle –d- in essa presenti

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curtella, s.f.: coltello al femminile, ma “indica una misura più grande” per “partire”, cioè per dividere il pane

curtello, s.m.: coltello probabilmente da una forma già dissimilata nel latino tardo “curtellus” ipotizzato dal DEI

custodì’, v.tr.: custodire, in toscano “mantenere”, come nel proverbio: “Chi custodisce la salute, custodisce un gran tesoro”. Da noi abbastanza diffusa anche la var. pop. “costudire”, che penso si possa considerare una metatesi rispetto al verbo considerato dal De Mauro “fondamentale”

cutenna, s.f.: cotenna, ma la voce usata ancora da noi, è più vicina all’etimo, provenendo tale parola dal lat. ipot. “cutinna”, a sua volta da “cutis” = “pelle”, oltre che “cute”: etimo giustamente accennato dal     DEI

cutèra, s.f.: “scutèrzola” o “cutèrzola”, “formica alata” o “formica rossa che punge” (DEI), aggressiva appunto. Corrisponde alla “cudera” in castagnetano (Bezzini) ed è una voce anche pisana, ma da noi acquista o acquistava un significato metaforico nella frase “Sei una cutèra”: sei un’ intrigante oppure una donna litigiosa. È interessante l’etimo riportato dal DEI: dal lat. “culu(m)”, ma noi possiamo dire “coda” + “erige”, imperativo di “erigere” = “ergere” per il fatto che tiene il “posteriore ritto”

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culo fradicio, s.m. con l’aggiunta di un agg. in questo caso volg. indicando tale espressione un sodomita per un motivo di facile comprensione

culònia, s.m. coniato recentemente in un ristretto ambito giovanile per indicare un posto lontano, così come il più raro “monculi”, entrambi volgari, come si può facilmente arguire da una parola in entrambi presente, così come (con lo stesso significato, ma più rara della prima) “culismània” (luogo remoto, difficilmente raggiungibile: iperbole comunque), ma son vocaboli ristretti a pochi giovani studenti universitari

cuore, s.m. con un significato particolare quando vien detto “Se l’è presa proprio a cuore!”: si adopera davvero con tutte le sue forze a favore di tale persona!

cupola, s.f.: “costruzione fatta a volta” (DEI): forse anche per tale aspetto, ma più probabilmente – viene fatto di pensare – per il fatto che comincia con la stessa sillaba, quando viene detto volrgamente “Vai in cupola!” si vuol dire in modo ancor più volgare e perciò triviale “Vai in culo!” (espressione rispetto alla quale la nostra è perciò un eufemismo), peggiore che dire “Va’ via!” anche per il tono particolarmente adirato con cui tale espressione viene di solito detta. È da tener presente che l’uso di tale eufemismo (e andare in cupola o, peggio, in “culo” a una persona significa anche fregarsene, ingannarla) è attestato anche a Firenze nell’Ottocento secondo P. Fanfani

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culaia, s.f., usato nella diffusa espressione piuttosto volgare (anche se simpatica) derivando da “culo”, “Fa culaia”: il tempo cambia in peggio: si tratta di un modo di dire toscano (ne parlava anche P.Fanfani), che si spiega, secondo L. Bezzini, per il fatto che i nuvoloni che preannunciano la pioggia possono far venire in mente per la loro forma grosse natiche o, come dice lui “enormi glutei”

culaiòlo, s.m.volg.: fortunato, dall’accezione volg. di “culo” come fortuna

culatta, s.f.: “parte posteriore” del barchino del Padule di Fucecchio

culizione, s.f.. colazione, ma, per quanto sia stato registrato da M. Catastini, non l’ho mai sentito dire: anche per questo penso che sia un vocabolo scomparso

culo, s.m. volg. Modi di dire: “Avé’ ar culo”: avere al culo, cioè dispiacere, come nella frase “L’ho ar culo”: mi dispiace. “Essere culo e camicia”: essere molto simili, uniti, data la vicinanza dell’uno all’altra. “Rizzare ir culo”: “fare il permaloso” (R. Cardellicchio). Mentre “Avé’ culo” significa aver fortuna, nel secondo dopoguerra fra ragazzini veniva usata senza malizia l’espressione “Dammi culo”: per poter superare un ostacolo alto un ragazzo si appoggiava alzandosi sul sedere di un altro. Certi cibi posso portare alla stitichezza ed ecco allora il detto: “La gola impicca ir culo”, mentre un noto personaggio fucecchiese soleva dire: “Finché la bocca prende e il culo rende, vo in culo alle medicine e a chi le vende”: finché il corpo funziona regolarmente, non ho bisogno di medicine e perciò neanche di ricorrere al farmacista. Una caratteristica del culo ha suggerito una battuta simpatica, per quanto volgare, di fronte ad una grande oscurità: “C’è buio come in culo!”. Altre frasi volgari, ma queste diffuse ben oltre l’ambito meramente locale, sono: “Quello lì mi sta sur culo!”: costui mi sta sulle scatole, cioè mi dà molto fastidio, per costui provo una profonda avversione, nonché “Ha più culo che anima”: ha più fortuna che altro, anzi: ha una fortuna davvero sfacciata! Addirittura triviale è la frase, che secondo M. Masani veniva dedetta dai fucecchiesi in riferimento ad una cosa o a una insopportabile: “Se l’avessi in culo, lo scaricherei in Arno!”: se l’avessi nel sedere, lo scaricherei nell’Arno per farlo affogare. Più propria del pis. e del livorn. è l’espressione molto volgare: “Ma ti levi di ‘ulo?”: ma ti levi di torno?

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cucciòlla, s.f.: “Gonfiore della pelle” anche per una puntura d’insetto, col raddoppiamento della –l-  più espressivo del castagnetano “cucciòla” riportato da L. Bezzini, secondo il quale tale gonfiore  può dipendere anche da “un’allergia o dermatite”. Si tratta però di un termine che dalle nostre parti pare che non si senta dire almeno dal nuovo millennio

cucco, s.m.: “cuculo”, ma anche “babbeo”, voce d’origine onomatopeica (De Mauro). Si pensi al proverbio “Chi mangia tutto, la sera canta cucco”: chi non dimostra nessun senso del risparmio, poi canta come fa il cuculo, cioè si trova senza nulla in mano, “fischia” per la miseria in cui finisce per trovarsi. Da noi esisteva tale proverbio, probabilmente una variante di quello che è riportato dal Lapucci: “Chi la sera mangia tutto la mattina canta cucco”, dal momento che -commenta la stesso studioso- si dice che il cuculo canti: “cucù… non ce n’è più”

cucì, v.tr.: cucire e quando viene detto, come a Massarella, “il vestito a una persona” vuol dire parlarne male

cuffia, s.f. che può essere detto per non dire volgarmente “culo” (e questo si spiega per le due lettere iniziali come per “cupola”) nella frase “Va’ in cuffia!”, appunto, per non dire “Va’ in culo!”. È usato comunque, questo eufemismo, per lo più nell’ambito del linguaggio familiare

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crocchente, agg.: ancora più intenso di croccante, con quella assimilazione alla –e seguente, chiaramente espressivo in riferimento ad un cibo, ma un dolce caratteristico di tante fiere paesane anche da noi è il croccante, fatto molto (e ancora di più brigidini) nella vicina Lamporecchio

crocione, s.m. accresc. di “croce” (DISC), pur cambiando genere, usato nella frase: “È meglio facci il crocione”, cioè promettere “solennemente di non fare un’altra volta una determinata cosa o di non ripetere lo stesso errore” (R. Cantagalli): solennemente, appunto, come facendoci il segno della croce (addirittura ricorrendo all’accrescitivo) sopra. Comunque “farci il crocione” significa anche non andarci più in un posto per una delusione subìta

crostino, s.m.: individuo difficile a trattarsi. Infatti la crosta (di cui tale termine è chiaramente un diminutivo almeno originariamente) è lo “strato esterno indurito di un corpo” (DEI). Talora può essere detto con la g- iniziale come nella frase: “Se’ proprio un ber grostino!”: sei davvero troppo stucco! con quel significato di “testardo”  che può avere anche nel vernacolo pisano (B. Gianetti)

cruccia, s.f.: gruccia, di cui è una lieve storpiatura del resto venuta meno

cuccà’, v.tr.: cuccare nel senso di prendere, sorprendere (anche nel linguaggio studentesco) anche a fare e dire una cosa non onorevole, come pure una fesseria. Si pensi, per es., alla frase: “Ti c’ho cuccato, eh?”: ti ci ho (sor)preso a far questo o a dire questa fesseria, eh? Significa insomma “prendere in castagna”, cioè cogliere in errore (DISC) una persona oppure sorprendere una persona a fare una cosa in cui non avrebbe voluto essere colta

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crede’: credere, usato come v. intr.  nell’espressione ironica “Ci crederò!”, nel senso di non credere in una certa cosa. Talvolta si può sentir dire anche nel nostro territorio, ma per influenza livornese: “Ci redo!”: ci credo, con dileguo per aferesi della c- iniziale

cresta, s.f.: traccia ovvero rèsta d’agli (termine usato a Massarella)

crettomane, s.m.: cleptoname, usato nel senso di ladro vero e priprio, ma non in modo esatto essendo – pare- in psicologia psichiatrica la cleptomania una “tendenza morbosa ed irrefrenabile a rubare” (De Mauro), ma la deformazione, linguisticamente ben spiegabile per motivi che abbiamo già trovato, è senza dubbio in declino

crino, s.m.: “cesto rettangolare realizzato con le schiappe di castagno” (M. Catastini), ma anche “grossa cesta di vimini per trasportare o tenere i galletti” secondo il DEI, che lo definisce voce della Toscana meridionale e dell’Italia centrale, ma pare che un tempo venisse usata anche nel nostro contado almeno nella prima accezione

crisso, agg.: “fisso, vitreo” (M. Catastini), ma è una voce scomparsa del tutto, a mio parere

Cristo, appellativo di Gesù, ma al pl. acquista un significato molto diverso, per esempio, nel modo di dire anche pisano, ovviamente tutt’altro che elegante, “ ’un c’è Cristi”: “non ci sono Cristi”, così come “Non c’è santi che tengano” (dove si nota, come altrove in vernacolo, l’uso improprio del sing. al posto del pl. nel verbo “essere”): “non c’è niente da fare”

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cottrone, s.m.: “coltrone” (M. Catastini), con un raddoppiamento – credo – per assimilazione caduto giustamente in disuso, per quanto raro anche prima

covate, s.f. pl.: sterco molteplice bovino “padellato a terra (mecce)” (M. Catastini), ma il termine è caduto in disuso e viene a mente a questo proposito la “fatta”, oggetto di litigio in una novella un tempo nota di Renato Fucini

crai (a), loc. anche pis.: “a credito” (anche a Firenze), ma alla lettera “a domani”, essendo il pagamento rimandato a un indomani generico. Infatti “crai” deriva  dal lat. “cras” = “domani” (M.Cortelazzo – C.Marcato), “col passaggio regolare di -as in –ai” (Devoto), essendosi generalizzata la caduta di questa consonante durante il Medioevo (DELI) e per vocalizzazione della –s finale (D’Achille)

craziòla (a): loc. avv. che aveva un significato particolare, come nella frase in disuso “Fermassi a craziòla”: “fermarsi a chiacchierare trascurando il lavoro” (M. Catastini), come pare che potesse avvenire anche durante il Medioevo a Fucecchio, se si pensa a una disposizione dello Statuto di quel  Comune risalente al 1307/8 (III, 69, pag. 104)

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cosa o coso, s.f. e m., rispettivamente usati quando non si ricorda bene la persona o l’oggetto di cui si parla o non si vuol nominare per la fretta, il disprezzo o più in generale per una momentanea amnesia, ricorrendo perciò a questi due termini molto generici, ma ad essi si ricorre (e in questi casi si tratta di una voce tipicamente toscana) anche quando non se ne “voglia dire il nome” (DELI). E’ da notare che “coso” è usato anche ne pistoiese ed è attestato in letteratura fin dai primi anni del Seicento (DEI)

cosà’, v.tr. e intr.: cosare, che ha un senso molto indeterminato in toscano, in generale “usato per sostituire il verbo proprio dell’azione che s’intende denotare” (DEI) e che magari non viene in mente lì per lì; in particolare in fucecchiese può significare talora dare noia, molestare. Chiaramente non si tratta invece di un verbo quando viene detto, per es.: “Le cose cambiarono da così a cosà”: la situazione mutò completamente. Invece è verbo quando significa “girare” come nella frase “mi cosi la farinata” (M. Catastini): mi giri la farinata: “minestra” attestata prima del 1300 (DELI)

coscènza (talora erroneamente anche nello scritto), s.f.: coscienza, derivando dal lat. “conscire” = “essere consapevole” (DISC), ma nella pronunzia vernacolare la – i -, imposta dalla derivazione latina (a differenza di “conoscenza”, dal lat. “cognoscere” = “conoscere”), non s’avverte, a differenza, per es., di ciò che avviene nella pronunzia meridionale

còtto, s.m.: portata di “mezzo chilo di fagioli”, per es., ordinata a un rivenditore. È invece un agg. sostantivato, sottintendendo “cose” o “parole” nel modo di dire: “Dirne di cotte e di crude d’una persona”: dirne di tutti i colori, cioè parlar molto male di una persona

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coróllo, s.m.: “ciambella, dolce casalingo fatto con farina, uova e zucchero”: DEI secondo cui è una voce toscana (in particolare pist. e pis.). A Fucecchio c’era chi mangiava il corollo il Sabato Santo, essendo usanza festeggiare allora, prima del Concilio Vaticano II, la Resurrezione di Cristo, verso mezzogiorno, anziché la notte di Pasqua. Secondo M. Catastini tale ciambella, di cui mi risulta sparito anche il nome, veniva “fatta con i resti di pasta della schiacciata pasquale”: dolce che a Fucecchio risale all’Ottocento

córpa, s.f.: colpa, come nel motto molto diffuso anche nella “costa tirrenica”, dove però viene aggiunto “perché nissuni la voleva”, secondo R. Cantagalli: “La corpa morì fanciulla”: la colpa morì molto presto perché nessuno la voleva

Corrazzano, toponimo: Corazzano, frazione di San Miniato (Pisa), secondo il Pieri derivato dal nome lat. di persona “Quadratus” o “Quadratius”, da cui “Quadratiana” e quindi “Quaratiana”, attestato già nel 793 D.C. e “Quarattiana” (885): villa di Quarazio, mi viene fatto di pensare, così come che il raddoppiamento della –r- secondo la pronuncia fucecchiese di questa località possa dipendere da un motivo espressivo a maggior ragione, per sottolineare l’idea della forza nel caso di corrazziere e corrazzata, nell’italiano regolare rispettivamente corazziere e corazzata

correggiato, s.m.: strumento usato qualche tempo fa “per battere il grano”, ma anche fagioli e ceci (R. Bettarini): voce toscana dal lat. mediev. “corrigiata (scutica)” = “staffile”, si deduce dal DEI  

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corda, s.f. con un significasto part. nell’espressione “Esser giù di corda”, dal momento che non significa solo essere, sotto il profilo psichico, “privo di vivacità, di brio com’è il ticchettio del pendolo che sta per fermarsi”, perché la catena “che sostiene i pesi in alcuni orologi a muro” è in condizioni precarie sul piano fisico. In contrapposizione a tale stato d’animo viene a mente il “Sursum corda!” della Messa in latino: “Su gli animi!”, anche se in lat. “corda” significa più propriamente “i cuori”

cordoni! escl., per non usare quella volgare “coglioni!” per esprimere meraviglia. È perciò un eufemismo

còrno, s.m. usato anche nell’esclamazione “Un corno!” con rammarico o disappunto, per non dire volgarmente: “Un cazzo!”, termine triviale che comincia e termina con le stesse lettere, mentre in modo ben più corretto si potrebbe dire “per niente!” oppure nella frase “M’importa un còrno!”: non me ne importa nulla!, così come viene detto “M’importa assai!”, espressione usata anche in fiorentino verso il 1863 (P. Fanfani). La c- viene aspirata tanto da scomparire nell’espressione  “Fare le ‘orna”: tradire la moglie o il marito e l’espressione sembra d’origine greca, secondo la testimonianza del DEI, appunto quando significa “far becco il marito”, cioè , per usare un’espressione vernacolare, “Fallo pèoro!” (vedere questa ultima voce). Invece “Dir corna di uno” significa parlarne male, spalrlarne, dove il pref. s- ha una funzione peggiorativa (DISC). Molto diverso è il significato “fondamentale” di “corno” come “sporgenza ossea” del bove, utilizzata un tempo in campagna, morto questo, per metterci le forbici da pota: voce, quest’ultima, che a me non sembra proprio dell’ “uso” meridionale – come sostiene il DEI- essendo molto usata dalle nostre parti al posto di potatura

corólla, s.f.: ciambella in pistoiese (DEI)a, di carne nel fucecchiese almeno un tempo, come nell’espressione: “Che belle corolle!” in riferimento a certe porzioni grasse, per es. delle cosce di una bambina molto piccola

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coómbero, s.m.: cocomero, con epentesi (probabilmente espressiva) della –b-, ma la forma è in declino anche in campagna. Per quanto esso possa essere detto anche scherzosamente, è molto più diffuso il termine “coómero”, la cui forma ha ispirato il modo di dire: “Ha un viso che sembra un  coomero” in riferimento a chi ha un viso troppo grasso, mentre è meno diffuso il modo di dire “Non regge neanche un coomero in discesa”, detto in riferimento a chi non riesce a mantenere un segreto. Infatti in questo caso è più diffuso il modo di dire che abbiamo già visto: “ ’un regge neanche l’acqua”

cór, prep. sempl.: con, nel proverbio vernacolare, più precisamente del contado fucecchiese “Cor un occhio guarda ir gatto e cor uno friggi ir pesce”, che suggerisce di stare bene attenti dal momento che il gatto ama molto mangiare il pesce e perciò bisogna fare attenzione a due o più cose contemporaneamente

corbellà’, v.tr.: corbellare, v. toscano che significa “prendere in giro” (De Mauro). “Corbellato” si trova anche in I.Montanelli

corbello, s.m., un tempo pop., ma in netto declino: testicolo, ma termine una volta usato specialmente nell’espressione eufemistica “Non mi rompere i corbelli”, cioè i coglioni. Il vocabolo è derivato probabilmente dalla forma rotonda dell’omonimo cesto di vimini “intrecciati” usato specialmente per la frutta (DISC) almeno un tempo. Forse dal fatto che vi erano piante che servivano per fare  appunto corbelli deriva il nome del rio corbellaio alla Querce, presso la Fonte del Lupo, detta così perché il 25 aprile 1651 vi fu ucciso un lupo “feroce” che avrebbe “divorato” 32 creature, secondo ciò che è scritto nella “storia di Querce” di Don Ivo Magozzi.

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contadino, s.m. con un significato particolare quando viene detto scherzando: “Ho fatto un conto e è venuto fuori un contadino”: ho fatto i conti senza l’oste, cioè è venuta fuori una situazione  diversa da quella prevista. È evidente in tale frase il gioco di parole!

contentassi, v. rifl.: contentarsi. 1^ pers. pl. indicativo presente ( nel contado, almeno fino a qualche tempo fa): “contentàmosi”: contentiamoci

contrada, s.f.: rione (e non quartiere, come viene inteso in alcune parti della Toscana, e cioè nel senso di appartamento) della città, a Siena e invece a Fucecchio parte in cui è suddiviso il Comune (a parte alcune frazioni, come Querce e Galleno) nel caso del famoso Palio. Deriva dal lat. ipotetico “contrata(m)” = “regione che sta di fronte” (DISC), ma “regione” nel senso di parte e “contra” nel caso del Palio nel senso di “contro”, cioè, verrebbe fatto di pensare per il fatto che troppo spesso le dodici contrade non si affrontano in modo proprio leale

convèrsa, s.f.: “compagnia di ragazzi” (M. Catastini), ma il termine è in disuso, nonostante che si capisca da quale parola latina possa derivare: “conversari”= “trovarsi insieme” (DISC)

còo, s.m.: cuoco (anche in pisano). Proverbio: “Troppi còi guastan la cucina” (a dirigere bastan poche persone, evitando così il disordine), molto simile a un proverbio usato a Firenze verso il 1863  per significare che l’ingerenza di troppo persone “può nuocere al buon esito” (P. Fanfani) di un’impresa. Però còo è in netto declino

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comprà, v.tr.: comprare. Part. pass. e per conseguenza anche nei tempi composti con esso: “Compro”: comprato. Ciò specialmente nel contado, ma probabilmente forme simili erano diffuse nella letteratura italiana d’un tempo, come mi porta a pensare anche il fatto che nell’iscrizione di una lapide nell’ospedale fiorentino di Santa Maria Nuova dedicata a “monna Tessa”, serva del padre della nota Beatrice, figlia di Folco Portinari (che ella indusse a fondare tale ospedale nel 1288), io abbia trovato scritto “compre” nel senso di “comprate”

comugnione, s.f.: “comunione” (M. Catastini), di cui è una storpiatura (molto probabilmente di origine contadina per marcare maggiormente la parola mediante l’epentesi della –g- nel parlare) peraltro venuta meno col tempo e con l’aumentare del livello d’istruzione

concorzio, s.m.: “consorzio” (M. Catastini), per una forma di assimilazione della –s- alla c- iniziale, ma è in declino giustamente anche perché si può considerare una forma errata di metatesi, derivando dal lat.  “consortiu(m)” e questo da “consors” = “che ha la stessa sorte” (DISC), avendo nel Medioevo i “consortes” interessi politici ed economici comuni a quelli dei capi delle fazioni di appartenenza

congigliaia, s.f.: “pelle della gola dei bovini” (M. Catastini), ma questo termine è andato perduto

conìgliolo e nel contado cunìgliolo, s.m.: coniglio e specialmente la variante del termine fa venire alla mente l’etimo del nome del noto roditore: infatti il lat. “cuniculus” significa, oltre a “coniglio”, “cunicolo” e il coniglio ha appunto l’abitudine di scavare cunicoli, strette gallerie sotterranee. Proprio dall’indicare la “tana (del coniglio) è passata ad indicare un condotto sotterraneo, appunto, la parola cunicolo (DISC). Comunque conigliolo è una variante toscana di “coniglio”, come avviene anche per altri termini che finiscono in “–olo”

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comodo, agg. o s.m. a seconda dei casi. Si pensi al modo di dire “Se l’è presa comoda”, dove si può sottintendere la parola “maniera” preceduta dalla prep. sempl. “in”, spiegando perciò: non si adopera con la necessaria rapidità. Si pensi invece ai modi di dire “Mi fa comodo” (mi conviene) e “Sono in comodo”: sono pronto

comparì’, v.intr.: comparire anche nel senso di dare un buon risultato. Pass. rem. 3^ pers. pl.: “comparirono”: comparvero

comparita, s.f. tosc.: “bella figura” (DEI), usato solo nella locuzione “Far comparita”: “presentarsi bene” (DISC), da noi in riferimento a pasti abbondanti o, meglio, che finiscono per sembrare tali  perché fanno fare una bella figura in particolare ai padroni di casa. Si pensi alla frase: “Ha fatto proprio comparita!” in riferimento, per es., a una pietanza

compiccià’, v.tr.e intr.: compicciare, voce toscana con un’ accezione piuttosto sfavorevole, dal momento che è usata più che altro in frasi negative, come quando viene detto: “ ’Un ho compicciato nulla di bòno!” : non ho combinato niente di buono!

còmpito, s.m.: cómpito, cioè “incombenza” o “esercizio scritto assegnato agli alunni”, da pronunciare col suono chiuso perché deriva dal lat. “cum” (“con”, ma anche intensivo), oltre che da “putare” (“calcolare”: DISC): il lat. -u- in ital. diviene –o- col suono chiuso e non aperto, come da noi si sente spesso pronunciare nel caso di questo vocabolo

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comodo, agg. o s.m. a seconda dei casi. Si pensi al modo di dire “Se l’è presa comoda”, dove si può sottintendere la parola “maniera” preceduta dalla prep. sempl. “in”, spiegando perciò: non si adopera con la necessaria rapidità. Si pensi invece ai modi di dire “Mi fa comodo” (mi conviene) e “Sono in comodo”: sono pronto

comparì’, v.intr.: comparire anche nel senso di dare un buon risultato. Pass. rem. 3^ pers. pl.: “comparirono”: comparvero

comparita, s.f. tosc.: “bella figura” (DEI), usato solo nella locuzione “Far comparita”: “presentarsi bene” (DISC), da noi in riferimento a pasti abbondanti o, meglio, che finiscono per sembrare tali  perché fanno fare una bella figura in particolare ai padroni di casa. Si pensi alla frase: “Ha fatto proprio comparita!” in riferimento, per es., a una pietanza

compiccià’, v.tr.e intr.: compicciare, voce toscana con un’ accezione piuttosto sfavorevole, dal momento che è usata più che altro in frasi negative, come quando viene detto: “ ’Un ho compicciato nulla di bòno!” : non ho combinato niente di buono!

còmpito, s.m.: cómpito, cioè “incombenza” o “esercizio scritto assegnato agli alunni”, da pronunciare col suono chiuso perché deriva dal lat. “cum” (“con”, ma anche intensivo), oltre che da “putare” (“calcolare”: DISC): il lat. -u- in ital. diviene –o- col suono chiuso e non aperto, come da noi si sente spesso pronunciare nel caso di questo vocabolo

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cognosce’, v.tr.: “conoscere” (M. Catastini), ma il v. “pis. e lucch. rustico” (DEI), pur risentendo del lat. class. “conoscere”, è caduto almeno da noi in desuetudine

còio, s.m. tosc., più precisamente nel comprensorio del cuoio: cuoio, appunto, detto anche in pis., dove, come da noi e come in casi analoghi, quali “cuoco” e “vuole”, il ditt. –uo- diventa -o- , e il pl. “coia” indica “la pelle umana”, per cui “tirà’ le còia” significa morire (B. Gianetti)

cóla, s.f.: filtro usato in particolare per il “ vin dolce” nella campagna  (R. Bettarini). Infatti deriva dal lat. “colare”, a sua volta da “colum” = “filtro” (De Mauro)

cólo, s.m.: individuo lamentoso, come nella frase, ma specialmente nel linguaggio familiare: “Se’ proprio un colo!”: sei proprio un lagnoso!

 

combinà’, v. per lo più tr.: combinare. Si tenga presente il proverbio contadino: “A tavola e a letto si ‘ombina e meglio affari” : i migliori affari e le migliori imprese sono realizzati e fatte gustando i piaceri della tavola e del letto

comèsse (o), loc.derivata dal lat. “cum esset”, si può dedurre da L. Bezzini che giustamente osserva che “comesse” è usata spesso per avviare il discorso: “come sarebbe” o “per esempio”. È poi da notare che in comesse si è verificata l’ “agglutinazione” (o “concrezione”), cioè la “fusione in un’unica unità di due parole” (De Mauro)

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coglie’, v.tr.: cogliere. Si noti che anche da noi, così come nel Pisano, veniva o addirittura viene ancora detto talora, sia pure impropriamente: “vo a coglie’ ” oppure “a fa’ l’olio” per dire “vado a cogliere le olive”, andando alla sostanza secondo la tipica mentalità pratica popolare

cogliómbero, s.m.: sciocco, per non dire coglione, di cui è una voce meno volgare ottenuta mediante un ampliamento. Quanto a coglione, deriva da còglia, termine antico e letterario “per indicare – dice il Battaglia – la borsa dei testicoli” (R. Cantagalli), cioè lo “scròto”, derivato appunto  dal lat. “scrotu(m)” = borsa (DISC). Coglioni è usato specialmente al pl. seguito dal punto esclamativo col significato di “Ha’ detto nulla!”, caspita!, eufemismo al posto del volg. “cazzo”, abusato a sua volta da tanti giovani, femmine comprese, da cui si richiede giustamente un linguaggio più controllato

cogliono (con la c- aspirata, ma non tolta), s.m.: corno, per non dir peggio, col significato di “cosa di nessuna importanza” com’è scritto nel DISC in riferimento al volg. “cazzo”. Dal punto di vista linguistico è chiaro che si tratta di una variante di una parola volg. (“coglione”), ma meno di quella testè citata ed aggiungo che l’ho sentita usare, sia pur raramente, in un’erspressione come “E per me un cogliono!” o come “E questo è un cogliono!”, che significano rispettivamente “E per me nulla?” e “Non è vero!”, espressioni dette con un certo risentimento, almeno la seconda, la prima invece col sorriso fra le labbra

cògno, s.m.: “cumulo di legno” (M. Catastini), ma il termine è in disuso anche in tal senso

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cocchiume, s.m., ma è più diffuso senza dubbio il nome gambettone come in altre parti della Tosacana: totano moro (“Tringa erythropus”), chiamato cocchiume a Fucecchio per il fischio “corto e forte” emesso da questo uccello “di ripa”, tant’è vero che a Firenze e nel Vecchianese è chiamato anche “chiò – chiò” e a Livorno “chiòi-chiòi” (C. Romanelli). Tuttavia cocchiume a Fucecchio (dal v. “cocchiare” che significa “fischiare frequentemente”) indica anche la pettegola (“Tringa totanus”), dal canto “composto di una sola nota ripetuta insistentemente” (donde il nome), e la pantana (“Tringa nebularia”), termine “tipicamente toscano” derivato dal fatto che questo uccello “frequenta luoghi melmosi”, cioè i pantani

còccolo, s.m.: “stelo di granturco o di saggina” (M. Catastini), ma è un termine caduto: in gr. “kokkos”, da cui deriva “còccola”, intesa come “bacca”, significa “nocciolo dei frutti” (DEI). Quanto a “coccole” nel senso di “tenerezze” (De Mauro), è un vocabolo dall’origine onomatopeica

coccolóne, ( a parte il termine regionale nel senso di “colpo apoplettico”: DISC) s.m.: croccolone (“Gallinago media”) e dipende dal fatto che questo uccello “resta accovacciato”(C. Romanelli)

coce’, v.tr.: cuocere. Qualche tempo fa, si poteva sentir dire: “ ‘un la fa né bollì’ e né mai coce’ ”: non la fa né bollire né cuocere, in riferimento a una persona che passa troppo velocemente dal fare una cosa a farne un’altra, senza la necessaria ponderazione o comunque senza farla maturare

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ciuo, s.m.: ciuco, voce anch’essa tosc. ed espressiva con questo significato (DISC): “asino”, attestato da Michelangelo Buonarroti proprio l’anno della sua morte, cioè nel 1564, ed invece col significato di “persona ignorante, poco intelligente” dal Giusti (DELI), molto probabilmente per la durezza di questo animale. In reltà esso fa tenerezza, specialmente il “ciuino”: ciuchino, così buono e dallo sguardo rassegnato. Non meraviglia perciò che dalle nostre parti un tempo venisse dato a intendere , quando eravamo piccoli, che esso portava i regali la notte di Natale, come abbiamo visto nella voce ceppo. Frase: “In mezz’ora nasce un ciuo e va ritto!”: anche in poco tempo si possono fare tante cose. Viene definito invece “muso a ciuo” il viso di chi è scontento

ciurlà’, v.intr.: ciurlare, ma il significato di prendere in giro può essere nato dal fatto che anticamente (essendo attestato in letteratura nel ‘500) il “ciurlo” era un “giro di danza su un solo piede”: DEI, che considera questa una voce espressiva 

ciùrmolo, s.m.: ricciolo, ma è un termine caduto in disuso, così come il pl. “ciurmoli”, che indicava “ciuffi di capelli arruffati” (M. Catastini)

cocchiumà’, v.tr.: cocchiumare nel senso di conciare e questo col significato di trattare male. Infatti il cocchiume era una piccola parte della botte, dove nel mondo ebraico veniva praticata tortura consistente  nel legare il membro virile – pare –  al “foro della botte” e cioè al cocchiume, appunto,  che indica però anche “il turicciolo o tappo che lo chiude”:  DEI, che parla di “cocchiume” come voce toscana. Infatti Alberto Morelli ha sentito pronunciare il verbo “cocchiumà’ ” come una minaccia da un contadino di Ponte a Cappiano (“Ti cocchiumo io!”), per quanto almeno  esso sia caduto in disuso così come il sostantivo visto che lo ha originato

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ciucciaànne, s.m.: usignolo di fiume (“Cettia cetti”) e “ciucciacanne” si spiega essendo un termine generico “per indicare i Silvidi di palude” (C. Romanelli). Esso comunque vi indica anche la cannaiòla (“Acrocephalus scirpaceus”) e il termine “ciuccia canne” è spiegato dal Romanelli per il fatto che si tratta anche in questo caso di un uccello che vola “continuamente sulle cannelle per beccare gli insetti”

ciuccata, s.f.: stupidaggine ed è da notare che in questo caso il suff. “-ata” aggiunto a “ciucc(o)” indica un “rapporto di relazione” (DISC) con questo

ciucciato, part. pass. divenuto agg.: viene detto di un “vestito molto stretto, scarso” e di un individuo “dal viso smunto” (Malagoli) o che è comunque molto magro in una parte del corpo: “magro rifinito” (R. Cardellicchio) e talora viene detto, nell’ambito del linguaggio familiare,  “ciuccato dalle scimmie”, in riferimento ad un deretano tanto magro da sembrare quasi rivolto in dentro, anziché sporgere fuori

ciucco, con l’ampiamento e l’accrescitivo ciucchettone, agg.: scemo, ma talora il primo viene usato scherzosamente tra amici. Comunque è un’offesa molto diffusa “nella zona d’Empoli” (R.Cantagalli), a Santa Croce sull’Arno e e zona Fucecchio specialmente la prima voce, mentre la seconda (citata nell’ “Vocabolario lucchese” del Bianchini secondo P. Fanfani) è rivolta talora in riferimento a una persona che è davvero malata di mente. D’altra parte anche chi si trova in tale triste situazione dovrebbe essere trattato in modo più adeguato e non certo con disprezzo

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cìscheri, s.m., specie di epiteto non certo elogiativo in riferimento a una persona di scarso valore, a mio parere voce espressiva, collegabile con l’agg. “cischero” (“che ha cattiva vista”), così come l’umbro “ciuschero”, menzionato dal DEI col riferimento di “brillo”. Invece secondo P. Fanfani “cischero” a Firenze non avrebbe un’accezione dispregiativa, pur avendo, ma attenuati, due significati sopra espressi, così come non l’aveva originariamente in italiano l’agg. “losco”, pur derivando dal lat. “luscu(m)”=”guercio” (DISC)

cispiosi, originariamente agg. (cisposi): così venivano indicati con disprezzo, in tempi di stolte rivalità campanilistiche, i fucecchiesi dai loro vicini forse perché ancora prima la lavorazione della canapa e delle funi provocava negli occhi dei loro antenati una forma di tracoma e quindi la formazione della cispa; quanto all’inserimento della – i – pare un’epentesi dovuta a ignoranza, quasi a calcare maggiormente un disprezzo ingiustificato. La variante femminile, venuta meno, era “cipischiose” = cispose

ciucca, s.f.: ubriacatura; voce “gergale” da confrontare col calabrese “ciuc(c)a” = “ubriachezza”, che indica l’effetto dell’ubriacatura e specialmente  lo “stato di ebbrezza e di confusione mentale” a causa dell’ “ingestione eccessiva di bevande alcoliche” (DISC) e significa “ubriachezza” anche il piemontese “ciuca” (DEI)

ciuccià’, v. tr.: ciucciare. Questa voce familiare del linguaggio infantile è d’origine onomatopeica (DISC), come molte altre di tale tipo di linguaggio. Si pensi alla frase detta scherzando, ma talora con ironia o addirittura con sarcasmo: “Ciuccia, meo!” ( e si veda la voce meo) in riferimento, per es., a chi si mangia le unghie, azione che non denota certo una buona educazione. Si tenga presente anche il rifl. ciucciassi: ciucciarsi, pupparsi. Se viene detto “ciucciassi ir dito” (pupparsi il dito), ciò significa rimanere scornato, deluso per una situazione capitata spesso per colpa propria

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cipollotto, s.m.: specie di aglio; di quattro cipollotti bianchi freschi e di altrettanti “rametti di timo fresco” può essere fatto uso per la zuppa di pane raffermo (con verdure e fagioli cannellini) di Fucecchio, localmente chiamata “ ’Nzuppa”, che non “viene ribollita, come il piatto cucinato a Firenze”, bensì “consumata ancora calda nella classica terrina di coccio” in quei ristoranti che vogliono valorizzare davvero la cucina locale

cipressini, s.m.pl. col dimin., ma l’espressione “Andà’ a’ cipressini” o “a’ cipressetti” significa “morire” mentre “Mandà’ a’ cipressetti” significa “ammazzare”: ciò perché una caratteristica dei cimiteri specialmente in Toscana è il fatto che vimsiano stati piantati i cipressi. Furono però poeti greci e latini che cominciarono a considerarli gli alberi dei defunti; in particolare, nelle “Metamorfosi” di Ovidio, ricche di favole mitologiche, fu il giovinetto Ciparisso che chiese ad Apollo di “mostrasse un lutto eterno” venendo dopo la sua morte trasformato in cipresso per aver ucciso, sia pure involontariamente, un cervo, a lui tanto caro, “dalle corna d’oro” (A. Cattabiani)

ciringomma, con la var. cilingomma, s.f.: “chewing-gum” (voce inglese d’America) = “gomma da masticare”, di cui la voce è una specie di calco linguistico diffuso a partire dal secondo dopoguerra a causa della presenza degli alleati americani in Italia

ciro, s.m.: porco; voce diffusa anche da noi, ma più in generale toscana. DEI, secondo il quale diz. l’ “omofonia” col greco “chôiros” = “porco” sarebbe “casuale” (ma così non è a mio parere), mentre il lemma potrebbe essere collegato col nome proprio Ciro. Tuttavia non ne vedo il motivo anche perché il nome del fondatore del “primo grande impero persiano” veniva spiegato “nella tradizione antica” con “sole” e non a caso egli venne definito “il Grande” (Enc. It.)

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ciòria, s.f.: cicoria o radicchio (“Cichorium intybus”), la cui radice era utilizzata “in tempo di autarchia” per fare il sostituto del caffè (L.Bezzini). Si tratta di una pianta molto diffusa nei nostri campi, che rende più ridenti con i suoi bei fiorellini azzurri, per quanto ingiustamente trascurati

ciòttola, s.f.: ciòtola, da noi talora col raddoppiamento erroneo della –t- nella pronuncia- s’intende- forse per influenza di “ciottolo”, che indica estensivamente “sasso” e non “tazza larga, senza manico” (DISC), come invece ciottola

ciottolà’, v. intr.: ciottolare nel senso di “star largo nei vestiti, nelle scarpe”, come in pisano (B.Gianetti)

ciottolo, s.m.: cosa da niente o comunque di scarsissimo valore da noi; più in generale in Toscana, “stoviglia di terracotta” (De Mauro)

cipolla, s.f.tosc.: ventriglio del pollo (P. Artusi), molto probabilmente perché questa parte dello stomaco ricorda la forma della nota pianta (“Allium caepa”: DEI) e questo vale con un po’di fantasia anche per il “cipollone”, grosso e “pesante orologio da tasca, spesso legato a una catena” che usava una volta. Invece “cipolla gaetana” veniva chiamata a fucecchio l’organo genitale femminile probabilmente in riferimento al “monte di Venere”

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ciocco, s.m.: radice legnosa della scopa (“Erica arborea” e “scoparia”: De Mauro), che poteva essere utilizzata per costruire pipe

cioccolà, v. intr.: cioccolare, “muoversi del piede dentro una scarpa abbondante” (M. Catastini), ma è un verbo non più usato, dal momento che in tal caso diciamo che il piede “ci ciottola”, verbo più espressivo

ciocolóna, s.f. (esiste anche il m. “Ciocolone”, ma in questo caso sembra più usato il f. almeno in fucecchiese): persona tranquilla, “a cui va tutto bene”, che si contenta facilmente, “accomodante” (M. Catastini), bonacciona: parola che mi pare senza dubbio onomatopeica con quella ripetizione della prima sillaba espressiva seguita dalla liquida –l- e da un  suff. accresc. il quale rende bene l’idea di una persona pacioccona che s’ acquieta facilmente standosene in poltrona

ciompo, agg. o s.m.: corrisponde al pis. “cionco”: “cascante” (DEI) o “stanco”, “cadente”, si deduce da M.P. Bini; offesa di lieve entità fra amici nel linguaggio giovanile fucecchiese e non solo (dove peraltro tale termine era poco usato e meno ancora lo è nei nostri tempi, probabilmente col significato che ha in veneziano e cioè nel senso di “monco”), nel ‘700 a Firenze indicava una persona “vile” (DEI); eppure non erano certo vili, bensì rivendicavano a buon diritto ben maggiore giustizia sociale i Ciompi, che nel 1378, ancora a Firenze, erano riusciti a costituire una corporazione dell’Arte, loro, umili battitori della lana! Ma, come la storia insegna, “Vae victis!” (“Guai ai vinti!”) specialmente se i vincitori sono molto potenti, come lo erano purtoppo quelli che misero a tacere le giuste rivendicazioni dei ciompi fiorentini.

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cincello, s.m. tosc.: “pezzetto (di carne)” secondo il DEI, ma piuttosto in disuso e certo non solo perché non è chiaro il collegamento con “cencio”, a parte l’accezione che questo termine può avere al plurale di “brandelli e ritagli di stoffa” (De Mauro), mentre è da collegare con l’ormai disusato “cinciagnolo” (“brindello di carne”: M.Catastini). Non meraviglia perciò che un tempo in fucecchiese esistesse l’agg. “cincelloso” col significato di “pieno di cincelli”

cincia, oltre che cinciardina, s.f.: cinciarella (“Parus caeruleus”) col dimin. “per le dimensioni minori, rispetto alla cinciallegra (Parus maior)”  chiamata  anche “Cinciarda” per il verso usato, ciò che vale anche per la cincia (C.Romanelli)

cinque e quattro loc. avv., dopo mettersi (in): vestirsi molto bene, un po’ come “mettersi in ghingheri” segnalato dal DISC. La somma di questi due numeri è costituita dal nove, che era molto importante durante il Medioevo come multiplo del tre, numero della Trinità (si pensi alle cantiche dantesche, fra l’altro): potrebbe appunto esserci un collegamento fra la somma specifica e il significato della loc. in questione, ma questa è solo una mia ipotesi

cintoglièra, s.f.: “grappoli di nastri rossi sul muso dei bovini” (M. Catastini), mentre era chiamata “brincoliera” a San Zio presso Cerreto Guidi, ma si tratta di termini in disuso e anche di questo è ben comprensibile il motivo, così come dello strano termine “congigliaia”: “pelle della gola dei bovini” (M. Catastini): in seguito al triste, ma comprensibile abbandono dei campi, chi vede più bovini a giro dalle nostre parti?

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cilecca, s.f. tosc.e più in particolare fucecch. e pis. quando “fare cilecca” significa deludere specialmente sul piano sessuale

cillòre, s.f.pl. con un significato part. (non esistendo nell’it. comune e neppure in quello letterario  una parola del genere) nella frase “Avé’ ir capo alle cillòre”: “avere i grilli per la testa” (M.Catastini), avere idee particolarmente balzane oppure avere la testa nelle nuvole, ma in senso proprio negativo perché può significare anche avere idee malsane in testa

cimbraccolóna, agg.: “denigratrice” (M.Catastini), ma anche “ciabattona”, pur trattandosi di una voce caduta in desuetudine, ma il DEI ne riporta una formalmente simile: “Cimbraccola” con la var. “cirimbraccola”, s.f.: “donna sciatta e sudicia” come voce pistoiese da confrontare col pis. e lucch. “cimbraccolo” (versione “cirimbraccolo”): “cencio, pendagliolo”

cimo, s.m.: cima del granoturco (a Massarella). In effetti cima deriva dal lat. “cyma(m)”= “parte terminale di pianta” (De Mauro)

cimurlite, s.f.: “reffreddore” (M. Catastini), ma è un termine in disuso, a differenza di quello talora scherzosamente usato con cui esso pare chiaramente collegato, cioè cimurro, che propriamente indica una malattia “virale dei cani e dei cavalli”, mentre scherzosamente dalle nostre parti indica un raffreddore “forte” e che forse deriva dal lat. volg. ipotetico “camoria” = “muco”. Quanto al suffisso “–ite” , in medicina forma sostantivi indicanti “infiammazione dell’organo cui il termine si riferisce (DISC)

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cicogna, s.f.: cicogna bianca (“Ciconia ciconia”), ritornata recentemente presso i prati nel Padule, dove proprio il giorno dell’apertura della caccia, nel 2010, fu uccisa una cicogna nera (“Ciconia nigra” Devoto – Oli) da un cacciatore: anche specie protette sono uccise da gente che appartiene a tale categoria!

ciétta, s.f. in netto declino: civetta (“Athene noctua”) di origine onomatopeica secondo C.Romanelli, con evidente dileguo della – v – intervocalica

ciglieri, s.m.: “cantina” (M. Catastini), ma è in disuso tale termine (attestato in Toscana, pare, già dal Trecento: DEI) dove è da notare la desinenza -i al sing. dopo –er- sentita usare a Fucecchio, come pure nel toponimo “Sestrieri” al posto di Sestriere (Torino)

cigna, s.f.: cinghia, che deriva dal lat. parlato ipotetico “cingla”, a sua volta da “cingere”, che un tempo veniva detto “cignere” (DISC) probabilmente per metatesi consonantica da “cingere”. Giustamente Malagoli ne parla come una “forma” popolare toscana. E’ da tener presente che questo termine, che significa anche cintura, è già attestato nel Villani, Cronica, L. IX, 26, cit. da A.Bujoni

cignale, s.m.: cinghiale. All’Anchione, nel Padule di Fucecchio, anche “cindiale”: storpiatura della parola, com’è ben lecito dire di cignale, dal momento che cinghiale deriva dal lat. “(porcum) singulare(m)” = “(porco) solitario” tramite la forma assimilata volg. ipotetica “singlale” incrociata con “cinghia” per il “caratteristico collare di setole”. Così si spiega anche la storpiatura presente non solo nelle nostre campagne, dal momento che “cinghia” in tosc. viene chimata anche cigna, come abbiamo visto. Di uso comune in più zone toscane esisteva “Cignale” anche come soprannome scherzoso tra amici, molto probabilmente per sottolineare la forza fisica, la robustezza del giovane cui esso era stato dato, con soddisfazione dello stesso, è facile immaginarlo

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