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gli, pron., “con uso” impersonale nell’area fiorentina, mentre è raro da noi, per es., nella frase: “Gliè vero!”: è vero (“con valore pleonastico ed enfatico”, nota giustamente De Mauro, secondo cui è derivato da “egli”, con “afreresi”). Invece è molto diffuso anche da noi nel parlare l’uso di “gli” anche con il significato di “a lei”, oltre che “a lui”: uso giusto nel secondo caso poiché deriva dal lat. “il(li)”, dativo sing. di “ille” = “quello”, mentre per dire “a lei”, com’ è noto, bisognerebbe dire “le”, essendo questo un pron. personale derivato dal lat. ipotetico “il(lae)” dativo femm. sing. di “ille” già considerato (id.)

gnacchera, s.f. “tosc. (pis., volgare)”, ma anche voce romanesca “di origine veneta” (“vulva”), attestata dal Seicento, ma derivata dal lat. mediev. “gnacara”; comunque è collegabile con “nacchera” (DEI) e non si tratta certo del solo termine che nel nostro vernacolo indichi col nome di uno strumento musicale un organo genitale femminile!

gnamo!, esclam., con un accento di incredulità o almeno di meraviglia: “è possibile?” anche se alla lettera in vernacolo vuol dire “andiamo!”

gnégnero, s.m.: giudizio, voce familiare “tosc. e umbra”, formazione “scherzosa” da “ingegno” (DEI); questo termine si trova ancora con lieve variante fonica in Campania, mentre mi risulta scomparso “zegnero”, che aveva lo stesso significato. Da notare che anche un fucecchiese era chiamato Gnegnero forse appunto per il suo particolare ingegno, se non era un soprannome ironico, e che “gnenero” significa “comprendonio, cervello” anche a Lucca (I. Nieri)


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giulèbbe, s.m.: squisitezza, chicca, delizia, come nella frase “Che giulebbe!”: è proprio buono! originariamente in riferimento a una bevanda, ma estensivamente a un “cibo” molto buono a Fucecchio e a Empoli, fra l’altro. In effetti in origine si riferiva a uno “sciroppo molto dolce”, derivando dal persiano “gulab”: “acqua” (“ab”) “di rose” (“gul”), poi tramite l’arabo, la voce  “gulab” (volg. “guleb”) si è diffusa in tutte le lingue romanze occidentali (DEI), ma il De Mauro la considera ormai toscana almeno se intesa in una certa accezione

giulivo, agg.: stupidello, ma non poche volte l’agg. è preceduto dall’attenuante “un po’ ” forse per ridimensionare il giudizio negativo che tale aggettivo non comporta necessariamente. Infatti giulivo deriva dal franc. ant. “jolif” = “lieto” e la letizia non è certo da condannare!

giunta, s.f.: vantaggio, come nella frase: “Ti do (in pis. “dó”) la giunta” in una gara sportiva

Giunti, cognome di un personaggio che senza il suo volere non prese alcun pesce, per cui l’espressione “La pésca del Giunti” voleva dire “avere avuto insuccesso” (R. Cardellicchio), ma non mi risulta più usata da noi. Sono del parere, come sostiene L. Bezzini in riferimento a un detto usato a Castagneto Carducci, che Giunti sia “un cognome di comodo” per fare la rima con ciò che segue. “Pesca del Giunti” significa “non prendere niente”, consistendo nel far arrivare con gli stivaloni l’“acqua fino ai coglioni e pesci punti”


giusta, inizialmente agg.f., ma usato in funzione avverbiale col significato di giustamente, veramente, nell’espressione pisana usata anche da noi: “Te l’ha a dì’ giusta?”:


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giramèrlo, s.m.: “girellone” (M. Catastini), ma è un termine scomparso, per quanto sia formato semplicemente dall’imperat., seconda persona sing. del v. “girare” e il termine “merlo”

girardengo, s.m.: individuo che non dà la sensazione di fermarsi stabilmente in un posto, bensì di essere mutevole, incostante e perciò non dà un’adeguata garanzia di affidabilità. Può darsi che derivi dal cognome del noto corridore ciclista Costante Girardengo, ma specialmente per la prima parte dello stesso, che fa pensare al verbo “girare”. Si tratta inoltre di un epiteto non certo onorevole, ormai scomparso da tempo, ma di cui potrebbe essere una traccia il soprannome fucecchiese “Girardenga”

gisso, agg.: “genuino, non adulterato” (A. Catastini), integro (invece nel Tommaseo-Bellini “bello, buono”) usato nelle frasi negative ed è da notare che in livornese esiste ancora l’agg. “gis” che significa “ammodo” e che pare sia la trasformazione dell’inglese “just” = “corretto” (V. Marchi) e una voce come la nostra esiste –pare- in pisano (Malagoli). Da noi, se veniva detto di una donna che “non era gissa”, voleva dire che aveva corso “la cavallina”, cioè che aveva avuto “molte avventure galanti” (DISC), insomma che non si era comportata proprio bene sul piano morale

giudizio, s.m.: sottinteso nella frase “Chi più ne ha, più ne metta”: chi ha più giudizio, lo adoperi

giùe, avv.: giù. Si tratta di una “forma paragogica toscana”, già usata anche da Dante (DEI), ma pure dialettale più propria dell’area fiorentina, mentre da noi è usato piuttosto (ma in un senso ben diverso) come forma paragogica “sie” nel senso ironico di sì specialmente nelle risposte date con sufficienza, cioè con un “atteggiamento di sdegnosa superiorità” (DISC)

giuggiolassi, v.rifl.: giuggiolarsi, cioè godersela, per es., al sole. Chiara la derivazione da giuggiola, gradevole frutto del giuggiolo, variante tosc. di “żiżżolo” (“Zizyphus sativa”): non per niente si dice “Andà’(andare) in brodo di giuggiole”: “gongolarsi” (DISC).


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giovanottino, s.m.: doppio diminutivo di giovane. Modo di dire: “Sembri un giovanottino di Ferano!” per sottolineare l’eleganza di un giovane, ma non sappiamo che cosa sia questo “Ferano”, non risultandomi neppure che sia una località.

giovaréccio, agg.: di aspetto e carattere giovanile a Fucecchio (dove peraltro questa voce, antica secondo il DEI, non è più usata) e individuo pulito, di cui “ci si giova” in Maremma, dove sarebbe ancora “molto comune” secondo M. P. Bini

giovà’, v. intr.: giovare, e come rifl. giovassi: giovarsi, servirsi di un cibo o di una bevanda altrui dimostrando di accettarli anche se consumati in parte da un’altra persona. Invece nell’espressione negativa “Non giovassene”: non giovarsene: provare “repulsione”, cioè “senso di disgusto”, come afferma giustamente il De Mauro

giovo, s.m.: giogo, con lo scambio dalla –g- alla –v- al contrario di quello che è avvenuto tra “rovo” e “rogo” (ved.). Si tratta di una forma risalente al Trecento e “ancora viva nei dialetti”, ma ormai superata (sia pur da poco tempo) dlle nostre parti, dov’era rimasta – è ovvio- specialmente in campagna


girà’
, v.intr.: girare, e quando viene detto volgarmente “Ti gira i ‘oglioni!” (a Pontedera addirittura “Ti giracci i ‘oglioni!”) o più semplicemente “Ti gira!”: allora poi! ovvero Bada lì! Può anche significare “Ma chi ti (o gli) par d’essere?, espressione rivolta come presa in giro nei confronti di chi si dà troppa importanza, mostrando, come vien detto, “la puzza sotto il naso”. Né è senza rilievo notare che badare deriva dal lat. tardo “batàre” = “stare a bocca aperta”, donde il significato di “fare attenzione” (DISC)


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giarda, s.f.: muco che cola dal naso

ginocchioni (in), loc. avv. con un significato particolare nella frase che un tempo poteva essere sentita dire a Fucecchio: “Le anguille in ginocchioni ènno un incanto”: le anguille cucinate in un certo modo sono veramente gustose

giondolo, s.m.: ciondolo, di una famiglia di parole considerate onomatopeiche in sostanza dal DEI; ancora più espressiva mi pare questa voce nostrana perché mi suggerisce ancora di più l’idea di qualcosa che pende giù. Che almeno qualche tempo fa venissa detto a Fucecchio si può desumere anche dal soprannome “Giondolo” e secondo il DISC “ciondolare” (ma da noi veniva detto anche “giondolà’”) è una voce onomatopeica “da accostare” a “dondolare”

giòo, s.m.: gioco, come in pisano, così come il verbo corrispondente col solito dileguo della –c- intervocalica. Si pensi alla frase ironica: “E’ un ber giòo, sì!” in riferimento ad un gioco che non è affatto piacevole. A dimostrazione di quanto sia importante anche sul piano culturale una parola, si tenga presente la derivazione di “gioco” dal lat. “iocu(m)” propriamente “gioco di parole”, che ha sostituito il termine  latino ben più diffuso nell’antichità per indicare il gioco, ma “in azione”, e cioè “ludus”, di probabile origine etrusca (DELI)

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ghigna, s.f.: viso “arcigno”, ma è una voce lucchese entrata nel vernacolo livornese (V. Marchi) e successivamente in quello pisano, mentre è rara nel medio valdarno

ghigno, s.m. volgare: pene, ma si tratta di un termine in decadenza, se non scomparsa

giamberattone, agg.: “spreciso” (M. Catastini), voce presente nel vernacolo fucecchiese almeno qualche tempo fa. Sembra una voce abbastanza espressiva, ma ne risulta ignota l’origine, a parte la connotazione negativa, in questo caso, del suff. “-one”

giannizzero, s.m.: tipo, più che rustico, intrattabile, oltre che esecutore di “ogni comando” di una “persona importante” da cui costui dipende in modo servile, pur dandosi “treno”, cioè importanza: anche in questo caso si tratta di uno “spregiativo” (accentuato da come viene detto dalle nostre parti) “spiegabile anche sul piano storico”, riferendosi sotto questo profilo a chi nell’impero  ottomano, da cristiano arruolato per forza nelle truppe turche (è infatti tale l’origine della parola), diventava un difensore fanatico dell’islamismo (De Mauro)


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ghianzi, avv.: dianzi, almeno un tempo specialmente nel contado e forse più spesso dalle nostre parti poteva capitare di sentir dire, preceduto da “Io”, “ghiantine” come interiezione: “diantine”, forma lucchese, secondo il DEI, come espressione “eufemistica” al posto di “ghiavolo”. C’era infatti in Toscana la tendenza a sostituire la d- dinanzi a due vocali con gh- come –ia- o viceversa


ghiavolaccio
, s.m.: strumento per rompere le zolle (I. Banti): nome derivato dalla sua pericolosità, che nella mentalità popolare e in particolare in quella contadina è collegabile senza dubbio col nome del diavolo, in toscano rurale ghiavolo (ved.), con l’aggiunta del suffisso peggiorativo “- accio”

ghiàvolo!, esclam.: diavolo!però questo lemma può essere anche un semplice s.m. usato almeno un tempo come nel contado pisano, ma non proprio in senso elogiativo, col significato di “persona che riesce a districarsi dai più complicati intrighi” (C. Giani)
Ghiègo (con la variante pis. e lucch. Diègo), avv., come nella frase: “Le gambe mi fanno ghiègo”: le gambe non mi reggono “per la stanchezza o per la debolezza”. Era anche il soprannome di una triade di persone nota un tempo a Fucecchio e di cui parlava anche una filastrocca:

“Ghiègo, Radicchio e Chiodo,

fagliela di pan nero,

mettici ‘r pomodoro

e faglielo mangià’”

in riferimento, penso, a uno dei piatti caratteristici della cucina fucecchiese, cioè alla zuppa o alla pappa al pomodoro.

Espressione tratta da un nome proprio in riferimento alla  gambe: “Far diego”: “Far giacomo giacomo”, “forse per accostamento alla stanchezza dei pellegrini che si recavano a S.Giacomo de Compostela in Galizia” (DEI)

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ghegna (alla), loc. avv.derivata dallo scomparso v.tr. “ghennare” (probabilmente in fucecchiese un tempo parlando “ghennà’”): vincere tutte le palline e le figurine dell’ “avversario”, verbo trovato solo nel libretto attibuito a M. Catastini. Tale loc. avv. era usata a Fucecchio nel secondo dopoguerra quando un ragazzo, nel gioco delle palline o delle figurine, le aveva perse tutte essendo stato più bravo di lui un suo concorrente. Che la stessa loc. sia scomparsa, pur essendo sopravvissuta er un certo tempo al verbo da cui è derivata, non è un motivo di meraviglia, essendo cessata la pratica del gioco delle palline e poi di quello delle figurine, a Fucecchio, da una sessantina o rispettivamente una trentina d’anni dalla fine effettiva del secondo dopoguerra, seguito dal cosiddetto “miracolo economico” dell’Italia. Comunque “Mandà’ alla ghegna” significava in un certo senso mandare in fallimento nel gioco delle palline o delle figurine vincendole tutte ad un ragazzo

ghégo, agg.: stupido (M. Catastini), ma di questa voce pare sia rimasto solo il soprannome di un personaggio povero che viveva a Fucecchio e che non era certo apprezzato: Ghego

ghelle, s.f.pl., usato un tempo a Fucecchio solo nell’espressione: “Ci fo le ghelle!”: non ci faccio niente! Si tratta peraltro di un termine dal significato non chiaro che non escludo del tutto che sia collegabile almeno in tal senso col tosc. “ghèghe”: “smorfie, daddoli” e “Avere le gheghe”: “essere di cattivo umore” (DEI): espressione da noi non usata, bensì probabilmente sostituita da “chèe” (ved.). Un’altra mia ipotesi è che lo stano lemma “ghelle” sia collegabile almeno come significato almeno con il triv. “seghe”: in tal caso si potrebbe spiegare il significato sopra riportato, corrispondente alla volgarissima espressione, purtroppo diffusa nel linguaggio anche giovanile d’infima lega: “Me ne fo d’un cazzo!”

ghiacciaiòlo, s.m., venditore di ghiaccio, termine ovviamente venuto meno non esistendo ormai da un bel po’ di tempo tale mestiere nella nostra zona


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gemià’, v.intr.: gemicare, cioè cadere goccia a goccia (DISC), “stillare”, “verasare” (DEI) ed il verbo vernacolare mi pare senza dubbio espressivo anche perché evoca l’idea del gemere, quasi come se si trattasse di un lamento. Infatti deriva dal lat. parlato ipotetico “gemicare” e questo dal classico “gemere” (Zingarelli)

gengioli, s.m. pl.: “noccioline”, ma è un termine in disuso; anzi, l’ho trovato solo in M. Catastini

germano, s.m.: germano reale (“Anas platyrhyncos”), in altre parti della Toscana chiamato  semplicemente reale essendo “fra le anatre (…) la preda più ambita” (C. Romanelli)

gèrso, s.m.: gelso (“Morus alba” o “nigra”: De Mauro), ma usato spesso in senso eufemistico e metaforico, precisamente in quello di sedere, per non dire peggio, per es., nell’espressione  “Prenderlo nel gèrso”: essere ingannato o, parlando più volgarmente, essere fregati


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gastigo, s.m.: castigo, che deriva da “castigare” e questo dal lat. “castus” = “puro” e  “agere” = “fare” e qindi propriamente “render puro”: DISC e secondo il DEI sarebbe attestata dall’inizio del ‘300 la voce “gastigo” e invece dal Duecento il v. “gastigare” (al posto di “castigare”, che ha assunto il significato far fare penitenza), voci toscane, così come “gastigato”, variante di castigato, part. pass. che diventa agg. si deduce anche dal De Mauro. Non è tuttavia senza rilievo il fatto che originariamente la c in lat. “aveva il suono della g”, che fu introdotta “solo tardi nell’alfabeto romano”, “verso il 234 a.C.”, derivando “forse da una leggera  mutazione grafica del C” (Georges-Calonghi) e, a proposito del genere delle lettere dell’alfabeto, è da precisare che è maschile se si sottintende “segno”, femminile se invece la parola sottintesa è “lettera”

gattini, s.m. pl., ed è un’espressione popolare da noi “fare i gattini” (vomitare) “metafora scherzosa presa da” gatto: DEI, che ricorda l’espressione meridionale “vomitare come una gatta ingorda”

gatto
, s.m.: “Esse’ del gatto” : esser del gatto in senso metaforico cioè essere sfacciato nel senso di essere come morto oppure di essere fregato oppure non essere più capace di certe prestazioni, così come “Averle infilate” e “Essere giù di corda”: trovarsi in cattive condizioni di salute: espressione forse usata anche oltre l’ambito fucecchiese. Viene fatto di pensare che potrebbe essere stata originata pensando al topo, che, com’è noto, è una preda ambìta dal gatto. Perciò, se questo l’afferrasse, un’espressione del genere potrebbe scaturire, in una favola in cui gli animali parlassero, ovviamente secondo la fantasia, dalla mente del topo. In tal caso significa essere in balìa dell’avversario, ma da noi, estendendo oltre l‘accezione del vocabolo, l’espressione significa ciò che ho affermato sopra

gattonà’, v.tr.: gattonare, cioè “seguire silenziosamente” come può fare un “gatto”, accenna in parte il DEI, che ne parla anche come di un verbo scherzoso o del “gergo studentesco” toscano nel senso di “pedinare”

gàżżera, s.f.: gażża, voce toscana anche secondo il DEI, ma in declino, nonostante la frase che un tempo si poteva sentir dire nel contado “Nighio fatto, gazzera pena”: quando il nido è fatto, la gazza soffre, forse perché sarebbe vaga di andare a giro anche a rubacchiare specialmente “oggetti luccicanti”. Non per niente è chiamata “ladra” anche la gazza comune (“Pica pica”: C. Romanelli ).

 

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