Il Toscanario

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di Giancarlo Carmignani

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intramà’, v.tr.: tramare rispetto al quale “intramà’ ” mi sembra certo più espressivo, come tante altre voci popolari

intramato, agg.: individuo che si è intromesso in cose altrui e certo non in senso positivo, essendo sinonimo di “trama” il termine “intrigo” (DISC). A Fucecchio si è sentito dire anche “entróna” in riferimento a una ficcanaso, ma pare che il termine sia originario della provincia di Siena o addirittura, per quanto sia espressivo, potrebbe essere un termine isolato

intramestone, s.m.: confusionario, individuo che si dà da fare in modo sospetto. Deriva dal v. pis. “intramestare”, da noi usato volgarmente nella forma tronca e che significa “tramestare” (v. tosc. anche secondo il DISC), cioè “confondere mescolando”: DEI, secondo cui è usato anche da Franco Sacchetti

intrampalà’, v.intr.anche pis. come “intrampolà’ ”(B. Gianetti), di cui è forse una var. per assimilazione: intrampolare, cioè “inciampare, perdere l’equilibrio”, un po’ “come quando si cammina sui trampoli”, vocabolo quest’ultimo derivato dall’antico tedesco “trampeln” = “muoversi  procedendo pesantemente” (DEI)

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interdetto, agg. spesso preceduto da “un po’ ”: in precarie condizioni di salute

interessoso, agg.: troppo interessato al denaro oppure alla “roba” di verghiana memoria. Deriva da latino “interesse” = “essere in mezzo, importare” (DISC) ed è attestato anche in letteratura nel ‘500 (DEI), ma ormai si può usare solo nell’ambito vernacolare

intisiì’, v. tr. quando “intisichire”  significa “render tisico”, intr. quando significa “diventar tisico”

intonchito, agg.: “infestato dalle larve dei tonchi”, che guastano i “semi delle Leguminose” (DISC), in it. “intonchiato”, cioè “roso dal tonchio” (DEI)

intonfito, agg.: “intorpidito” (M. Catastini), ma la voce è caduta in disuso

intrafinefatta, avv. tosc.(usato anche da L. Briganti nel n°12 de “Le Torri”): “subito”: De Mauro, secondo il quale è attestato già prima del 1580 e deriva da “intra-” = “dentro” o “tra” (a sua volta dal lat. “intra”), “fine” e il femm. di “fatto”, ma, a mio parere, è una voce non più usata

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inteccherito, agg. tosc.: “rigido” (De Mauro), probabilmente collegato – a mio parere- con l’agg. tosc. “intecchito”: “stecchito”, voce “pis., lucch. e pistoiese” (DEI)

intelito, agg.: irrigidito, risentito perché impermalito, ma noi diciamo, anziché in quest’ultimo modo, “impermalosito”, oltre che “intelito”: termine che deriva da “tela” (quando è particolarmente rigida) col pref. “in-“ che implica l’idea di divenire. Si può parlare anche in questo caso, come per altre voci un tempo diffuse a livello popolare, di una “parola semanticamente ricca”

intènde’, v. per lo più tr.: intendere, mentre è rifl. “intèndèessi”: intendersi. Indic. pres., 1^ pers. pl: “Intendémosi bene!”: intendiamoci bene! Da noi si sente dire col raddoppiamento sintattico espressivo della –d-: “Ma che mi dai addintende’?”: ma cosa credi di darmi ad intendere?

intenditora, s.f.: intenditrice, ma viene fatto di pensare che il termine locale sia stato formato in tal modo per analogia, peraltro scherzosamente o ironicamente, su altre forme simili 

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insolluccherà’, v.tr.: insolluccherare, cioè lusingare, v. usato almeno nell’ambito familiare. È abbastanza usato da noi il part. pass., divenuto poi agg. “insolluccherato”: lusingato, tanto che “ la camicia ‘un (non) gli tocca ‘r (il) culo”, elevandosi per la gioia, viene fatto di pensare. Il sostantivo da cui deriva è “sollucchero”, quella var. di “solluchero” che si trova nell’espressione diffusa dalle nostre parti “andà in solluchero”: “essere estremamente contento” (DISC)

insuese, s.m. o agg.: abitante della parte alta di Fucecchio, detta “insù”, a partire da via Nelli, se prendiamo come punto di riferimento piazza Montanelli. Quanto alle lotte tra insuesi ed ingiunsi a Fucecchio all’inizio del Novecento ha fatto una poetica descrizione Indro Montanelli, sia pur piuttosto favoleggiando

insurto, s.m.: insulto, anche nel senso di “attacco”, per es. “di tosse” (DISC), e in castagnetano si trova addirittura “insulto apelèttiho”: “insulto epilettico” o “apoplettico” (L. Bezzini)

intaccà’, v.tr.: intaccare, cioè in particolare tagliar di lato le castagne per favorirne “la cottura”, grazie alle “tacche” fattevi, soprattutto in riferimento alle “fruciate”, ma vengono fatte anche per cucinare le “ballotte”

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ingollo, s.m. volg.: inghiottimento, cioè “atto” ed “effetto dell’inghiottire” (Vocabolario degli Accademici della Crusca, Firenze 1899); con maggior precisione ancora, inghiottimento ingordo, “atto dell’ingollare” (P. Fanfani, riportato dal Battaglia)

ingottì’, v.tr.: ingottire, cioè “gonfiare” (M. Catastini), ma non è più usato

ingrassicchià’, v.intr.: ingrassare un po’

ingrugnito, part. pass. divenuto agg.: “impermalito” (M. Catastini); si tenga presente che “grugno” è “il muso del porco” (DEI), che non è certo piacevole a vedersi  

innacquerito, agg.: acquoso perché andato a male, ma è una voce in disuso che si riferiva a un prodotto diverso dal vino poiché questo, quando è andato a male, si dice che è inacidito

inserpentà’, v. intr.: inserpentare, diventare come un “serpente” (DEI) nel senso di affannarsi, quasi arrotolarsi come fanno i serpenti in certe circostanze e quindi arrovellarsi, ma è in disuso, mentre fino a qualche tempo fa si trovava purtoppo nelle imprecazioni ed è perciò senza dubbio da evitare il part. pass. e quindi agg. “inserpentato”: “ingarbugliato” (M. Catastini)

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inghilese, agg. e s.m. e f.: inglese, con l’ “epentesi eufonica di –i-” attestata già nel Trecento (DISC), ma chiaramente in disuso: oggi specialmente, con la diffusione dell’inglese nel mondo, farebbe ridere!

ingiuese, s.m.: abitante o originario della parte pianeggiante di Fucecchio, cioè d’ “ingiù”, com’è ben noto ai fucecchiesi, mentre non lo è il fatto che il suff. “-ese” deriva dal lat. “-ense(m)” con “indebolimento” di -n– prima della cons. –s- , trattandosi di una “forma” di tradizione popolare (DISC)

ingobbià’, v.tr. tosc.: “ingobbiare”, var. di “ingubbiare” : “mandare giù nel gozzo” (propriamente l’antico “gubbio” è il “gozzo degli uccelli”) e quindi “ingozzare” (De Mauro),  da noi in particolare mangiare con avidità, “a strippapelle” (M. Catastini), mentre a La Rotta viene detto “inghebbiare” (C. Giani)

ingoffito, part. pass. divenuto agg.: gonfiato, come nella frase “Avé’ i geloni ingoffiti”: avere i geloni gonfiati, ma è in disuso anche perché ai geloni è stato posto rimedio da tempo grazie all’introduzione dei termosifoni nelle case. Esiste però anche “ingoffito” col significato di reso o divenuto “goffo” (DEI)

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infilà’, v.tr. quando significa infilare, ma è ben diverso il significato che ha l’espressione: “averle infilate” in fucecchiese: non essere più all’altezza della situazione oppure in forma e quindi essere peggiorato dal punto di vista sanitario o sportivo, essere in declino oppure, per usare un’espressione piuttosto volg. usata a Fucecchio, “averlo preso in tasca”, sia pure nel senso sopra precisato

infruscà’, v.tr.: infruscare, far “perdere il filo del discorso” (M.Catastini), confondere: voce fiorentina, livornese e pisana per “infuscare” (Lucca), “con epentesi di –r-” (DEI), un’epentesi espressiva: c’è infatti chi ha parlato di carattere onomatopeico del gruppo –fr- . Quanto all’origine d’ “infruscato” da “infrascato”, “quasi uccel nella ragnaia”, cui accenna P. Giacchi, non mi sembra valida quanto quella del pisano “infuscato” nel senso di “confuso”, cui accenna il DEI

ingannino, s.m.: imbroglione: voce usata nel secondo dopoguerra fra ragazzini delle nostre parti, mentre a La Rotta (Pontedera) forse viene usata ancora, ma ciò non viene precisato da C. Giani nel cosiddetto “Vocabolario della lingua rottigiana”, in realtà una specie di glossarietto come altri definiti arbitrariamente “vocabolari”

ingażżurrì’, v.tr.: “ringalluzzire”, cioè “invogliare uno di una cosa e poi non dargliela” (DEI, secondo cui è una voce pisana, ma in pis. esiste anche il v. “ingazzullì’ ”: B. Gianetti), mentre è rifl. ringalluzzirsi: “riacquistare vivacità e baldanza” anche scherzosamente (De Mauro) un po’ come fa il gallo quando ricomincia, per es., a cantare

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incontro (all’), loc. avv.: “al contrario” (DEI)

incorrentito, agg.: inquieto, ma è un termine nettamente in decadenza

inculata, s.f. molto volg.:  grave danno, perdita di denaro a causa di un imbroglio (R. Cantagalli)

incumbensà’, v. intr.: dare un’incombenza, ma incombensare è un v. venuto meno, per quanto fosse attestato a Fucecchio, per es., nel 1857, deduciamo da M. Masani

incuterito, agg.: arrabbiato, ma era un termine del linguaggio giovanile, oggi pressoché scomparso, derivato da “cutère”, essendo considerate tali in molte parti della Toscana le formiche rosse, ritenute fastidiose, in un certo senso arrabbiate, se qualcuno le infastidiva

inder, prep. art. (volg.): nel, anche in pisano e in livornese (B. Gianetti e V. Marchi)

‘indicina, s.f.: “quindicina” (M. Catastini), con l’aferesi nel parlare dopo l’art. determinativo “la” o quello indeterminativo “una”

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inciampi, s.m.pl.: frattaglie, pezzetti alimentari messi nel sugo

inciampolà’, v.intr.: inciampolare, cioè inciampare con un allungamento –ol- tipico del fucecchiese, ma in altri casi, più in generale, del toscano

inciccià’, v.tr.: incicciare, danneggiare in particolare un’automobile (specialmente nel linguaggio giovanile), oltre che una parte del corpo; è chiara infatti la derivazione da “ciccia”, termine che indica la carne anche in calabrese

incicciatura, s.f.: fregatura

incignà’, v.tr.: incignare, cioè “rinnovare”, significato del latino “encoeniare”, già usato da S.Agostino; voce propriamente lucchese secondo I. Nieri, ma diffusa anche da noi, per quanto meno di “rincignare”. È da tener presente che nel latino tardo “encaeniare” significa “inaugurare”, derivato a sua volta dal gr. “kainòs” = “nuovo” (DEI)

incocciato, part. pass. e agg. tosc.: indispettito. Deriva chiaramente dal v. intr. incoccià’: incocciare, cioè “mettere il broncio” (M.Catastini) nei confronti dell’eventuale offensore, smettendo di parlargli (in vernacolo, di “parlacci”) e invece mettendogli “ ‘r muso”, cioè tenendo nei suoi confronti un contegno austero di distacco o addirittura di disprezzo, facendo finta di non conoscerlo o scansandolo, da scrivere con la –s- perché deriva, come risulta dal De Mauro, dal lat. campsare

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in, prep. sempl. usata in modo superfluo sul piano grammaticale, ma rafforzativo nella frase vernacolare toscana molto usata nella nostra zona e in pisano “Ma in do’ vai?”: dove vai?

Quanto al “Ma”, in questo caso, si può considerare un “segnale discorsivo”, così come il “Cioè” all’inizio del discorso nel linguaggio di tanti giovani d’oggi

incaerì’, v.tr.: incaerire, cioè lusingare, di cui è usato in funzione di agg. il part. pass. “incaerito”: lusingato (“ ‘nzolluccherato” direbbero a Napoli, mentre noi diciamo “mandato in solluchero”, variante di “solluchero”: De Mauro), compiaciuto, preceduto spesso da “tutto”, come nella frase, peraltro usata per lo più nell’ambito familiare: “È tutto incaerito!”

Ben diverso è il significato che ha “incaerito” nel vernacolo livornese: “col corpo sciolto” (V. Marchi), ma un collegamento col significato che ha lo stesso agg. col nostro c’è: non diciamo infatti, in riferimento a chi è stato rallegrato molto dalle lusinghe ricevute, che “s’è fatta la cacca addosso”?

incapponì’, v.intr.: incapponire,  diventar così grasso da far venire a mente un cappone, ma si tratta di un termine usato più che altro nell’ambito familiare

inceppito, agg.: inceppato

inciampà’, v.tr.: “indovinare” o, per dirlo anche alla pis., “inzeccare”, che significa “azzeccare” (DEI) nel settore della sartoria (M.P. Bini), ma è una voce scomparsa dall’uso in tal senso 

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