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limosine, s.f. pl.: mimosine (nel contado, ma in disuso da tempo) probabilmente per dissimilazione  della prima lettera o (molto meno probabile sul piano logico) per influsso della parola “limòsine”, che si trova anche in un altare seicentesco della chiesa di S. Salvatore e che significa “elemosine”, ma che da tanto tempo non è più usata. In effetti non vedo che collegamento ci sia tra elemosina e nome della pianta spesso indicata come mimosa, ma in realtà quella presente da noi è l’ “Acacia dealbata”, essendo vera mimosa quella che ritrae le foglie se vengono toccate

lippe lappe, loc. avv. che dopo il v. “fare” significa “attirare”; più in part. significa far venire “l’acquolina in bocca”, da noi, piuttosto che “aver l’acquolina in bocca” come sostiene, in riferimento all’espress. “far lappe lappe”, il DEI. Per entrambe le espressioni si tratta di “onomatopea dello schioccare con la bocca nell’inghiottire”.

Non è inutile notare che anche in Campania è usata la stessa espress. onomatop. pure per indicare l’attrazione che esercita sulla gola un cibo o, più ancora, un dolce: non esiste forse un’unità linguistica, oltre che politica dell’Italia, nonostante i dialetti?

lipperlì, avv.: “sul momento”. Si tratta di una specie di “agglutinazione”, usata anche a Castagneto Carducci (L. Bezzini), formata da due avverbi di luogo (lì) collegati dalla prep. sempl. “per”, come risulta evidente

liquerizia, s.f.: liquirizia, perché deriva dal lat. tardo “liquiritia”, adattamento dal gr. “glykýrrhiza”, a sua volta da “glykýs” = “dolce” + “rhìza” = “radice”. La –e- è probabilmente una dissimilazione nei confronti della –i– seguente e della –i- precedente, ma pensare che che in alcune parti della Toscana è chiamata addirittura “regolizia” per influsso specialmente del francese “reglisse” del XVI sec. (DEI)!

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lilli, s.m. tosc.: il pene del bambino; voce tosc. “infantile” (DEI), accentuata ulteriormente col suff. –ino (“lillino”) non solo da noi, bensì, per es., anche nel castagnetano, dove invece, al posto di lilli, usano dire “lillo” (L. Bezzini): tutt’e tre voci espressive anche per la presenza di ben tre liquide nelle medesime parole

lillo, s.m. tosc. attest. sin dal ‘400: gingillo. Si tratta di una voce, per quanto espressiva, in decadenza da noi, dove peraltro esiste il soprannome Lillo, che ne è senza dubbio una traccia evidente: un soprannome forse dato a un individuo quand’era piccolo, dato il significato della parola

lima, s.f.: “utensile manuale” (DISC), ma, accompagnandolo con un tipico gesto con le dita sì da ricordare l’atto del limare, il termine lima veniva detto specialmente dai bambini per farsi beffa (talora scherzando) di un compagno protagonista di un atto tale da vergognarsi, come dicendo: “Vergogna, vergogna!”, insomma facendo l’abbaione

limìo, s.m. tosc.: “Struggimento interiore, continuo”; deverbale da “limare” (che significa “pulire con la lima” e perciò per estensione “consumare”: (DEI), ma per capire meglio da cosa possa derivare più direttamente limare è forse preferibile pensare al rifl. “limarsi”: consumarsi (dallo struggimento)

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, avv., ma con un significato particolare nell’esclam. “Bada lì!”: cosa vuoi che sia!, e secondo il DEI è una forma toscana “Per lì”: per quelle parti, come pure può esserlo “Lì per lì”: in quel momento. Non mi risulta invece che sia più usato col significato di “bada lì” l’espressione “Bada all’unto”, riportata da L. Briganti. Sono ancora usate da noi espressioni come “Lui lì”: proprio lui e “Lei là”: proprio lei. Talora si può sentir dire, almeno nel contado,“Di lì essùe”: da lì in sù

lìcitte, s.m.: “ritirata”, “cesso”,  gabinetto, con modifica vernacolare dal lat. “licet” = “è lecito”, ma in forma interrogativa, secondo il DEI [che cita il pis. “licet(te)”, il pist. “licit” e l’emiliano “lìzet” = “cesso”] e la tipica epitesi nostrana, dopo l’assimilazione della – e – alla – i – precedente. Secondo De Mauro “licet” è attestato dal 1734 e deriva dalla “domanda che anticamente lo scolaro rivolgeva all’insegnante per uscire dall’aula” e secondo C. Cantù, citato dal Migliorini e dal DEI, “i maestri di retorica continuarono a suggerire ai discepoli fino in pieno Ottocento, come più poetica” la forma “lice” anziché “è lecito”: non a caso tale forma è usata dal Leopardi per ben tre volte in due versi consecutivi nella poesia “A Consalvo”

lieto, agg. avente di per sé un’accezione positiva, ma non in riferimento a un cibo a Fucecchio; così, quando viene detto d’un alimento: “Sa di lieto” si vuol dire inacidito e in particolare in riferimento al prosciutto e ad altre parti seccate del maiale, quando il loro colore da bianco diventa giallo. Penso che l’uso di tale agg.in senso sfavorevole si possa spiegare perché detto forse in senso ironico (ovvero antifrastico, come verrebbe detto nella retorica) in un contesto del genere

lìlleri, s.m. pl. tosc. e scherzoso: “denari contanti” “quattrini” (infatti potrebbe essere una deformazione del ted. “Heller” = “quattrino”, ma più probabilmente è una voce onomatopeica, riproducendo abbastanza “il suono delle monete” (DISC). Si pensi al detto già cit. sotto la voce “lallerare” e al significato che può avere “lìllare” e cioè di “ìlare, allegro” secondo R. Cantagalli,  ma è da tener presente che in tosc. esiste anche il v. “lillare”: “ornare di lilli”, cioè di gingilli (DEI)

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lésso, agg.: insìpido, insignificante, detto di un individuo, ma soprattutto di una donna che, appunto in tal senso, non dice nulla o, attenuando in vernacolo tale significato del tutto negativo, che “spicci’a proprio pòo”, cioè poco espressivo

lèsto, agg.quando ha il significato tosc. (De Mauro) di “pronto”, come nella frase: “E’ di mano lesta”: picchia facilmente o, con un linguaggio più giovanile, è “dalle bòtte facili”; peraltro l’espressione è molto simile a quellla riferita nel DISC “lesto di mano”: “veloce nel rubare o nel picchiare”, ma, si può aggiungere, anche nel toccare

letià’, v.intr.: “leticare”, forma toscana per “litigare”, voce dotta perché deriva direttamente dal lat. “litigare” (DISC)

levà’, v. tr.: levare, mentre è ovviamente rifl. “levassi”: levarsi. Pass. rem., 3^ pers. pl.: “levònno”: levarono (almeno un tempo e in campagna, dove poteva senza dubbio capitare di sentir dire al pass. pross. “L’ho lèvo ora”: l’ho levato ora. Invece il part. pass. regolare “levato” diventa agg. nel diffuso modo di dire tosc. “E’ levato e posto!”: è servito e riverito, è un individuo fatto e messo lì, pronto a esser servito senza darsi per niente da fare, mentre invece secondo R.Cantagalli significherebbe “completamente a spese altrui”

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lei, pron. pers. f. sing.seguito dall’avv. di luogo “là”, ma detto con una certa animosità, come avviene anche con altri pronomi personali analogamente seguiti da tale avv.

lendinoso, agg.: che ha tante lèndini, cioè “uova di pidocchio” (L. Bezzini) nel capo e perciò è tutt’altro che pulito; infatti oggi è usato nel senso di sudicio

lentàggine, s.f.: “lantana, specie di viburno”, nel lat. scientifico “Viburnum lantana” derivato dal lat. botanico “lentana” , divenuto “lantana” in Linneo e a sua volta derivato dall’ipotetico lat. “lentagine(m)” da “lentus” = “lento, flessuoso” secondo il DEI, per il quale Diz. la nostra è una voce pisana

lernio, agg.: schifiltoso; infatti il DEI parla di questa voce come termine toscano, ma il lucchese “lernia” significa “persona delicata” mentre da noi vien detto più propriamente in riferimento a una persona schizzinosa, con un tono senza dubbio sfavorevole come “uggioso”

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leccino, s.m.: porcino nero (“Boletus aereus”): P. Zangheri, che giustamente lo considera una voce toscana

lecinino, agg.: debole (M. Catastini), ma la voce non è più usata

legàcciolo, s.m.: “striscia di pelle o nastro” per legare, a Fucecchio in particolare le scarpe, in Maremma svariate cose (M.P. Bini), e il DEI osserva che è attestato dal Trecento, ma da noi nel senso detto è un termine che non sembra certo in estinzione, per quanto le sia senza dubbio preferita la parola “stringa”

legativo, s.m.: legame che precede il fidanzamento ufficiale, ma si tratta di un vocabolo non più usato.

légolo, s.m. usato un tempo nell’espressione “fare il legolo”, ormai sostituita anche dalle nostre parti da “fare la cresta”: alterare “i prezzi per intascare il sovrapprezzo” (M. Catastini) e, nell’espressione corretta in italiano, “cresta” si comprende nel senso di “ciò che sporge, che eccede” secondo l’ipotesi del De Mauro che condivido, mentre “legolo” (in lucchese “legoro”), secondo il DEI, significa in toscano e specialmente in aretino “lucignolo” e deriva da “legare”: il motivo della sostituzione di cui sopra è perciò comprensibile

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lebbro, s.m.: rebbio, ma la voce è nettamente in disuso. Del resto quante persone sanno che la punta di una forchetta si chiama rebbio? Come vediamo, l’italiano deve essere imparato molto meglio

lécca, s.f., voce prevalentemente tosc.: “percossa”, “botta forte” (come in fiorentino “lècca”), come del resto il piemontese “lécca”, dal significato tanto simile a quello del genovese “lécca”: ceffone secondo il DEI, ma noi diciamo anche “ciaffone”, così come diciamo “Che ciaffone gli darei!” al posto dell’italiano “ceffone”. Si pensi alla frase con adeguata mimica: “Gli ha dato un paio di lecche!”: l’ha schiaffeggiato proprio con violenza!

Un significato simile, ma per estensione, cioè in senso metaforico, ha quando viene detto: “Che lecca!”: che batòsta! come “Che briscola!”, “Che bòtta!”, “Che legnata!” in riferimento a una somma molto rilevante “da pagare” anche in castagnetano (L. Bezzini). Si tratta, come si desume facilmente, di una percossa anche in tal caso, ma dal punto di vista economico, come nella frase, non detta certo con benevolenza: “Che bella lécca ha avuto!”: che colpo grave ho subìto!

lecchinaggio, s.m.: adulazione fino alla nausea specialmente nei confronti di un noto capo partito: neologismo fucecchiese (da usare non solo nell’ambito familiare per la sua efficacia semantica) chiaramente derivato da “lecchino” (ma nel senso, presente nell’italiano “comune” di “adulatore”, “leccapiedi”, ma noi più volgarmente usiamo dire “leccaculo”

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lavativo, s.m.: fannullone, ma per esser precisi questo ne è un sinonimo (DISC) e allora lo possiamo definire sia “scansafatiche” sia “attaccabrighe” (M. Catastini). Peggiore ancora è quando  vien detto “È un lavativo a ghiaia”: è una persona che “ha qualità infime” (R. Cardellicchio). Comunque il significato che ha “lavativo” anche di piantagrane ovvero rompiscatole si spiega non essendo il clistere (significato che ha comunemente il termine lavativo) certamente uno strumento gradevole!

lavorà’, v.tr. quando lavorare significa, specialmente fra amici, “prendere in giro” (ne è un es. la frase: “L’ha lavorato di fino!”: l’ha preso in giro accuratamente o, per dirla alla fucecchiese, “bene bene”, ma spesso detto scherzosamente o lameno col sorriso fra le labbra). È invece intr. quando esso significa “esercitare una qualche attività” (DISC), come nell’accezione comune.

Se una persona non dimostra alcuna voglia di lavorare a Fucecchio viene detto: “Voglia di lavorà? saltami addosso!”e qualche persona ben più raramente aggiunge “o stammi lontano più che posso”, cioè il più possibile

lavoratora, s.f.: lavoratrice, ma ormai, se viene detto, questo termine errato viene usato più che altro per scherzo, come avviene per altre parole con la stessa errata terminazione

lavoro, s.m. inteso come moltitudine, per es., nella frase (accompagnata da un gesto eloquente “C’è un gran lavoro (o lavorìo) di gente!”

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lastra, s.f. con un significato particolare nell’espressione “Esser della lastra”: esser nativo del posto e, nel caso nostro, di Fucecchio (dove tale espressione è diffusa), probabilmente perché le strade vi erano lastricate e calpestarle, cioè dimostrare grande attaccamento al paese natìo (tanto da provare per esso una nostalgia intensa, quando ne era lontano: “il mal di lastre”) era una caratteristica di Alessandro Mariotti, musicista fucecchiese che fu raccomandato da Pietro Mascagni grazie alla sua “Marcia funebre”.

Nel Valdarno tra Empoli e Firenze essere della Lastra significa anche abitare a Lastra a Signa, a distinguere quale delle due Signe si abita. 

lattaia, s.f.: pesce che un tempo si trovava nel Padule di Fucecchio così come la cheppia, ma che l’inquinamento produca, oltre a danni molto più rilevanti, la scomparsa di tanti pesci non è certo purtroppo una novità!

latte, s.m. Si tenga presente la frase, ora in disuso, “M’è mancato solo il latte di gallina”: mi è “mancato  solo l’impossibile” (R. Cardellicchio), non facendo certo il latte la gallina!

lattone, s.m.: “vitello lattante” (M. Catastini), voce pis. secondo il DEI, ma almeno da noi non è più usata, a differenza di un termine uguale, ma dal significato profondamente diverso (“ceffone”, come in umbro) forse derivato da “latta”, cioè “lamiera, intesa come cosa piatta” (DEI) con un suff. accresc. (“-one”) dal valore peggiorativo, si può desumere dal De Mauro

lattughini, s.m. pl. tosc.: pianta selvatica (“Valeriana olitoria”) le cui “rosette di foglie si mangiano in insalata come la lattuga”(DEI)

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lallo, s.m. tosc. usato in particolare anche in pis. e lucch.: “cavallo”; voce del “linguaggio infantile” (DEI) e anche per questo onomatopeica, ma formata con l’aferesi della prima sillaba della nota parola e l’assimilazione della lettera iniziale così risultante alle consonanti seguenti

Lammari, toponimo toscano nel contado lucchese usato da noi nell’espressione “Ma che se’ di Lammari?” per indicare una persona non certo raffinata; però che c’è anche chi, in polemica con i fucecchiesi, dice: “Ma che siete di Fucecchio?”. Però “Andare a Lammari” significava anche “andare lontano” un tempo, quando le distanze apparivano ovviamente molto maggiori che nei nostri tempi non essendoci certo i mezzi di trasporto di oggi

lana, s.f. con un significato particolare se viene detto “Figlio di buona lana!”: figlio di buona donna, ma molto spesso in senso ironico e perciò in riferimento a chi ha un’indole non giudicata affatto in modo favorevole. Si tratta peraltro di un’espressione in netto declino almeno da noi e non certo di uso proprio popolare

lappola, s.f.: pelo delle palpebre, ciglio; voce toscana (DEI), da noi molto usata

lassà’, v.tr.: lasciare, ma “lassare” era anche una forma antica, del resto conforme all’origine dal latino “laxare”, propriamente “allentare” (DISC). Comunque, se è ancora usato, lo è nel contado, molto probabilmente per influsso pisano, come si può dedurre da P. Fanfani.

Quanto al pass. rem., 3a pers. pl. del v. “lasciare” in pisno si poteva sentir dire “lasciorno” e in fucecchiese “lascionno” al posto di “lasciarono”, ma neppure su queste terminazioni insisterò oltre, avendo accennato alla desinenza “- ònno” al posto di “-arono” nell’introduzione

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