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luccїà’, v.intr.: risplendere, significato di luccicare nell’italiano corretto e la forma vernacolare esaminata in questa sede si trova anche in pis., così come vi si trova ed anche in livorn. (V.Marchi) il termine “luccióni”: lucciconi (s.m.pl.) cioè “grosse lacrime”, attestato anche nel 1875 (DEI), ma l’origine di certe parole si perde davvero nella notte dei tempi!

luchìe, s.f.pl.: faville, ma il termine è scomparso, mentre è rimasto in ital. (l’ha usato anche il Lippi nel ‘600) quello di “monachine” per indicare le “faville della legna o della carta che arde” (DISC) per la somiglianza delle stesse “a tante monache che s’affrettano per i corridoi o nel dormitorio, ognuna con il suo lume in mano” (DEI): immagine non certo priva di poesia, a conferma di quanto possono essere preziose certe osservazioni e considerazioni presenti anche nei diversi dizionari

lucio, s.m.: tacchino; si tratta di una voce che almeno fino a qualche tempo fa era usata in diverse parti della Toscana a causa del “richiamo fonosimbolico luci, luci” (DEI). Il femminile è ovviamente “lùcia”. A un poveraccio accusato di aver rubato una volta una tacchina, specialmente se veniva còlto con una balla in mano, veniva detto a Fucecchio per farlo adirare (ma noi diciamo in modo più corposo e perciò espressivo “arrabbiare”) “Posa la lùcia!”, divenuto un soprannome

luerino, s.m.: lucherino (“Carduelis spinus”: C. Romanelli), peraltro meno usata del corrispondente termine italiano, è una forma chiaramente contratta

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lòffio, agg.: brutto e giustamente il DISC parla di tale termine tosc. (inteso però come “floscio”) come “ voce espressiva raccostata a loffa”, s. f. regionale che indica “aria che esce dall’intestino in modo silenzioso”, facendosi però sentire in modo tutt’altro che gradevole, come quella emanata da una persona nello scompartimento chiuso in un treno proveniente da Praga, causa di un commento spiritoso di un fiorentino: “questo l’avea in serbo da un mese!”: questo se lo teneva dentro da un mese, donde un effetto tutt’altro che desiderato dalle persone presenti in quella parte angusta. Ritornando a “lòffio”, pare che nel comune di Fucecchio un tempo signficasse anche “poco raccomandabile”, oltre che di “bassa qualità” (M. Catastini), nella nostra zona si può sentire usare anche il dimin. “loffiotto”

loioso, agg.: sudicio, anche in pis., come afferma il DEI, secondo cui “loia” (da cui chiaramente l’agg. deriva) sarebbe un prestito dall’emiliano “lòja” = “lordura, sporcizia, forma collettiva” di “loj”, “loglio”, “per indicare le impurità del grano”. Comunque anche il s.f. “loia” è considerato tosc. col significato di “sudiciume della pelle o degli abiti” dal De Mauro, ma noi fucecchiesi, quando parliamo della “loia”, ci riferiamo alla sporcizia del corpo

lonze, s.f.pl.: fianchi o reni anche in pis. e livorn. secondo il DEI, che lo considera un termine toscano anche al sing., sia pure con un significato diverso e cioè in questo senso: “coda ed estremità carnosa che dalla testa e dalle gambe rimane attaccata alla pelle degli animali che si macellano nello scorticarli”. Si chiamano anche “lombi” (Rohlfs). Ritornando alle lonze, può esser detto a una bella donna come complimento, a meno che non venga detto ironicamente a una donna troppo grassa: “Belle lonze!”: bei fianchi!

È poi da considerare il fatto che a Fucecchio reni è considerato maschile, mentre dovrebbe essere considerato di genere femminile (al plurale, s’intende) quando significa “schiena” (De Mauro)

lótro, agg.: insaziabile, comunque “ingordo” piuttosto che “sporco”, secondo il DEI derivato da “otre” con la “concrezione dell’articolo”, come si può desumere anche dal reggiano “lóder” e del fatto che in pist. e in sen. “ótre” si dice (o si diceva) “otro” (Id.). Non meraviglia quindi veder considerare dallo stesso Diz. una voce toscana e non solo “volterr., pis.” e senese, come risulta dal medesimo, bensì pis., livorn. e castagnat., oltre che fucecchiese

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lisca, s.f. che compare anche nel detto popolare: “Testa e lisca!”: niente!, così simile al detto livorn. “Allora testa e lisca!”: quando nel piatto sono rimaste solo testa e lische, non c’è più niente da mangiare, almeno in generale; così, per analogia, vogliamo dire che non c’è più niente da fare

liso, agg.: “logoro”, detto delle stoffe; voce pis., pist. e lucch. (DEI), ma molto usata anche nel nostro vernacolo

lo, pron. m. con un significato particolare sottinteso come in “Te lo do io, vai!”: te lo farò pagare caro (lo sgarbo che m’hai fatto), vedrai!  

locchettone, agg.: citrullo, probabilmente da “allocco”, possiamo dedurre dal DEI, ma la voce non è più usata. Da “allocco” con aferesi deriva anche “locco”, che significa “stupido” (De Mauro) e che è perciò la parola da cui deriva meno indirettamente “locchettone”

lodola, s.f., nome popolare dell’allodola (“Alauda arvensis”), talora chiamata a Fucecchio (ma dicendo così spesso s’intende anche il suo contado) “dòdola” (C.Romanelli), che ne è una corruzione (per assimilazione alla –d- seguente) significativa del basso livello culturale di tanti cacciatori d’oggi. Comunque “lodola” è un’ aferesi di allodola ed è una voce tosc. attestata dal ‘300 (DEI)

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limosine, s.f. pl.: mimosine (nel contado, ma in disuso da tempo) probabilmente per dissimilazione  della prima lettera o (molto meno probabile sul piano logico) per influsso della parola “limòsine”, che si trova anche in un altare seicentesco della chiesa di S. Salvatore e che significa “elemosine”, ma che da tanto tempo non è più usata. In effetti non vedo che collegamento ci sia tra elemosina e nome della pianta spesso indicata come mimosa, ma in realtà quella presente da noi è l’ “Acacia dealbata”, essendo vera mimosa quella che ritrae le foglie se vengono toccate

lippe lappe, loc. avv. che dopo il v. “fare” significa “attirare”; più in part. significa far venire “l’acquolina in bocca”, da noi, piuttosto che “aver l’acquolina in bocca” come sostiene, in riferimento all’espress. “far lappe lappe”, il DEI. Per entrambe le espressioni si tratta di “onomatopea dello schioccare con la bocca nell’inghiottire”.

Non è inutile notare che anche in Campania è usata la stessa espress. onomatop. pure per indicare l’attrazione che esercita sulla gola un cibo o, più ancora, un dolce: non esiste forse un’unità linguistica, oltre che politica dell’Italia, nonostante i dialetti?

lipperlì, avv.: “sul momento”. Si tratta di una specie di “agglutinazione”, usata anche a Castagneto Carducci (L. Bezzini), formata da due avverbi di luogo (lì) collegati dalla prep. sempl. “per”, come risulta evidente

liquerizia, s.f.: liquirizia, perché deriva dal lat. tardo “liquiritia”, adattamento dal gr. “glykýrrhiza”, a sua volta da “glykýs” = “dolce” + “rhìza” = “radice”. La –e- è probabilmente una dissimilazione nei confronti della –i– seguente e della –i- precedente, ma pensare che che in alcune parti della Toscana è chiamata addirittura “regolizia” per influsso specialmente del francese “reglisse” del XVI sec. (DEI)!

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lilli, s.m. tosc.: il pene del bambino; voce tosc. “infantile” (DEI), accentuata ulteriormente col suff. –ino (“lillino”) non solo da noi, bensì, per es., anche nel castagnetano, dove invece, al posto di lilli, usano dire “lillo” (L. Bezzini): tutt’e tre voci espressive anche per la presenza di ben tre liquide nelle medesime parole

lillo, s.m. tosc. attest. sin dal ‘400: gingillo. Si tratta di una voce, per quanto espressiva, in decadenza da noi, dove peraltro esiste il soprannome Lillo, che ne è senza dubbio una traccia evidente: un soprannome forse dato a un individuo quand’era piccolo, dato il significato della parola

lima, s.f.: “utensile manuale” (DISC), ma, accompagnandolo con un tipico gesto con le dita sì da ricordare l’atto del limare, il termine lima veniva detto specialmente dai bambini per farsi beffa (talora scherzando) di un compagno protagonista di un atto tale da vergognarsi, come dicendo: “Vergogna, vergogna!”, insomma facendo l’abbaione

limìo, s.m. tosc.: “Struggimento interiore, continuo”; deverbale da “limare” (che significa “pulire con la lima” e perciò per estensione “consumare”: (DEI), ma per capire meglio da cosa possa derivare più direttamente limare è forse preferibile pensare al rifl. “limarsi”: consumarsi (dallo struggimento)

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, avv., ma con un significato particolare nell’esclam. “Bada lì!”: cosa vuoi che sia!, e secondo il DEI è una forma toscana “Per lì”: per quelle parti, come pure può esserlo “Lì per lì”: in quel momento. Non mi risulta invece che sia più usato col significato di “bada lì” l’espressione “Bada all’unto”, riportata da L. Briganti. Sono ancora usate da noi espressioni come “Lui lì”: proprio lui e “Lei là”: proprio lei. Talora si può sentir dire, almeno nel contado,“Di lì essùe”: da lì in sù

lìcitte, s.m.: “ritirata”, “cesso”,  gabinetto, con modifica vernacolare dal lat. “licet” = “è lecito”, ma in forma interrogativa, secondo il DEI [che cita il pis. “licet(te)”, il pist. “licit” e l’emiliano “lìzet” = “cesso”] e la tipica epitesi nostrana, dopo l’assimilazione della – e – alla – i – precedente. Secondo De Mauro “licet” è attestato dal 1734 e deriva dalla “domanda che anticamente lo scolaro rivolgeva all’insegnante per uscire dall’aula” e secondo C. Cantù, citato dal Migliorini e dal DEI, “i maestri di retorica continuarono a suggerire ai discepoli fino in pieno Ottocento, come più poetica” la forma “lice” anziché “è lecito”: non a caso tale forma è usata dal Leopardi per ben tre volte in due versi consecutivi nella poesia “A Consalvo”

lieto, agg. avente di per sé un’accezione positiva, ma non in riferimento a un cibo a Fucecchio; così, quando viene detto d’un alimento: “Sa di lieto” si vuol dire inacidito e in particolare in riferimento al prosciutto e ad altre parti seccate del maiale, quando il loro colore da bianco diventa giallo. Penso che l’uso di tale agg.in senso sfavorevole si possa spiegare perché detto forse in senso ironico (ovvero antifrastico, come verrebbe detto nella retorica) in un contesto del genere

lìlleri, s.m. pl. tosc. e scherzoso: “denari contanti” “quattrini” (infatti potrebbe essere una deformazione del ted. “Heller” = “quattrino”, ma più probabilmente è una voce onomatopeica, riproducendo abbastanza “il suono delle monete” (DISC). Si pensi al detto già cit. sotto la voce “lallerare” e al significato che può avere “lìllare” e cioè di “ìlare, allegro” secondo R. Cantagalli,  ma è da tener presente che in tosc. esiste anche il v. “lillare”: “ornare di lilli”, cioè di gingilli (DEI)

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lésso, agg.: insìpido, insignificante, detto di un individuo, ma soprattutto di una donna che, appunto in tal senso, non dice nulla o, attenuando in vernacolo tale significato del tutto negativo, che “spicci’a proprio pòo”, cioè poco espressivo

lèsto, agg.quando ha il significato tosc. (De Mauro) di “pronto”, come nella frase: “E’ di mano lesta”: picchia facilmente o, con un linguaggio più giovanile, è “dalle bòtte facili”; peraltro l’espressione è molto simile a quellla riferita nel DISC “lesto di mano”: “veloce nel rubare o nel picchiare”, ma, si può aggiungere, anche nel toccare

letià’, v.intr.: “leticare”, forma toscana per “litigare”, voce dotta perché deriva direttamente dal lat. “litigare” (DISC)

levà’, v. tr.: levare, mentre è ovviamente rifl. “levassi”: levarsi. Pass. rem., 3^ pers. pl.: “levònno”: levarono (almeno un tempo e in campagna, dove poteva senza dubbio capitare di sentir dire al pass. pross. “L’ho lèvo ora”: l’ho levato ora. Invece il part. pass. regolare “levato” diventa agg. nel diffuso modo di dire tosc. “E’ levato e posto!”: è servito e riverito, è un individuo fatto e messo lì, pronto a esser servito senza darsi per niente da fare, mentre invece secondo R.Cantagalli significherebbe “completamente a spese altrui”

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lei, pron. pers. f. sing.seguito dall’avv. di luogo “là”, ma detto con una certa animosità, come avviene anche con altri pronomi personali analogamente seguiti da tale avv.

lendinoso, agg.: che ha tante lèndini, cioè “uova di pidocchio” (L. Bezzini) nel capo e perciò è tutt’altro che pulito; infatti oggi è usato nel senso di sudicio

lentàggine, s.f.: “lantana, specie di viburno”, nel lat. scientifico “Viburnum lantana” derivato dal lat. botanico “lentana” , divenuto “lantana” in Linneo e a sua volta derivato dall’ipotetico lat. “lentagine(m)” da “lentus” = “lento, flessuoso” secondo il DEI, per il quale Diz. la nostra è una voce pisana

lernio, agg.: schifiltoso; infatti il DEI parla di questa voce come termine toscano, ma il lucchese “lernia” significa “persona delicata” mentre da noi vien detto più propriamente in riferimento a una persona schizzinosa, con un tono senza dubbio sfavorevole come “uggioso”

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leccino, s.m.: porcino nero (“Boletus aereus”): P. Zangheri, che giustamente lo considera una voce toscana

lecinino, agg.: debole (M. Catastini), ma la voce non è più usata

legàcciolo, s.m.: “striscia di pelle o nastro” per legare, a Fucecchio in particolare le scarpe, in Maremma svariate cose (M.P. Bini), e il DEI osserva che è attestato dal Trecento, ma da noi nel senso detto è un termine che non sembra certo in estinzione, per quanto le sia senza dubbio preferita la parola “stringa”

legativo, s.m.: legame che precede il fidanzamento ufficiale, ma si tratta di un vocabolo non più usato.

légolo, s.m. usato un tempo nell’espressione “fare il legolo”, ormai sostituita anche dalle nostre parti da “fare la cresta”: alterare “i prezzi per intascare il sovrapprezzo” (M. Catastini) e, nell’espressione corretta in italiano, “cresta” si comprende nel senso di “ciò che sporge, che eccede” secondo l’ipotesi del De Mauro che condivido, mentre “legolo” (in lucchese “legoro”), secondo il DEI, significa in toscano e specialmente in aretino “lucignolo” e deriva da “legare”: il motivo della sostituzione di cui sopra è perciò comprensibile

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lebbro, s.m.: rebbio, ma la voce è nettamente in disuso. Del resto quante persone sanno che la punta di una forchetta si chiama rebbio? Come vediamo, l’italiano deve essere imparato molto meglio

lécca, s.f., voce prevalentemente tosc.: “percossa”, “botta forte” (come in fiorentino “lècca”), come del resto il piemontese “lécca”, dal significato tanto simile a quello del genovese “lécca”: ceffone secondo il DEI, ma noi diciamo anche “ciaffone”, così come diciamo “Che ciaffone gli darei!” al posto dell’italiano “ceffone”. Si pensi alla frase con adeguata mimica: “Gli ha dato un paio di lecche!”: l’ha schiaffeggiato proprio con violenza!

Un significato simile, ma per estensione, cioè in senso metaforico, ha quando viene detto: “Che lecca!”: che batòsta! come “Che briscola!”, “Che bòtta!”, “Che legnata!” in riferimento a una somma molto rilevante “da pagare” anche in castagnetano (L. Bezzini). Si tratta, come si desume facilmente, di una percossa anche in tal caso, ma dal punto di vista economico, come nella frase, non detta certo con benevolenza: “Che bella lécca ha avuto!”: che colpo grave ho subìto!

lecchinaggio, s.m.: adulazione fino alla nausea specialmente nei confronti di un noto capo partito: neologismo fucecchiese (da usare non solo nell’ambito familiare per la sua efficacia semantica) chiaramente derivato da “lecchino” (ma nel senso, presente nell’italiano “comune” di “adulatore”, “leccapiedi”, ma noi più volgarmente usiamo dire “leccaculo”

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