Il Toscanario

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di Giancarlo Carmignani

ingollo, s.m. volg.: inghiottimento, cioè “atto” ed “effetto dell’inghiottire” (Vocabolario degli Accademici della Crusca, Firenze 1899); con maggior precisione ancora, inghiottimento ingordo, “atto dell’ingollare” (P. Fanfani, riportato dal Battaglia)

ingottì’, v.tr.: ingottire, cioè “gonfiare” (M. Catastini), ma non è più usato

ingrassicchià’, v.intr.: ingrassare un po’

ingrugnito, part. pass. divenuto agg.: “impermalito” (M. Catastini); si tenga presente che “grugno” è “il muso del porco” (DEI), che non è certo piacevole a vedersi  

innacquerito, agg.: acquoso perché andato a male, ma è una voce in disuso che si riferiva a un prodotto diverso dal vino poiché questo, quando è andato a male, si dice che è inacidito

inserpentà’, v. intr.: inserpentare, diventare come un “serpente” (DEI) nel senso di affannarsi, quasi arrotolarsi come fanno i serpenti in certe circostanze e quindi arrovellarsi, ma è in disuso, mentre fino a qualche tempo fa si trovava purtoppo nelle imprecazioni ed è perciò senza dubbio da evitare il part. pass. e quindi agg. “inserpentato”: “ingarbugliato” (M. Catastini)

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inghilese, agg. e s.m. e f.: inglese, con l’ “epentesi eufonica di –i-” attestata già nel Trecento (DISC), ma chiaramente in disuso: oggi specialmente, con la diffusione dell’inglese nel mondo, farebbe ridere!

ingiuese, s.m.: abitante o originario della parte pianeggiante di Fucecchio, cioè d’ “ingiù”, com’è ben noto ai fucecchiesi, mentre non lo è il fatto che il suff. “-ese” deriva dal lat. “-ense(m)” con “indebolimento” di -n– prima della cons. –s- , trattandosi di una “forma” di tradizione popolare (DISC)

ingobbià’, v.tr. tosc.: “ingobbiare”, var. di “ingubbiare” : “mandare giù nel gozzo” (propriamente l’antico “gubbio” è il “gozzo degli uccelli”) e quindi “ingozzare” (De Mauro),  da noi in particolare mangiare con avidità, “a strippapelle” (M. Catastini), mentre a La Rotta viene detto “inghebbiare” (C. Giani)

ingoffito, part. pass. divenuto agg.: gonfiato, come nella frase “Avé’ i geloni ingoffiti”: avere i geloni gonfiati, ma è in disuso anche perché ai geloni è stato posto rimedio da tempo grazie all’introduzione dei termosifoni nelle case. Esiste però anche “ingoffito” col significato di reso o divenuto “goffo” (DEI)

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infilà’, v.tr. quando significa infilare, ma è ben diverso il significato che ha l’espressione: “averle infilate” in fucecchiese: non essere più all’altezza della situazione oppure in forma e quindi essere peggiorato dal punto di vista sanitario o sportivo, essere in declino oppure, per usare un’espressione piuttosto volg. usata a Fucecchio, “averlo preso in tasca”, sia pure nel senso sopra precisato

infruscà’, v.tr.: infruscare, far “perdere il filo del discorso” (M.Catastini), confondere: voce fiorentina, livornese e pisana per “infuscare” (Lucca), “con epentesi di –r-” (DEI), un’epentesi espressiva: c’è infatti chi ha parlato di carattere onomatopeico del gruppo –fr- . Quanto all’origine d’ “infruscato” da “infrascato”, “quasi uccel nella ragnaia”, cui accenna P. Giacchi, non mi sembra valida quanto quella del pisano “infuscato” nel senso di “confuso”, cui accenna il DEI

ingannino, s.m.: imbroglione: voce usata nel secondo dopoguerra fra ragazzini delle nostre parti, mentre a La Rotta (Pontedera) forse viene usata ancora, ma ciò non viene precisato da C. Giani nel cosiddetto “Vocabolario della lingua rottigiana”, in realtà una specie di glossarietto come altri definiti arbitrariamente “vocabolari”

ingażżurrì’, v.tr.: “ringalluzzire”, cioè “invogliare uno di una cosa e poi non dargliela” (DEI, secondo cui è una voce pisana, ma in pis. esiste anche il v. “ingazzullì’ ”: B. Gianetti), mentre è rifl. ringalluzzirsi: “riacquistare vivacità e baldanza” anche scherzosamente (De Mauro) un po’ come fa il gallo quando ricomincia, per es., a cantare

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incontro (all’), loc. avv.: “al contrario” (DEI)

incorrentito, agg.: inquieto, ma è un termine nettamente in decadenza

inculata, s.f. molto volg.:  grave danno, perdita di denaro a causa di un imbroglio (R. Cantagalli)

incumbensà’, v. intr.: dare un’incombenza, ma incombensare è un v. venuto meno, per quanto fosse attestato a Fucecchio, per es., nel 1857, deduciamo da M. Masani

incuterito, agg.: arrabbiato, ma era un termine del linguaggio giovanile, oggi pressoché scomparso, derivato da “cutère”, essendo considerate tali in molte parti della Toscana le formiche rosse, ritenute fastidiose, in un certo senso arrabbiate, se qualcuno le infastidiva

inder, prep. art. (volg.): nel, anche in pisano e in livornese (B. Gianetti e V. Marchi)

‘indicina, s.f.: “quindicina” (M. Catastini), con l’aferesi nel parlare dopo l’art. determinativo “la” o quello indeterminativo “una”

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inciampi, s.m.pl.: frattaglie, pezzetti alimentari messi nel sugo

inciampolà’, v.intr.: inciampolare, cioè inciampare con un allungamento –ol- tipico del fucecchiese, ma in altri casi, più in generale, del toscano

inciccià’, v.tr.: incicciare, danneggiare in particolare un’automobile (specialmente nel linguaggio giovanile), oltre che una parte del corpo; è chiara infatti la derivazione da “ciccia”, termine che indica la carne anche in calabrese

incicciatura, s.f.: fregatura

incignà’, v.tr.: incignare, cioè “rinnovare”, significato del latino “encoeniare”, già usato da S.Agostino; voce propriamente lucchese secondo I. Nieri, ma diffusa anche da noi, per quanto meno di “rincignare”. È da tener presente che nel latino tardo “encaeniare” significa “inaugurare”, derivato a sua volta dal gr. “kainòs” = “nuovo” (DEI)

incocciato, part. pass. e agg. tosc.: indispettito. Deriva chiaramente dal v. intr. incoccià’: incocciare, cioè “mettere il broncio” (M.Catastini) nei confronti dell’eventuale offensore, smettendo di parlargli (in vernacolo, di “parlacci”) e invece mettendogli “ ‘r muso”, cioè tenendo nei suoi confronti un contegno austero di distacco o addirittura di disprezzo, facendo finta di non conoscerlo o scansandolo, da scrivere con la –s- perché deriva, come risulta dal De Mauro, dal lat. campsare

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in, prep. sempl. usata in modo superfluo sul piano grammaticale, ma rafforzativo nella frase vernacolare toscana molto usata nella nostra zona e in pisano “Ma in do’ vai?”: dove vai?

Quanto al “Ma”, in questo caso, si può considerare un “segnale discorsivo”, così come il “Cioè” all’inizio del discorso nel linguaggio di tanti giovani d’oggi

incaerì’, v.tr.: incaerire, cioè lusingare, di cui è usato in funzione di agg. il part. pass. “incaerito”: lusingato (“ ‘nzolluccherato” direbbero a Napoli, mentre noi diciamo “mandato in solluchero”, variante di “solluchero”: De Mauro), compiaciuto, preceduto spesso da “tutto”, come nella frase, peraltro usata per lo più nell’ambito familiare: “È tutto incaerito!”

Ben diverso è il significato che ha “incaerito” nel vernacolo livornese: “col corpo sciolto” (V. Marchi), ma un collegamento col significato che ha lo stesso agg. col nostro c’è: non diciamo infatti, in riferimento a chi è stato rallegrato molto dalle lusinghe ricevute, che “s’è fatta la cacca addosso”?

incapponì’, v.intr.: incapponire,  diventar così grasso da far venire a mente un cappone, ma si tratta di un termine usato più che altro nell’ambito familiare

inceppito, agg.: inceppato

inciampà’, v.tr.: “indovinare” o, per dirlo anche alla pis., “inzeccare”, che significa “azzeccare” (DEI) nel settore della sartoria (M.P. Bini), ma è una voce scomparsa dall’uso in tal senso 

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impermalosito, agg.: impermalito, ma l’ampliamento usato da noi non è privo di efficacia sul piano semantico per l’influsso di “permaloso”, né si dimentichi che è part. pass. del v. “impermalosirsi” (non registrato nei vocabolari di italiano essendo un termine nostrano) quando si dice: “S’è impermalosito per questo”: “Se l’è avuta a male” (DISC) per questo motivo

imporpognà’, v.tr.: imporpognare, parola espressiva; “il penetrare dell’acqua” (M. Catastini) in un oggetto bagnandolo completamente

imporrito, part. pass.che diviene agg.: materiale, specialmente se gommoso, che presenta crepe “sulla sua superficie”: C. Giani e perciò voce usata anche nel Pisano

imposolato, agg.: individuo “sporcatosi durante il pasto” (M. Catastini), ma è venuto meno anche questo termine

improsà’, v.tr. volg.: ingannare, ma fortunatamente è un verbo in declino, derivando dal termine volg. “proso”, cioè culo, in cui vorrebbe dire metterlo, sia pur metaforicamente, in un linguaggio triviale. Tutto ciò vale anche per la variante anch’essa molto volg. “infrosà’ ”

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imbraa, s.f. che corrisponde a “imbraca”: “parte dei finimenti delle bestie da tiro passante dietro le cosce dell’animale”, che talora si appoggia ad essa “per fare un minor sforzo”: DISC e prima DEI, secondo il quale diz.si tratta di un deverbale da “imbracare” (da cui deriva anche il termine, usato pure nell’alpinismo, “imbracatura”, cioè, in senso stretto, in riferimento a persone, “mettere le brache”. Tale verbo acquista il significato di buttarsi alle “cattive”, metersi a fare lo sfaccendato, nell’espressione “Buttarsi nell’imbraa”

imbriaassi, v.rifl.: ubriacarsi

impallà’, v.tr.: impallare, cioè coprire derivando dal gioco del biliardo, quando la propria palla è messa in modo da impedire all’avversario di “colpirla direttamente senza abbattere i birilli o colpire il pallino” (De Mauro). È un verbo molto usato (e non è certo raffinato) dalle nostre parti, dove ha perduto il senso “tecnico-specialistico” (De Mauro) che prima aveva, per assumere il significato di impedire la visuale

impaurissi, v.rifl.: impaurirsi. Indicativo pres. 3a pers.pl.: “s’impauriscano” (anche in senese): si impauriscono

imperfidito, part. pass.: infettato “per essersi stuzzicato la ferita” (M. Catastini) diventata come “perfida”, cioè “infida”, insidiosa, possiamo dedurre dal De Mauro

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imbarlaccito, agg.: divenuto malconcio e non solo in riferimento a un “uovo andato a male”, come è affermato nel DEI a proposito dell’agg. barlaccio”, da cui esso chiaramente deriva

imbaulito, agg.: diventato così grasso da far ricordare un baule e perciò quando si dice scherzosamente e col sorriso sulle labbra a un amico: “Oh come sei imbaulito!” si vuol dire in modo iperbolico, cioè esagerando, “Oh come sei ingrassato”

imbeerà’, v. tr.: imbeverare, ingannare con le parole, per es., nella frase: “ ‘un vi fate imbeerà’ co’ discorsi!”. Oltre che da “fassi”(farsi) “imbeerà’ è spesso preceduto nel vernacolo da “lasciassi” (lasciarsi), ovviamente riferendosi all’infinito pres. e in tali casi, i più diffusi in proposito, significa anche influenzare, condizionare negativamente. Una voce toscana meno vernacolare è “imbecherare”: “imbrogliare” e in pisano si trova “imbéhero” (DEI)

imbiffà’, v.tr. “imboccare a via giusta” (M. Catastini), “colpir nel segno, imbroccare”: DEI, secondo cui imbiffare deriva da “biffa”: “pertica di segnalazione” usata in agricoltura in quel di Lucca e di Prato, forse dal long. “wiffa” = “segno di confine”, ma pare che anche a Fucecchio venisse detto “E ‘un l’imbiffi mai”: non trovi mai il il modo giusto, ma oggi è ben più usato il verbo pis. “inzeccare” (DEI), nel vernacolo nostro “inzeccà’ ”

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Iddio, s.m.: Dio, ma deriva da “il Dio”, con l’ “assimilazione di tipo fiorentino” (F. Fochi) come nel caso del detto locale: “Se d’un male vuoi guarire, prega Iddio di non l’avere”, cioè di non averlo

ideoso, agg.: chi ha molte idee, ma solo allo stato velleitario oppure idee bislacche, che scava,  come si suol dire in fucecchiese, “di sottoterra”

ìeh!, interiez.: sì ironico, equivalente a no, figuriamoci! Si tratta di una interiez. usata da noi, ma molto di più nell’area fiorentina

imbaccinà’, v. tr.: imbaccinare, cioè “stendere sull’aia uno strato di sterco di vacca intriso d’acqua” (M. Catastini), ma è un verbo caduto in disuso per un motivo ben comprensibile: chi fa più un’operazione del genere da noi?

imbarazzo, s.m.: malessere, per es. l’espressione “Provare un imbarazzo d’intestino”: avvetire un certo malessere all’intestino. Il sost. è un deverbale d’“imbarazzare”, che in definitiva deriva dal portoghese “embaraças” = “impedire col laccio (baraço)” (DISC)

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