Il Toscanario

Il Toscanario, ovvero “Parole usate in zone toscane” 

di Giancarlo Carmignani

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bidalescato, agg. (ma nell’ambito familiare): fuori dell’ordinario ma in senso negativo in riferimento a un edificio troppo irregolare o a un viso butterato oppure, per restare più aderenti all’origine della parola che presenta “bidaleschi”

bidalesco, s.m.: variante toscana rustica (probabilmente per semplificare un po’), ma presente a Fucecchio, di quel “guidalesco” che è stato ripreso dal Verga, pur risalendo al ‘300 (DEI, secondo cui è attestato nel 1764 nel pistoiese Lori) e che significa  una “lesione della pelle” (come estensivamente in italiano il guidalesco: DISC), finendo per formare una specie di foruncolo

bifonchià’, ma una variante più usata da noi è “sbifonchià’ ”; comunque il verbo toscano è “bofonchiare”, v.intr.: brontolare specialmente sotto sotto, derivato da “bifonchio”: calabrone (DEI), che in effetti emette un rumore sordo, un fastidioso ronzìo simile ad  brontolìo. Si tratta di un insetto che frequenta le stalle oppure le case abbandonate di campagna e che può essere pericoloso per l’uomo specialmente se ad attaccarlo sono più esemplari. Da notare che secondo Tommaseo – Bellini bifonchiare significa esprimere “disapprovazione o malcontento” con voci per lo più “inarticolate”: significato che ha in fondo anche da noi 

bifórchio, s.m. variante di bifórco: bifolco, rozzo, ma il primo lemma è in disuso

binda, s.f.: macchina “manuale per il sollevamento di carichi a piccola altezza” (De Mauro, secondo il quale questo lemma deriva dal “alto ted.” Antico “winde” = “àrgano”), ma l’espressione toscana da noi diffusa “Ma che ti ci ’oglion le binde per arzatti?” : ma he ti son necessarie delle macchine, cioè ti occorre proprio un grande sforzo per alzarti?

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Il prossimo appuntamento con questa rubrica è previsto per il 23 febbraio 2016 

Il Toscanario

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di Giancarlo Carmignani

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biasci’à’, v.tr.: biascicare, meno frequente biasciare, che era la forma antica derivata dall’ipotetico lat. parlato “blassiàre” d’ “orig. onom.” (DISC)

biasciantìngoli, s.m.: “persona che si esprime male” (M. Catastini), mentre il DEI, pur riferendo la giusta derivazione da “biasciare” e “intingoli”, accenna ai “biasciantìngoli”, col significato di “buono a nulla”: significato che non escludo che sussista anche nel nostro vernacolo. Che si tratti di un’offesa, per quanto scherzosa, mi sembra evidente, per quanto il suo significato letterale sia anche  in pisano quello d’ individuo che “biascia a lungo il cibo che ha in bocca” senza mandarlo giù, come fa chi mastica senza avere i denti (L. Bezzini) e perciò – viene fatto di pensare – lento di riflessi, cosa che si può ripercuotere anche nella sua capacità sia di esprimersi nel parlare sia sul piano operativo

biasciotto, s.m.: biascicotto, parola toscana: “pezzo di carta, pane o altro che uno si toglie di bocca, dopo averlo biascicato a  lungo”. Chiara la derivazione  da “biasci(c)are” (DEI). Tuttavia il termine “biasciotti” indica propriamente nella nostra zona residui di saliva agli orli delle labbra, a causa di un’infiammazione “agli angoli della bocca” (M. Catastini), non certo gradevole a vedersi

bicigrea (M. Catastini) con la variante picigrea, s.f. probabilmente derivato da “pece greca” forse per il colore: liquirizia, in fucecchiese anche liquerizia

bicicrétta, accanto a bicirétta (anche in pis.) e bigigrétta (M. Catastini), s.f.: bicicletta, che però ha preso giustamente il sopravvento in generale, derivando dal francese “bicyclette”, diminutivo di “bicycle” = “biciclo”, a sua volta dal lat. “bis” = “due volte” e quindi “due” come primo “ elemento di composti” + gr. “kýklos” = “cerchio”, essendo un veicolo “con due ruote allineate” (DISC). Così almeno nel contado veniva detto scherzosamente: “L’hai vorsuta la bicicletta? o pedala!”: hai voluto codesta cosa (sfavorevole)? o pagane le conseguenze!: espressione simile a quella che vedremo parlando del “tramme”

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beschia, s.f.: bestia, specialmente nel contado e una volta, oltre che volg. e in preda all’ira, mentre la sostituzione opposta della –t- alla –c- seguita dalla –h- non era affatto inconsueta in toscano, come vedremo in seguito, per es., in un vocabolo meno volg. come “stioppo” al posto di “schioppo”, quasi come se si trattasse di una forma di ipercorrettismo come “carti” invece di “arti”

beúta, s.f. pop.: bevuta, con dileguo della –v- intervocalica come in “beitore”: bevitore : termini che erano entrambi molto diffusi un tempo dalle nostre parti, così come lo erano purtoppo l’ignoranza e l’alcolismo

bévere, v.tr.: bere, dal latino “bibere”, un tempo usato anche nel nostro vernacolo mentre questa forma antica sarebbe tuttora “viva  nei  dial. merid. e settentr.” secondo il DEI

bezziato, agg.: bezzicato, voce toscana che significa quasi “butterato” (M. Catastini) cioè coperto di “butteri”, sì da far venire un po’ in mente chi è stato colpito dal vaiolo (DISC). Significa anche dal viso come punzecchiato, beccato, pizzicato. Non per niente a Fucecchio esisteva il soprannome “Bezziato”,  ma il termine è in declino e in Toscana esiste il v. “bezzicare” in senese e in amiatino col significato di “beccare”: verbo da cui esso deriva, incrociato con “pizzicare” (DEI); che poi da noi sia caduta per dileguo la –c- intervocalica non è certo una novità

bia, s.f.: bica, cioè “micchio” (conico) di covoni; rifacimento toscano (ma pis. e lucc. “biga”) del settentr. biga che deriva dal long. biga” (DEI). Che a Massarella dicessero al pl. “bie” non sorprende infondo, tenendo presente che il dileguo della –c- intervocalica è molto diffusa nel nostro vernacolo, ma penso che in questo caso anche da noi il dileguo abbia finito per cedere alla parola corretta

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bernècche, s.m. inv., voce toscana che si trova peraltro solo nelle locuzioni “andare” o “essere” (nel nostro vernacolo rispettivamente “andà’ ” o “èsse’ ”) “in bernecche” (De Mauro): “essere ubriaco”: DEI, che considera tale voce fiorentina e espressiva, così come lo è il francese dialettale “berlique, berloque” = “essere ubriaco”: in fondo anche chi è “berlicche berlocche”, come viene detto ancora dalle nostre parti, può dare l’idea dell’instabilità un po’ come la dà l’ubriaco, anche se la prima parte del termine può far venire in mente il Berni, poeta dallo “stile burlesco” a cui a ccenna il De Mauro

berrettaio, s.m. Frase “Urla come un berrettaio!”: urla tanto, forse perché c’era chi faceva questo tra chi vendeva  berretti, ma è un termine in disuso anche perché chi lo fa più il berrettaio dalle nostre parti?

bertivèllo, s.m.: bertuello, rete per la pesca “a camere distinte dove il pesce entra, ma non può uscire” (M.P. Bini), ma il termine vernacolare è più vicino (tenendo presente la trasformazione  per betacismo della v- in b- e in senso opposto per spirantizzazione della –b- in –v-) all’ipotetico lat. “vertibellu(m)” = “bertovello” cui accenna il DEI

bertuccia, s.f.: donna troppo civettuola e anche antipatica; voce derivata (sia pure con significato diverso, secondo il DISC) dal nome proprio Berta, che poteva significare “donna chiacchierona”. E’ osservato nel DELI che tale nome personale era usato in senso spregiativo già nel Medioevo, in contrapposizione a “Ser Martino”: nome, quest’ultimo, che ritengo sia stato dato a un uccellino dai colori molto belli come il Martin pescatore, anche per tale motivo. Invece l’accezione sfavorevole del lemma in questione (attestato già dal ‘200 nella nostra letteratura) può derivare dal “temperamento piuttosto eccitabile” presentato dalla scimmia con tale nome che vive anche a Gibilterra

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benino, avv. in vernacolo è più un vezzeggiativo che un diminutivospecialmente quando si dice  affettuosamente a una persona, magari prendendola per il “ganascino”, avendo con lei confidenza, “Ti va benino, eh?”: ti va proprio bene, vero?

béo, s.m.volg.: becco, cornuto, tradito dalla moglie, con scomparsa addirittura della doppia – c –  e non solo di quella intervocalica, come avviene molte volte nel nostro vernacolo

bèr, agg.: bel (forma tronca di bello), come nel pisano, per esempio davanti a “discorso” nella frase antifrastica ovvero ironica: “E’ un ber discorso!” in riferimento ad un’affermazione che non condividiamo. Viene però detto seriamente quando diciamo, per esempio:”E’ un ber cane!” : è un cane bello! oppure “Ber mi esse’ ne’ su’ piedi!”: come mi piacerebbe trovarmi nella sua situazione!

bercià’, v.intr.: “gridare, urlare; voce tosc. (fior., pis., pist.)”: DEI, ma più ancora di “berciare”, lo è “sberciare” (De Mauro), nel vernacolo nostro “sbercià’” col pref. s- intensivo: da entrambi questi verbi derivano i due s. m. toscani “bèrcio” e “sbèrcio”: “grido sguaiato” ( De Mauro)

berlicche, s.m.: “nome scherzoso del diavolo”, ma passa a significare “volubile” deduciamo dal DEI, per es. nella frase espressiva come mostrano le due varianti: “Fa’ Berlicche Berlocche!”: cambi parere tanto rapidamente e in modo indisponente?

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bèllora, s.f.: puzzola (M. Catastini), ma sono del parere che tale voce, ormai in disuso, indicasse piuttosto la “donnola”, come afferma P. Fanfani (tenendo presente il “Vocabolario lucchese” del Bianchini), dato l’aspetto piacevole che presenta e che potrebbe spiegare la prima parte del nome (bello-)

belluria, s. f.: “bella apparenza”; voce popolare specialmente nel pistoiese, chiaramente derivata da “bello”, ma tenendo presente la stessa terminazione di “lussuria” (DEI), ma indicava “bellezza in tutti i suoi significati” nella montagna pistoiese, oltre che “in molti luoghi del contado”, secondo P.Fanfani. Infatti si tratta di una bellezza “più apparente che reale”, implicando l’idea di “eccesso” sia la lussuria sia il lat. “luxus” da cui questo termine deriva e il lusso quella dell’ “ostentazione”, si deduce dal De Mauro. Peraltro da noi il termine non sembra certo usato dando al suff. “-uria” un “valore perlopiù negativo” come avviene in italiano, stando al DISC

belluzia, s.f.: bellezza, ma lemma usato specialmente dai giovani nell’espressione “che belluzia!”, talora ironicamente, mentre altre volte questo termine viene usato con un senso di maggiore intensità rispetto a “belluria”, come fa capire anche l’uso della –z-, “mai di grado tenue”, a differenza della –r- (DISC)

benaére, s.m. chiaramente derivato da “bene” e “avere”: pace (anche a Firenze e Siena: R. Cantagalli, ma senza il dileguo della –v- come da noi), per es., nella frase: “Non mi fa benaére!”: non mi dà pace, molestandomi

benedì’, v.tr.: benedire, coniugato in parte dal popolo pisano su “finire” anziché  come un composto di “dire” e perciò all’indicativo pres. 1^ pers. sing. può capitar di sentir dire “benedisco” anziché “benedico” e alla 3^  pl. “benediscono” anziché “benedicono” (Malagoli), ma questo a Fucecchio viene fatto di pensare che si verificasse più che altro, come molti lemmi del presente dizionario, nel contado

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befana, s.f.: persona che lascia molto a desiderare. E’ un termine  rivolto ad una persona per lo più come offesa, sia pure in parte piuttosto cordiale almeno in Toscana. Infatti anche il personaggio che ai bambini piccoli viene fatto credere che porti loro doni la notte dell’Epifania (parola da cui deriva tale nome per “aferesi e sonorizzazione”: DISC) ha un aspetto non certo piacevole, ma è tanto gradito dai piccoli per un motivo facilmente comprensibile

befano, s.m.: offesa, peraltro non dettata proprio da malevolenza, e derivata da chi, la vigilia dell’Epifania ovvero della befana,  veniva estratto a sorte e gli veniva dato tale nome, mentre quella che rimaneva senza il compagno in tale estrazione si vedeva assegnare il titolo, non certo onorifico, di befana

beggerìo, s.m.: “schiamazzo di persone” (M. Catastini), ma è un termine caduto in disuso, a differenza di “buggerìo”, termine popolare italiano che indica sia “rumore forte e fastidioso” sia  un “gran numero di persone” (da noi anche “moltitudine disordinata”) e di cui “beggerìo” può essere stata una storpiatura forse per assimilazione alla – e – seguente. Infatti si può sentir dire: “C’era un buggerìo di gente!”

belleìto, agg. ma originariamente participio passato la parte finale “ìto”, che potrebbe essere scritta staccata così: bell’e ito: “spacciato” (R. Cantagalli) e, in modo più completo, ormai spacciato

bellìo, (anche in pis. e in livorn.) s.m.: ombelico, ma più direttamente da “bellico” che deriva appunto dal lat. “umbilicu(m)” = “ombelico” (DISC) con aferesi della sillaba iniziale, raddoppiamento espressivo della –l- e dileguo (tutt’altro che inconsueto nell’area linguistica di cui il fucecchiese fa parte, senza starlo a ripetere ancora per casi analoghi) della – c – intervocalica

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becco e bastonato!, escl.: sfortunatissimo, aggiungendosi una disgrazia ad un’altra

bécero, s.m.: “zotico, villanzone”: DEI, secondo cui la voce fiorentina (ma ritengo anche fucecchiese sì da figurare pure in un soprannome) è stata introdotta in letteratura dal Carducci

bècio, s.m.: lombrico e dalla voce fucecchiese, corrispondente al pisano “bécio” (con cui è collegato il toscano settentrionale “béco” = baco: DEI), è derivato a Fucecchio il noto soprannome omonimo, passato – come diversi soprannomi – ai figli

beeróne, s.m.: beverone, nel senso di bevanda abbondante (così si spiega bene il  suffisso accrescitivo “ – one –”), ma “insipida”, anzi “di gusto cattivo” (DISC) con dileguo della –v-; secondo una “forte tendenza” presente nel “toscano popolare” (G. Rohlfs),  per cui non meraviglia certo sentire  usare “beeróne”, oltre che a Pisa, Livorno e da noi presso Empoli: M.P. Bini, secondo la quale peraltro beverone, nelle zone toscane dove ella ha fatto interviste, sarebbe una voce “usata più comunemente per indicare il miscuglio di acqua e di farina che viene dato alle bestie”

beétta, s.f.: donna dappoco “antipatica”, ma veniva usata questa voce tipicamente fucecchiese (forse diminutivo di béa per il suono stridulo – antipatico specialmente quando annunziava l’inizio del lavoro – provocato dalla sirena della SAFFA) nel significato di fastidiosa, come poteva esserlo la voce di tale “donnetta”: questa parola non nel senso di donna dai facili costumi, bensì come un appellativo scherzoso, cioè senza nessuna cattiveria

 

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bé’, v.tr.: bere. Pres. ind. 1^ pers. sing. “Béo”: bevo. Pres. congt. 3^ pers. pl. “ Bevino”: bevano. Imperf. ind. “Beévo”: bevevo. Part. pass. volg. “Beuto”: bevuto, con il dileguo della –v- intervocalica, come in altri casi visti. Modi di dire contadineschi: “Bé’ come un lotro”: bere “molto e ingordamente”; “Bevémoci su!”: beviamoci sopra! in riferimento a una “cosa spiacevole che si vuol dimenticare”; “Ma che ti béi (bevi) ’r (il) cervello?: ma che non ragioni?

béa: la sirena della SAFFA, cioè della Soc. An. Fiammiferi e Affini, che suonava per annunziare l’entrata e l’uscita degli operai da questa fabbrica a Fucecchio, dove tale voce non esiste più, se non in espressioni tipo “Sembrava la bea!” in riferimento a un suono acuto e stridulo

bearèllo, s. m.: recipiente dove si mette l’acqua per gli uccelli in gabbia affinché bevano; “beverello” o “beverino” (DISC). Da notare che fino a pochissimo tempo fa esisteva nel comune di Fucecchio una persona soprannominata “Bearèllo”, ma ne ignoriamo il motivo preciso

bécca, s. m.: piega anche del vestito e, al pl., della camicia

beccà’, v. intr. e tr.: abboccare all’amo anche in senso metaforico e perciò farsi ingannare; per quanto propriamente voglia dire beccare, ha anche il senso di prendere “in fragrante”

beccaccia scopina, s.f. (seguito da un agg., a mio parere, ed invece da un altro s.f., sia pure toscano, secondo il De Mauro): varietà piccola di beccaccia, chiamata in tal modo a Fucecchio (oltre che scopaiola, essendo solita nascondersi nella scopa o erica), così come vi è chiamata beccaccia bottaia la varietà grande, ma si tratta di distinzioni presenti nel mondo venatorio, mentre è invece diffuso il nome comune beccaccia (“Scolopax rusticola”) su cui un proverbio toscano recita: “la Beccaccia è la regina del bosco” (C. Romanelli)

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battióda, s.f.: batticoda, vale a dire la cutrettola (“Motacilla flava”), termine “tipicamente toscano”, ma a Fucecchio, oltre a chiamarsi in tal modo perché dondola “continuamente la coda” (si noti che anticamente si chiamava “cutretta” per la derivazione dal latino “cauda” = “coda” e “trepida” = “tremante”), si chiama, sia pur più raramente, “battiódola” o strisciaiòla” perché questo uccello sembra “strisciare sul terreno”, e “cutì” per il verso: C. Romanelli

battiscarpa (a), loc. avv.: senza smettere di camminare e perciò “in fretta”, velocemente, ma pare che almeno una volta venisse detto “L’ho mangiato ( e nel contado “l’ho mangio”) a battiscarpa”: l’ho mangiato senza condimento, modo del resto più veloce di mangiare

batulèsse, s.m.: “litigio al buio” (M. Catastini), ma il termine è da tempo in disuso e questo lo possiamo capire anche perché non ne vedo le connessioni sul piano linguistico- semantico

baudòro (con la variante baodòro), s.m.: cetonietta grigio-nerastra e “pelosa” (M. Catastini), voce molto diffusa fra i bambini di Fucecchio nel secondo dopoguerra, ma il termine “baco d’oro” (significato originario dello stesso, modificato anche nel significato indebitamente per un arbitrario accostamento chiaramente erroneo) era e forse è ancora diffuso “nell’Italia sett. e centrale”, compresa la Toscana, per la cetonia dorata e se ne comprende bene il motivo, dati i colori che presenta: “baco” nel “senso generico di insetto” dal “colore dorato a riflessi metallici” (DEI). Si pensi all’espressione scherzosa, per quanto volgare: “Fottuto baudoro!” quasi intraducibile nell’ italiano corretto, se non con : ma cosa dici?ma non dire fesserie!

“Bau sette!” esclamazione del linguaggio infantile e perciò espressivo per far paura o divertire i bambini piccini

bavettina, s. f.: pastina molto sottile, dim. di “bavetta”, altro tipo di pasta sottile usata in Toscana. Invece in pisano almeno un tempo bavetta indicava una cosa da nulla

bavoso, agg. usato nell’ ambito del linguaggio familiare: vecchio libidinoso o comunque morbosamente sensibile alle giovanili bellezze femminili

 

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bastraóne, agg.: trasandato, disordinato ed in particolare vestito male, derivato da “bastracone” attestato sin dal 1300: “uomo grosso e forzuto” dal bizantino “bàstax, bàstakos” = “facchino” con il suffisso accrescitivo –one che originariamente poteva indicare qualità negative d’una persona (DISC) e l’epentesi espressiva della –r-

basusi, termine derivato da un soprannome fucecchiese e che si trovava nel modo di dire fucecchiese “Mi sembri basusi!” che non sembra che significasse sciocco, non essendo così l’impiegato di farmacia con tale soprannome. Comunque viene usata tale frase con un accento che non sembra certo elogiativo per la persona cui è diretto, ma il tono usato era piuttosto amichevole e perciò cordiale, oltre che scherzoso, comunque era espressivo. Invece secondo M. Catastini significava persona non considerata “per niente”

batanfrano/a, s. m. e f.: “persona inaffidabile”, ma è un termine venuto meno da tempo

batòlle, s.m.: persona impacciata, incerta e di capacità veramente scarse specialmente sul piano pratico, oltre che nel parlare e nella presenza: insomma per dirlo in vernacolo, una persona che “spìccia” davvero poco anche nel lavoro! (vedi spicciare): voce espressiva

batte’, v. tr.: battere. Pres. cong. 3^ pl. “Battino”: battano. Pass. rem., volg. “Battiedi”: battei; “Battiede”: batté e “Battiedero”: batterono. Espressione particolare anche in pis.: “B. una patta”: cadere. Si pensi poi alla frase con aria scocciata in riferimento ad una persona: “Bah, tanto per cambià’, è venuta di nuovo a batte’ cassa!”: com’è solita fare, è ritornata a chieder denari! Un altro modo di dire tipicamente fucecchiese, peraltro caduto in disuso è : “Batte’ ir piattellino”: andare a bere e mangiare all’osteria ripetutamente e senza adeguata giustificazione

battèllo, s.m.: “venditore ambulante”, ma in tal senso la voce è scomparsa anche a Fucecchio, dove,  secondo M. P. Bini, era ancora presente poco più di trent’anni fa. Probabilmente deriva dal fatto che batteva, cioè che costui andava di casa in casa per “vendere la roba”

batteria, s.f. con un significato particolare quando veniva detto “da batteria”: scadente

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barżotto, agg.: viene detto “soprattutto dell’uovo, né troppo sodo né troppo tenero” in livornese, ma da noi anche in riferimento a un individuo che lascia a desiderare e pure con la – s – anziché con la -ż- , tant’è vero che in questo senso figura in un soprannome fucecchiese. Anzi, è da notare che un cognome non raro dalle nostre parti è quello di Barzotti: anche alcuni cognomi e soprannomi, oltre che certi nomi propri, possono far luce sui vocaboli, compresi quelli vernacolari o dialettali, motivo per cui i secondi li ho introdotti nell’appendice. Comunque barżotto può significare mezzo e mezzo, come viene detto in castagnetano in riferimento all’uovo “ à la coque”. Invece noi lo diciamo in senso sfavorevole anche in riferimento al tempo che “non dice il vero” per il fatto che non è trasparente o, come dicono in Campania, non è “sincero”

bàscula, s.f.: basculla, rispetto alla quale bàscula è la “forma pisana” (DEI) usata anche da noi e in fondo giustificabile, a mio parere, perché deriva dal franc. “bascule”, cioè “bilancia a bilico”, a sua volta da “baculer” propriamente “battere il sedere” in riferimento scherzoso all’ “abbassarsi della bilancia” (DISC)

basiglio, s.m.: basilico, ma il termine, venuto fuori dal dileguo della -c– intervocalica ed il conseguente rafforzamento della consonante che lo precedeva, è venuto meno

basso, agg. con un uso particolare nell’espressione “Passan bassi!”: più che in riferimento agli uccelli, come per dire ironicamente, se non con un certo risentimento: “Ma cosa fischi?”, appunto ad uno che fischietta, pare che l’espressione sia usata “quando fa molto freddo” perché in questo caso, per tale motivo, la gente “cammina col capo affondato fra le spalle, quasi rattrappita” (R. Cantagalli)

bastardume (termine usato anche a Fucecchio e a Pisa in riferimento alle anatre tuffatrici ritenute “bastarde” avendo caratteri intermedi), s.m.: moretta tabaccata (“Aythya nyroca”) e moretta (“Aythya fuligula”), termine peraltro più usato nel Padule di Fucecchio come dimostra anche il toponimo Porto delle Morette e che si spiega per il “colore scuro del piumaggio” (C. Romanelli)

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barlaia, s.f.: detto dei pantaloni troppo larghi che perciò non “acconsentono” cioè non aderiscono al corpo finendo per essere cascanti e perciò producendo un effetto non gradito per chi li vede

barlaiòne, agg.: “sciatto nel vestire” (M. Catastini), ma è un termine in disuso, a differenza del sostantivo visto sopra, che indica il cavallo ovvero l’ “incrocio” (DISC) dei pantaloni molto basso e da cui l’aggettivo è derivato con l’aggiunta del suffisso accresc., ma in questo caso piuttosto spregiativo e nello stesso tempo significativo “– one”

barre, s.m.: bar con l’epitesi toscana nella pronuncia, ma a Firenze è stato scritto su un bar in modo spiritoso. La parola “bar” è inglese e significa propriamente “sbarra” in riferimento a quella che separava o separa “clienti e venditori” (DISC) e proprio per la sua origine straniera ci fu chi propose, al tempo del fascismo, di sostituirla con la ridicola parola “quisibeve”, ovviamente senza successo

 barsellà’, v.tr.: balzellare, cioè attendere una persona “al varco”: De Mauro, che giustamente la considera una voce toscana in particolare, oltre che con tale accezione, quando significa “cacciare a balzello”: modo di cacciare specialmente una lepre di notte, al chiaro di luna: tipo di caccia vietata. Probabilmente è di origine venatoria anche l’odonimo “via del Balzello” in località Le Vedute

barta, s.f.:balta, s. tosc. derivato dall’ipot. “baltare” = “ribaltare” (DISC) e quindi barta significa rovesciamento. Così si spiega che la frase “Attento, ti dà di barta!” significa: “Attento, ti si ribalta (codesto veicolo)!”, e quando si dice: “Ma che gli ha dato di barta il cervello?” s’intende dire: “Ma che è andato fuori di cervello?” un po’ come se fosse impazzito

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barchino (di Padule), s.m.: piccola imbarcazione stretta e lunga dove il cacciatore arriva a sdraiarsi per uccidere i poveri uccelli ingannati in modo da far prendere “per un fuscello” il forcino messo di punta per questo (M.P. Bini)

barcocchià’, v.tr.: barcocchiare (cioè picchiare): voce anche pisana, lucchese e pistoiese derivata da “barcocca”, “variante senese” per “albicocca” (DEI) probabilmente in riferimento al fatto che pure questi frutti dell’albicocco, per mangiarli o per venderli, venivano come altri abbattuti con dei bacchi, ma ciò avveniva ancora di più con le noci, ben più dure e perciò tanto meno fragili delle albicocche. Da bacchio deriva il termine “abbacchiato”, in senso metaforico “avvilito”

barcocchiata, s.f.: “forte dose di percosse”, significato del termine in “pistoiese” (M. Cortelazzo- C. Marcato), ma anche da noi

 barègio, agg. usato per lo più nell’ambito del linguaggio familiare e in riferimento al tempo:  nuvoloso o, per dirlo alla fucecchiese, “loffio”, non gradevole. È collegabile col livornese “balògio” (che significa “insicuro”), termine toscano che si trova anche in D’Annunzio e in lucchese, ma probabilmente ancora di più con un’altra voce toscana e cioè “barège”: “specie di stoffa di lana tessuta molto leggermente per vestiti da donna” e da “cosa leggera e da poco” –ritengo- è passato a indicare un tempo instabile, che non dà affidamento. Tale stoffa è possibile che venisse prodotta nella città francese di Barèges degli Alti Pirenei (DEI), dove può darsi benissimo che il tempo non dia  garanzia di stabilità, donde l’agg. barègio

barellà’, v.intr.: barellare nel senso di “barcollare, tentennare”. A Fucecchio si sentiva dire: “Ir tempo barella”: il tempo è incerto. E’ chiara la derivazione del verbo dall’ondeggiare della “barella” (DEI) nel trasporto dei feriti

bargèro, s m.: “cuscino per oggetti fragili” (M. Catastini), ma il termine è in disuso

 barlaccio, agg.: originariamente “l’uovo andato a male, ma di solito si dice della persona malaticcia (…) nel vernacolo fiorentino (R. Cantagalli), mentre da noi più in generale può riferirsi anche ad un individuo che lascia a desiderare

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Il prossimo appuntamento con questa rubrica è previsto per il 24 novembre 

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barbina, s.f. dim. di “barba”, infatti quando uno non si è fatto la barba “viene scherzosamente apostrofato” a Firenze dicendo “L’è barbina!” (R. Cantagalli), ma l’espressione collegata con questa e usata da noi è “ E’ barbina!”: è dura, eh! più in generale e perciò non solo in riferimento alla barba. Comunque, per ritornare all’origine dell’espressione, la barba, come sappiamo, quando non viene fatta diventa dura. Questo lemma assume invece il valore di aggettivo nell’espressione toscana “Fare una figura barbina”: fare una brutta figura o, come diciamo noi, una “figuraccia”

barbine, s.f.pl. diminutivo di barbe (rosse): barbabietole, o almeno nell’ambito del linguaggio familiare. Quanto al nome scientifico della barbabietola è “ Beta vulgaris” (Diz. bot.)

barbiglióne, s.m.: uccello chiamato così “per le piume delle guance molto ispide”, sì da ricordare la “barba”, ma tale nome almeno nei nostri tempi è molto meno usato anche a Fucecchio del corrispondente italiano gruccione (“Merops apiaster”) e C. Romanelli nota che è un termine “tipicamente toscano”

barbògio, agg. quando segue, come avviene per lo più da noi, vecchio, nel qual caso può significare “decrepito”, come sostiene P. Giacchi e quindi nel complesso vecchio malridotto, oltre che “vecchio noioso e brontolone” come sostiene il DEI. Da questo dizionario si può dedurre che barbogio deriva dall’incrocio di “barba” (che in lat. significa “uomo anziano” e in lombardo anche “nonno”) con “Brogio”, cioè Ambrogio

barchetta, s.f.: diminutivo di barca, ma in senso metaforico, crisi, difficoltà, come, per esempio,  nelle frasi “andare in barca” o “essere in barca”: andare o essere in barca (DISC) cioè in crisi, in difficoltà, appunto; infatti come la barchetta può ondeggiare pericolosamente quando è alla mercè  dei flutti, così una persona è perplessa, incerta, per non dire peggio, quando è in barchetta

barchettina, s.f.: “Recipiente di cuoio, usato dai cacciatori per bere (M.P. Bini), ma un tempo, per cui non meraviglia che questa parole (dal nome giustificabile per il suo aspetto di piccola barca) non sia più conosciuta nel significato sopra espresso

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bao, s.m.: baco. “Bao della tenia”: tenia. Modi di dire: “E, sa’, ha speso un bao!” cioè “un po’ e via!” vale a dire molto e “Hai detto un bao!”: ti sembra d’aver detto poco! Al plurale bai: bachi. A un contadino del territorio fucecchiese che gli chiedeva  se il suo bambino avesse i “bai”, cioè i vermi intestinali che disturbano e disturbavano i bambini, dicendo: “Abba ‘bai?” cioè “abbia, avrà i bachi?”, uno spiritoso medico fucecchiese rispose: “Arà i bai!”, cioè “Avrà i bachi!”, espressione che si poteva trovare anche nella plebe fiorentina verso il 1863 secondo P. Fanfani

baò! escl.: bada oh!, ma questa tipica interiezione fucecchiese può significare anche ironicamente “O guarda un po’!”. Facendo una mimica particolare, può significare “Ma che fesseria dici!”

baòcci, s.m.pl., col dileguo della – c – di “bacocci”: “bachi da seta morti dentro il bozzolo” (DISC). Da noi è molto diffusa l’espressione “Ma che nel capo c’hai i baòcci?”: ma cos’hai nel capo?, rivolta all’interlocutore per dirgli che il cervello “non gli dice il vero”, cioè che non ha certo abbastanza intelligenza! Può insomma significare idee stupide

barattina, s.f.: “incrocio di matrimoni fra due famiglie”, ma anche questo termine (che deriva chiaramente da baratto) è in disuso

barba, s.f. Modo di dire: “In barba alla tirchieria!” : a dispetto della tirchieria!

barbà’, v.tr. volg. tosc.: barbare, mettere dentro con forza, “cacciar dentro (fino alle radici)”; infatti deriva da “barbe” col significato di “radici”: DEI secondo il quale il verbo “barbare” è attestato a Siena fin dal ‘500

barbieri, s.m. sig. e pl.: barbiere / barbieri. Modo di dire: “Er mi’ barbieri”: il mio barbiere. Infatti in fucecchiese, ma anche in pisano e in livornese, la desinenza del singolare e del plurale dei sostantivi in  “-iere”  può essere uguale, com’ è attestato già “in antico” (Malagoli). E’ rilevante osservare che “anticamente (…) le desinenze -ieri e -iere (dal francese “-ier”) erano in competizione; poi, nella lingua nazionale, -iere ha prevalso” (L. Castelli)

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ballòtta, s.f.: “castagna lessata con la buccia”, ma non è solo una voce toscana. Comunque anche da noi, come in livornese, è chiamato naso a ballotta quello appiattito e “rotondo in punta” (V. Marchi). A Fucecchio era tradizione mangiare le ballotte soprattutto la notte di Tutti i Santi, alla fine della cena. Classico il nostro detto: “Ballotte e vin novo, scurreggia mi’ omo”

bàlzere, s.m.: valzer, ma la voce, in cui si è verificato il betacismo all’inizio ed invece l’epitesi toscana in fondo, è in netto declino, per quanto sia attestato in M. Catastini, così come “bìfore” col  significato di “vapore”, ma scomparso ormai da tempo

banda, s.f.: situazione ingarbugliata, ma noi diciamo anche “ingarabugliata”, per es. nella frase: “O che banda è?”: o che confusione c’è!, ma veniva detto scherzosamente, senz’alcuna cattiveria, in riferimento a una situazione non del tutto chiara

bànfano, agg. e s.m.: bugiardo, venditore di fumo (M. Catastini), ma il termine è in disuso, mentre almeno fino a poco tempo fa, per es. nella frase “Che manfano che sei!”, era forse usato al suo posto “manfano” che non risulta che ne sia una variante, pur essendo un termine toscano, dal momento che in senso figurato significa “furbacchione” (De Mauro). Né risulta che sia un derivato per abbreviazione del primo il soprannome “Banfa”, usato un tempo in riferimento a un certo Gianfranco, potendo trattarsi di una abbreviazione con alterazione giovanile dello stesso nome

banfata, s.f.: “vampata”, anche a S. Maria a Monte, nel lucchese (Malagoli) e nel vernacolo versigliese (G. Cocci). Da noi per lo più è seguito dal complemento di specificazione “di caldo”. Si può così definire ondata di calore e deriva dalla voce lucchese onomatopeica “banfa” e questa dall’ipotetica base “bafa” nel senso di “calore afoso”, possiamo dedurre dal DEI con l’epentesi della  -n -,  mentre il suffisso “– ata–” ha il valore di “colpo di” (DISC), donde il significato di colpo di calore, così come esiste il colpo di sonno, temibile in particolare per gli automobilisti

ba no! escl.: certo! probabilmente la prima è una “voce di orig. onom.” (DISC)

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bàlia, s.f.: balia nera (“Ficedula hypoleuca” : C Romanelli), ma in italiano questo uccello è ben più conosciuto col nome di “pigliamosche”: DEI, secondo cui b. è una voce toscana derivata dal fatto che tale volatile “visita i nidi di altri uccelli per cercarvi insetti”. Invece Romanelli considera il pigliamosche (detto così perché “acchiappa gli insetti in volo”) un genere diverso dalla bàlia. Infatti lo chiama “Muscicapa striata”

balla, s.f.tosc. quando significa “sacco di tela, canapa o iuta” secondo il De Mauro; questo potrebbe essere contestato, ma non –a mio parere- che sia tosc. Il modo di dire “Questa è la balla e questa è la mostra” per dire, se ci viene richiesta una cosa, che non ne abbiamo una “quantità” maggiore (P. Fanfani): invito a una persona di accontentarsi di quello che le offriamo

ballétto, s.m. Modi di dire: “Dai balletto e muta” detto di chi muta parere senza legittima ragione (questo anche in pis.), insomma di chi è troppo volubile “In du’ balletti”: in poco tempo, poiché ci vuole poco tempo, appunto, per fare due balletti

balligia (con la variante, anch’essa toscana “valligia”), s.f.: valigia, di cui i termini toscani visti possono essere una storpiatura non esente da un motivo espressivo, come in altri casi il raddoppiamento interno della  – b – ( si pensi, per esempio, a “robba” e a “rubbare”). Comunque si tratta di un termine, usato anche in pisano e castagnetano, da noi in disuso

ballo, s.m.: discussione, nell’espressione “ ‘Un mi mette’ in ballo”: non mi méttere in ballo, cioè non mi coinvolgere

ballodole (in), loc. che assume un significato particolare se si dice “Va in ballodole”: si distrae, ma questa espressione è in disuso, a differenza di “Andà alle ballodole”, “andare in malora”, “fallire”; a Firenze “Essere in fin di vita” e “Essere andato alla ballodole”: essere morto. Questo perché sul colle delle allodole (da Valle delle Lodole sarebbe derivato il nome di Vallodole e “per corruzione” quello di Ballodole, secondo P. Bargellini – E. Guarnieri) “venne tracciato uno dei primi e più famosi camposanti fiorentini”: quello presso Trespiano (P. Fanfani)

ballòdolo, agg.: distratto, stando al significato che M. Catastini gli attribuisce in base a quello da lui dato all’espressione “andare in ballodole”, ma è un termine non più usato, diverso da quello da me conosciuto, cosa che non meraviglia non essendo più usata neppure tale espressione, a differenza di quella vista sopra, cioè “andare alle ballodole”, più espressiva e logica della stessa in base all’etimo: quanto più una parola o un’espressione è efficace, tanto più ha la possibilità di durare nel tempo col significato iniziale

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bada lì!, escl. toscana: cosa vuoi che sia!

badièra, s.f.: attenzione, ma tale termine, probabilmente derivato dal verbo “badare” cioè “fare attenzione” (De Mauro), è da tempo nettamente in disuso

baffo, s.m. con un significato particolare nella frase “A me mi fa’ un baffo!”: me ne infischio o, più volgarmente, me ne frego!

bàghere, s.m.: “Carrozza a quattro ruote senza sportelli e senza cassetta, per tre persone” ( M.P. Bini), voce usata un tempo anche a Fucecchio, di cui esiste peraltro una traccia nel soprannome nella variante usata talora nell’espressione “Mi sembri Bàgheri!” in riferimento a una persona che lascia a desiderare anche perché disordinata e vestita male. In italiano esiste “bàghero” che il DEI definisce voce “d’area settentrionale, ma diffusa anche a Roma” nella stessa forma che era usata da noi, mentre ne “Le veglie di Neri” del Fucini vediamo scritto “il bagherre”

bah!, escl. che per noi indica “esitazione”, “dubbio”, perplessità, rassegnazione e sorpresa (fino a diventare talora quasi una specie d’intercalare nel nostro vernacolo) anziché essere una “esclamazione di gioia” come forse il lat. “bach” (DEI). Invece significa, se è accompagnato da un cenno d’assenso con la testa, sì, certo, per es., in risposta alla domanda retorica: “O n’è così?”: non ti pare che la cosa stia in questi termini?

baillame, s.m.: “bailamme”, “confusione di gente e di voci”: nome derivato dalla festa turca “bairam”. “Non comune fuori di Toscana” (DEI), è nostrale la parola con due elle

balenà’, v. intr.: balenare, lampeggiare, ma aveva un significato diverso e diventava un v. trans.  quando veniva detto, per es.: “Me lo son sentito balenà’!”: me lo sono immaginato (in riferimento a una cosa non piacevole)

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baccalare, s.m.: baccalà, usato talora quest’ultimo termine in toscano anche in riferimento a un miscredente o a un ateo, ovviamente da parte di un credente, dandogli un’accezione sfavorevole. Infatti il baccalà non è certo gradito da tutti! Però, secondo il DEI, baccalare è una forma antica  toscana di baccalà (“merluzzo secco”) e l’accezione sfavorevole si spiegherebbe per il “richiamo” a “baccellone”, altro termine toscano col significato di “ scioccone” attestato dal ‘500, mentre nel linguaggio familiare nostrano “baccellone” significa “lungo e bischero” cioè individuo alto e sciocco, con scarsa voglia di lavorare

bàccaro, s.m.: bàccara (“Asarum europaeum”), erba dalle foglie “reniformi”, ma il lemma è usato da botanici delle nostre zone; comunque più di esso è usato il nome àsaro

baccello, s.m. “tosc.: Sciocco, scimunito” (DEI), forse perché è proprio sciocco il “frutto fresco dela fava”, chiamato in tal modo in toscano e in genovese; era anche un soprannome non raro a Fucecchio e dintorni con il diminuitivo “–ino” e “–ina”. Un significato particolare acquista nella frase “Sei un baccello!”: sei un credulone (R. Cardellicchio) ma, se ci pensiamo bene, sciocco e credulone non sono forse sinonimi?

baccina, agg.: carne di vacca, ma è senza dubbio in declino questo caso ( “ toscano rustico”, oltre che “romanesco”: DEI ) di betacismo: fenomeno “fonetico” di probabile “origine osco-umbra”, “trasmesso al latino parlato” e poi  all’ “Italia centromeridionale” (DISC), e abbastanza presente anche nella nostra zona

bacìo (a): loc. avv. derivata dall’agg. tosc. “bacìo”, ombroso perché esposto a nord (De Mauro), collegabile col lat. “opacus” = “opaco” tramite l’ipotetico “opacivus”; infatti probabilmente questo significava “ombroso” ( sott. “luogo”). Per ciò che riguarda la locuzione in questione, significa “a tramontana” (DELI), ed è “poco intesa fuori di Tosc.” (Malagoli). Il dileguo della  -v- non è certo raro nella nostra regione, dove un tempo,  specialmente in campagna, poteva avvenire lo scambio fra le lettere -p- e  -b- (“occlusive bilabiali”: De Mauro) divenuta lettera iniziale per l’aferesi della -o- di “opacivus”

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Ba’! esclamazione molto comune anche in pisano. Deriva da “bada” ed esprime un concetto affine a “guà’ ” (=guarda), ma serve anche come dubitativa invece di “ma”! (Malagoli)

babbalèo, s.m, e agg.: babbèo, da cui questa voce toscana deriva “con ampliamento” (DISC) e significa “sciocco”, derivando dalla radice onomatopeica “bab-”, che indica anche “stupidità”. In particolare nei dialetti calabrese e siciliano “babbo” significa “bietolone, stupido” (DEI) forse perché deriva, come “babbèo”, dalla radice onomatopeica ipotetica “bab-” che indica, secondo il De Mauro, “balbuzie o stupidità”

babbétto, s.m.dim. (con “valore  vezzeggiativo”) di babbo. Questo, com’è noto, è usato con grande prevalenza in Toscana al posto di “papà” il quale deriva dal francese “papa” mentre il nostro termine deriva dal latino parlata ipotetico “babbu”, “voce del linguaggio infantile” (DISC). Babbetto è un diminutivo insolito (usato nell’ambito del linguaggio familiare) a differenza di “babbino”, usato anche da S. Caterina da Siena (DEI), menzionato pure nella bella romanza “O mio babbino caro” del “Gianni Schicchi”, opera musicata da Giacomo Puccini in cui è rammentato Fucecchio

babbuccione, s.m.: “scappellotto dato con violenza” (anche a Empoli): voce la cui espressività è data, oltre che dal raddoppiamento della –b- e della –c-, dal suffisso accrescitivo “–one”

baccagliatore, s.m.: individuo che ci sa fare con le donne (termine che si trova anche in pisano) oppure che sa parlare bene. È chiara la derivazione dal v. “baccagliare” (nel nostro vernacolo “baccaglià’ ”) con mutamento di significato da quello originario, forse “del gergo della malavita” (DEI), mentre secondo il De Mauro il significato del verbo, usato nel “gergo giovanile” nel senso di “tentare un approccio con una persona dell’altro sesso” sarebbe di origine settentrionale. Secondo il DEI forse deriva dal lat. “bacchare” e questo da quello volg. ipotetico “baccalia”, forma sincopata popolare di “Baccanalia” = “feste orgiastiche in onore di Bacco”, da cui deriva anche “baccano” (DISC)

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avellà’, v.intr.: avellare, puzzare in modo particolare, per esempio nella frase, usata anche nel fiorentino: “Fa un puzzo che s’avella”: fa un puzzo tale che sa di putrefazione. Si tenga presente che “avello”, da cui tale verbo deriva, ha il significato di “tomba” sia in Dante (DELI) sia nel Foscolo (DISC) ed il collegamento del verbo con questo sostantivo è evidente

avemmaria, s.f.: “specie di pasta per la minestra”, chiamata così perché può ricordare la forma dei chicchi del rosario in cui la preghiera prevalente è costituita dalla “Ave, Maria”. Si tratta comunque di un tipo di pasta il cui nome è diffuso, parlando più in generale, in provincia di Firenze, oltre che nel “lucchese e pistoiese” cui accenna il DEI

avèrglia, s.f.: averla piccola (“Lanius collurio”) simile all’averla capirossa (“Lanius senator”), chiamata così “per la colorazione del capo nel maschio adulto”; infatti a Fucecchio questo uccello è chiamato “avèrglia caporosso”, mentre l’averla cenerina (“Lanius minor”) è detta così per il “petto bianco” (C. Romanelli). Comunque anche da noi averla è il più diffuso fra i nomi di questi uccelli

avvallóne, s.m.: spinta laterale con la spalla nel gioco del calcio; termine specialmente del gergo giovanile

avvedessi, v.rifl. avvedersi. Pass. rem. 1^ pers- sing.: “ M’avveddi”: m’avvidi

avvogliolato, part.pass. del v. avvogliolare. L’espressione vernacolare “Esse’ avvogliolato” significa essere preso dalla voglia di possedere una cosa o una persona

azzardoso, agg. (usato anche in senese): coraggioso, oltre che individuo che osa, azzarda: verbo quest’ultimo derivato, attraverso il francese e lo spagnolo, dall’arabo “az-zarhr” = “il dado”. Infatti il gioco dei dadi era un gioco d’azzardo praticato specialmente in epoca medievale.

azzipittassi, con la variante zipittarsi, v.rifl. azzipittarsi, cioè bisticciarsi, ma dei due verbi è il primo che risulta più diffuso da noi, soprattutto in riferimento al litigio tra bambini. Viene a mente, oltre al verbo scontrarsi, beccarsi, un po’ come facevano i polli portati da Renzo ad Azzeccagarbugli nel bellissimo romanzo manzoniano “I Promessi Sposi”

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auzzà’, v.tr.: auzzare, cioè aguzzare, con dileguo della – g -. Era piuttosto nota nelle nostre campagne la favola del rospo che vide il contadino aguzzare la canna; perciò, pensando che lo volesse infilare, disse: “Il contadino auzza la ‘anna” e allora son guai! (I. Banti)

avantazione, s.f.: “vanterìa”, come definisce il DISC “vantazione” (usato anche a Empoli), ma termine giustamente considerato “di basso uso” dal De Mauro e di cui penso che “avantazione” sia una forma agglutinata, ma non più in uso, a differenza dell’espressione “ ’Un lo di’o per vantammi”: non lo dico per vantarmi

avé’, v.tr.: avere. Ind. pres. 1^ plur. “avemo”: abbiamo; Indic. imperf. 2^ pers. pl. “avevi”: avevate; Congt. pres. 3^ pers. pl. “abbino”: abbiano. Part. pass. “aùto”: avuto.

Modi di dire: “ ’Un ci fa bene avé’ ”: non ci dà requie; “Te l’addì ?” : te lo devo dire?;

“Avé’ all’anima”: avere all’anima, che può avere due significati: essere colpito profondamente oppure avere sulla coscienza

“A da’elle!” con la sincope della  -v- : magari le potessi avere!

“Avé’ di atti di qualcuno” : aver bisogno, senza meritarselo, di qualcuno

“Avé’ il viso tutto  bezziato” : avere il viso butterato

“Aveccela con qualcuno” : provar rancore per una persona

“Avé’ naso” : avere intuito

“Avé’ un debole”: propendere.

Un’espressione volgare diffusa anche oltre Fucecchio, specialmente nel Pisano, è “Avé’ sur (sul) culo” : avere sul deretano: rompere le scatole, per non dir peggio; insomma avere molto antipatico, così come nell’altra espressione volgare: “Mi sta proprio sur culo!”

È inoltre noto il proverbio “Chi ha dato ha dato, e chi ha auto ha auto”

Un tempo non lontano era abbastanza usata l’espressione: “Avé’ più discorsi del Baragiòli”: fare tanti discorsi a sproposito, “senza né capo né coda” (R. Cardellicchio), peraltro venuta meno come la frase riferita sostanzialmente da Marisa Masani: “Va a cercà’ Maria per aére!”: va a cercare Maria per avere: richiamo a non illudersi vanamente e perciò a cercare per ottenere, a stare con i piedi per terra, a darsi da fare

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attavolata, agg.: donna quasi completamente priva del rilievo delle mammelle, sì da sembrare che abbia dalla parte del seno una specie di tavola. Giocando sulla parola, con la scusa di accennare alla frazione di Altopascio (Lucca) con un nome dallo stesso significato (Spianate), Pallette (vedi il soprannome) cantava “nata alle Spianate”, alludendo a una donna con tale difetto fisico

attonà’, v.tr.: “mandare cattivi odori” (M. Catastini), ma è un verbo non più usato. In latino “attonare” significa “spaventare col tuono” e da questo deriva “attonito” = “stupefatto” tramite il latino “attonitus”, propriamente “stordito dal tono”, mentre invece il verbo italiano antico “attonare” significava dare “tono” e perciò “vigore” in riferimento a rimedi (DEI): si pensi infatti all’agg. “tonico”

atti(di), (a Empoli e in altre parti della Toscana “di catti”), loc. avv. nell’espressione “Avé’ di atti”: avere un debito nei confronti di un persona da cui uno finisce per dipendere. Pare che derivi dal lat. “de capto” “(appena, quasi) per grazia” (L. Bezzini): essere costretto a contentarsi della cortesia di una persona che non sarebbe tenuta a dimostrarla. Infatti deriva in italiano da “avere per accatto”, cioè “per elemosina”, aver bisogno di una persona a cui erano state fatte angherie (P. Giacchi) e troviamo nel Battaglia che “ aver dicatti” o “dicatto” significa “esser contento, ritenersi fortunato” di poter avere un “favore, servizio, prestazione”, significato dell’antico “dicato” derivato da “cattare” e questo dal lat. “captare” = “afferrare”. Secondo R. Cantagalli l’espressione “avere un dicatti” significa “ è di grazia se si è avuto tanto” e può derivare da “avere per accatto”, cioè per “per elemosina”, “per carità”, insomma per “grazia”: ipotesi che mi sembra la più accettabile, per quanto “avere di catti” possa significare anche “aver fortuna” se avviene una certa cosa

attrassi, s.m.pl.: “oggetti” alla rinfusa “fuori uso” (M. Catastini), ma in netto declino da noi, mentre in pisano è attestato col significato di “cianfrusaglie” (G. Gianetti)

attrigati, agg. pl.: arruffati (i capelli), ma la voce è venuta meno

àutte àutte, s.m.: l’aut aut, con la tipica epitesi diffusa in particolare anche in pisano e livornese; deriva dalla congiunzione correlativa latina “aut … aut” = “o…o”: imposizione di un’alternativa (Malagoli) su cui bisogna fare una scelta

 

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assoprillà’ o, meno usate, le varianti assoprellà’e quella pisana soprellà’, v.tr.: assoprillare, cioè mettere le cose una “sopra” l’altra “senza cura” ovvero alla rinfusa

assottiglià’, v.tr.: assottigliare col significato particolare di picchiare, per esempio, quando viene detto: “T’assottiglio io!”, ma più in pisano che in fucecchiese, dove un tempo, in riferimento al taglio della vanga, poteva significare rifare lo stesso taglio rendendolo più sottile

attaccà’, v.intr. quando attaccare viene detto della neve che non si scioglie al contatto dei corpi (Malagoli) su cui si posa stendendo come un candido velo

attaccàgnolo, s.m.: individuo troppo attaccato al denaro e perciò taccagno, tirchio, spilorcio; voce toscana anche secondo il DEI, che però dà ad attaccàgnolo un significato ben diverso, cioè, in senso figurato, di “cavillo”

attacchino, s.m.: tirchio, persona troppo attaccata al denaro e ne è un sinonimo  “tirato”, che però è da considerarsi un aggettivo

attacco, s.m.: attaccamento, ma nel contado e ormai in netta decadenza o addirittura scomparso, ciò che pare valga anche in riferimento ad un’altra accezione dello stesso vocabolo: “Servizio da tiro composto da veicoli e cavalli” (M. P. Bini). Probabilmente, prendendo spunto dal soprannome di una persona che abitava presso la bella via di Rimedio, nel secondo dopoguerra veniva definito a Fucecchio “attacco di Bacchiòla” un servizio da tiro che lasciava molto a desiderare

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Il prossimo appuntamento con questa rubrica è previsto per l’ 8 settembre

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àspito, (anche in pis.: B. Gianetti) s.m.: aspide, serpente velenoso; termine caduto in disuso, ma collegabile col toscano settentrionale in riferimento a una “lucertola creduta velenosa”: entrambi corruzione  di “aspide”, derivato dal greco “aspís, aspídos”= “scudo”, forse in origine in riferimento a un “animale e arma provvisti di scaglie” (DEI)

asserbà’, v. tr.: asserbare, serbare, conservare. Era diffuso specialmente presso il popolo pistoiese “per il semplice Serbare” anche verso il 1863 e vi si nota la tendenza, “comune al popolo toscano in genere, ad aggiungere anche a molti altri verbi la preposizione A  in principio” (P. Fanfani). Deriva dal latino “ad” + “servare” col “trattamento fonetico del nesso latino /rv/ proprio del toscano”, com’è scritto nel DISC a proposito del verbo “serbare”.

Proverbio: “Chi asserba, asserba a Pasqua”, invito a non conservare avidamente denaro e oggetti col rischio di perdere poi ciò che è stato così conservato.

Un’altra espressione molto diffusa da noi è: “Tira su e asserba a Pasqua!”, detta a chi, invece di soffiarsi il naso come dovrebbe, tira su il muco come se lo dovesse conservare per una grande solennità qual è la Pasqua nel mondo cristiano

assitarsi, v.rifl.: annusarsi in riferimento agli animali (M. Catastini) da “sito” nel significato di “odore”, ma il verbo “assitare”, “ant. e tosc.” (DEI), da noi è caduto in desuetudine

asso, s.m. Modo di dire: “Sarebbe l’asso!”: sarebbe “proprio quello che ci vorrebbe”: Malagoli in riferimento al pisano, ma è usato anche da noi

assodato, agg.: fermo in un cespuglio, in riferimento ad un uccello che ci mette del tempo prima di riprendere il volo. E’ un termine proprio del linguaggio venatorio

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arzàvola, s. f. : alzàvola, uccello ( presente anche nel Padule di Fucecchio) simile al germano, di cui condivide il genere;  infatti è chiamato pure “germanella” e il suo nome scientifico è “Anas crecca”: Devoto-Oli

arzigogolamento, s.m.:arzigògolo, usato con il prolungamento “arzigogola mento” anche da Indro Montanelli sia pure al plurale

arzigògolo, s.m.: cosa lambiccata o addirittura scarabocchio (in lucchese “arcigògolo”),  forse dal greco  “archaiologéo” =  “ discuto di antichità o di cose  fuori tempo” (DEI), etimo giustificabile almeno quando arzigògolo significa come in italiano “pensiero tortuoso” (DISC)

aschioso, agg.: astioso, anche in pisano, così come il sostantivo da cui esso deriva: “aschio” al posto di astio, ma sono due parole in declino. Si tratta di un processo inverso a quello del toscano “stioppo” rispetto a “schioppo”

asciuttóre, s.m.: “tempo di aridità, siccità” (in Campania “sìccita”), di “uso comune nel parlare fiorentino” verso il 1863 (P. Fanfani) e almeno fino a pochissimo tempo fa anche nel contado fucecchiese

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Il prossimo appuntamento con questa rubrica è previsto per il 25 agosto 

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arroncolato, agg., ma usato in collegamento con gambe e perciò queste vengono dette talora “arroncolate”: arcuate, essendo appunto “ricurva” la lama della roncola (DISC)

arrosellito, part. pass. diventato agg.: arrosolito: arrostito “al fuoco, finché la carne non assume una crosta rossiccia”: DEI, secondo cui giustamente anche il pisano “rosolire” deriva dal longobardo “rosa” = “crosta” (DEI)

arrosto, s. m.  con un significativo particolare nell’espressione, che si trova anche nel vernacolo fiorentino, “Fare degli arrosti”: commettere errori grossolani. Al singolare è usato specialmente sul piano scolastico: “Ha fatto davvero un arrosto!”: ha fatto un compito veramente impresentabile!

Un piatto particolare fucecchiese è l’“arrosto in pentola”, dove viene fuori un sugo speciale che un simpatico personaggio fucecchiese, il maestro Daddi, chiamava “merdina”, termine condiviso  anche da altre persone: un sugo, nonostante la volgarità del termine, veramente squisito, come del resto il piatto in questione

arrucignolito, agg.: “ avvolto in malo modo” (M. Catastini), ma è un termine caduto in disuso

arsenale, s.m. metaforicamente in toscano, oltre che “bimbo troppo vivace” (DEI), adulto che lascia molto a desiderare

artìolo, s. m.: articolo non solo in riferimento a una delle nove parti del discorso, bensì a un “bambino molto vivace e birbantello” e anche a un adulto che lascia non poco a desiderare

artro ( altro) che!, esclam.: senz’ altro nelle risposte, mentre ha un significato diverso quando viene detto: “ All’artro che ‘un ci ’asco!”: per poco non ci cadevo

arzà’, v. tr. : alzare. Modo di dire pop.: “Arzà’ ir gomito”: ubriacarsi o quasi

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arrammentassi, v.rifl.: rammentarsi, ma è ormai in disuso

arregge’, v.tr.: reggere, con un prefisso d’origine latina (“ad”) che, “davanti a conson. determina assimilazione e quindi raddoppiamento” (DISC), come tanti altri verbi più o meno affini (senza starlo poi a ripetere) usati almeno fino a qualche tempo fa specialmente in campagna

arriorda’, v.tr.: ricordare. Si trova anche in pisano (B. Gianetti), ma almeno da noi sembra scomparso

arrivato, part. pass. che può diventare agg.: troppo cotto in riferimento a un  cibo tenuto al fuoco per troppo tempo

arrocchettato, agg.: arzigogolato (nel linguaggio familiare) in riferimento allo stile come quello barocco almeno in certi edifici, ma il verbo “Arrocchettà’ ”, in italiano “arrocchiare”, nel senso di abborracciare, cioè “eseguire male e in fretta” (De Mauro), per quanto anche questo termine sia usato nell’ambito del linguaggio familiare

arrofianassi, v. rifl.: arruffianarsi, ma nel senso di agitarsi, affannarsi, per esempio, nella frase: “Ma che t’arroffiani a fà’?”: ma perché ti affanni tanto? Peraltro lo stesso verbo può avere  anche da noi il significato che ha normalmente pure sul piano scolastico, cioè cercare di attirare la stima di qualcuno “per ottenerne i favori” (DISC)

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armà’, v.tr.: armare. Modo di dire popolare e scherzoso: “Armà’ la pipa”: caricare la pipa, riempirla di tabacco (anche in pisano)

armeggióne, s.m.: individuo che sa riparare tante cose, che “si dà da fare” approdando però in sostanza a poco per la sua superficialità

arnése, s.m.: persona che non dà adeguato affidamento, se è in riferimento a un adulto

aroplano, s.m.: aeroplano (e non aereoplano, caso mai abbreviato, come spesso avviene, in “aereo”) in “fior., lucch., pis.” (DEI), ma da noi è usata specialmente la variante “arioprano” più che altro nel linguaggio infantile, pur senza escludere che esso sia chiamato così anche da adulti per ignoranza o per semplificare

arpéggio, s.m.: approccio erotico. Deriva da “arpa”, che richiede tocchi delicati, e, in modo più immediato, da “arpeggiare”: è perciò un  deverbale

arpìa, s.f.: strozzino (come nel fiorentino di diverso tempo fa,  essendo attestato questo significato anche in P. Giacchi): comunque persona avida; del resto anche in greco “Hàrpya” significava “la rapace”, derivando da “harpàzein”= “afferrare” (DISC)

 arrabbiata, agg.: troppo salata specialmente in riferimento alla minestra

arraganito, agg.: arrochito (cioè diventato rauco), ma si tratta di una voce probabilmente scomparsa, mentre non lo è ancora del tutto il suo sinonimo “arroito” (M. Catastini), forma chiaramente derivata da arrochito

 

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àrberi, s.m.pl.: alberi, ma più propriamente pioppi

archèmense, s.m.: alchèrmes, liquore del cui nome è una storpiatura

arcolàio, s m.: così è chiamata metaforicamente una persona con le gambe torte, cioè con le gambe “a arcolaio”

àrcole, s.m.: alcool nella “forma italianizzata” (così come il viareggino “alcole”) o, meglio, toscanizzata con la “tipica  epitesi” anche in pisano, ma è una voce in declino, come del resto tante altre parole vernacolari

arcolino, s.m.: altaléna (M. Catastini), ma tale termine è in disuso forse anche perché non sembra giustificabile semanticamente

ardito, agg.: troppo salato in riferimento al cibo

argento, s.m. Frase: “Ma che ha l’argento vivo addosso?” per dire che non ha fermezza, e l’espressione era sostanzialmente usata anche nel fiorentino verso il 1863, attestandolo P. Fanfani

aria, s.f. Modi di dire: “Aria! Aria!”, escl. che significa “Ora basta! Vàttene!” anche in pisano.  “E‘un è aria!”: “ non è il momento opportuno!”. Da notare che la mimica rivela chiaramente lo stato d’animo scocciato di chi usa questi due modi di dire

arimmètia, s.f.: aritmetica, con assimilazione consonantica anche in pisano

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appillassi, v. rifl.: appillarsi, cioè “raggrumarsi in pallottole” (M. Catastini), ma è un v. caduto in disuso

appioppà’, v.tr.: appioppare. Pass. rem. 3^ pers. pl. Appioppònno: appiopparono. Nel ‘500 significava “legare la vite al pioppo”, da cui è derivato nell’ ‘800 il significato di dare a una persona una “cosa non gradita” (DEI), acquistando così un senso deteriore similmente ad affibbiare, di cui è un sinonimo (DISC)

appisolassi, v.rifl.: appisolarsi (verbo toscano), addormentarsi, derivato da “pìsolo”, cioè “sonnellino”, “alla cui base sta” il latino “pensilis” = “pendente” (DEI), che rende bene l’idea del capo pendente per il sonno

appuntalapisse, s.m. con l’epitesi: temperamatite

appuntellati, agg. pl.: individui posti l’uno accanto all’altro in modo così stretto da non poter cascare, per es., nell’autobus, ma nell’ambito del linguaggio familiare

aprì’, v.tr.: aprire, dal latino “aperire” con “sincope” della vocale precedente l’accento (DISC). Pass. rem. 3^ pers. pl. Aprinno: aprirono, ma si tratta di una voce eventualmente rimasta esclusivamente nel contado da cui è pervenuto

aradio, s.f.:  radio; voce peraltro in declino (pur essendo attestata in M. Catastini) che si spiega per il fatto che la a- iniziale non era ritenuta parte dell’art. (la radio), bensì parte integrante della parola che segue. Si tratta perciò di un esempio di “agglutinazione”

arbagìa, s.f.: albagia, “boria” (DEI), ma anche pensiero che “non porta a nulla di utile” (anche ad Empoli). È una parola che si trova molto usata anche al plurale

arberese, agg. e s.m.: strano. Nota L. Giannelli che “alberese” (di cui il termine nostrano è una variante), che significa “bizzarro, estroso”, è una delle parole pisano- livornesi o locali “che non hanno riscontro” in altre parti della Toscana, come cutèra, la loc. avv. in senna, tòttera, zambra (= “torrente”), dal quale molto probabilmente deriva il toponimo Zambra in provincia di Pisa

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apparì’, v.intr.: apparire. Pass. rem. 3^ pers. sing. “Apparì”: apparve; part. pass.”Apparito”: apparso. Vicino a noi, fra Cerreto Guidi e Vinci, esiste addirittura una località che si chiama Apparita, toponimo esistente anche vicino a Firenze, spiegato dal Repetti come dipendente dalla “sorprendente prospettiva che da questo punto si offre allo spettatore”

appartino, s.m.: chi tiene l’appalto di sale e tabacchi. Da notare che in questo caso il suffisso                     “-ino” indica un mestiere e non un diminutivo, come del resto avviene in altri casi  ( si pensi, per  esempio, a contadino). Però anche dal popolo minuto fucecchiese chi fa il mestiere sopra menzionato è indicato oggi piuttosto col termine “tabaccaio” e se ne capisce il motivo anche perché non ha più l’esclusiva della vendita del sale come un tempo, facendo eccezione, in Toscana, per quello proveniente dalle saline di Volterra

appastato, part. pass. diventato agg. e presente anche in I. Montanelli: amalgamato

apperappunto, avv.: appena in tempo oppure per l’appunto

appestato, agg. rinforzato da un altro agg. come “caro” nella frase “E’ caro appestato”: è troppo costoso

appetto, avv., ma si può scrivere anche a petto , da cui deriva; infatti  originariamente significa “di fronte”, ma la locuzione prepositiva “appetto a” significa “in confronto,  rispetto a” : DISC, secondo cui è letteraria. Infatti “fu usata anche dal Boccaccio e dal Giusti”, ma è entrata nel vernacolo e, possiamo dire, nel “gergo soprattutto campagnolo”, come sostiene R. Cantagalli

appicciùme, s.m.: appiccicume, insieme di cose appiccicate, ma detto per lo più nell’ambito del linguaggio familiare

 

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aocchià’, v.tr.: adocchiare, ma “aocchiare”, variante popolare toscana in seguito al dileguo della – d– , è una voce antica, oggi piuttosto in disuso

aoncà’, v.intr.: aoncare, “vomitare”  o avere conati di vomito, voce lucchese secondo il DEI, ma a me risulta che la forma tronca sia usata, oltre che a Fucecchio, in particolare nel livornese e in pisano. Deriva dal latino tardo “aduncare” = “fare ricurvo” ( si tenga presente il corso “aonco”= piegato: posizione significativa perché indica il “piegare la testa o il capo per rovesciare” cioè per vomitare. In riferimento a una ragazza tutt’altro che bella, disse un giovane livornese: “Fa aoncà’ i bai!”: fa vomitare i bachi!

aónco, s.m.: conato di vomito

apisse, ma è più diffuso lapisse s.m.: lapis, pensando erroneamente che la l- iniziale faccia parte dell’articolo determinativo (“deglutizione”) “propria dei vernacoli toscani in genere nelle parole  tronche in consonante” (Malagoli): fenomeno accentuato nel fucecchiese.

appannato (ma più usato al femminile, perché in generale è all’aspetto fisico della donna che viene data più importanza), agg.: grassoccio. La derivazione da “panno” si spiega attraverso il concetto di “rivestito di grosso panno” (DEI, secondo cui l’agg. è usato specialmente “a Pisa e Livorno”) a causa della stazza rilevante. Mi sembra simpatico l’agg. dim. “appannatotta” in riferimento a una donna  piuttosto “in carne”

 

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annétti, s.m. pl. dim. di anni, ma in modo da noi popolare se diciamo “Ha degli annetti!”, si vuol dire che non è più una persona giovanissima o comunque che ha già una certa età

anno, s.m. che acquistava un significato particolare nella frase, ora in disuso: “Or è l’anno”:l’anno passato, significato che ha invece ancora quando diciamo impropriamente, per esempio,  per dire l’anno scorso: “Anno sono andato a Roma”, mentre ha un significato diverso quando diciamo: “Mi par mill’anni!”: “Non vedo l’ora” (R. Cantagalli, che lo cita giustamente fra i “detti toscani”)

annuccio, s.m.: anno brutto, formato col suffisso in questo caso peggiorativo“-uccio-”, reso ovviamente al femminile nel caso di annatuccia, s. f.: annata brutta, termine più usato (e non poco) del primo conversando

antepatio, agg.: antipatico, risentendo della “norma generale della fonetica pisana” sul “mutamento di i protonica in e ” (Malagoli)

antìo, agg.: antico, con dileguo della – ce non solo di questa consonante nel termine  derivato

antìità, s.f.: antichità, vocaboli presenti entrambi specialmente nel contado. Almeno un tempo poteva capitare di sentir dire  “l’antìi” (gli antichi nel senso de “i nostri vecchi”) come nell’Alta Maremma, secondo la testimonianza di M.P. Bini

 

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andà’, v.intr.: andare. Pass. rem. “Andetti, andesti, andette, s’andò o s’andiede, andeste, andonno”: andai, andasti, andò, andammo, andaste, andarono. Fut. “Anderò”: andrò. Cong. pres. 3^ pers. pl. “Vadino”: vadano. Cond. pres.1^ pers.sing. “Anderei”: andrei. Cong. imp. “Andessi”: andassi. Imperativo pres. “ ‘Gnamo!”: andiamo! Part. pass.  “Ito”: andato.

Modi di dire:

“Andà’ via per disperato”: andarsene come un disperato; “Va’ Vai!”: sta’ tranquillo!, oppure, accompagnato da un gesto eloquente, “è meglio che tu vada via!”; “Andà’ in piazza”: diventar calvo.

“Ci vai di scartino!” (più livornese che fucecchiese e ironico): Ci vai piano, sa’!

Altro modo di dire: “Andar nell’un via fa uno”, detto quando una cosa viene tirata per le lunghe come succede se si continua  “a moltiplicare uno per uno”, si deduce da R. Cantagalli.

“Andà’ in fanteria”: sfumare.

Quanto al modo di dire “Andà’ a S. Salvi” (con evidente influenza fiorentina), indicava “andare al manicomio, impazzire” poiché l’ospedale psichiatrico si trovava presso l’antica chiesa di S. Salvi a Firenze (R. Cantagalli), dove si trovava anche il carcere delle Murate, per cui “Andà’ alle Murate” significava andare in galera.

A parte la forma toscana “Vò”: vado, è da segnalare anche il modo di dire “ ’Un si va né a piedi né a cavallo”: non va bene né questo né quello, cioè il suo contrario, come quando viene detto “In ogni modo e ogni maniera”: c’è sempre da che ridire! Altro modo di dire “Sa andà’ bene!” per dire ironicamente “figuriamoci se andiamo bene!”

Simpatica è l’espressione “Andà’ in barchetta”: “andare nel pallone” molto probabilmente perché la barchetta può essere in balìa delle onde e perciò in senso “figurato” ciò “significa perdere il controllo di sé, non rendere più”, come spiega G. Pittàno in riferimento a un’espressione più recente, ma dal significato analogo, nata dal gioco del “flipper” e cioè “ andare in tilt”, che propriamente significa “ bloccarsi, arrestarsi di macchine”.

Altra frase particolare: “in do’ ci hai d’andà?”: dove devi andare? oppure “Te tu gl’ha’ a dì d’andà’!” : tu gli devi dire di andare

ando, s.m. usato almeno un tempo nell’espressione riferita da M. Catastini “Dagli l’ando”: lascialo andare, e ancora oggi col significato di andatura regolare nel detto popolare: “Di quando in quando// ci vuole l’ando”: ogni tanto ci vuole un’andatura regolare

anguinaia, s.f.: ascella e “tumefazione delle glandole” (Malagoli) e come in livornese infiammazione “non solo all’inguine, ma anche all’ascella” (V. Marchi)

anima, s.f. con un significato particolare come corpo, quando veniva detto “Se l’è messo tutto all’anima”:  l’ha mangiato tutto, ma propriamente se l’è messo tutto in corpo. Almeno fino a qualche tempo fa era diffusa da noi così come in pisano “’Un c’era un’anima mea”: non c’era nessuno (Malagoli)

annebbià’, v. tr.: annebbiare, oscurare, quasi annullare (usato nell’ambito del linguaggio familiare), ma in quelo sportivo questo verbo può essere usato nel senso di “stravincere”

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ampolloso, agg.: individuo che sta un po’ troppo sulle sue (in particolare è detto a San Pierino). Tale definizione sembra abbastanza aderente all’etimo, derivando,  secondo il DELI, da “ampolla” per la “forma gonfia di tale vaso” + lat. “- osu(m)”, tratto da “odor” = “odore” e quindi col significato originario di “che ha odore di”, donde (DISC) “pieno di” (senza che io lo stia ripetere in seguito per casi affini, ma in  questo caso “gonfio”); invece è in riferimento allo stile nell’accezione corretta in italiano, in cui è sinonimo di “enfatico” per la “forma gonfia” dell’ampolla (DISC)

Anchione, topon. in riferimento a una località piuttosto isolata del Padule di Fucecchio che compare nella frase detta per deridere qualcuno: “O che sei dell’Anchione?”: ma che non sai proprio niente? oppure: ma che essere sei?, come rivolgendosi a un individuo insignificante quale poteva essere tale località

ancipresso, s.m.: cipresso (con le varianti “accipresso” in particolare in livornese, ma anche dalle parti di Montecatini Terme e Ponte Buggianese, e “arcipresso” da quelle di Firenze oltre che “alcipresso”, di cui “ancipresso” sarebbe stata una variante comune del “volgo pistoiese” cambiando “quei montanini” la –l- in –n-, come dicevano “antro” invece di “altro” secondo P. Fanfani, ma è in disuso e se ne capisce bene il motivo (nonostante l’esistenza del provenzale “ancipresso” e del ligure “arcipressu” ) dal momento che il prefisso in questo caso è oscuro (DEI)

anco, cong.: anche, diffusa almeno un tempo pure in pis. e livorn. tra il volgo, ma penso che stia diventando raro ovunque (apparte se ne viene fatto un uso scherzoso nel parlato) salvo alcuni punti specialmente del contado dove si trova ancora qualche analfabeta. Si pensi tuttavia che si trova anche nel sommo poeta Dante (DELI) e la possiamo spiegare come abbreviazione di anche

anda, s.f., che compare insieme a “rianda” per indicare il va e vieni: andirivieni e viavai sono sinonimi di questa locuzione (che significa andata e ritorno) usata forse più nell’empolese che nel fucecchiese

 

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ammèttessi, v.rifl.: cominciare, come nella frase “Ammèttessi a fà’ qualcosa”: iniziare a fare qualcosa

ammodino, avv. dim. di ammodo, di cui forse non è più usato, ma avendo anche in questo caso il suff. “–ino” una connotazione affettiva (De Mauro), appare più gentile di tale avv.: “Fai ammodino: ‘un esse’ smanierato!” (Malagoli): fa’ per benino: non essere sgarbato!

ammorì’, v.intr.: diventar  “moro” di pelle: DEI, che considera forma antica o antiquata “ammorire”, verbo invece ancora usato dalle nostre parti nel part. pass. divenuto agg. specialmente in una frase come : “oh come si ammorita!”: come sei diventata mora!

ammoscassi, v.rifl. toscano: insospettirsi, cioè accorgersi che sotto sotto c’è qualcosa che non va bene e, a proposito di ammoscarsi col significato di farsi venire  la “mosca” al naso, il DEI parla di “v. lucch.”, ma da noi il verbo si spiega piuttosto in riferimento a “chi non vuole mosche sul naso” (R. Cantagalli) e perciò non vuole nessun fastidio come invece quelle arrecano. Comunque se diciamo: “me l’ero ammoscato” vogliamo dire: me l’ero immaginato (almeno talora) temendolo ( in riferimento a una cosa non gradita)

ammozzolito, agg.: non lievitato (detto del pane), ma è un termine caduto in disuso, mentre sopravvive in Campania il termine “ammażżaruto”, che  ha lo stesso significato, così come da noi “ammutolito”, che può significare “duro” (M. Catastini)

 

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altro, pron. con un significato particolare quando viene detto: “All’altro che ‘un ci casco!”: c’è mancato poco che non cadessi per terra o, in senso figurato, nell’inganno, oppure nell’espressione “’Un c’è altro che venga”: a meno che non venga

amaro, agg. per lo più, ma compie la funzione di avverbio di una particolare intensità quando è seguito da “sfegatato” o “appestato”: molto, ma proprio molto amaro

ameriano, agg. e s.m.: americano. Si pensi al fatto vero accaduto quando una persona presso Fucecchio, nelle ultime fasi della seconda guerra mondiale, pensava che fossero arrivati dalla direzione delle Botteghe gli Americani e quindi cominciò a urlare: “L’ Ameriani! L’Ameriani!” ripetendolo con un grido di entusiasmo e invece erano i tedeschi! Quanto profonda fosse stata la sua delusione si può facilmente capire. Esiste anche una variante aferetica di Americani: “Meriani”, anch’essa in disuso e ben più di Ameriani

amìo,   s.m.: amico, ma più che da noi in pisano e c’è chi è arrivato addirittura a dire in livornese, cambiando il genere, a questa specie di gioco di parole: “ ’Un è mia ‘na mia amìa, è ‘n amìa della mi’ amìa” (B. Gianetti e V. Marchi): non è mica una mia amica: è un’amica della mia amica

ammeggià’, v.intr. storpiatura fucecchiese per assimilazione, ma in disuso, al posto di armeggiare: affaccendarsi (M. Catastini)

 

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Il prossimo appuntamento con questa rubrica è previsto per il 2 giugno 

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alloppiassi, v.rifl.: alloppiarsi, addormentarsi profondamente da noi (invece leggermente in pisano) e deriva dal fatto che l’oppio – ma anticamente, secondo il DEI, tale sostanza in Toscana veniva chiamata anche “alloppio” – fa dormire, ma da noi viene detto scherzosamente. E’ detto più frequentemente  “lungo la fascia tirrenica” secondo R. Cantagalli

allora poi!, escl. piuttosto diffusa da noi: e chi se ne importa o, per dirla im modo più volgare chi se ne frega!

allottalo!, escl. derivata dal nome del popolare gioco del lotto, ma a presa di giro: prendilo!

allungà’, v.tr.: allungare, verbo che figura nel proverbio “La fame fa allungà’ ir collo”, cioè il collo, nel senso che fa soffrire, essendo naturale desiderare di mangiare. E’ ben diverso il significato del solito verbo nel modo di dire anche in  pisano: “Allungà’ un cazzotto”: dare un pugno. Invece “Allungà’ ir collo” significa desiderare da tempo una cosa come il mangiare “come chi sta aspettando qualcuno e da lontano allunga il collo per vedere se arriva” (R. Cantagalli) per poter finalmente iniziare a mangiare, data la fame che ha

allungo, s.m.: prolunga, che, a differenza del nostro sostantivo, è considerato un vocabolo di “alta disponibilità” dal De Mauro

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Il prossimo appuntamento con questa rubrica è previsto per il 26 maggio

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allegà’ , v.tr.: allegare, che però può significare unire documenti oppure allappare i denti o aderire troppo e perciò in modo fastidioso in riferimento a capi di abbigliamento

alleghì’, v.tr.: alleghire, ma nel senso che ha allegare quando significa produrre una sensazione “fastidiosa” sui denti “come se fossero” legati (DISC)

allegnite (gambe), agg. f.pl.: dure quasi come se fossero di legno

alletterato, s.m.: individuo istruito (nel linguaggio rustico), ma col significato di “letterato” è da considerarsi una voce dotta, risalente al Trecento, derivando dal lat. mediev. “allitterare” = “istruire nelle lettere” (DEI), vale a dire nella letteratura

alliccià’, v.intr.: allicciare,  cioè “allontanarsi subito” (M. Catastini) e, a proposito di tale verbo nel senso di “correre velocemente”, il DEI afferma che si tratta di una voce lucchese da confrontare col pistoiese “licciare” e col napoletano “alleccià’ ”: “scappare, partire in fretta”, ma da noi pare che sia  caduto in disuso a differenza che in pisano e in livornese

allombato, agg.: grasso, per il fatto che ha buoni “lombi” (ma in riferimento a un individuo e ancor più a una donna piuttosto che a un animale), cioè, per dirlo alla pisana o alla livornese (DEI) “belle lonze”, vale a dire, spesso ironicamente, “belle ciambelle” (di grasso) e l’ironia è ben presente anche nel dire “allombato”, come dimostra il fatto che sia spesso preceduto dall’altro aggettivo “bello”, ma detto con l’accompagnamento di un sorriso eloquente specialmente in un tempo come il nostro, in cui in campo estetico (a differenza che nella pittura rinascimentale) è preferita una donna dalla linea piuttosto magra: si pensi alle indossatrici che sfiorano addirittura l’anoressia tanto è vero che c’è chi, per reazione o per consolare chi è allombato, afferma in latino: “Melius abundare quam deficere” = “meglio abbondare che mancare”

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Il prossimo appuntamento con questa rubrica è previsto per il 19 maggio

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alia, s.f.: “ala” (M. Catastini), ma è in disuso anche perché non è giustificabile quella -i- interposta in un termine derivato dal latino “ala(m)”. Eppure anche nel ‘400, secondo la testimonianza del DEI, esisteva il termine toscano “alia”! Non ne conosciamo il motivo, ma anche questo rende più interessante lo studio della nostra lingua potendo stimolare a ricerche più approfondite

alido, agg.: arido, dal latino “arere” = “esser secco” ed è appunto “siccus” che ha sostituito “aridus” essendo più espressivo. Quanto alla – l –  dell’uso toscano, documentato in letteratura dal Trecento, ma prevalentemente rustico almeno attualmente, forse è stata causata dall’avvicinamento a “gelidus” (DEI) = “gelido”, di significato non contrario al primo, nonostante l’apparenza. Infatti “secco” è un sinonimo di “asciutto”, che si può considerare a sua volta sinonimo di “gelido” (D. Cinti),  per quanto la temperatura possa essere contrapposta 

allarià’, v.intr.: “dare aria” (M. Catastini), ma l’eventuale “allariare” è un verbo caduto in desuetudine, essendoci, per esprimere tale concetto, “arieggià’” nell’ italiano corretto “arieggiare” (DISC), attestato anche in I. Nievo (DELI)

allattone, s.f.: “percossa accompagnata da spintoni” (M. Catastini), ma è una voce scomparsa dall’uso, probabilmente sostituita da “lattone”, ma il pref. a-, seguito da una consonante che viene raddoppiata per assimilazione (DISC), deriva molto probabilmente, come non pochi termini fucecchiesi e più in generale toscani, dal “rafforzativo” lat. “ad”

allecconì’, v.tr.: allecconire, molto probabilmente di recente coniazione, pur potendo derivare da un verbo ant. riportato dal DEI e cioè “alleccornire”: allettare con “leccornìe”, acquistando poi il significato più generale di lusingare nella forma semplificata mediante il dileguo della -r- , ma  conservando il concetto di leccare e quindi significa cercar di attirare lusingando una persona. Si pensi alla frase “ ’Un cercà’ d’allecconimmi!”: non cercare d’allecconirmi, cioè di convincermi con promesse e sdolcinatezze varie, concetto più esteso delle semplici leccornìe: parola, questa, da pronunziarsi così e non leccòrnie (come si sente dire non poche volte) derivando da lecconerìe (con metatasi e sincope della -e-) sul modello di “ghiottonerìa” (DISC).

 

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aggrovigliolato, agg.: aggrovigliato con ampliamento espressivo non infrequente nella lingua toscana e in particolare nel nostro vernacolo, in questo caso mediante il suff. “-olo” senza mantenere il “ valore diminutivo originario” (De Mauro) 

ago, s.m. con un significato particolare quando viene aggiunto l’aggettivo “torto”: uncinetto (M. Catastini) per “lavori a maglia o a rete”, troviamo precisato nel De Mauro, che però non riporta l’espressione “ago torto”, molto probabilmente perché locale

ahi, non usato com interiezione, bensì in funzione di “s.m. inv.” (DISC) in una frase come “Sopportò tutto senza dire né ahi né abbai”, cioè “senza lamentarsi” (M. Catastini)

aità’, v.tr.: aiutare, ma “aitare” – già attestato nel Duecento nel “Novellino” (DELI) e “adattamento toscano” di “aidare”, derivato dal provenzale ant. “aidar”          (DEI) = “aiutare” – è rimasto solo in qualche parte del contado. Per es., anche in castagnetano si poteva sentir dire “Aìtami a dillo”: “aiutami a dirlo” : “ sollecitazione a confermare o a fornire una spiegazione” (L. Bezzini). Esisteva anche il rifl. “aitassi”: aiutarsi, tirarsi su, ma se veniva detto a un commerciante: “T’aiti, sa’?”, era usato ironicamente intendendo dire: “tiri su col prezzo, sai!”

aldo, (var. aldio in pisano) s.m.: attestato nelle “carte antiche” (lat. “aldum” nello Statuto del comune di Fucecchio del 1307-1308) anche in pisano, secondo Malagoli indicava un “fosso artificiale per condurre acqua” che metteva “in movimento frantoi” e molini, ma almeno da noi indicava probabilmente argine presso un corso d’acqua (A. Malvolti). Comunque è da tanto tempo che questo termine risulta scomparso

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 aggeggìo, s.m.: ricerca confusa di “oggetti” (M. Catastini), ma è un termine in declino

aggeggióne, s.m.: un individuo che ha competenze, ma non profonde, in vari campi pratici

aggiaccato, part. pass. divenuto agg.: abbattuto, dal lat. ipotetico “adiacicare”, a sua volta da “iacere” = “giacere” e quindi piegato “verso terra”, si deduce dal De Mauro, e il DEI considera “aggiaccare” un verbo anche lucchese, reso più intenso, anche se in senso sfavorevole, quando è preceduto da “tutto”, come nella frase: “Mi sento tutt’aggiaccato!”: mi sento davvero abbattuto!

aggronchì’, v.intr.: aggronchire, cioè restare rattrappito per il freddo o per un crampo. Deriva da “gronchio”, termine toscano che significa “irrigidito per il freddo” (DISC), probabilmente tenendo presente anche il termine toscano “granchio” col significato di “crampo” (DEI), ma si tratta di un verbo in netto declino

aggrondato, agg., in riferimento a un albero che “cala giù come” una gronda, da cui deriva e con cui è collegata la loc. tosc. “grondon grondoni” in riferimento invece a un modo di caminare “curvo” e “faticosamente” (DISC): loc. ancora viva, mentre l’agg. non è usato “nel linguaggio comune” col significato sopra espresso

 

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affrittellato, agg.: macchiato (detto di un vestito) in modo tale da evocare per la forma “frittelle”

aggallà’, v.tr.: aggallare, cioè agire come fa il gallo con le galline e quindi impregnare, ingravidare. In questo caso il verbo è detto in modo scherzoso, ma volgare anche per una certa compiacenza maliziosa di stampo maschilista, in riferimento a una donna fecondata da un uomo, per es., in particolare nella frase: “L’ha aggallata bene bene!”

aggallato, s.m.: “terreno cedevole in una palude”, come nel Padule di Fucecchio e in particolare nel laghetto di Sibolla presso Altopascio; non per niente è un termine usato anche “nel lucchese” DEI, secondo cui è attestato dall’inizio del Settecento e deriva da “aggallare” nel senso di venire “a galla”. Tale laghetto, il cui fosso affluisce nel Canale del Capannone e quindi nel nostro Padule, dovrebbe essere salvaguardato dal gravissimo pericolo dell’inquinamento (oltre che della raccolta abusiva dello sfagno e del bracconaggio), essendo così importante che nel 1950 una “troupe” di Walt Disney vi venne a girare un documentario della serie “La Natura e le sue meraviglie”

aggeggià’, v.intr.: aggeggiare per lo più nell’accezione sfavorevole di gingillarsi, sembrare di darsi da fare senza concludere quasi nulla, insomma perdere il tempo “in cose inutili” (DISC); voce  toscana derivata chiaramente da “aggeggio” (DEI)

aggeggio, s.m.tosc.: “oggetto di poco valore” (DEI), ma anche persona su cui non si può fare assegnamento, oltre che ragazzo troppo vivace

 

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aesco, s.m.: ésca: termine presente a Massarella almeno diversi anni fa, ma piuttosto strano, non giustificabile neanche dal punto di vista etimologico , dal momento che “esca” deriva dal latino “edere “ =mangiare” (De Mauro)

affàr, s.m.pl..: affari, di cui è un troncamento nel contesto del discorso: “Enno affar seri” : sono affari seri, è una grave situazione, come in pisano, ma ormai raramente 

affittale, s.m.: quantità predeterminata di  “grano e  miglio da consegnare annualmente in agosto e in settembre” nella “seconda metà del Duecento” (A. Malvolti). Nel Medioevo esisteva addirittura l’affittale di Fucecchio, da cui dopo il Trecento il termine sembra scomparso senza che mi risulti presente altrove, mentre nello Statuto dello stesso Comune del 1307-1308 se ne parla per la misura dei cereali e serviva –pare- come punto di riferimento per i contratti d’affitto

Affria: Africa, ma sulla pronuncia toscana “Affrica” (questa spiega l’agg. tosc. “ affricano” e quello anche fucecchiese non ancora scomparso del tutto “affriano”) col fenomeno del rafforzamento consonantico dopo la vocale iniziale nelle “toniche sdrucciole” (come in “attimo, cattedra, collera,  macchina, ecc.”) la quale aveva avuto grande diffusione “fino a tutto l’Ottocento”, “ha finito per prevalere in seguito alla guerra etiopica” in italiano “la forma Africa, che riproduceva esattamente” la forma latina del nome (DELI, citando il Migliorini)

affrinzellato,  agg.: spiegazzato (detto di un vestito), ma alla lettera vorrebbe dire “ricucito male”, dal momento chefrinzello significa “ricucitura fatta male”

 

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 ad, prep. con la – d eufonica dinanzi a parola iniziante con la a -, ma pronunziata in modo tale che la  -d  sembra più attaccata al verbo seguente che alla prep. sempl., come in pisano, per es., nella frase: “Ma che mi dai addintende’?”: ma cosa mi dai a intendere?

addormentasòcere, s.m.: addormentasuocere: noccioline americane “glassate con zucchero caramellato”: nome  dato loro perché potrebbero indurre le suocere ad addormentarsi mangiandole e permettere così alla figlia e al genero prossimo di fare i loro comodi amorosi

addottorà’, v.tr.: addottorare,  ammaestrare, ma non solo nel senso di istruire, bensì anche in quello di influenzare marcatamente, come nella frase “’Un ti fa’ addottorà’!: non ti far troppo influenzare!

addurissi, v.rifl.: addurirsi, indurirsi, in riferimento al pane che “s’addurisce” cioè s’indurisce, diventa duro, nella migliore delle ipotesi buono  per la “ ‘nzuppa” (ved.)

adocchi, loc. venuta meno col tempo: “ad hoc”(M. Catastini), loc. avv. lat. che propriamente significa “per questa cosa” e quindi passa a significare “appropriato alla situazione”, ma la forma scomparsa fucecchiese presentava una strana epitesi. Viene a mente l’espressione ben  più pisana che fucecchiese “a pippo di ‘occo”, che significa a proposito piuttosto che “a pennello”

 

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aceto, s.m., fra cui quello detto di S. Giovanni. A Fucecchio esisteva un tempo questa tradizione:  la sera di S. Giovanni si legava fuori della finestra una bottiglia piena di aceto: quando poi, durante l’anno, faceva male la testa, si prendeva un po’ d’aceto e ci si strusciava nella fronte per farsi passare l’emicrania (M. Cecconi)

 

acqua, s.f. che nel linguaggio familiare può assumere il significato di “orina”  e, più in generale, di pioggia. Modo di dire: “Acqua alle ròte!” cioè alle ruote, (per indicare che piove molto, anzi troppo, se viene detto con ironia o disappunto)  in riferimento a quelle del mulino ad acqua, che funziona tanto meglio quanto più le pale delle sue ruote “trasmettono il moto alla macina” (DISC). Altro modo di dire: “E ‘un  regge neanche l’acqua”, detto in riferimento a chi non è capace per niente di mantenere un segreto o non sopporta neanche minimamente di bere una bevanda alcolica

 

acquarelloso, agg.: “acquoso” e quindi “slavato, smorto” (De Mauro) in riferimento alla gradazione di un colore non vivace di occhi celesti, ma oggi la voce è ben poco usata, per quanto sia piuttosto efficace: quest’ultimo, aggettivo senza la –i- perché deriva dal latino” efficace(m)” (ID.), a ulteriore dimostrazione dell’importanza della conoscenza del latino per quella della nostra lingua anche sul piano grafico

 

acquarùgiola, s.f.:“pioggerella”, ma un tempo anche umore che cade molto lentamente da una ferita; nella prima accezione si trova anche  “acquerùgiola” in toscano (DEI), e in livornese esiste “acquarugiola”  col  significato di “vino debole”, chiamato pure “sciacqua pipi” (V. Marchi)

 

acutino, s.m. dimin. di acuto: sapore “leggermente acuto”, ma comunque piuttosto sgradevole,  come quando viene detto, storcendo la bocca, di una pietanza: “Questa ha un che di acutino che non mi persuade; che sia andata a male?”: questa pietanza ha un sapore acuto che non mi convince: si sarà deteriorata col tempo?

 

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accoccolassi, v.rifl.: accoccolarsi, accovacciarsi e a proposito di accoccolarsi (voce espressiva) il DEI parla di voce toscana entrata in letteratura “già nel Trecento”, ma questo non vieta  certo che  abbia anche un carattere popolare

accomodà’, v.tr.: accomodare, come nel caso del proverbio toscano “Il sale accomoda le vivande e le sciupa anche”, che sottolinea l’importanza del sale nella cucina nel senso che esso aggiusta, ma può anche  sciupare le vivande a seconda della quantità che vi viene messa. Da notare che non solo in campagna si può ancora sentir dire alla 3^ pers. sing. del pres. indic. “accomòda” anziché “accòmoda” specialmente nel rifless. “ci s’accomòda”: ci accomodiamo, ci aggiustiamo, specialmente in senso metaforico

acconsentì’, v.intr.: acconsentire, ma anche col significato particolare, riferito da Malagoli al vernacolo pisano, di “aderire in senso materiale” come la maglietta che “acconsente”

accorgessi, v.rifl.: accorgersi; pass. rem., 3^ pers. pl.: “Se n’accorseno” al posto di “se ne accorsero”, ma tale voce è eventualmente rimasta esclusivamente nel contado donde è molto probabilmente pervenuta

accostanti (gli), s.m.pl.: “vicini di casa” ( M. Catastini),  ma il termine non è più in uso, per quanto se ne comprenda chiaramente la derivazione dal verbo “accostare” nel senso di “ essere, trovarsi vicino, accanto” a qualcosa (DISC) o, meglio, in questo caso, a qualcuno

 

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accimiccà’, v.intr.: fare accimicchi,”cenni rivelatori” (M Catastini) per suggerire specialmente nel gioco delle carte, come indica appunto il v. “accimiccare”, tratto da “cimiccare” (“fare accenno”, addittare con gli occhi”) derivato dall’incontro di “cennare” con “ammiccare” (DEI), seguito dal- l’assimilazione della  –e- alla –i- successiva

accimicco, (“arcimicco”a Empoli almeno un tempo), s.m. segnale per indicare al compagno di gioco, appunto, le carte che uno ha o che converrebbe buttare in tavola

accincignà’, v.tr.: accincignare, cioè ridurre in malo modo, probabilmente derivando dall’uso antico di “cencio” come “cosa vile; voce espressiva che rientra nell’“uso” toscano: DEI, secondo il quale a Lucca esisterebbe “acciu(n)cignà’”. Abbastanza usato è da noi il part. pass. “accincignato”, divenuto in certi casi (come molti altri participi passati) agg: ridotto molto male, essendo schiacciato da un peso o da un ostacolo contro cui l’oggetto si è venuto a trovare oppure, nel caso di un veicolo, è andato a sbattere

acciucchì’, v.intr.: acciucchire, istupidire; voce toscana, da “ciucco”, cioè sciocco (DEI), talora detto scherzosamente tra amici

acciuffone, s.m.volg.: atto d’afferrare per i capelli (M. Catastini), come fa pensare l’origine da “ciuffo”, ma potrebbe avere anche un significato più volgare

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accèsso, s.m.: ascèsso, come nel caso della raccolta di pus presso un dente, molto probabilmente con una forma di raddoppiamento per assimilazione, ma meglio sarebbe dire per ignoranza, perché l’ “accèsso”, che deriva dal latino “accessu(m)”e questo da “accedere” (composto di “ad” = “ verso” e “cedere” = “andare”), è ben diverso dall’ “ascesso”, derivato dal latino “abscessu(m)” e questo da “abscedere” = “staccarsi” (DISC), essendo il medesimo verbo preceduto dalla prep. “abs” = “da” (Georges–Calonghi), implicante “allontanamento” anziché avvicinamento come l’altra preposizione

acciaccinà’, v.tr.: acciaccinare nel senso di schiacciare, con chiaro collegamento con “ciaccino”, di cui il verbo tosc. “acciaccinare” è chiaramente un denominale, essendo derivato da esso, a sua volta da collegare con la voce onomat. “ciacc-” menzionata dal DEI in riferimento alla voce “acciaccare”

acciancà’, v.tr.: acciancare, cioè “oltrepassare un ostacolo” (M. Catastini), ma il suo uso è limitato per lo più all’imperativo “accianca!” e a Fucecchio esisteva il divertente soprannome “acciancapalazzi”, derivato da “cianca” (ved.) oltre che da “palazzi”

accidente, s.m.: “malanno” invocato a carico di una persona, per esempio, nel proverbio: “L’accidente gira gira  e torna addosso a chi lo tira”, cioè si ritorce contro chi lo tira. Perciò si spiega il fatto che, essendo esso molto sgradito, preceduto  da “un” e seguito da un punto esclamativo, diventi un’interiezione col significato di “niente affatto”, detto con un certo risentimento 

accilleccolà’, v.intr.: accilleccolare, cioè “far cilecca”(M.Catastini), ma si tratta di un verbo non più usato, stando a quel che mi risulta, mentre è usato abbastanza “far cilecca” (parola toscana secondo il De Mauro) da noi usata nei nostri tempi soprattutto  in campo erotico, ma viene detto anche (DISC) in riferimento a un’arma da fuoco o a una cartuccia. In quest’ultimo senso l’espressione era usata anche dal Giusti (DELI)

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accaso , avv.: in modo accentuato, usato nelle esclamazioni, come nella frase: “E’ un birbante accaso!” : è un birbante  per ride’!, cioè è veramente un birbante. Non meraviglia certo che venisse usato anche a Dianella (luogo presso Empoli dove abitava Renato Fucini) secondo la testimonianza di M. P. Bini, data la sua vicinanza a Fucecchio. E’ evidente la sua derivazione dalla locuzione  (ma usata ironicamente)  “a caso”, cioè per caso (“senza un’idea precisa” : DISC),  senza essere certo tale, data l’intensità di grado che si vuol sottolineare, resa in questo caso col raddoppiamento ovvero geminazione della – c –, sì che possiamo parlare di raddoppiamento sintattico anche sul piano grafico

accatizzà’, v.tr. : accatizzare, cioè “accostare con gli alari i pezzi di legno infuocati nel caminetto” (M. Catastini), ma si tratta di un verbo in declino, nonostante che mi sembri più logico di quel verbo “scatizzare” dell’area pisana e senese a cui accenna il DEI col significato di “attizzare”, dal momento che ritengo che “accattizzare” possa essere derivato dall’incontro dei due verbi ipotetici del lat. volg. “accapitare” da “capere = prendere” e  “attizzare” da “titio” = “tizzone” rammentati dallo stesso Dizionario

accellerà’, v.tr.: accelerare, che deve essere scritto con una sola – l – così come accelerato (ovviamente più “celere” rispetto all’omnibus, cosa che secondo il DELI spiega il motivo del nome di tale treno, in realtà meno veloce specialmente degli altri che conducono persone) e accelerazione. Tuttavia si tratta di una denominazione non più in uso, nel caso del treno, essendo stata sostituita da un’altra come “locale” o “regionale” (DISC). Comunque anche in questo caso il raddoppiamento della -l- usato da noi (nonostante che sia errato)  penso che possa dipendere da un motivo espressivo

accènde’, v.tr.: accèndere. Pass. rem. 1^ pers. sing. “accendetti”: accesi;  3^ pers. sing. “accendette”: accese e 3^ pers. pl.  “accendettero: accesero, molto probabilmente in analogia  con le voci corrispondenti del pass. rem. del verbo “dare”, ma in particolare nel contado fino a qualche tempo fa

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abbrostolito (M. Catastini),   agg.: abbrustolito, probabilmente per influenza di “arrostito”, se non per assimilazione alla –o– seguente, ma si tratta di una voce certamente in decadenza, se non venuta del  tutto meno

abbusa’, v.intr.: abusare, col raddoppiamento della –b- secondo un certo uso espressivo toscano (“livorn., lucch., pist., pis.”: DEI) praticato anche dalle nostre parti, ma nel passato

abeto, s. m.: abete, cont. tosc. (DEI) con la terminazione in – o forse perché è la desinenza più diffusa nei sostantivi maschili in italiano

aborniello, s. m.: ornello o orniello (“ Fraxinus ornus”), quella pianta tanto diffusa nelle nostre Cerbaie i cui tronchi servono o servivano a fare i pali e anche i forcini (voce toscana: De Mauro) per i caratteristci barchini del Padule di Fucecchio probabilmente per la loro durezza. Da noi esiste anche la variante “avorniello”

accallà’, v.tr.: accallare, cioè accostare (un uscio o una finestra), anche nel contado pisano e lucchese secondo Malagoli. Tale verbo deriva da”calla”, che già in Dante significa “apertura”, preceduta da una prep. in funzione di pref. (con raddoppiamento sintattico) implicante l’idea del “movimento” (DISC), per cui considero erronea la variante “aggalla’” (per es. , nella frase “Tiella aggallata!”: tieni socchiusa quella!, in riferimento alla finestra), mentre è più comprensibile, pensando alla probabile influenza di “socchiudere” (significato di questa parola), il verbo “soccallare” , usato a Pistoia e “nel suo contado” almeno al tempo di P. Fanfani

accapà’, v.tr.: accapare nel senso di tirar bene le lenzuola ( ma da noi  anche “lenzola”) e le coperte del letto versoil capo, ma è un verbo caduto in desuetudine, a differenza del rifl. “accapassi”, cioé accaparsi: sporgere il capo e perciò far capolino per vedere, peraltro usato solo entro un certo ambito nonostante la sua vivacità. Comunque “accapato” può significare anche “affacciato alla finestra o alla porta” (C. Giani) e in tal senso è ancora usato in particolare a La Rotta” (Pisa)

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Presentazione del 4/2/2015,  https://www.montaione.net/il-toscanario/

Il prossimo appuntamento con questa rubrica è previsto per il 24 febbraio

Il Toscanario

Il Toscanario, ovvero “Parole usate in zone toscane” 

di Giancarlo Carmignani

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abboccato, agg.: individuo che si accontenta facilmente e non solo “che mangia volentieri e di tutto, di bocca buona” com’è scritto nel DISC, dove è riportato tale termine in riferimento al vino “che tende al dolce” quale sinonimo di “amabile”, come nella frase da noi presente almeno fino a poco tempo fa: “Questo vino ha un po’ (o “un che”) d’abboccato”. E’ chiaro che in questo caso “abboccato” non è più un aggettivo, bensì un sostantivo e questo è ancora più evidente nell’espressione “Aver l’abboccato”, usata “quando il dolce si sente a fatica” secondo P. Fanfani, ancora in riferimento al vino e ciò “per un contenuto residuo di zuccheri naturali”, secondo chi è esperto di enologia (N. Giannini)

abbòno, avv.: molto; in pis. “ a bòno”, ma si può rendere graficamente, per restare più aderenti alla pronuncia, con “a bbòno”, come fa  L. Bezzini nel “Lessico castagnetano”. Si tratta, come si vede, di un avverbio usato anche in altre parti della Toscana

abbożżà’, v.tr.: abbożżare, ma nel senso di “farla finita” è più fiorentino che fucecchiese, pur essendo usato anche da noi

abbriccassi, v.rifl.: abbriccarsi, cioè appiccicarsi, avvinghiarsi per amore o attrazione sessuale, derivato da un ipotetico “bricco” = “uncino”: DEI, secondo il quale “abbriccare” vive  “tuttora nel pist., pis. e livorn.”, ma ciò vale anche per il fucecch. specialmente in riferimento al riflessivo. Invece a Castagneto Carducci “abbriccato” significa “afferrato per le spalle” (L Bezzini), che non sembra certo un atteggiamento amoroso, bensì piuttosto violento

abbrigà’, v.tr.: abbrigare, cioè attirare molto. Probabilmente si tratta di un verbo di coniazione veramente recente, usato solo entro un certo ambito, oltre che per lo più usato  nella 3^ pers. sing. del presente indicativo: “M’abbriga” : m’ attira!

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Presentazione del 4/2/2015,  https://www.montaione.net/il-toscanario/

Il prossimo appuntamento con questa rubrica è previsto per il 17 febbraio

Il Toscanario

Il Toscanario, ovvero “Parole usate in zone toscane“, è una raccolta di parole e modi di dire che il suo autore, prof. Giancarlo Carmignani ci ha concesso di pubblicare. Come suggerisce il sottotitolo non ha la pretesa di essere una raccolta esaustiva e completa dei modi espressivi toscani, ma una raccolta di espressioni usate nella Toscana più settentrionale, prevalentemente, ma non solo, nel bacino del medio e basso Valdarno. 

Perché Toscanario
La parola toscanario non esiste nel dizionario della lingua italiana e neppure, per quanto ci risulti, è un termine usato nel linguaggio regionale toscano, in nessuna parte della Toscana. Il titolo di questa rubrica, che sarà pubblicata a partire da oggi sulle pagine di questo sito web con cadenza settimanale, fino ad esaurimento dell’opera del professor Giancarlo Carmignani,  intende stuzzicare la curiosità verso un modo di parlare toscano popolare, paesano, anche contadinesco, certe volte un pò becero e, soprattutto, pratico. Avete capito che si tratta di un neologismo e, se avrà fortuna, al massimo sarà un nuovo termine che si aggiungerà al nostro parlare toscano che, nonostante tutto, è il più vicino alla lingua italiana tra tutte le parlate regionali della nostra Penisola.

Chi è Giancarlo Carmignani
Insegnante di materie letterarie, ora in pensione. Già collaboratore esterno del professore di storia della lingua italiana dell’Università di Firenze Massimo Fanfani, ha pubblicato due libri di carattere storico-giuridico e linguistico per conto del comune di Fucecchio. Ha scritto circa 13.000 poesie, solo in minima parte pubblicate, nonostante diversi riconoscimenti favorevoli anche in concorsi nazionali più nel campo della poesia che in quello della prosa.

INTRODUZIONE, a cura dell’autore

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A

 

A, prep. sempl.: da, per es., nella frase “Ha un sorrisino a stupido”: ha un sorrisino da stupido, come in pis., in cui è attestato da  Malagoli

abbaione, s. m.: “schiamazzo di scherno”: Malagoli e perciò anche in pis.

abbanfato, agg.: bruciato, in fucecch. “arrivato”, in riferimento a un “pezzo di carne troppo cotta”, che ha subìto la “banfata”, una vampata  di fuoco e quindi di calore

abbassà’, v, tr.: abbassare. Modo di dire: “Abbassa la cresta!”: non fare il superbo, sii più modesto, come nel vernacolo fiorentino “Abbassa i’ galletto”,  riportato dal Raddi, ma in quest’ultimo caso in riferimento  a un figlio, detto dai genitori

abbarroccià’, v.tr.: abbarrocciare, (molto vicino come significato ad “abborracciare”), cioè eseguire malamente un lavoro, molto probabilmente risentendo del significato sfavorevole della parola “ barrocciaio” come persona “ dai modi volgari” (DISC)

abboccato, agg.: individuo che si accontenta facilmente e non solo “che mangia volentieri e di tutto, di bocca buona” com’è scritto nel DISC, dove è riportato tale termine in riferimento al vino “che tende al dolce” quale sinonimo di “amabile”, come nella frase da noi presente almeno fino a poco tempo fa: “Questo vino ha un po’ (o “un che”) d’abboccato”. E’ chiaro che in questo caso “abboccato” non è più un aggettivo, bensì un sostantivo e questo è ancora più evidente nell’espressione “Aver l’abboccato”, usata “quando il dolce si sente a fatica” secondo P. Fanfani, ancora in riferimento al vino e ciò “per un contenuto residuo di zuccheri naturali”, secondo chi è esperto di enologia (N. Giannini)

Il prossimo appuntamento con questa rubrica è previsto per il 10 febbraio