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ghegna (alla), loc. avv.derivata dallo scomparso v.tr. “ghennare” (probabilmente in fucecchiese un tempo parlando “ghennà’”): vincere tutte le palline e le figurine dell’ “avversario”, verbo trovato solo nel libretto attibuito a M. Catastini. Tale loc. avv. era usata a Fucecchio nel secondo dopoguerra quando un ragazzo, nel gioco delle palline o delle figurine, le aveva perse tutte essendo stato più bravo di lui un suo concorrente. Che la stessa loc. sia scomparsa, pur essendo sopravvissuta er un certo tempo al verbo da cui è derivata, non è un motivo di meraviglia, essendo cessata la pratica del gioco delle palline e poi di quello delle figurine, a Fucecchio, da una sessantina o rispettivamente una trentina d’anni dalla fine effettiva del secondo dopoguerra, seguito dal cosiddetto “miracolo economico” dell’Italia. Comunque “Mandà’ alla ghegna” significava in un certo senso mandare in fallimento nel gioco delle palline o delle figurine vincendole tutte ad un ragazzo

ghégo, agg.: stupido (M. Catastini), ma di questa voce pare sia rimasto solo il soprannome di un personaggio povero che viveva a Fucecchio e che non era certo apprezzato: Ghego

ghelle, s.f.pl., usato un tempo a Fucecchio solo nell’espressione: “Ci fo le ghelle!”: non ci faccio niente! Si tratta peraltro di un termine dal significato non chiaro che non escludo del tutto che sia collegabile almeno in tal senso col tosc. “ghèghe”: “smorfie, daddoli” e “Avere le gheghe”: “essere di cattivo umore” (DEI): espressione da noi non usata, bensì probabilmente sostituita da “chèe” (ved.). Un’altra mia ipotesi è che lo stano lemma “ghelle” sia collegabile almeno come significato almeno con il triv. “seghe”: in tal caso si potrebbe spiegare il significato sopra riportato, corrispondente alla volgarissima espressione, purtroppo diffusa nel linguaggio anche giovanile d’infima lega: “Me ne fo d’un cazzo!”

ghiacciaiòlo, s.m., venditore di ghiaccio, termine ovviamente venuto meno non esistendo ormai da un bel po’ di tempo tale mestiere nella nostra zona


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gemià’, v.intr.: gemicare, cioè cadere goccia a goccia (DISC), “stillare”, “verasare” (DEI) ed il verbo vernacolare mi pare senza dubbio espressivo anche perché evoca l’idea del gemere, quasi come se si trattasse di un lamento. Infatti deriva dal lat. parlato ipotetico “gemicare” e questo dal classico “gemere” (Zingarelli)

gengioli, s.m. pl.: “noccioline”, ma è un termine in disuso; anzi, l’ho trovato solo in M. Catastini

germano, s.m.: germano reale (“Anas platyrhyncos”), in altre parti della Toscana chiamato  semplicemente reale essendo “fra le anatre (…) la preda più ambita” (C. Romanelli)

gèrso, s.m.: gelso (“Morus alba” o “nigra”: De Mauro), ma usato spesso in senso eufemistico e metaforico, precisamente in quello di sedere, per non dire peggio, per es., nell’espressione  “Prenderlo nel gèrso”: essere ingannato o, parlando più volgarmente, essere fregati


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gastigo, s.m.: castigo, che deriva da “castigare” e questo dal lat. “castus” = “puro” e  “agere” = “fare” e qindi propriamente “render puro”: DISC e secondo il DEI sarebbe attestata dall’inizio del ‘300 la voce “gastigo” e invece dal Duecento il v. “gastigare” (al posto di “castigare”, che ha assunto il significato far fare penitenza), voci toscane, così come “gastigato”, variante di castigato, part. pass. che diventa agg. si deduce anche dal De Mauro. Non è tuttavia senza rilievo il fatto che originariamente la c in lat. “aveva il suono della g”, che fu introdotta “solo tardi nell’alfabeto romano”, “verso il 234 a.C.”, derivando “forse da una leggera  mutazione grafica del C” (Georges-Calonghi) e, a proposito del genere delle lettere dell’alfabeto, è da precisare che è maschile se si sottintende “segno”, femminile se invece la parola sottintesa è “lettera”

gattini, s.m. pl., ed è un’espressione popolare da noi “fare i gattini” (vomitare) “metafora scherzosa presa da” gatto: DEI, che ricorda l’espressione meridionale “vomitare come una gatta ingorda”

gatto
, s.m.: “Esse’ del gatto” : esser del gatto in senso metaforico cioè essere sfacciato nel senso di essere come morto oppure di essere fregato oppure non essere più capace di certe prestazioni, così come “Averle infilate” e “Essere giù di corda”: trovarsi in cattive condizioni di salute: espressione forse usata anche oltre l’ambito fucecchiese. Viene fatto di pensare che potrebbe essere stata originata pensando al topo, che, com’è noto, è una preda ambìta dal gatto. Perciò, se questo l’afferrasse, un’espressione del genere potrebbe scaturire, in una favola in cui gli animali parlassero, ovviamente secondo la fantasia, dalla mente del topo. In tal caso significa essere in balìa dell’avversario, ma da noi, estendendo oltre l‘accezione del vocabolo, l’espressione significa ciò che ho affermato sopra

gattonà’, v.tr.: gattonare, cioè “seguire silenziosamente” come può fare un “gatto”, accenna in parte il DEI, che ne parla anche come di un verbo scherzoso o del “gergo studentesco” toscano nel senso di “pedinare”

gàżżera, s.f.: gażża, voce toscana anche secondo il DEI, ma in declino, nonostante la frase che un tempo si poteva sentir dire nel contado “Nighio fatto, gazzera pena”: quando il nido è fatto, la gazza soffre, forse perché sarebbe vaga di andare a giro anche a rubacchiare specialmente “oggetti luccicanti”. Non per niente è chiamata “ladra” anche la gazza comune (“Pica pica”: C. Romanelli ).

 

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garganòzzo, s.m.: parte sporgente della gola che possiamo chiamare gózzo, corrispondente all’it. “gargarozzo” (di cui penso che sia una forma dissimilata), derivata dal lat. tardo “gargara”, a sua volta dalla radice ipotetica “garga” (=“gola”), donde “garganella” (DEI), termine usato solo nell’espressione “bere a garganella” (DISC, che fa derivare tale voce da una radice onomatopeica ipotetica “garg”, “viva in tutte le lingue romanze”), cioè “senza riprendere fiato” (M. Catastini) e si tenga presente la voce pisana “gargana”: “bocca spalancata” anche in riferimento al canto (M.P.Bini). La dissimilazione si può spiegare anche per influsso del pisano “gàrgano” (gola: DEI), mentre una dissimilazione diversa è avvenuta nel pis. “gargalòzzo” (“pomo d’Adamo”: B.Gianetti), attestato in Toscana nel ‘500 (DEI). Tale protuberanza, secondo C.Giani, sarebbe “visibile in modo accentuato nelle persone che hanno subìto la sofferenza della fame per un periodo prolungato”

gargòzzole, s.f. pl.: vescichette (M. Catastini), bollicine, voce espressiva

garóso, agg.: innamorato, in riferimento al merlo, nel gergo dei cacciatori di Fucecchio e dintorni: un significato molto lontano, come si vede, dall’antico agg. (risalente al ‘500, almeno secondo il DEI) derivato da “gara” e che significa “litigioso”, per quanto un collegamento si possa cogliere dal momento che anche i merli maschi lottano fra loro per contendersi la femmina

garżone, s.m.: “operaio presso una famiglia colonica” (M. Catastini) e nella campagna vicino a Fucecchio esisteva anche il termine “garzona” che equivaleva com significato a una specie di “serva”, ma si tratta di un significato che è andato quasi perduto anche quello di garzone “di stalla”, mentre è rimasto (forse però ormai per poco tempo) quello di ragazzo “di bottega”; chiara l’origine dal francese “garçon” = “ragazzo” (DISC)

 

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gaóh guà!: espressione tipicamente fucecchiese che significa alla lettera: “guarda, oh, guarda!” in riferimento a una cosa che non va bene: si tratta perciò di un’osservazione sfavorevole, come, per es.: ma guarda un po’ cosa si deve vedere! Figuriamoci se do retta a lui! In pisano esiste “Gaoh!” esclamazione che può essere seguita da un “bellino!” in senso ironico (B.Gianetti). Almeno un tempo “certamente” poteva essere reso in vernacolo con l’espressione “Sé’ bah gaoh”, alla lettera “Senti, bada, guarda, oh!”

garbà’, v. intr.: garbare: si tratta di un verbo che figura anche nel proverbio contadino: “A chi ‘un gli garba il vino, Dio gli levi l’acqua”, proverbio tutt’altro che benevolo in generale specialmente nei confronti di chi è astemio, cui è augurato addirittura di essere privato dell’acqua e perciò del necessario per vivere. Lo stesso verbo figura in un altro proverbio: “vari son degli uomini i cervelli: a chi gli garba la torta e a chi i tortelli”: i gusti umani son diversi: così, per es., c’è a chi piace il dolce e a chi il salato, ma si tenga presente l’ampio uso della rima per semplificare e ancor di più per finalità mnemoniche ed espressive in molti proverbi

garbatezza, s.f.: “Atto di cortesia”. A me sembra un sostantivo veramente efficace in quanto espressivo, come nella frase: “ ‘Un gli si può fà’ una garbatezza ché subito accetta!”: non gli possiamo fare un atto di cortesia perché accetta immediatamente senza fare i complimenti

garbicchià’, v. intr.: garbicchiare, cioè garbare un po’, essendo “-icchiare” un suff. con valore diminutivo

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ganghì’, v.intr.: ganghire: “struggersi per il desiderio” di qualcosa; voce toscana, forse deformazione di “gannire”, che significa “mugolare, proprio del cane e della volpe” e che è una voce dotta derivando dal latino “gannire” (DEI): voce che troviamo anche nel celebre commediografo del II secolo a.C. Terenzio e che significa, appunto, “mugolare” (Georges-Calonghi). Un tempo veniva usato a Fucecchio nel senso di “patire” (A. Morelli) o addirittura di “morire” (B. Soldaini), come nelle frase: “Mi farai ganghì’!”: mi farai morire!

ganzata, s.f.: “cosa ben riuscita” nel gergo toscano (DEI) specialmente dei giovani studenti

ganzerino, s.m. derivato da “ganzo”, col suff. dimin. preceduto dall’ampliamento – er – : persona “ben vestita” (DEI, che però lo dice a proposito della parola “ganzo”), ma più ancora da noi che ci sa o ci sapeva fare con le donne


ganzo
, s.m.: nel gergo studentesco toscano a partire dagli anni ’50 ha assunto il significato di “bravo”, simpatico, ammirevole, mentre è già attestato nel Giusti quel significato di “amante” (DISC) che ha perduto un po’ di quota, mentre è più diffuso specialmente nel linguaggio giovanile il significato ironico di “bravone”, con una rilevante dose d’esibizionismo, per es., nella frase: “ ’un fa’ ir ganzo!”: non fare il bravone! Si tratta comunque di una voce toscana, forse derivata (ovviamente in riferimento al femminile) dal lat. tardo “ganea”=“meretrice” (DEI) e perciò molto più nel senso indicato dal Giusti che in quello assunto più recentemente

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gamballaria (a): loc. avv. “a gambe all’aria”, ma “ mandare a  gamballaria” è da intendere metaforicamente dalle nostre parti nel senso di “mandare in rovina” una persona o “far fallire una inziativa” (M. Catastini), per quanto alla lettera tale loc. significhi sottosopra, “in disordine”

gambe, s.f. pl. che assume un significato particolare nell’espressione negativa “ ’Un ci tira fuori le gambe”: non guarisce, anche se alla lettera significa che non ci tirar fuori le gambe (sottinteso probabilmente “dal letto”). Non  sembra ancora proprio in declino l’espressione “Ci si va a quattro gambe” ( dov’è giustificata la forma impersonale, altre volte abusata in toscano): c’è troppa sporcizia

gambone, s.m.: “troppa confidenza” (M. Catastini), per es., nell’espressione “Ha preso gambone!”: ha preso troppa confidenza, appunto, come non avrebbe dovuto permettersi. Si tratta di un accrescitivo di gamba (come si desume dal suff. “–one”) col cambiamento del genere, ma usato in senso metaforico e in riferimento a una persona prima sottomessa o riservata nei confronti dell’altra su cui finisce poi appunto per prender “gambone”


ganascia
, s.f. con un significato particolare se detto al pl. in una esclamazione in riferimento a una persona: “Che ganasce!”: che avidità! per es. nella frase, accompagnata da un’eloquente mimica, “Mangia a quattro ganasce!”: “con ingordigia, a quattro palmenti” (DISC). Infatti nell’essere umano le ganasce (mascelle e guance) non sono più di due, per cui si comprende facilmente la metafora

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gallerone, s.m.: uccello simile al gall(o) e al (capp)one, voci dall’incrocio dalle quali deriva gallerone con l’ampliamento –er-

gallinaccio, s.m.: gallina che canta “a galletto” (essendo d’“incerto sesso”: DEI), cosa che a Fucecchio era ritenuto che portasse “male”, una “disgrazia in famiglia”, come pare che ci sia  ancora chi crede che porti male il canto, ovviamente notturno, della civetta presso la casa: è evidente che si tratta di stupide superstizioni, prive di qualsiasi validità scientifica e perciò respinte da chi ragiona veramente. Quanto al termine gallinaccio, secondo M.P. Bini, in “quasi tutti i dizionari di lingua italiana” si troverebbe, ma nel senso di “tacchino”. Né il gallinaccio è da confondere col cappone, gallo “castrato”, come si deduce anche dall’ètimo. Infatti esso deriva dal lat. parlato ipotetico “cappone”, classico “capone(m)”, collegato col gr. “kòptein”= “tagliare” (DISC)

gallòra, s.f.: “còccola di cipresso” (M. Catastini), ma è un termine in declino, essendo stato sostituito per lo più da quello di “bacca”, a sua volta peraltro “denominazione impropria” anche in riferimento alla “coccola del ginepro” e alla “drupa dell’alloro” (De Mauro). In valdelsa veniva indicata con questo termine anche il rigonfiamento della pelle, pieno di liquido, dopo una scottatura.

gallozzola, s.f.: “bolla d’aria in terra” (M. Catastini) a causa della pioggia

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gabbionaio, s.m.: chi costruisce gabbie, ma il termine è pressoché scomparso nella nostra zona non essendovi più praticato tale mestiere

gaburrino, s.m.: moneta d’argento, ma anche banconota “da due lire su cui era impressa l’effigie” di Camillo Benso, conte di Cavour, da cui deriva, con “–ino e resa grafica della pronuncia” (DISC) con modifica della lettera iniziale. Un tempo era popolare a Fucecchio, ma il termine non è sopravvissuto e se ne comprende il motivo

gagliardello, s.m.: gagliardetto fascista; si tratta di un termine usato un tempo (se non proprio a Fucecchio, nelle sue vicinanze, secondo la testimonianza di I. Montanelli) e di un diminutivo di “gagliardo”, che indicava “la bandiera principale di una nave”; infatti “gagliardo” significava “più importante”, derivando forse dal lat. volg. ipotetico di Gallia “galia” = “forza” (DEI) e noi sappiamo bene dallo studio della storia quanto i gagliardetti fascisti fossero un segno di arroganza

galantòmo, s.m.: galantuomo; la scomparsa della –u- si spiega perché nel vernacolo viene detto “omo” l’uomo, come vedremo, un po’ alla latina

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furbo, s.m.nella frase molto diffusa dalle nostre parti “ ’Un fa’ tanto ir furbo!”: non negare la verità “ricorrendo all’astuzia”!, è spiegato in M. Catastini

furchetta, s.f.: forchetta, con chiusura popolare della vocale prima dell’accento tonico senza che si debba pensare a una ripresa dell –u- della parola lat. “furca(m)” da cui deriva questo termine, originariamente dimin. di quello lat. dal chiaro significato di forca, mentre è incerta l’origine del suff. dimin. m. “-etto” (DISC)

furia, s.f.: fretta, come quando si dice “Ecco maestra furia” in riferimento a una persona troppo frettolosa e il concetto è intensificato anche quando si dice “In fretta e furia”: “frettolosamente”, significato che aveva nel ‘600 anche la loc. avv. “in caccia e in furia” (DEI). È interessante anche il proverbio: “Chi ha furia s’ avvii!”, che invita a non avere troppa fretta: chi invece l’ha, si muova in anticipo verso la mèta senza peraltro costringere chi l’ha detto a fare altrettanto

fustacchio, s.m.: cencio che veniva messo in cima al frusciandolo per pulire il forno; era un vocabolo usato in campagna

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