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finestra, s.f. in una posizione particolare quando veniva detto: “Fagli fà’ Gesù alla finestra!”: socchiudi le imposte della finestra, facendo venire in mente il gesto delle mani di Cristo in molte raffigurazioni sacre, ma si tratta di una frase che veniva usata nel passato, non più nei nostri tempi, in cui invece viene usato il termine “finestra” anche nel senso di “spiraglio”

finì’, v. tr.: finire. Indic. pres. 1^ pers. pl. (un tempo): “Finimo”: finiamo, tant’è vero che pare che un tempo una femmina sia stata chiamata, nel territorio comunale di Fucecchio e in altre parti della Toscana, “Finimola” per dire “finiamola” col fare figli, specialmente se femmine: il maschilismo è purtroppo duro a morire; figuriamoci nel passato meno recente! Sono forme toscane quelle del fut. sempl.: “firrò” ecc…: finirò, e del condiz. pres.: “firrei” ecc…: finirei ecc…, in cui si sono verificate la sincope della –i- e il raddoppiamento per assimilazione della –n- alla -r- seguente. Si pensi inoltre all’espressione “finì’in una bolla di sapone”: finire in un nulla di fatto, data l’inconsistenza, appunto, di una bolla di sapone

finòcchio (volg.) s.m.: omosessuale o peggio ancora sodomita, originariamente voce forse fiorentina, derivata dal fatto che la pianta omonima è forata dentro, suscitando così l’idea del buco secondo il Panzini (deduco dal DELI). È da notare, indipendentemente dalla parola volgare sopra registrata, che, per es., quattro rametti della stessa pianta, ma della specie selvatica, vengono messi nei fegatelli fucecchiesi, fatti utilizzando, oltre al magro, il fegato del maiale, entrambi “tuffati nell strutto”.

finocchiona, s.f.: “salume toscano di carne di maiale” aromatizzata con “semi di finocchio”, diffuso in particolare “nella zona di Firenze” (R. Cantagalli), ma anche da noi

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figliettino! esclam., alla lettera doppio diminutivo di “figlio”, ma in sostanza monello che non sei altro!”, detto scherzosamente. A Fucecchio è stato sentito un ragazzo dire a se stesso in modo compiaciuto: “Figliettino, quanti amici che hai!”

figlio, s.m. derivato dal lat. “filiu(m)” con l’ampliamento in –l- della radice indoeuropea “dhe(i)”  (“generare” e corrispondente in sostanza al nostro fe –) da cui derivano anche “fecondo, felice, femmina, feto, fieno” (Devoto), ma un’espressione particolare usata a Fucecchio e in livornese è: “Figlio d’un sette!”: “esclamazione scherzosa” che pare significhi “figlio d’uno sberleffo” perché, pur essendo sette un agg. numerale cardinale, indica anche sfregio, quando si parla di “ferita a forma di sette” e quindi, “in senso metaforico, sberleffo” (V. Marchi); tuttavia, avendo un carattere scherzoso, da noi significa bonariamente: “Che birbante che sei!”, un po’ come “figliettino!”

figuraccia, s.f. peggiorativo di figura: figuraccia, come quando diciamo: “ ’Un mi fa fa’ una figuraccia”: non mi far scomparire, cioè non mi far fare una cattiva figura

filo, s.m. con un significato particolare nell’espreessione: “ Restà’ a filo”: rimanere con la voglia, per es., di mangiare oppure nella frase che può essere rivolta a una giovane: “ ’un finge di dargli filo!”: non fingere di “accettare la sua corte” (M. Catastini) e quindi non lo lusingare: chiaro in entrambi i casi l’uso metaforico di filo, che può dare l’dea di attrazione, come nella fase “ Gli fa filo tutto!”: l’attrae, gli interessa, gli fa piacere tutto! Un’altra frase da noi diffusa è: “ ‘Un gli dà’ filo!”: non gli dare confidenza. Un significato particolare ha la parola “filo” nel caso del proverbio contadino: “Se tocchi un filo in d’un cantone, tentenna tutto (il campo)”: se tocchi uno stelo di frumento in un angolo, ne può risentire tutto il campo, potendosi muovere anche le altre spighe di grano

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fiaschetta, s.f.: pendolino (“Remiz pendulinus”), nomi entrambi derivati dalla forma dell’ “elegante nido, a forma di fiasco, che, sospeso all’estremità di uno o più rami protesi sull’acqua, dondola al più lieve soffiar di vento” (C.Romanelli). Secondo il DEI, anche a Lucca sarebbe chiamato fiaschetta il pendolino, mentre con tale nome sarebbe indicato nel Casentino il codibugnolo

fiato, s.m. con un significato particolare nella frase obsoleta nel senso sotto espresso: “A lui non puzza il fiato”: è una persona coraggiosa “a prova di bomba”, cioè in modo inoppugnabile

fièro, agg.: sano; almeno fino a pochi anni fa veniva detto in tal senso anche a Fucecchio, in cui ormai pare in declino, mentre è usato senza dubbio nel senso comune del termine, così come “gagliardo”. Si pensi alla domanda che poteva essere fatta un tempo nelle nostre campagne: “siete fieri?” : state bene? siete in salute? Però, come si può vedere, non c’è molta differenza fra i due termini.

fierones. m.: almeno fino a pochissimi anni fa il giovedì del periodo della fiera di Fucecchio, istituita nel 1706, pur esistendo anche nel Medioevo in un periodo diverso, ma che da qualche anno si celebra praticamente dalla domenica che precede il giorno di Tutti i Santi alla domenica successiva. È da notare che la parola fiera deriva dal lat. parlato ipotetico “fiera”, metatesi del tardo “feria(m)” = “giorno festivo” perché di solito le fiere (molto importanti erano in particolare quelle medievali) erano tenute nei “giorni festivi” (DISC), mentre feriale, che deriva da tale termine latino, finì per significare “giorno non festivo” perché nel lat. ecclesiastico il “dies ferialis” indicava “il giorno di festa di un santo”, in un certo senso contrapposto al “dies Domini”, cioè al “giorno del Signore”: la domenica (DISC)

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ferraccio, s.m.: persona molto robusta, assumendo perciò un valore antifrastico nei confronti del suffisso spregiativo “-accio”, ma l’idea della robustezza è espressa dal primo elemento della parola, cioè “ferro”

ferraio, s.m.: febbraio, di cui è una variante toscana a differenza di “febbraro”, mentre febbraio deriva dal lat. “februariu(m)”, cioè “ mese dedicato alla purificazione” (DELI) “dei vivi” (Georges-Calonghi)

festa, s.f. Modo di dire per antifrasi: “Far la festa a qualcuno”: fregarlo, così come se si dice: “Far la foto a qualcuno”: ingannarlo. Può anche far parte di una loc. interiettiva (M. Fanfani), talora con un accento ironico, come quando diciamo: “E festa finita!”: e basta!

fiaccaggine, s.f.: fiacca, che ha preso nettamente il sopravvento sul raro lemma considerato (secondo il DEI, pistoiese) e, a maggior ragione, su “fiaccona”, detto anche nelle vicinanze di Fucecchio almeno un tempo, come a Dianella (località dove si trova la tomba di Renato Fucini, nel comune di Vinci), col senso di “fiacca” (M.P.Bini), ma non da noi

 

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fatticcione, s.m.: “fattucchiero” (M. Catastini) nel senso di imbroglione

Febo, s.m.: sole (dall’altro nome che aveva Apollo, considerato divinità solare degli antichi Romani), ma ora, se viene usato questo termine, viene detto piuttosto scherzosamente

fedèle, agg. per lo più: fedéle, derivando dal lat. “fidele(m)”, a sua volta da “fides” = “fede” (DISC). La pronuncia aperta dell’accento (che deve essere considerato invece acuto sulla seconda -e- e perciò comporta una pronunzia chiusa della stessa) è una “caratteristica particolarmente  accentuata nel livornese” (in contrasto col suo tipico intercalare “déh!”) “a differenza del fiorentino  e dell’italiano in genere, in cui la e suona é” (L. Bezzini): suono non aperto quindi. Ciò non vale ovviamente per terza pers. del pres. indicat. del v. “essere”, in cui l’accento è obbligatorio per  distinguere è dalla cong. e, derivanti la prima dal lat. “est” e la seconda dalla cong. lat. “et”: perciò la e- è pronunziata aperta nel primo caso e chiusa nel secondo

femminella, s.f. attestato nel ‘700 in agricoltura per indicare il “falso getto della vite potata” (DEI) e più recentemente in vernacolo per indicare il “buco nel fusto di una pianta” (M. Catastini), ma il termine è in disuso

fermà’, v.tr. fermare e fermassi, v. rifl.: fermarsi. Si pensi all’espressione “fermassi lo stomao”: fermarsi lo stomaco (M. Catastini): attenuare la fame mangiando qualcosa o, alla fucecchiese, “quarcosina”   

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farabola, s.f.: parabola, ma il termine, nato probabilmente dall’incontro di “fàvola” con “paràbola”, come possiamo dedurre dal DEI, non risulta più usato, mentre non escludo che lo sia ancora in alcune parti della Toscana “farabolone” nel senso di “chiacchierone”, segnalato dallo stesso Dizionario Etimologico. Teniamo presente che chiacchiera è un termine collegato con parola (infatti a “chiacchiere”  vuol dire “a parole”) e parola deriva dal lat. parlato ipotetico “paraula” dal lat. tardo ecclesiastico “parabola(m)”  “esempio”, quindi “parola”, dal gr. “ parabolé” = “paragone”: si pensi infatti alla “parabole evangeliche” (DISC). Da “forma di discorso preferita da Gesù, parabola venne presa a significare la sua stessa predicazione, cioè la sua parola”; “fu quindi la parola per eccellenza: infine, per estensione, la parola di tutti” (F. Fochi)

farra, agg. f. essendo collegato con “gamba”: malata, secondo P.Fanfani usato specialmente a Colle Val d’Elsa nell’Ottocento, ma a Fucecchio è stato sentito, questo termine, da qualcuno anche in tempi recenti

farso, agg.: falso, ma, se vien detto “gamba farsa”, significa “claudicante” (M. Catastini)

fasciassi, v. rifl.: fasciarsi; si pensi al proverbio “ ‘Un bisogna fasciassi la testa prima che sia rotta”: non bisogna preoccuparsi per qualcosa “di negativo che non è ancora accaduto” (DISC) e che potrebbe non accadere neppure in seguito

fascione, s.m. tosc.e in particolare da noi: copertone della bicicletta, da “fascia” + “-one” (DISC). Viene inoltre chiamato così un fascista dall’idea incallita per la derivazione da “fascio”, donde “fascismo”, ma questo termine non sembra che derivi dai “fasci di combattimento, fondati da Mussolini nel 1919” e neppure dal “fascio littorio, che fu poi simbolo del partito”, bensì dai “fasci d’azione rivoluzionaria” sorti nel dicembre 1914 a Milano con fini interventistici (DELI) verso quella che sarebbe stata la prima guerra mondiale

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ferraccio, s.m.: persona molto robusta, assumendo perciò un valore antifrastico nei confronti del suffisso spregiativo “-accio”, ma l’idea della robustezza è espressa dal primo elemento della parola, cioè “ferro”

ferraio, s.m.: febbraio, di cui è una variante toscana a differenza di “febbraro”, mentre febbraio deriva dal lat. “februariu(m)”, cioè “ mese dedicato alla purificazione” (DELI) “dei vivi” (Georges-Calonghi)

festa, s.f. Modo di dire per antifrasi: “Far la festa a qualcuno”: fregarlo, così come se si dice: “Far la foto a qualcuno”: ingannarlo. Può anche far parte di una loc. interiettiva (M. Fanfani), talora con un accento ironico, come quando diciamo: “E festa finita!”: e basta!

fiaccaggine, s.f.: fiacca, che ha preso nettamente il sopravvento sul raro lemma considerato (secondo il DEI, pistoiese) e, a maggior ragione, su “fiaccona”, detto anche nelle vicinanze di Fucecchio almeno un tempo, come a Dianella (località dove si trova la tomba di Renato Fucini, nel comune di Vinci), col senso di “fiacca” (M.P.Bini), ma non da noi

 

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faìlla, s.f.: favilla, con dileguo della – v -, ma anche questo nome non sembra più alterato neppure in tal modo oggi come invece quello lo era nella pronuncia fucecchiese registrata da M. Catastini

falòppa, s.f.: ciò che resta del granturco tagliato; deriva dal “lat. tardo (X sec.)” “faluppa” = “filo di paglia” secondo il DEI. In senso traslato indica (o indicava fino a poco tempo fa) una cosa di scarsa consistenza

fame, s.f.: “Aver fame” viene detto anche in riferimento a chi è avido di fare attività sessuale, mentre specialmente a Firenze viene detto scherzosamente: “Ma che t’ha’ fame?” a chi fa discorsi sciocchi, che non hanno né capo né coda

Fanana, s.m.: espressione scherzosa, di saluto o sorpresa rivolta a un amico, con una frase del tipo: “Bah, c’è Fanana!”: guarda chi si vede!, ma si tratta di una voce non certo diffusa a livello popolare, bensì, caso mai, del gergo studentesco di qualche tempo fa e in un ambito molto ristretto

fantasime, s.f.pl. tosc.: fantasmi, con epentesi di – i -: De Mauro, secondo il quale è raro il maschile “fantasima”, ma – a mio parere – lo era anche il sig. f. da noi, per quanto ormai sia in disuso anche il lemma considerato

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estrastrònghe, agg.: “straordinario, coi fiocchi” (Malagoli). È un trattamento alla pisana e alla livornese con l’epitesi dell’ingl. “extra – strong”, agg. quest’ultimo che significa “forte”, ma quello da me registrato è in disuso già da qualche anno dopo il secondo dopoguerra, in cui l’influenza americana si era fatta sentire certo poco

fà’, v.tr.:  fare e in forma riflessiva “fassi” : farsi. Pass. rem., 3^ pers.pl.: “Feceno”: fecero, ma tale voce sembra scomparsa anche dal contado da cui probabilmente proveniva. Significa “costare” in una frase come: “Quanto lo fanno il vino?”: quanto lo fanno costare il vino?

Si noti anche la frase: “Ma che ci vieni a fà’?”: ma perché ci vieni?, come pure l’altra: “L’ho a fà’?”: lo devo fare?

Modi di dire: “Farsi una croce”: affliggersi.

“Fagli der (del) bene agli asini: Gesù se n’ha per male”, usato quando alcune persone non sono riconoscenti se viene fatto loro del bene, comportandosi così come degli asini: animali che non mostrerebbero appunto riconoscenza dato il loro aspetto almeno apparentemente indifferente al bene eventualmente fatto loro.

“O che l’alzi a fà’ la voce?”: ma perché alzi la voce?

“Ne fa di bigie e di turchine!”: ne combina di tutti i colori (in riferimento alle marachelle o peggio).

Modo di dire molto diffuso in Toscana (C. Lapucci): “Tutto fa”: tutto può servire.

Altro modo di dire molto diffuso da noi: “Ma che fai per ride’?”: ma lo dici per ridere?, mentre è più diffuso in livornese che nel nostro vernacolo: “Ma che fai la burletta?”: ma che scherzi? (V.Marchi). Inoltre dalle nostre parti si può sentire talora una frase tipo questa: “non s’è fatta conosce’?”: non si è fatta conoscere, cioè non si è rivelata per quello che è.

Inoltre: “Che l’ha a fà’?”: lo devo fare? e “Fa le viste!”: certo!

Altro modo di dire: “Con me non fa ova (uova)!”:  con me non riesce nell’intento, non ha successo, non combina niente di buono.

Inoltre a Fucecchio si può sentir dire: “Ha fatto bodda”: ha fatto “vacanza” (M. Catastini) e viene detto, per esempio: “Mi garba falla (farla) tonda”: mi piace fare al ritorno una strada differente rispetto a quella dell’andata

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esempio, s.m. a cui, almeno fino a poco tempo fa veniva premesso talvolta nel parlare e questo anche nell’Alta Maremma (M.P. Bini) “pre-” al posto della prep. sempl. “per”, per cui veniva  fuori “presepio” al posto di “per esempio”

èsse, s.m. in quanto nome della lettera S, di cui è l’iniziale come enne lo è della lettera N, per cui si spiega l’espressione “o esse o enne”, rispettivamente iniziali degli avverbi sì e no (con l’ “imitazione del suono” a cui corrispondono entrambe le lettere): espressione usata anche da noi per esprimere l’impazienza di chi spetta nei confronti di “chi non sa decidersi” (R. Cantagalli), restando nell’incertezza, definite da G. Mazzini “morte continua”

èsse’, v. intr.: essere. Indicativo presente, 3^ pers. sing. (almeno o specialmente una volta nel contado): “Che ène?” : cos’è?  e “gliè”: è; 1^ pl.: “Sèmo”: siamo e 3^ pl.: “Ènno”: sono; imperf. 1^ pers. pl.: “Èramo” (si pensi al lat. “eramus”): eravamo. Congiuntivo imperf., 1^ e 2^ pers. sing.: “Fussi”: fossi; 3^ sing.: “Fusse” (per analogia con “fu”, secondo D’Achille) e pl. “Fussero”: fossero. Imperativo, 2^ pers. sing. “èssi”: sii. Ancora all’indic. pres, 3^ per. pl., può capitare di sentir dire “Gliènno”: sono, ma si tratta di un “fatto morfologico diffuso”, pare, “in tutta la Toscana non colta”. “Siei” al posto di “sei” alla 2^ pers. del pres. indic. è molto più facile sentirlo dire nel contado pisano (B. Gianetti) che in quello di Fucecchio, centro dove è invece ancora presente l’espressione “Esse’ in tiro”: avere voglia di qualcosa, oltre alla domanda a una persona troppo  boriosa: “Ma chi ti par d’esse?”: ma chi credi di essere? “È guasi le nove!”: son quasi le nove (Malagoli). “Esse’ terra terra”: essere in condizioni molto precarie sia sul piano economico sia su quello intellettuale

essì, parte del discorso (presente anche in pis.) costituita dall’unione della cong. “e” con l’avv. “sì”: e bensì, come nella frase: “Essì glielo dissi!”: eppure glielo dissi! (B. Gianetti)

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