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di Giancarlo Carmignani

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gallerone, s.m.: uccello simile al gall(o) e al (capp)one, voci dall’incrocio dalle quali deriva gallerone con l’ampliamento –er-

gallinaccio, s.m.: gallina che canta “a galletto” (essendo d’“incerto sesso”: DEI), cosa che a Fucecchio era ritenuto che portasse “male”, una “disgrazia in famiglia”, come pare che ci sia  ancora chi crede che porti male il canto, ovviamente notturno, della civetta presso la casa: è evidente che si tratta di stupide superstizioni, prive di qualsiasi validità scientifica e perciò respinte da chi ragiona veramente. Quanto al termine gallinaccio, secondo M.P. Bini, in “quasi tutti i dizionari di lingua italiana” si troverebbe, ma nel senso di “tacchino”. Né il gallinaccio è da confondere col cappone, gallo “castrato”, come si deduce anche dall’ètimo. Infatti esso deriva dal lat. parlato ipotetico “cappone”, classico “capone(m)”, collegato col gr. “kòptein”= “tagliare” (DISC)

gallòra, s.f.: “còccola di cipresso” (M. Catastini), ma è un termine in declino, essendo stato sostituito per lo più da quello di “bacca”, a sua volta peraltro “denominazione impropria” anche in riferimento alla “coccola del ginepro” e alla “drupa dell’alloro” (De Mauro). In valdelsa veniva indicata con questo termine anche il rigonfiamento della pelle, pieno di liquido, dopo una scottatura.

gallozzola, s.f.: “bolla d’aria in terra” (M. Catastini) a causa della pioggia

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gabbionaio, s.m.: chi costruisce gabbie, ma il termine è pressoché scomparso nella nostra zona non essendovi più praticato tale mestiere

gaburrino, s.m.: moneta d’argento, ma anche banconota “da due lire su cui era impressa l’effigie” di Camillo Benso, conte di Cavour, da cui deriva, con “–ino e resa grafica della pronuncia” (DISC) con modifica della lettera iniziale. Un tempo era popolare a Fucecchio, ma il termine non è sopravvissuto e se ne comprende il motivo

gagliardello, s.m.: gagliardetto fascista; si tratta di un termine usato un tempo (se non proprio a Fucecchio, nelle sue vicinanze, secondo la testimonianza di I. Montanelli) e di un diminutivo di “gagliardo”, che indicava “la bandiera principale di una nave”; infatti “gagliardo” significava “più importante”, derivando forse dal lat. volg. ipotetico di Gallia “galia” = “forza” (DEI) e noi sappiamo bene dallo studio della storia quanto i gagliardetti fascisti fossero un segno di arroganza

galantòmo, s.m.: galantuomo; la scomparsa della –u- si spiega perché nel vernacolo viene detto “omo” l’uomo, come vedremo, un po’ alla latina

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furbo, s.m.nella frase molto diffusa dalle nostre parti “ ’Un fa’ tanto ir furbo!”: non negare la verità “ricorrendo all’astuzia”!, è spiegato in M. Catastini

furchetta, s.f.: forchetta, con chiusura popolare della vocale prima dell’accento tonico senza che si debba pensare a una ripresa dell –u- della parola lat. “furca(m)” da cui deriva questo termine, originariamente dimin. di quello lat. dal chiaro significato di forca, mentre è incerta l’origine del suff. dimin. m. “-etto” (DISC)

furia, s.f.: fretta, come quando si dice “Ecco maestra furia” in riferimento a una persona troppo frettolosa e il concetto è intensificato anche quando si dice “In fretta e furia”: “frettolosamente”, significato che aveva nel ‘600 anche la loc. avv. “in caccia e in furia” (DEI). È interessante anche il proverbio: “Chi ha furia s’ avvii!”, che invita a non avere troppa fretta: chi invece l’ha, si muova in anticipo verso la mèta senza peraltro costringere chi l’ha detto a fare altrettanto

fustacchio, s.m.: cencio che veniva messo in cima al frusciandolo per pulire il forno; era un vocabolo usato in campagna

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fumo, s.m. Frase: “Leva ‘r fumo alle schiacciate”, detta di una persona molto abile nel trarsi dagli impacci: infatti non sarebbe certo impresa dappoco levare il fumo specialmente quando  le schiacciate vengono tirate fuori calde dal forno, ma è chiaro che la frase ha un valore metaforico

fungarello, dimin. di fungo, che è una “pianta crittogama” col nome derivato dal lat. “fungu(m)” (in Francia “champignon”), “relitto mediterraneo affine al gr. sp(h)òngos “spugna”(DEI): dim. particolare formato con l’ampliamento –ar- prima del suff. dimin. –ello

funghì’, v.intr.: funghire. Frase: “O che vo’ sta’ a funghì’?”: o che vuoi stare ad ammuffire?, cioè a fossilizzarti?

funicello, s.m.: pezzo di fune con un forcino ad una estremità ed un nottolino di legno dall’altra parte per legare il legname (M. Catastini), ma è un termine in disuso, per quanto sia interessante notare col DISC che anticamente indicava in italiano semplicemente una piccola “fune” ed era attestato con tale significato sin dal ‘300 secondo il DEI

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fuggì’, v.intr. e tr.: fuggire. Modo di dire: “Ascappa e fuggi” in fretta e furia come “A mordi e fuggi”

fumacchio, s.m. tosc.: “pezzo di legno semicarbonizzato che manda ancora fumo” e, un tempo, ciò che s’innalzava da pentole d’acqua bollente per far lievitare, appunto grazie al vapore acqueo,  dentro la madia, la pasta per la schiacciata di Pasqua

fumaiòla, s. f.: fumo, per es. nell’interiezione “Che fumaiola!”, nell’ambito del linguaggio familiare

fumino, s.m.: individuo irascibile, chiaramente derivato da “fumo”, in cui può finir appunto l’ira da fiammata quale era. Comunque dal soprannome Fummino, un tempo esistente a Fucecchio,  possiamo dedurre che la parola potesse esser pronunciata col raddoppiamento o geminazione della -m-, come avveniva nel Pisano

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frusone, s.m.: frosone (“Coccothraustes coccothraustes”), probabilmente derivato dal lat. tardo “frisione(m)”, possiamo dedurre dal Romanelli

frustagno, s.m.: fustagno, termine attestato a Venezia nel 1265 in riferimento a una “sorta di panno di poco prezzo” (DEI), da cui prese nome a Fucecchio una banda rivale di quella detta del Casentino. Finalmente il 21 settembre 1861 le due bande furono accorpate dal sindaco di Fucecchio Carlo Landini Marchiani nella banda municipale, che poi fu intitolata al Mo. Mariotti, ricevendo l’ambito premio nel medesimo comune il 3 ottobre 1911 in concomitanza col 50° anniversario dell’Unità d’Italia e della fondazione della stessa banda


frustone
, s.m.: “rametto flessibile di salcio” (M. Catastini), ma pare che il significato che conserva ancora il termine sia piuttosto quello di una parte considerata insignificante d’una pianta. Dalle nostre parti c’è chi chiama “frustone” anche il biacco (“Coluber viridiflavus”) perché questo serpente può arrivare a frustare se è disturbato specialmente quando fa all’amore

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frullana, s.f.: “falce fienaria”, insomma “usata per tagliare l’erba”; voce “usata nel fior., lucch., pisano e maremmano”, deriva da “friulano” (in dial. “furlain”) essendo usata nel Friuli (DEI), ciò che non impedisce certo che almeno un tempo fosse molto usata anche da noi per fare il fieno, cioè per tagliare l’erba, fatta poi “essiccare come foraggio per gli animali” (DISC). La differenza della nostra voce rispetto a quella friulana (di cui è come una metatesi espressiva con la solita terminazione in vocale) è evidente

frullo, agg.: confuso, ma si tratta di un termine in disuso. Peraltro si spiega pensando al frullino e al v. “frullare”, che indica il “girare vorticosamente su se stesso” e, in riferimento ai pensieri, “venire improvvisamente alla mente” (De Mauro), come nell’espressione, usata almeno fino a poco tempo fa dalle nostre parti “Ma che ti frulla ner (nel) capo?”. A Firenze si trova addirittura nei pressi della porta di San Miniato un locale intitolato “Baretto del Rifrullo”, probabilmente in riferimento a una festosa confusione

fruolino, s.m.: bambino vivace che “fruga da per tutto” (DEI); infatti deriva da “frugolino” con dileguo della – g – intervocalica

fruone, s.m.: persona che rovista verbo che deriva dal lat. “revisitare” = “tornare a vedere” (De Mauro), mentre invece il nostro lemma (ormai in disuso) deriva da “fruà’ ”, cioè da “fruare” e questo da “frugare” (M. Catastini), col dileguo della –g- intervocalica

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fruciataia, s.f.: venditrice di castagne (arrostite in un modo particolare ricorrendo a una padella bucherellata detta “frusciandola”) chiamate “fruciate”.

fruciate, s.f. pl.: bruciate (castagne), ma la f- iniziale rende meglio l’idea delle castagne “arrostite sul fuoco” cui accenna anche Bezzini e fatte frusciare nell’apposita padella forata

fru-frù, s.m.: biscottino friabile “tipo wafer”; deriva dal franc. “frou frou” d’origine onomatopeica poché “imita un fruscìo”; è da considerare un termine regionale (DISC)

frullà’, v. intr.: frullare, andare a giro, muoversi, oltre che “agitarsi nella mente” come riferisce il DISC, secondo il quale giustamente si tratta di un verbo onomatopeico. Infatti l’espressività gli è conferita anche dalle due consonanti iniziali. Frase: “E sa’: gli garba un po’ e via frullà’!”: sai quanto gli piace andare a giro! Altra frase diffusa da noi: “Mi frulla ‘r il capo”: sento confusione nella testa. Dal v. “frullare” deriva il termine “frullino”, che indica quell’attrezzo della giostra della fiera che gira su se stesso azionato da un congegno interno all’abitacolo, oltre allo stesso termine che indica il “beccaccino minore (“Gallinago gallinula”)”, voce toscana, “a Lucca il gambecchio” (DEI)

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frittata, s.f.: a Fucecchio in senso metaforico poteva indicare il “pateracchio” in senso sfavorevole almeno un tempo, cioè quando una donna rimaneva incinta senza volerlo e senza avere sposato, ma in tempo di convivenze, senza il ricorso prima al matrimonio, anche questi due termini hanno perso il senso sfavorevole che avevano allora. Così la frase “Ha fatto la frittata” è rimasta per lo più in campo culinario e perciò non più in senso metaforico

fritte (come a Castagneto Carducci e a La Rotta e perciò rispettivamente nel livorn. e nel pis.), s.m.: flit con la tipica epitesi: “petrolio raffinato insetticida”; voce commerciale modellata sull’anglo-amer. Flytox “tossico” per le mosche: DEI, ma la voce è venuta meno da diversi anni. Era chiamato anche “DDT” (C.Giani)

froso, s.m. volg.: sedere, ma in senso traslato anche fortuna, con cui ha in comune la lettera iniziale, mentre nel primo senso è più usato la var. “pròso”, ma si tratta di due parole volgari diffuse specialmente nel linguaggio giovanile fucecchiese del secondo dopoguerra

fruciàndolo, s.m. tosc.: “pertica con un pannaccio legato in cima che serve per pulire il forno” (DEI), ma sarebbe meglio dire “che serviva”, essendo un termine in netto declino questo, che secondo lo stesso Diz. deriva da “frucare”, cioè “frugare” con la contaminazione di “strusciare”

 

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frignà’, v. intr.: “piagnucolare noiosamente”: DEI, in riferimento appunto al v. frignare, definito giustamente toscano e voce onomatopeica forse nata dall’incontro di “fri(ggere)” con “(la)gnare”, cui mi sembra da aggiungere che da noi è usato soprattutto in riferimento al pianto dei bambini. Si pensi infatti all’espressione “Come frigna quel figliolo!”, col significato, quest’ultimo sostantivo, di bambino. Poi passa, pensiamo per estensione, almeno nel nostro linguaggio popolare, a indicare anche il pianto lagnoso di adulti e in particolare delle donne

frignettà’, v.intr.: frignettare, piagnucolare in modo fastidioso, formato dal v. “frignare” col suff. dimin. “-etto”: il toscano della nostra zona sembra amare abbastanza i diminutivi anche quando si tratta di verbi

frìgnolo, s.m.: eruzione cutanea più accentuata di un semplice bollicino; piccolo foruncolo e perciò “brùfolo” secondo il DISC, che lo chiama “fignolo” considerando già questa una voce toscana; rispetto a questa, la nostra, usata anche nel pis., è più espressiva grazie all’epentesi della –r- , a mio parere: non a caso sono stati considerati onomatopeici il gruppo fr- e in particolare la –r-

fringuellino, s.m. formato col suff. dimin. “-ino”: pène di un bambino, detto senza malizia, così come “cincerino” e “pisellino”

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