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faìlla, s.f.: favilla, con dileguo della – v -, ma anche questo nome non sembra più alterato neppure in tal modo oggi come invece quello lo era nella pronuncia fucecchiese registrata da M. Catastini

falòppa, s.f.: ciò che resta del granturco tagliato; deriva dal “lat. tardo (X sec.)” “faluppa” = “filo di paglia” secondo il DEI. In senso traslato indica (o indicava fino a poco tempo fa) una cosa di scarsa consistenza

fame, s.f.: “Aver fame” viene detto anche in riferimento a chi è avido di fare attività sessuale, mentre specialmente a Firenze viene detto scherzosamente: “Ma che t’ha’ fame?” a chi fa discorsi sciocchi, che non hanno né capo né coda

Fanana, s.m.: espressione scherzosa, di saluto o sorpresa rivolta a un amico, con una frase del tipo: “Bah, c’è Fanana!”: guarda chi si vede!, ma si tratta di una voce non certo diffusa a livello popolare, bensì, caso mai, del gergo studentesco di qualche tempo fa e in un ambito molto ristretto

fantasime, s.f.pl. tosc.: fantasmi, con epentesi di – i -: De Mauro, secondo il quale è raro il maschile “fantasima”, ma – a mio parere – lo era anche il sig. f. da noi, per quanto ormai sia in disuso anche il lemma considerato

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estrastrònghe, agg.: “straordinario, coi fiocchi” (Malagoli). È un trattamento alla pisana e alla livornese con l’epitesi dell’ingl. “extra – strong”, agg. quest’ultimo che significa “forte”, ma quello da me registrato è in disuso già da qualche anno dopo il secondo dopoguerra, in cui l’influenza americana si era fatta sentire certo poco

fà’, v.tr.:  fare e in forma riflessiva “fassi” : farsi. Pass. rem., 3^ pers.pl.: “Feceno”: fecero, ma tale voce sembra scomparsa anche dal contado da cui probabilmente proveniva. Significa “costare” in una frase come: “Quanto lo fanno il vino?”: quanto lo fanno costare il vino?

Si noti anche la frase: “Ma che ci vieni a fà’?”: ma perché ci vieni?, come pure l’altra: “L’ho a fà’?”: lo devo fare?

Modi di dire: “Farsi una croce”: affliggersi.

“Fagli der (del) bene agli asini: Gesù se n’ha per male”, usato quando alcune persone non sono riconoscenti se viene fatto loro del bene, comportandosi così come degli asini: animali che non mostrerebbero appunto riconoscenza dato il loro aspetto almeno apparentemente indifferente al bene eventualmente fatto loro.

“O che l’alzi a fà’ la voce?”: ma perché alzi la voce?

“Ne fa di bigie e di turchine!”: ne combina di tutti i colori (in riferimento alle marachelle o peggio).

Modo di dire molto diffuso in Toscana (C. Lapucci): “Tutto fa”: tutto può servire.

Altro modo di dire molto diffuso da noi: “Ma che fai per ride’?”: ma lo dici per ridere?, mentre è più diffuso in livornese che nel nostro vernacolo: “Ma che fai la burletta?”: ma che scherzi? (V.Marchi). Inoltre dalle nostre parti si può sentire talora una frase tipo questa: “non s’è fatta conosce’?”: non si è fatta conoscere, cioè non si è rivelata per quello che è.

Inoltre: “Che l’ha a fà’?”: lo devo fare? e “Fa le viste!”: certo!

Altro modo di dire: “Con me non fa ova (uova)!”:  con me non riesce nell’intento, non ha successo, non combina niente di buono.

Inoltre a Fucecchio si può sentir dire: “Ha fatto bodda”: ha fatto “vacanza” (M. Catastini) e viene detto, per esempio: “Mi garba falla (farla) tonda”: mi piace fare al ritorno una strada differente rispetto a quella dell’andata

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esempio, s.m. a cui, almeno fino a poco tempo fa veniva premesso talvolta nel parlare e questo anche nell’Alta Maremma (M.P. Bini) “pre-” al posto della prep. sempl. “per”, per cui veniva  fuori “presepio” al posto di “per esempio”

èsse, s.m. in quanto nome della lettera S, di cui è l’iniziale come enne lo è della lettera N, per cui si spiega l’espressione “o esse o enne”, rispettivamente iniziali degli avverbi sì e no (con l’ “imitazione del suono” a cui corrispondono entrambe le lettere): espressione usata anche da noi per esprimere l’impazienza di chi spetta nei confronti di “chi non sa decidersi” (R. Cantagalli), restando nell’incertezza, definite da G. Mazzini “morte continua”

èsse’, v. intr.: essere. Indicativo presente, 3^ pers. sing. (almeno o specialmente una volta nel contado): “Che ène?” : cos’è?  e “gliè”: è; 1^ pl.: “Sèmo”: siamo e 3^ pl.: “Ènno”: sono; imperf. 1^ pers. pl.: “Èramo” (si pensi al lat. “eramus”): eravamo. Congiuntivo imperf., 1^ e 2^ pers. sing.: “Fussi”: fossi; 3^ sing.: “Fusse” (per analogia con “fu”, secondo D’Achille) e pl. “Fussero”: fossero. Imperativo, 2^ pers. sing. “èssi”: sii. Ancora all’indic. pres, 3^ per. pl., può capitare di sentir dire “Gliènno”: sono, ma si tratta di un “fatto morfologico diffuso”, pare, “in tutta la Toscana non colta”. “Siei” al posto di “sei” alla 2^ pers. del pres. indic. è molto più facile sentirlo dire nel contado pisano (B. Gianetti) che in quello di Fucecchio, centro dove è invece ancora presente l’espressione “Esse’ in tiro”: avere voglia di qualcosa, oltre alla domanda a una persona troppo  boriosa: “Ma chi ti par d’esse?”: ma chi credi di essere? “È guasi le nove!”: son quasi le nove (Malagoli). “Esse’ terra terra”: essere in condizioni molto precarie sia sul piano economico sia su quello intellettuale

essì, parte del discorso (presente anche in pis.) costituita dall’unione della cong. “e” con l’avv. “sì”: e bensì, come nella frase: “Essì glielo dissi!”: eppure glielo dissi! (B. Gianetti)

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erba noccióla, nome volg. usato nelle nostre Cerbaie probabilmente per il suo sapore per indicare la salvastrella (“Sanguisorba minor”: G. Corsi-A.M. Pagni)

erba strega, nome volg.tosc. (DEI) dello strìgolo, “dim. di strega”, pur cambiando genere, derivando la parola “strega” dal lat. “striga(m)” a sua volta da “strix” = “specie di arpia, di vampiro, di strega (Georges-Calonghi): “Saponaria vaccaria” e la saponaria è una pianta “velenosa” (Devoto-Oli), ma il nome esaminato mi risulta in declino anche perché delle erbe naturali si fa molto meno uso di una volta, in cui il contatto con la natura era molto più intenso

erba trastulla, loc. sostantivale f., ormai obsoleta anche dalle nostre parti, dove veniva detto “portà’ ”, cioè portare nel senso di “rimandare”, “in erba trastulla”: all’infinito (L. Briganti)

érpio, s.m.: “erpice” (M. Catastini), di cui si può dire che fosse una storpiatura. Si tratta di un termine usato un tempo in campagna, dove veniva detto: “Quando l’erpio picchia nei garetti, bisogna corre’ ” (I. Banti) cioè correre, perché, quando siamo a lavorare, bisogna farlo con sollecitudine

escì’, v.intr.: uscire e escire: è una voce antica essendo attestata fin nel Duecento (DEI), di cui è una variante toscana (De Mauro). Si pensi, per es., alla terza pers. del futuro semplice “escirà”: uscirà. La forma oggi più diffusa del v. è “uscire”, che si spiega per la “sovrapposizione” di “uscio”, mentre la forma antica si spiega sul piano etimologico derivando dal lat. “exire”, a sua volta da “ex” = fuori con “ire” = andare: DISC, che precisa che il tema è “esc-” se accentato, “usc-” se “atono”. Si pensi alla frase “Escì’ da’ gangheri”: “perdere la pazienza” o addirittura andar “fuori di sé” (DISC)

 

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ellera, s.f.: edera, secondo il DEI probabile contaminazione antica del lat. “hedera” e “helix, helicis”, a sua volta dal gr. “hélix, hélikos” = “spirale” (si pensi ad elica e a elicottero, oltre che al movimento caratteristico dall’edera), a sua volta da “helisso” = “faccio girare”, dalla radice indoeuropea ipotetica “WEL” (si pensi al lat. “volvere” con l’ampliamento –w- e al nostro “volgere”: Devoto. Si tratta peraltro di una forma popolare attestata fin dal ‘200 (DELI), ma usata anche da letterati famosi come il Poliziano e Montale (De Mauro e DISC). Infatti è una voce espressiva, come dimostra anche la geminazione della –l-, per quanto il DISC parli di passaggio della –d- di “edera” a –l-, con raddoppiamento consonantico in “sillaba postonica di parola sdrucciola”

‘elli, pron.: quelli, come quando vien detto “È uno di ‘elli”: è proprio un tumore mortale: in tal caso è un eufemismo per non rammentare tale terribile malattia. Invece in riferimento a persone, se viene detto “ È uno di elli!”, c’è l’allusione agli omosessuali o ai sodomiti, così come quando viene detto: “È dell’altra sponda”

èmolo, agg. e s.m.: “brontolone, senza requie” (M. Catastini), ma è una voce in disuso, da non confondere con l’agg. antico attestato in letteratura sin dal ‘500 che significa “èmulo”, cioè “imitatore”: DEI

entrante, part. pres. divenuto agg.: convincente, ma anche un po’ troppo petulante in quanto invadente

epoca, s.f.: tempo, anche in riferimento a tempi non lontani, come nell’espressione “A quell’epoca” col significato di “in quel tempo della mia vita”

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e, cong. usata nel nostro vernacolo, aggiunta inizialmente anche per introdurre un discorso o nelle risposte, come per es. nel modo di dire: “E ‘un mi viene, via!”: non mi viene, pazienza, sottintendendo la parola pronunciata prima nel corso della conversazione. Più che una forma di intercalare riempitivo come il “déh” livorn. (che peraltro esprime almeno per lo più meraviglia), si può considerare un “segnale discorsivo” (M. Fanfani). Ciò vale anche quando diciamo “E allora?”, cui è sottintesa la frase: cosa ci vuoi fare?

La stessa considerazione si può fare in riferimento a due frasi usate dalle nostre parti: “E l’ha’ detto fidati!” in riferimento a chi non si fida, come pure “E l’ha’ detto scansati!” in riferimento (M. Catastini) a chi fa le cose lentamente

 ecce oma, loc.: “Ecce homo”. Si tratta di una alterazione fucecchiese, pare, usata un tempo al posto della loc. latina sopra riferita, che propriamente significa “Ecco l’uomo!”: parole dette da Pilato, secondo il Vangelo di Giovanni, “presentando al popolo Cristo coronato di spine” (DISC)

effetto, s.m., con un significato particolare nella frase “M’ha fatto effetto!”: mi ha commosso e, senza la particella pronominale, ha funzionato

ela!, interiez., variante di “Ehi!”, usata per salutare qualcuno incontrandolo

‘elle, pron.: quelle, ma in riferimento alle prostitute, se viene detto “È una di ‘elle”: è una prostituta, appunto

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durà’, v.intr.: durare. Motto molto diffuso da noi: “Finché dura, fa verdura” per es. in riferimento a una macchina: finché questa “continua”  a funzionare, proseguiamo a farla funzionare, ma oltre a contenere questo messaggio contro il consumismo, il significato del motto può essere ben più generale.

durace, agg.: duràcina, specialmente in riferimento alla pèsca, “il cui nocciolo sta attaccato alla polpa”, com’è affermato nel Devoto-Oli in riferimento anche all’uva e alle ciliege. Per estensione scherzosa viene detto durace peraltro anche in riferimento a una persona dura di comprendonio, parola che deriva da “comprendere”, ma tramite l’ant. “comprendonio”: “capacità di comprendere, intelligenza” (DELI)

duralla!, esclam., più che esortativa, ironica in parte formata da una voce del v. durare, sottintendendo la vita: espressione che spiego più che dicendo “Speriamo che duri così” (M.Catastini) con l’espressione appunto ironica anche di un comico fiorentino (“Gano, ‘i dduro di San Frediano) “Ma durerà?”: sarebbe troppo una pacchia: voce, quest’ultima, d’origine onomatopeica, secondo il De Mauro.Si pensi alla frase: “Duralla! disse ‘ello!” si può spiegare alla lettera in questo modo: continuerà la vita bella così? disse quello, e in livornese “Disse ‘uello” con la doppia –l- pronunciata in modo particolare

duro, agg. Espressione: “Duro di menta”: bastoncino di zucchero aromatizzato “con menta ed altri coloranti artificiali”, ma per estensione viene detto come nel “vernacolo pisano” in riferimento a chi è molto duro “di cervello”. In questo caso da noi viene detto anche “ È duro come le pine verdi!” Infatti queste sono molto dure, essendo lontane dalla maturazione

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dovére, s.m. espressione particolare: “Farsi il dovere”: ritenere doveroso

drento, prep. e avv.: dentro, per metatesi, ma ormai è entrata in disuso o è confinata in alcuni angoli ristretti del contado e se ne comprende il motivo anche sul piano fonetico: non suona forse male l’incontro iniziale della d- con la –r-? Comunque tale voce è ancora segnalata in due opere sui vernacoli pisano e livornese

drèto, avv., ma prep., per es. se si trova prima di “ ‘asa” (casa): dietro, di cui è forma rustica, ma anche antica, fra l’altro, “dell’uso toscano” (DEI), peraltro in netto declino. Nel ‘400 è attestato a Fucecchio anche la forma metatetica “drieto”, che deriva dalla loc. dal lat. tardo “de retro”e in “dietro” si è verificata la “dissimilazione del primo – r –” secondo il De Mauro. Quanto all’avv., agg., prep. e anche s.m. “didietro” (DEI), corrisponde al veneto e friulano “dedrìo”

du’: due, agg. numerale, ma s. nel caso della frase (dove due nel parlato viene talora abbreviato in “du’ ” e anche di più quando diciamo “A du’ passi” per dire molto vicino) “contà’ quanto il du’ di briscola”: essere una persona “senza potere”, essendo, nel gioco a carte della briscola il due la carta del segno della briscola che conta di meno. La forma apocopata “du’ ” spiega quella forma tosc. “dugento” al posto di duecento (si pensi al fiorentino salone fiorentino de’ Dugento) in cui si è verificata la “lenizione consonantica” (DISC) da –c- a -g- come in “luogo” dal lat. “locu(m)”, ma possiamo parlare anche di sonorizzazione dal lat. “ducenti” (D’Achille)

duino, s.m.: in tosc. “moneta di due centesimi” (DEI), ma nel caso dell’espressione “ ‘Un contà neanco un duino!”: non valere niente, e quando si dice: “ ‘Un ho più un duino!”: non ho più un quattrino, cioè non ho più denaro. Si tratta di una moneta non più in circolazione da un bel po’ di tempo, ma il termine continua a circolare probabilmente perché è simpatico nel suono con quel dim. che troviamo anche in “quattrino”

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dóppo, prep. o avv.: dópo. Forma toscana, proprio anche del pis., del livorn., del pist., del lucch. e del montalcinese, in cui il raddoppiamento di –p- si spiega per analogia di “appo” trattandosi di una forma  antica, dal momento che risale al Trecento (DEI), ma oggi si riscontra solo nel contado o, per scherzo, anche altrove. Da notare che si trova pure nel romanesco di Trilussa, insomma anche nella letteratura popolare

dórco, agg.: dolce (ma alla lettera “dolco”: M. P. Bini), in riferimento al clima, ma si tratta di un agg. ormai venuto meno nel medio valdarno, a differenza di “dorce” alla pisana, oltre che alla livornese

dorcura, s.f.: temperatura mite, termine derivato da un agg. (“dolce”) con un trattamento alla pis. (la –r- al posto di –l-) + suff. “ura”, che “conferisce valore collettivo” e in origine “suff. formante astratti” (DISC), ma in pis. veniva detta “dorciura”

dormitore, s.m.: dormiglione, parola che ha sostituito “dormitore”, attestato nel Duecento (DEI), ma venuta meno appunto, a parte nel vernacolo nell’ambito familiare e nell’uso scherzoso: considerazione che vale ancora di più per il termine “dormitora” non attestato neppure in letteratura

doventà’, v. copulativo tosc.: diventare, rispetto al quale “doventare” (che esisteva già nel Quattrocento: DEI) è una variante toscana “con labializzazione della voc. protonica davanti alla fricativa sonora labiodentale /v/”(DISC)

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dòmo, s.m.: cupola e tale termine, usato anche dal Carducci e da D’Annunzio, non è da confondersi con “duomo”. Infatti deriva dal franc. “dôme” [duomo invece dal lat. mediev. “domu(m episcopi)” = “casa del vescovo”: chiesa con la cattedra del vescovo e quindi “cattedrale”, a sua volta dal provenzale “doma” = “casa” (significato anche del gr. “dôma” a cui risale) attraverso il bizantino in cui “designava un tetto convesso” (DEI). Tenendo presente il primo significato espresso si spiega l’espressione volgare, diffusa nel nostro vernacolo, “Va’ in domo!” per non dire in altro modo ancora più volgare che “Vai in cupola!”

dònche, cong.: dunque, ma il termine (in cui si può sentire l’influsso del francese “donc”, derivato a sua volta dal lat. tardo “dunc” e questo da “dum” = “ancora”, desumo dal DELI) non mi risulta che sia più usato, mentre lo è stato, sia pur raramente, fino al secondo dopoguerra compreso specialmente da parte di persone analfabete

dóndola, s.f.: dònnola (storpiatura nel linguaggio di certi cacciatori, penso) per l’andatura ondeggiante di questo mustelide, il cui aspetto elegante gli ha valso il nome che significa “signorina”: lat. tardo “domnula(m)”, diminutivo del popolare “domna”= “signora” (DISC)

donzello, s.m. tosc.: “usciere comunale” a Firenze, ma anche a Fucecchio, dove il termine è stato diffuso almeno fino a pochi anni fa. Esso deriva dal provenzale ant. “donzel” e questo dal lat. parlato ipotetico “domicellu” (dim. del classico “dominus” = “signore”), da cui deriva anche “damigello”: nella “società medioevale e rinascimentale, giovane nobile o paggio di corte”; poi donzello è passato a indicare “domestico di un signore” (DISC) e dal ‘600 “usciere” comunale, documentato peraltro già nel ‘200 (DEI). La sincope della -i- di “domicello” ha certo favorito la formazione di tale parola

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