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di Giancarlo Carmignani

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dòmo, s.m.: cupola e tale termine, usato anche dal Carducci e da D’Annunzio, non è da confondersi con “duomo”. Infatti deriva dal franc. “dôme” [duomo invece dal lat. mediev. “domu(m episcopi)” = “casa del vescovo”: chiesa con la cattedra del vescovo e quindi “cattedrale”, a sua volta dal provenzale “doma” = “casa” (significato anche del gr. “dôma” a cui risale) attraverso il bizantino in cui “designava un tetto convesso” (DEI). Tenendo presente il primo significato espresso si spiega l’espressione volgare, diffusa nel nostro vernacolo, “Va’ in domo!” per non dire in altro modo ancora più volgare che “Vai in cupola!”

dònche, cong.: dunque, ma il termine (in cui si può sentire l’influsso del francese “donc”, derivato a sua volta dal lat. tardo “dunc” e questo da “dum” = “ancora”, desumo dal DELI) non mi risulta che sia più usato, mentre lo è stato, sia pur raramente, fino al secondo dopoguerra compreso specialmente da parte di persone analfabete

dóndola, s.f.: dònnola (storpiatura nel linguaggio di certi cacciatori, penso) per l’andatura ondeggiante di questo mustelide, il cui aspetto elegante gli ha valso il nome che significa “signorina”: lat. tardo “domnula(m)”, diminutivo del popolare “domna”= “signora” (DISC)

donzello, s.m. tosc.: “usciere comunale” a Firenze, ma anche a Fucecchio, dove il termine è stato diffuso almeno fino a pochi anni fa. Esso deriva dal provenzale ant. “donzel” e questo dal lat. parlato ipotetico “domicellu” (dim. del classico “dominus” = “signore”), da cui deriva anche “damigello”: nella “società medioevale e rinascimentale, giovane nobile o paggio di corte”; poi donzello è passato a indicare “domestico di un signore” (DISC) e dal ‘600 “usciere” comunale, documentato peraltro già nel ‘200 (DEI). La sincope della -i- di “domicello” ha certo favorito la formazione di tale parola

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dispari, agg., ma è da considerarsi invece s.inv. significando numero dispari, come si deduce dal DISC, nel caso del proverbio “Si lavora bene in dispari, ma in tre siamo troppi”: è considerato ottimale il lavoro (a maggior ragione lo studio, direi) individuale

ditoni, s.m. pl., col suff. accrescitivo, detto così per la forma: cannelloni, tipo particolare di pasta alimentare

do’, avv.: dove, di cui è una forma apocopata ovvero abbreviata nella parte finale (alle abbreviazioni tende molto il popolo fucecchiese, come dimostrano in particolare tanti infiniti dei verbi e anche questo penso che dipenda da un motivo di praticità, ma sembra contrastare con l’abbreviazione l’intensificazione (peraltro espressiva) data dall’uso ancora non cessato della prep. “in” espressiva  come “in dov’è?”: dov’è? e “ma in do’ vai?”: ma dove vai?, espressione detta talora con un certo scetticismo, manifestato con una mimica eloquente con le dita della mano

domandà’, v.tr.: domandare. Modo di dire: “Mi domando e dico”: mi chiedo con stupore. Da questi due verbi tr. è formata questa espressione con cui si fa un’osservazione chiedendo implicitamente il “consenso” dell’interlocutore su un fatto piuttosto clamoroso o evidente che viene commentato

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dirindillo, s.m.: campanello col tirante e una specie di filo metallico, ma la voce, d’origine livornese e onomatopeica, mi rusulta scomparsa non solo da Fucecchio, bensì anche da Livorno. L’influenza nel livornese sul fucecchiese meno antico si può in parte spiegare per la presenza di diversi livornesi sfollati a Fucecchio durante l’ultima guerra, ma ha radici storiche più fondate, come il collegamento dello stesso dialetto col pisano, cui ho fatto cenno nell’introduzione, ma da chiarire in modo ben più esaustivo

diritto, agg.: prediletto nella frase: “ È il su’ occhio diritto”, specialmente in riferimento a un figlio: è il suo figliolo prediletto

discorre’, v. intr.: discorrere, parlare, ma non ragionando, per es., nella frase: “Ma che fai per discorre’?”: ma che lo dici solo per parlare (a vanvera)? Fino a qualche tempo fa poteva significare anche fare la corte ad una persona per i primi approcci amorosi, frequentarsi, intrattenersi prima del fidanzamento ufficiale, ma in questo senso tale accezione “è caduta in disuso” (M.P.Bini)

discorso, s.m. Frase: “È un bèr discorso!” (“ber” significa chiaramente “bel” alla pisana) detto ironicamente per esprimere che non consideriamo affatto valido ciò che ha detto l’interlocutore

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dimórto, avv.: di molto (toscano), ma è considerato giustamente agg. o pron. dal DISC quando è variabile, come se diciamo: “Ha dimorti amici” oppure “Dimorti partiranno”, cioè molti. Invece è avv. quando significa solo molto, di cui ritengo che sia un rafforzativo grazie alla preposizione che lo precede e che, se viene scritta in modo staccato, fa considerare “di molto” una loc. avv.

dinanzà’, v. intr.: mettersi davanti a un branco d’animali per farli retrocedere, ma in questo senso è una voce non più usata, mentre può darsi che lo sia in qualche località, ma comunque raramente, “dinanzare”, v. tr. risalente all’ ‘800 col significato di “oltrepassare chi sta dinanzi”. Tuttavia – a mio parere – si tratta di un verbo veramente brutto, anche se è spiegabile per analogia con “divanzare” più che con “fidanzare”, derivato dal lat. mediev. “fidantiare” = “rendere sicuro” (DEI)

dindi, s.m. pl.: soldi, denaro; voce onomatopeica del linguaggio infantile (DISC), come rivela anche la ripetizione del gruppo di- che esprime bene con la –n- centrale il suono delle monete. Nota comunque il DEI che questa voce toscana, usata anche da Dante, si trova pure al sing. “dindo”, come nel romanesco in cui significa “baiocco” ed ancora più onomatopeico è senza dubbio il piemontese “dindìn” = “quattrino”

dindole, s.f.pl.: coccole, ma si tratta di un vecchio termine fucecchiese quasi completamente caduto in disuso

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diluvià’, v. intr.: diluviare, piovere con violenza, mentre a Empoli, Siena, Grosseto e nell’amiatino usano dire “Piove a ritrecine” in riferimento a una “pioggia torrenziale” (DEI) ed è da notare che spesso a Fucecchio tale voce alla terza pers. sing. del presente indicativo o come per introdurre il discorso, è preceduta dalla congiunzione “e”: “E diluvia!”

digrumà, v. tr.: digrumare (voce toscana), che nella zona nostra significa anche “mangiare con una certa rapidità e avidità” (M. Catastini)

dilungassi, v. rifl.: dilungarsi, “sgranchirsi braccia e gambe” (M. Catastini)

dimenassi, v. rifl.: dimenarsi, verbo che troviamo nel proverbio “Chi va a letto senza cena, tutta la notte si dimena”: chi va a dormire senza cenare, s’agita l’intera notte, ma c’è anche il proverbio contrario: “Chi va a letto a pancia piena, tutta la notte si dimena” (C. Lapucci)

dimenatura: modo di camminare “a donna”, cioè scuotendo il deretano “da una parte all’altra” (M.P. Bini), ma il termine è certamente in declino 

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dieci, s.inv. Frase: “C’ha preso dieci e lode!” in senso ironico: ha fatto una figuruccia, cioè una brutta figura

diecione, s.m.: poteva indicare un tempo una “moneta da dieci centesimi” almeno da noi (M.Catastini), ma in seguito una banconota da dieci mila lire o comunque una valuta tutt’altro che trascurabile (quando la lina aveva un certo valore) o un bellissimo voto a scuola specialmente nella frase: “M’ ha dato un bel diecione!”

diferente, agg.: differente, almeno in zone confinanti con la Lucchesia, dov’è presente la tendenza a scempiare certe consonanti

digià, avv.: già, di cui è una variante (De Mauro), ma da noi può avere un senso confermativo, come dire che non c’è da meravigliarsi di certi discorsi o comportamenti, date particolari condizioni o situazioni, oltre ad avere il significato di “dal momento (che)”, per es., nella frase “di già che viene l’acqua a catinelle…”, cioè dal momento che viene una “pioggia scrosciante” (DISC), “resta in casa”

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diaccio, s.m., oltre che aggettivo: “ghiaccio”: considerato un “idiotismo toscano” dal DEI secondo il quale è attestato in letteratura dal ‘500, ma ormai è piuttosto in disuso. Si tenga presente che l’espressione “all’addiaccio” non deriva da “diaccio”, bensì dal lat. “ad” = “presso” + “iacere” = “giacere” e significa “all’aperto”

diacé’, v.intr.: giacere, come la variante “ghiacé’ ” (così come nel pisano), ma specialmente in campagna e fino a qualche tempo fa. Quanto a “diacere”, si tratta di un “idiotismo” toscano, “comune nel pistoiese del XXVII sec.”, mentre “ghiacere” è un “fiorentinismo” risalente al Cinquecento (DEI)

di atti (a Empoli “di catti”), loc. avv. Frase: “ Avere di atti” : “avere un debito nei confronti di una persona e cioè dipendere  da questa. Pare che derivi dal latino “de capto” “(appena, quasi)” per grazia (L. Bazzini) : essere costretto a contentarsi  della cortesia di una persona che non sarebbe  tenuta a dimostrarla.  Infatti deriva da  “avere per  accatto, cioè per elemosina aver bisogno di una persona a cui erano state fatte angherie, (P. Giacchi) e troviamo nel Battaglia che “aver di atti”  o “dicatto” significa “esser contento, ritenersi fortunato”, di poter avere un “favore, servizio, prestazione”. Secondo R. Cantagalli l’espressione “avere un dicatti”  significa “è di grazia se si è avuto tanto” e può derivare da “avere per accatto, cioè per elemosina, per grazia: ipotesi che mi sembra la più accettabile

dibernovo, loc. avv.: di nuovo, anche se propriamente sarebbe di bel nuovo, ma è da qualche tempo piuttosto in disuso ed ancora di più la loc. avv. ulteriormente rafforzata “ridibernovo”: ancor più nuovamente, indubbiamente enfatica, anche se piuttosto espressiva

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dè una semplice!, interiezione al posto dell’esclamazione troppo volgare empolese “Dè una sega!” rispetto alla quale costituisce perciò un eufemismo. Si tratta comunque di un’ esclamazione che denota meraviglia, come “È incredibile!”

dì’, v.tr.: dire. Indicativo presente (specialmente un tempo) 1^ pers. sing.“dio” (anche in pisano): dico; 2^ pers. sing. “dii”: dici; 3^ pers. pl.“diano” (specialmente nell’espressione “Che diano?”): dicono. Fut. sempl. (probabilmente per influsso pisano): “dirrò”, “dirrai”, “dirrà” e al cond. pres.: “dirrei, dirresti, dirrebbe” anziché con una semplice –r-.

Modi di dire: “Dice pòo”: sa di poco, in riferimento a una persona che non è espressiva, oppure a un alimento che non ha un sapore veramente gradevole.

“L’a dì’ te!”: lo hai a dire tu!

“M’ha’ dì’ te”: mi devi dire.

“Te l’ho a dì’?”: te lo devo proprio dire?

Espressione piuttosto strana è questa, sentita dire a Fucecchio: “Chi me l’avrebbe issuto a dì’?”: chi me l’avrebbe mai detto? in riferimento a una cosa spiacevole e perciò da non augurare a nessuno.

Inoltre come per attaccare discorso, insomma come “segnale discorsivo” anche in riferimento al presente, viene detto talora: “Dicevo io…” così come viene detto “O per esempio” (e prima ancora “O presempio”, con metatesi).

Un’altra tipica espressione usata nella nostra zona è “Dioirvero!”: dico il vero, ma come un “segnale discorsivo” per dire “già! mi dimenticavo di dirti che…”, “a proposito di quello che dicevamo”, derivando da “dico il vero” cioè la verità.

Altra frase da noi diffusa: “Ora vengo a dittelo”: sto per venire a dirtelo

, s.m., con un significato particolare nell’espressione ironica, direi, oltre che scherzosa: “È un dì!”: è tanto tempo!

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descolina, agg.: “macilenta e debole” (M. Catastini), ma è una voce del tutto scomparsa dall’uso, a mio parere

desèrre, s.m., storpiatura del fr. “dessert”, con un significato particolare come nella frase: “È un dessèrre!”: è un piacere! anziché “Portata con cui si conclude un pasto (frutta, dolce o gelato)”  come significa il termine francese, derivato da “desservir” = “sparecchiare” (DISC)

desinà’, s.m.: desinare (tosc.), cioè “pasto di mezzogiorno”: DISC, secondo cui deriva dal v. “desinare”, a sua volta dal fr. ant. “disner” e questo dal lat. parlato ipotetico “diseiunare”, propriamente “uscire dal digiuno”
desìo, s.m.: desiderio, in letteratura attestato già prima del 1200 in Giacomo da Lentini (DELI), ma in vernacolo può significare l’opposto e perciò avere un’accezione ironica nell’espressione “È un desio di nulla, guà!”, come quando viene detto ironicamente “Ber sugo!”: bella soddisfazione!

detta, part. pass.f. del v. “dire”, che finisce per avere funzione di sostantivo o di aggettivo sostantivato sottintendendo “cosa”, con un significao particolare nell’espressione “Dalla detta alla fatta”: immediatamente, significato dell’espressione latina “ipso facto” (in fucecchiese “isto fatto”) che invece sul piano giuridico vuol dire “automaticamente”. Si tratta di due sostantivi che derivano dai plurali neutri latini, nella pronuncia vernacolare. Si tratta di due sostantivi che derivano dai plurali neutri latini “dicta” = “cose dette” e “facta” = “cose fatte”, come possiamo dedurre in parte dal De Mauro. Comunque col significato di “subito” si può sentir dire anche, dalle nostre parti in modo più sintetico rispetto all’espressione sopra indicata, “Detto fatto” (M. Catastini)

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deccazzo!, escl. triv. con le varianti meno volgari e perciò eufemistiche “deccaro!” e “dercaro!”, ma c’è anche la variante ancora più triviale “dercazzaccio!”: perdinci! ovvero “bada lì!” (I. Chiari). Toscanamente può equivalere a dire: “Hai detto una bischerata!” e in italiano: “Non è vero” oppure “Non credo a codesto” (pronome “vivo nell’ambito linguistico toscano”: DISC)

dèccoti, avv.: èccoti, col pron. personale enclitico, ma è più “tosc. settentr.” (DEI) e tale forma prostetica, cioè con l’aggiunta iniziale della d – , è talora usata piuttosto scherzosamente nel corso della conversazione con le altre enclitiche –mi, -ci, -vi, -lo e –la, probabilmente giungendo saltuariamente  a noi per influsso pisano. Infatti nel vernacolo pisano tale prostesi mi risulta più viva, tenendo presente B. Gianetti. Comunque a proposito di “dècco” al posto di “ècco”, P. Fanfani affermava verso il 1863 che era un “idiotismo comune al contado di quasi tutta Toscana”, come “dèccomi” per “éccomi”; per analogia penso che ciò si possa dire anche per “déccoti”

defetto, s.m.: difetto: era un termine antico, ma anche una parola dotta, derivando dal lat. “defectu(m)” (DISC): “mancanza” e veniva detto in pisano e in livornese, ma anche in altre zone del medio valdarno

denti, s.m.pl., nell’espressione spesso accompagnata da un cenno con l’indice proprio verso tali “formazioni ossee” (la mimica è molto importante anche per la linguistica!): “Nei denti!”: neanche per sogno! in risposta ad un favore chiesto o comunque ad una richiesta. Equivale insomma a rispondere: Niente affatto! quasi si volesse contrapporre al cuore, ritenuto sede dei sentimenti, una parte del corpo da non considerare certamente come quello, bensì molto inferiore ad esso

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