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di Giancarlo Carmignani

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frescone, s.m.: omosessuale, se non, peggio ancora, sodomita 

frescurina, s.f. dimin. di frescura e quindi: un po’ d’aria fresca, che può esser più gradita del più comune “freschino” (citato anche dal DISC), come quando viene detto: “Che bella frescurina!”

frigge’, v.tr.: friggere. Per es. nel caso della frase: “Vatti a fa’ frigge’!” (modo volgare per mandare alla malora), ma intr. nel senso di trepidare, non stare alle mosse, cioè essere impaziente per fare qualcosa, termine usato nell’ambito familiare in questo caso

friggibùo, s.m.: friggi buco, cioè fesseria, cosa da niente di cui uno si lamenta noiosamente, bażżecola più che “rammarichio fatto dai ragazzi che hanno guai e dalle persone infermicce” com’è sostenuto dal DEI, del quale Diz. accetto invece almeno in parte la derivazione da “friggere” nel senso di “lamentarsi” per un male lieve che fa ricordare la “bua” dei bambini. Infatti ho sentito più volte una frase tipo questa: “La fa’ finita di lamentarti per codesto friggibuo!”. Pare comunque che un tempo a Fucecchio friggibuo avesse anche il significato, riportato da M. Catastini, di “petulante” e di “noioso”

frigidino, s.m.dimin. di “frigido”, che significa, con chiara derivazione dal lat. “frigidu(m)”, “freddo”, ma acquista il significato in particolare di freddo umido, particolarmente fastidioso, in espressioni come “Che frigidino!” e “È un frigidino!”, accompagnate da una mimica loquace

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freddo, s.m. Modo di dire alla Querce, frazione di Fucecchio: “Freddo appiedi”: freddo ai piedi (Gino Maroletti). In pisano, ma anche a Fucecchio, può capitare di sentir dire: “È un freddo buggerone!”: è un gran freddo!: espressione che si può ben capire perché “buggerare”, da cui “buggerone” deriva, significa anche provocare malanni. Non sembra abbastanza diffuso questo proverbio, verìdico almeno per lo più in riferimento specialmente alla tramontana: “Il freddo i giovani sana e i vecchi rintana”: il freddo fa bene ai giovani, mentre fa rinchiudere i vecchi in casa

frescana, s.f.: “aria fresca” (M.Catastini), per es., che c’è chi dice che faccia cantare ancora di più l’usignolo, ma anche tale termine è in disuso

frescata, s.f.: aria fresca che fa male, potendo far venire il raffreddore, se non uno “stato patologico” peggiore

fresco, agg. sostanzialmente col significato di punito per es., nella frase “Ora sta’ fresco!”: presto vedrai come sarai punito! L’origine di questo modo di dire “ironico”, diffuso anche da noi, ma probabilmente di estrazione fiorentina, potrebbe essere addirittura dantesca. Infatti il “sommo poeta” nel verso 117 dell’Inferno del Canto XXXII dice: “là dove i peccatori stanno freschi” in riferimento ai traditori della patria, condannati nell’Antènora (R. Cantagalli) a stare col viso “più esposto al gelo” (N. Sapegno). È agg. dimin., se si sottintende,  per es. “situazione meteorologica, quando diciamo: “Eh freschina oggi!”: oggi è fresco (il tempo) eh!

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fralloccóne, s.m.: individuo che compiccia veramente poco. La parte centrale della parola (la quale penso che sia veramente nostrana, come del resto non poche altre parole di questo dizionario) fa venire in mente “allocco” in senso metaforico, cioè come “sciocco, tonto, babbeo” (De Mauro), ma dà anche l’idea di una persona troppo lenta

fràola, s.f.: (uva) fragola, col dileguo dell –g- attestato nella nostra zona anche in questo caso e risalente al Trecento secondo il DEI, ma penso che oggi venga usato solo scherzosamente

frascone, s.m.: pianta ingombrante più di una grossa frasca, come significa alla lettera, cambiando il genere, come avviene per molti accrescitivi (DISC), mentre il diminutivo sembra prediligere il femminile anche in italiano

frate, s.m. Proverbio: “Frate sfratato e cavolo riscaldato non fu mai buono” di chiaro significato polemico nei confronti di chi abbandona la strada intrapresa nel primo caso. Per ciò che riguarda il pl., sono indicati con tale nome anche i dolci molto noti da noi (e non a Firenze, bensì a Pisa e Livorno e pure questo è significativo, tenendo presente il nostro legame linguistico con la città della Torre pendente) dal nome derivato dal “fatto che il buco nel mezzo. ricorda la chierica di un frate”: R.Cantagalli. Da noi questi dolci fatti a mo’ di piccole ciambelle sono mangiati soprattutto nel periodo di carnevale o almeno così era specialmente un tempo, allorché le feste erano più circoscritte e perciò più sentite dalla popolazione locale

 

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foto, s.f., chiara abbreviazione di fotografia, ma “Fare la foto” in senso metaforico: ingannare o, con un linguaggio più popolare, fregare
fottìo (un), s.m. volg. tosc.: “grande quantità” (DEI): sinonimo di “sacco” (DISC), implica comunque il concetto di moltitudine. Se diciamo “C’era un fottio di gente”, vogliamo dire c’erano tante persone. Invece implica il concetto di eccesso quando viene detto: “È freddo un fottio!”: è troppo freddo! Si tratta senza dubbio di una voce espressiva, anche se in origine volgare

fottuto, agg. volg.: ingannato, ma invece povero fesso (senza l’accezione proprio negativa che ha tale agg.) nell’espressione “Fottuto Basusi!” (o “Pòro Basusi!”) in cui il secondo termine è tratto dal soprannome probabilmente espressivo di un personaggio fucecchiese del ‘900 (ved. Basusi), ma tale espressione può significare anche: ma che fesserie racconti?

fràgolo, s.m.: fragolino, vino ottenuto dall’uva fragola
fràisse, avv.: molto male. Frase: “Dì’ fraisse d’una persona”: parlar molto male di una persona. Pare che sia un avverbio tipicamente fucecchiese, che secondo A. Morelli deriverebbe dal lat. “plagas” (accusativo pl. di “plaga”): questo termine dal significato originario di “percosse” sarebbe passato a indicare “ferite” (DISC) nel nostro caso morali, ma restano in me forti dubbi in proposito più che sul piano semantico, su quello storico-linguistico: la f- e la –i- da dove vengono fuori, fra l’altro? Altra ipotesi è che derivi dal franc. “fraich”, che si riferirebbe alla spesa fatta in modo abbondante, ma l’abbondanza sarebbe, nel caso della parola fucecchiese, in senso sfavorevole perché, se viene detto “fraisse” d’una persona, vuol dire che ne viene parlato molto male, cioè che ne vengano dette di tutti i colori

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fornata, s.f.: turno d’ingresso per il pubblico a uno spettacolo cinematografico e il termine si può spiegare per il fatto che deriva dal fr. “fournée”, traducibile con “infornata” (DEI). Questo termine, da indicare “quantità di pane o altro che si mette nel forno in una volta sola”, passa a significare “grande quantità” (DELI) anche di persone. Peraltro, data la crisi dell’industria cinematografica,  grandi affollamenti agli spettacoli cinematografici sono ormai in generale divenuti ben più rari. Così non meraviglia che il termine sia caduto piuttosto in desuetudine, almeno che non si tratti di film particolarmente reclamizzati

fòrra, s.f.: fórra, pronuncia che si deduce dall’ipot. long. “furha”, da confrontare col ted. “furche” = “solco” e col lat. med. “forrum”. Si tratta di una parola “che vive nei dial. tosc., specialmente nel pistoiese”, oltre che nel sic. “furra” (DEI). Nel comune di Fucecchio si trova via delle Forre, che prosegue da via del Forrone, chiaramente collegabile con questa voce anche sul piano odonomastico, ma in entrambe sono presenti fosse più che veri e propri burroni. Del resto il termine “forra” significa anche “fossa di drenaggio delle acque” (A. Malvolti) e a me è questo il significato che pare senz’altro più aderente all’odonimo della campagna fucecchiese


forte
, agg.: acuto, come nella frase: “Questo cacio sa di forte”, usato anche nel fiorentino verso il 1863, secondo P. Fanfani

fortóri, s.m.pl.: bruciore di stomaco, ma si tratta di un termine in disuso


fortunato
, agg. usato anche nel detto ironico “Esse’ fortunato come i cani in chiesa”: essere molto disgraziato, quindi, dal momento che probabilmente a Firenze, almeno verso il primo ventennio dell’Ottocento, esisteva lo “scaccìno” (“aiutante del sacrestano”: DEI), il cui compito originario era “quello di scacciare i cani che eventualmente entrassero in chiesa” (R.Cantagalli)

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fòra, prep., avv. e, se è seguita dal punto esclamativo, escl. (vol. e cont.): fuori (lat. “foras”). Più che “fòra” troviamo usato dalle nostre parti “fòri”, come nel modo di dire: “Fòri mi chiamo”: mi escludo (da tale questione), oltre alla loc. avv. “Di fòri”, come nel modo di dire “ ’un è di fòri”: non è improbabile” (R. Cantagalli).

forca, s.f. col signficato particolare di “marinare la scuola” nella loc. toscana “far forca”, attestata già dal Seicento (DEI). Da questo lemma deriva la voce toscana scherzosa “forcaiolo” che penso si possa spiegare con l’accezione toscana di “forca” come “ragazzo indisciplinato” (De Mauro)

forcino, s.m. tosc.: “pertica di legno” con “forcella di ferro” utilizzata “per spingere i barchini” (De Mauro) anche nel Padule di Fucecchio

formìola, s.f.: formica, col solito dileguo alla pis. della –c- intervocalica e il prolungamento formato dal suff. dimin. -ola. Sono considerate fastidiose in particolare le “formìole” rosse, che c’è chi chiama “cutère”

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fógo, s.m. usato nella nostra zona e, più in generale, in Toscana, nell’imprecazione volgare: “Che ti metta fogo!”: che ti “vada di traverso”, detto del cibo, o, più in generale, che tu non possa godere, cioè gustare un piacere che non meriti, dato il tuo comportamento disonesto. Secondo il DEI è un  estratto da “affogare” e quindi nella peggiore delle ipotesi sul piano morale: ti uccida il cibo togliendoti il respiro, ma il poeta Teofilo Folengo scriveva in lat. maccheronico: “Fogo multo saltat brodus extra pignattam” (come mi ha gentilmente segnalato Alberto Morelli), da tradurre così: a causa della fiamma molto alta trabocca il brodo fuor della pignatta. Perciò alla lettera appare evidente che fogo significasse fiamma e originariamente fuoco, con la –g- al posto della –c- per lenizione, così come dal lat. “locu(m)” è derivato luogo, ma nel nostro caso senza la dittongazione. Comunque l’imprecazone sopra riferita si può interpretare in senso metaforico come un augurio, tutt’altro che benevolo, che una persona indegna non goda un frutto che non merita, come abbiamo visto, anche se, parlando più in senso stretto, si può definire fogo il soffocamento provocato da un cibo o da una bevanda “ingobbiati”, cioè presi troppo avidamente

fondacciòlo, s.m.: fondaccio, ma il prolungamento in –olo, originariamente “suff. diminutivo” (DISC), è in declino in questo caso, mentre non lo è in “figliolo” al posto di “figlio”, nel qual caso può perdere il valore dim. ed assumere quello vezzeggiativo

fondo, s.m. con un significato particolare  nell’espressione “esse’ in un fondo di letto” usata quando un individuo giace, per così dire, nel profondo di letto perché è “malato cronico o paralizzato da tempo” (R. Cantagalli). Proverbio nostrano: “Chi fa il letto avanti ar (al) fondo dura poco a questo mondo”: chi fa le cose in modo irrazionale, come chi pensasse per assurdo di fare una casa cominciando dal tetto invece che dalle fondamenta (ma in architettura è usato propriamente il termine “fondazioni”), campa per poco tempo

fòo, s.m.: fuoco. Modo di dire: “A tutto fòo”: a tutta velocità. Si tratta di una voce diffusa anche in pisano e in livornese. Al pl. non indica solo i falò (come quelli di S.Giovanni, fatti appunto nella vigilia della festa di questo santo, ma in riferimento al Battista e non all’Evangelista), bensì anche i fuochi d’artificio

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fittonata, s.f.: più che cantonata, detto “propriam. del carro che urta al cantone” (per cui “pigliare una cantonata” significa “pigliare un granchio”: DEI, e quindi “sbagliare di grosso”), prendere una fittonata significa pigliare una specie di fissazione. Infatti deriva da “fittone”, come viene chiamato l’ “asse principale della radice di una pianta quando si sviluppa verticalmente” e per il fatto che è “conficcato nel suolo” (DISC), così come può essere radicata nella mente di una persona una fittonata

fiumalbo (ma dalle nostre parti esiste in gergo venatorio, per quanto sia più rara anche la variante “Fiumaldo”), s.m.: gallinella d’acqua (“Gallinula chloropus”) ed il nome (presente –pare- anche a Firenze e Siena) forse deriva da quello della cittadina omonima del Modenese: ipotesi su cui non mostra di avere dubbi il DEI, che ne parla come di una voce in particolare diffusa a Fucecchio

focarile, s.m.: focarile, voce che si trova talora a La Rotta, insomma in provincia di Pisa quasi come metatesi al posto di focolare

fogli, s.m. pl:  certificati o documenti in dipendenza dal v. “fà’ ”: fare o “richiedere” gli stessi

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fiòsso, s.m.: “parte incavata della pianta del piede” (DEI, secondo cui deriva dal lat. di Catone “fossula”, dimin. di “fossa”, mentre secondo il De Mauro deriva dal lat. ipot. “flossum”), ma quando veniva detto specialmente dopo il secondo dopoguerra giocando a calcio: “Ma che tiri ai fiossi?” si voleva dire “O come tiri male (la palla)!”  Fiosso indicava, in un centro calzaturiero qual era specialmente un tempo il medio Valdarno, anche la parte della scarpa “tra il tacco e la suola dove veniva adoperato materiale di minor pregio”. Perciò il modo di dire “È bòno per i fiossi” significava: “La cosa di cui si parla non ha alcun valore” (R.Cardellicchio)

fisimóso, agg.: capriccioso, ma alla lettera pieno di fisime, parola che potrebbe derivare al sing. da “sofisma” per l’aferesi della prima sillaba con l’epentesi dell –i- fra la –s- e la –m-, deduco dal De Mauro

fissàssi, v. rifl.: fissarsi. Modo di dire scherzoso limitato a una ristretta cerchia di amici a Fucecchio: “Enea si fissò su un… filo d’erba” in riferimento a chi si fissa su una fesseria. Sia chiaro però che non c’è  riferimento letterario, né tanto meno storico che giustifichi la scelta del personaggio di Enea per la battuta accennata, spiritosa anche perché è come un nonsenso farvi figurare il protagonista dell’”Eneide”: anche da questo deriva del resto la comicità della battuta

fitto, s.m.: affitto, ma,  quando veniva detto “a fitti”, s’intendeva dire che, in cambio delle riparazioni fatte tutto l’anno alle scarpe, chi le faceva riceveva prodotti agricoli; più in generale col termine “fitti”  s’intendeva il “lavoro annuale a prezzo già stabilito per le riparazioni” (L.Briganti), ma l’imperfetto stesso dimostra che questo termine in tal senso non è più usato

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fio, s.m.: fico. Modi di dire: “Ber fio!”, “epiteto canzonatorio comunissimo a Pisa e a Livorno” (R.Cantagalli) e da noi tale espressione significa in senso ironico, in riferimento ad una persona che lascia molto a desiderare, bell’individuo!

Un significato particolare assume il pl. nella domanda formulata con impazienza: “Ma che deo (devo) apettà’ i fii novi (fichi nuovi)?”: ma che devo aspettare ancora? Infatti ci vuole del tempo prima che a una generazione di fichi ne succeda un’altra, a una fruttificazione un’altra “mandata”: alcuni mesi o un anno a seconda del tipo di fichi. È chiaro perciò che si tratta di un’immagine iperbolica!

Esiste inoltre “fii” nel senso di “moine” (M. Catastini), come nella frase: “ ‘Un fa’ tanti fii!”: non far tante moine!

Proverbio: “A settembre l’uva è matura e il fio pende”, essendo quello il mese della maturazione sia dell’uva sia dei fichi.

“Botta botta, fio fio” (anche in pis. e livorn.): ogni colpo tirato, preda sicura; anche se molto probabilmente è un detto d’origine venatoria, acquista un significato più generale che in vernacolo si potrebbe esprimere così: “Andà’a corpo siuro”: andare a colpo sicuro, assicurandosi l’ambita preda

fiorancino, s.m.: règolo (“Regulus regulus”), più usato anche a Fucecchio di fiorancino e di stellino, che si spiega perché le “piume color arancio” (ecco l’origine del nome fiorancino)  “sembrano una stella sul capo” (C. Romanelli)

fioso, agg.: ficoso nel senso di “lamentoso” (M. Catastini), smorfioso, significando “fichi” in tosc., in senso figurato, “smorfie, daddoli” (DEI) ovvero smancerie – possiamo dedurre dal De Mauro- passando a tale significato da quello “obsoleto” di “fico” come “carezza, gesto affettuoso”, quando ciò avviene in modo esagerato. Comunque significa anche individuo che si lamenta troppo per motivi non veramente rilevanti e perciò quando diciamo: “Com’è fioso codesto individuo!”: com’è lamentoso in modo uggioso costui!

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