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melone, s.m.: mortadella, probabilmente chiamata così nella zona nostra e dell’empolese per la sua forma quando “è intera”

menata, s.f.: “mucchietto”, anche a Castagneto Carducci (L. Bezzini)

méncio, agg.ant.tosc., essendo attestato dal ‘400, ma ancora vivo: “floscio, cascante” (DEI), più che in riferimento ala pelle e alla carnagione com’è riportato nel De Mauro, in riferimento al menbro virile

mencite, s.f.: privazione d’energia e quindi svogliatezza, derivato da “mencio”, viene usato nell’ambito del linguaggio familiare e, specialmente se questo sostantivo è seguito dall’agg. “acuta” significa spossatezza intensa

mendìi, s.m.pl.: mendichi, ma si può dire anche “mendici” (DISC). Peraltro è una voce in disuso essendo stata sostituita da “mendicanti”. Infatti mendico è una voce dotta derivando dal latino mendicu(m)” propriamente “con un difetto fisico”, poi “infermo e quindi povero” (DELI)

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mediastróne, s.m.: presunto guaritore, ma deriva chiaramente da medicastrone con dileguo della -c-  e l’aggiunta di due suff. in questo caso senza dubbio peggiorativi al termine “medico”: “–astro–” e  “–one”. Specie di strgone che interpreterebbe le “fatture” o “malìe”; c’era chi ci credeva sia a Fucecchio sia a Massarella, ma indubbiamente ciò rientrava nell’ambito delle superstizioni, che sono senza dubbio da condannare anche in nome della scienza e, più in generale, della verità

meglio, avv. talora usato come agg., preceduto dall’art. determ. e seguito dal nome (come ne “Il meglio vestito”) e perciò col significato di “migliore”, come può avvenire a Fucecchio e, più in generale, nell’Italia “centro-meridionale”; “pur non potendosi considerare un vero e proprio errore in forza del suo radicamento nella tradizione, va riservato al registro colloquiale” (G. Patota), mentre è un errore grave farlo precedere dall’avv. “più” dal momento che è già comparativo (di “bene”) così come lo è nel caso di “migliore”, già comparativo di “buono”: eppure non sono pochi che fanno questi gravi errori nel parlare! Specialmente se si sottintende il verbo “essere”, “meglio”  è usato come agg. nel significato di “preferibile” anche nel caso del proverbio contadino: “Meglio ir pane secco a casa tua che l’arrosto a casa d’altri”, in cui è sottolineato come a casa propria si stia meglio che in casa altrui. Si sottintende “cosa” quando viene detto erroneamente: “E’ la meglio”: è la cosa migliore

melagrano, s.m.tosc. (DISC): melograno (“Punica granatum”), il cui frutto è considerato simbolo d’abbondanza, tanti sono numerosi i semi della melagrana “rivestiti da arilli succosi, rossi, trasparenti”, “parte edule del frutto” a “balausto”, contenuti dentro “loculi” (Devoto-Oli)

mele, s.f.pl.: natiche (per la forma), in tosc. (DISC), ma nella frase volg. “Prende’ per le mele” o, più volg. ancora “per er culo”: burlarsi di qualcuno

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mattugio, agg.tosc.: “di volatile, caratterizzato da dimensioni molto piccole”: De Mauro, secondo il quale deriva da “matto” col suff. tosc. “-ugio” dal valore diminutivo. Infatti viene detto della “passera mattugia”, appunto, dalle dimensioni proprio piccole

mècchera, s.f.: “merda” (M. Catastini), che non è certo un termine più raffinato per quanto derivi direttamente  dal latino “merda(m)” e perciò sia in questo termine una parola “dotta”. La prima voce è ormai in disuso, per quanto un soprannome nel passato ne sia probabilmente derivato a Fucecchio: Mècchere.

meccia, s.f.: “sterco bovino” espanso “a terra” (M. Catastini) e, se tale nome è seguto da un punto esclamativo, significa fiasco nel senso, detto con disappunto, di Ohi! è andata male! Il termine volgare meccia significa anche escremento umano, ma è certamente più volgare “merda”, nonostante abbia lo stesso significato.

mecco, s.m. volg.: escremento umano di forma piuttosto conica: la volgarità si commenta da sola anche sul piano linguistico pure perché il termine viene rivolto in modo offensivo, se non per scherzo di cattivo gusto, anche a un essere umano forse anche per il collegamento delle lettere con “micco” nel senso di “babbeo”, ma è stato in tempi più recenti sostituito dal termine volg. “stronzo” (in fucecchiese un tempo poteva essere detto anche “strónzolo”), che vorrebbe dire “escremento solido di forma cilindrica”. Però in senso figurato è passato a indicare (e ne comprendiamo bene il motivo) “spregevole” secondo il De Mauro.

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mastietto, s.m. tosc.: maschietto col significato di “cardine di serramenti”, così come, specialmente in altre parti viene chiamato “mastio” il maschio, la torre “principale di un castello”, del quale è un sinonimo “fortezza” (DISC), ma in questi casi si tratta di un registro linguistico certamente più elevato rispetto al vernacolo

 metàfera, s.f.: imbroglio, ma si tratta di un termine in netto disuso, per quanto fosse attestata la frase “Qui c’è matafera”: qui “c’è un imbroglio” (M. Catastini). A me viene fatto di pensare senza dubbio che sia una storpiatura di “metafora”, parola di difficile comprensione per il popolo minuto, che teme perciò di essere imbrogliato come lo temeva Renzo, ne “I Promessi Sposi”, dal “latino rum” di don Abbondio

matile, s.m.: suddivisione interna e quindi scompartimento del barchino del Padule di Fucecchio, in pisano, secondo il DEI, “legno ricurvo dello scafo”

mattacéna, s.f.: merenda all’ora di cena, ma il termine, che viene fatto di pensare che derivi da “matto” nel senso di anormale + cena  (essendo anormale che una persona faccia merenda all’ora di cena, se non in sostituzione di questa), è in disuso.

 

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marżucca, s.f.: mażurca, di cui marzucca è una storpiatura per metatesi, derivando la parola dal polacco “mazurka”, f. di “mazurek”, propriamente della provincia polacca di Mazuria, deduciamo dal DEI e per ricordarlo possiamo pensare ai laghi Masuri, importanti nella storia e nella geografia non solo della Polonia

masa, s.f.: scherzo o peggio, comunque di pessimo gusto, che veniva fatto al tempo del fascismo e in modo meno violento nel secondo dopoguerra fra persone o compagni; era piuttosto volgare consistendo nel percuotere il malcapitato (coprendogli il capo) scelto per tale apparente scherzo o, peggio ancora, ancora nel Pisano, durante il triste ventennio, secondo la testimonianza di Indro Montanelli: segno di persecuzione. Nel libretto attribuito a M. Catastini l’espressione “fare la masa” (da tempo venuta meno) è invece spiegata così: “strofinare le nocche delle mani sui capelli”                                                    

mascagna (alla), loc.avv.: pettinatura alla Mascagni, come veniva usata, appunto, dal noto musicista Pietro Mascagni, nato a Livorno nel 1863 e morto a Roma nel 1945, ma di moda specialmente durante il triste ventennio fascista anche a Fucecchio. Era una pettinatura, ovviamente maschile, “senza riga” (DEI), con i capelli rivolti all’indietro              

Masoni: cognome di un contadino delle parti di Fucecchio che nel 1929 “andò a veglia, come era solito, e sulla strada del ritorno, di notte, fu ucciso con una fucilata”. Da questo fatto tragico nacque  il modo di dire, ormai scomparso: “Non fare come il Masoni” (R. Cardellicchio), che significava in pratica “Ritorna”                                                                                                                                                                                                                            

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marva! interiez. probabilmente derivata da malva, propriamente malva selvatica (“Malva sylvestris”): ohi! è andata male! Forse l’accezione sfavorevole dell’esclam. si può spiegare per l’accostamento a “male” della prima sillaba del nome corretto della pianta

marvone, s.m.: malvone, propriamente accresc. di malva, essendo una pianta della famiglia delle malvacee, ma è ben più alta di quella: il suo vero nome è altea (“Althaea officinalis” o “rosea”). A Fucecchio è anche un’offesa rivolta a una persona che lascia molto a desiderare per la sua cattiva condotta, ma non sappiamo perché una pianta bella e utile come il malvone, denominazione pop. non solo toscana d’una “varietà alta di malva” (DEI) abbia dato origine a un’offesa, se non per il fatto che almeno dalle nostre parti è una pianta piuttosto rustica o per la netta somiglianza della prima parte della parola comune in italiano a “malvagio”

marzòlo, s.m.: marzaiola (“Anas querquedula”), essendo un uccello “presente in Italia quasi esclusivamente” di marzo (C.Romanelli): mese in cui è di passo l’upupa (“Upupa epops”) nelle nostre zone, dove appunto questo uccello dalla caratteristica “lunga cresta erettile” (Devoto-Oli) è chiamato “galletto marzolo”.

marzòlo, s.m.: igroforo marzolino (“Hygrophorus marzuolus”): fungo che “nasce nei boschi, specialmente di conifere, al principio della primavera”, donde il suo nome popolare. Ciò vale anche per un tartufo dallo stesso nome, ma scientificamente “Tuber albidum pico”, che peraltro matura già “da metà gennaio”.

Quanto al termine igroforo, significa dal greco “portatore d’umido”, essendo la carne di questo fungo “ricca di acqua” (Devoto-Oli)                                                                                                                                                                                                                                                                                               

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marginetta, s.f.: tabernacolo; deriva da “(im)maginetta” con intrusione di “margine” per “rifacimento popolare” secondo Cortelazzo-Marcato

marmato (freddo), agg.: freddo “come il marmo”, ma si può trattare –è chiaro- di un’ iperbole

marmignatta, s.f.: malmignatta, “unico ragno velenoso in Italia” (e perciò “mala”, cioè cattiva + “mignatta”, ma in realtà un aracnide) “munito di lunghe zampe”, “di colore nero con tredici macchie rosse sull’addome” (DISC), tant’è vero il suo nome scientifico è “Latrodectes tredecimguttatum” e, come sappiamo, in lat. “tredicim” indica, appunto, il numero tredici (Devoto-Oli)

marmòtta, voce pis., fiorent. e pist. (DEI), ma usata molto anche da noi, s.f.: raffreddore, per cui “Prendersi una marmotta” significa buscarsi una brutta inffreddatura anche “con febbre” secondo L.Bezzini. Viene fatto di pensare che ciò dipenda dal fatto che le marmotte vivono in alta montagna, dove per lo più è freddo, oltre che per la somiglianza del “roditore (..) infagottato di pelo rossastro con la persona infagottata nella lana e intontita a causa del raffreddore”, come afferma R.Cantagalli

marrone, s.m.: “grossa marra”, simile alla zappa, significato che aveva anche l’assiro “marru”: DEI, secondo il quale era già attestato nell’antico lucch. e precisamente nel 1308

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marangóne, s.m. (chiamato così anche a Viareggio, Vecchiano, Livorno, Orbetello e Siena): cormorano (“Phalacrocorax carbo”), mentre il nome usato anche a Fucecchio deriva dal lat. “mergere” = immergersi, perché tale uccello, appunto, s’immerge, si tuffa nell’acqua, come possiamo dedurre anche dal Romanelli e come possiamo vedere anche nell’Arno

marchese, s.m.: mestruo; popolare, ma più propriamente gergale. Probabilmente deriva dal fr. “marguer” (DEI) nel senso di “segnalare”, sottinteso, come viene detto popolarmente, che una donna “ha le su’ ‘ose”, cioè le mestruazioni, per sottolineare l’intimità della cosa

marco, s.m.: livido, dal tema germanico “mark-” = “segnare” a cui accenna il DISC, potendo essere il segnale di un colpo ricevuto o, per meglio dire, subìto

mardocchio, s.m.: malocchio, di cui è una storpiatura: propriamente sarebbe mal d’occhio, ma la parola è caduta in disuso ed è molto probabile che tale storpiatura, come del resto molte altre,  fosse originaria del contado

maremma!, esclam. eufemistica per non dire Madonna! Potrebbe però derivare anche dal fatto che un tempo in tale subregione toscana imperversava la malaria e perciò che nel “gergo popolare” significhi “luogo brutto” secondo B. Gianetti, diventando una specie di imprecazione tipicamente toscana, non una bestemmia, per quanto, secondo il DISC, di questa sia considerato un sinonimo il termine “imprecazione”

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manna, s.f. con un’accezione particolare nel caso che si dica: “E’ manna che (oppure “se”)…”: è tutto di guadagnato…                                                                                   

manritta, con la variante marritta, s.f.: “mandritta”, cioè la “mano destra” (De Mauro), ma la voce è in declino anche per il superamento di certi pregiudizi; infatti il termine, che un tempo, per es., nel ‘600 nel Buonarroti, indicava il “diritto dei magistrati di pretendere la mano destra” deriva da “mano” + “(di)ritta”, si può desumere dal DEI, ma ormai è appurato che si può altrettanto ben usare la mano sinistra, a parte in certe circostanze dove si fa sentire ancora il peso di certe tradizioni

mansellone, agg.: “ingenuone” (M. Catastini), ma è un termine caduto in disuso; anzi io personalmente non l’ho mai sentito dire

maolato, agg.: macolato, forma toscana, mentre la forma dotta è maculato, di cui macolato è la variante, ma la forma priva della –c- intervocalica è senza dubbio vernacolare. Comunque il significato è quello di “ammaccato” (De Mauro)

maragiano, s.m.: canapiglia (“Anas strepera”) con la variante “marigiana”, usata anche a Firenze e ad Altopascio, ma il termine italiano è il più usato anche in Toscana (C. Romanelli)

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mangià’, v.tr.: mangiare. Deriva dal franc. ant. “manger”, a sua volta dal lat. “manducare” tramite la “var. intermedia” ipotetica “mandicare” (DELI), ma un’espressione particolare tratta da due verbi in forma imperativa, usata nel gergo ciclistico toscano attorno a Fucecchio per indicare i saliscendi, come, per es.,  quelli tra Lamporecchio e Vinci, è “mangia e bei”, quest’ultimo da “bevi” è chiaro: tratti in fondo piacevoli a farsi, come appunto possono esserlo i saliscendi per un ciclista, a differenza della piatta e quindi monotona pianura, per non parlare poi di quella estesa e nebbiosa Padana. Un tempo a Fucecchio erano chiamati “mangia e bei” dei biscotti col rosolio e mele immerse nello zucchero fuso al fuoco, a fare i quali, oltre che la granita, erano specializzati i “Chichieri”.

Frase part.: “Con me ci mangi di magro!”: da me non ottieni nulla (risposta negativa a una richiesta fatta).

Un’altra ocuzione diffusa è: “Mangià’ pane e veleno”: convivere tristemente con le amarezze.

A Fucecchio c’è chi intende “ ’un ha mangiato la foglia” in senso favorevole, come quando viene detto metaforicamente “Non ha abboccato all’amo”, ma è un errore perché nell’italiano ufficiale “mangiare la foglia” significa “capire una cosa al volo” e “il detto deriva forse dall’osservazione di quegli animali che hanno il fiuto molto sviluppato” e perciò “riescono a distinguere subito le piante velenose da quelle buone” (G. Pittàno).

Mi risulta invece in disuso il detto volgare “mangià’ l’ovo in culo alla gallina”: spendere “i soldi prima di averli guadagnati” (M. Catastini), cosa quasi assurda come se uno cercasse di mangiare un uovo prima che la gallina l’avesse fatto, come sappiamo, dalla parte del deretano

mangiarino, s.m. dimin. del sost. mangiare: pranzetto squisito, specialmente nell’esclam.: “Che mangiarino da papi!” : che buon pranzetto! Talora si può sentir dire anche “i mangiari”: le pietanze, sost., quest’ultimo, derivato dal provenzale ant. “pietansa” = “pietanza”, ma poi “elemosina” perché originariamente “indicava il vitto dato ai poveri”; si tenga infatti presente il lat. “pietas” = “pietà” (DISC)

mangiatora, s.f.: mangiatrice e in modo analogo, in vernacolo, ma specialmente nel linguaggio familiare, possono essere formati  sostantivi, come, per es., “dormitora”: dormitrice, persona che dorme molto

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