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magliettine, s.f. con doppio dimin.: formazioni di grasso d’aspetto piuttosto circolare nella superficie del brodo di carne e specialmente del pollo. Viene a mente a questo proposito il proverbio: “Gallina vecchia fa buon brodo” perché in questo le magliettine sono presenti, eccome sono gustose!

maglio, s.m.: colpo, in dipendenza dei verbi “allungare” o “dare”, (in vernacolo “allungà’ ” o “dà’”), seguiti dall’art. indeterminato “un”: in tal caso, come nel Pisano, assume in particolare il significato di “pugno dato con violenza (…) sulla testa” (C. Giani)

magnano, s.m. tosc.: “fabbro”; deriva probabilmente dal lat. parlato ipotetico “manianu” e questo dal class. “manus” = “mano” per l’ “abilità nel lavoro manuale” (DISC) dimostrata da costui, ma è un termine che era sopravvissuto a Fucecchio solo nel soprannome al dimin. Magnanino, dato a una persona (per aver sposato la Magnanina, figlia di un fabbro) che si occupava di chiavi e più in generale di oggetti in ferro battuto

magóna, s.f. tosc.: bottega di ferramenta “indove vendevano i chiodi” diceva un fucecchiese intervistato da M.P. Bini, la quale giustamente la definiva una voce “in via di estinzione” anche da noi. Infatti a Fucecchio ne sentiamo parlare solo in riferimento a una “proprietà demaniale” (DEI) posta vicino a Marina di Bibbona

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maestro Furia, loc. sostantivale: persona che ha fin troppa fretta

maffia, s.f.: “sfoggio di eleganza”, voce proveniente dal gergo militare secondo il DEI, che lo dice peraltro in riferimento alla parola “mafia”, nei confronti della quale maffia, col raddoppiamento della –f-, sembra più espressiva, ma è una parola sentita dire a San Pierino anziché nel centro di Fucecchio, come del resto l’agg. che ne è derivato “maffioso”

maffioso, s.m.: borioso, probabilmente derivato dall’arabo “mahjas” = “millanteria” (DEI), da cui deriva anche il nome dell’associazione criminale siciliana e delle altre associazioni criminali (mafie) purtroppo diffuse anche oltre il meridione d’Italia

magherona, s.f.: faccenda triste. Pur trattandosi di un termine ormai in disuso, è veramente probabile che derivi dall’agg. tosc., attestato nel ‘500, “màghero” = “magro”, cui accenna il DEI. Infatti se diciamo “oggi è magra, eh?” vogliamo dire che va piuttosto male e l’accresc. “–ona” accentua la cosa nel termine vernacolare “margherona”, usato un tempo per formare una specie popolare di assonanza (anche se non è propriamente tale) nel modo di dire: “E’ magherona fumar le sigarette “Macedonia”!”: non era infatti da intenditori fumare tale tipo di sigarette, potendole fumare perché leggerine anche le poche donne che un tempo avessero avuto eventualmente tale vizio. Quanto a magro, può significare anche inconsistente, come nella frase: “Sono scuse magre!”: sono pretesti inconsistenti

 

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ma’, s.f.: con la –a accentuata particolarmente dopo agg. possessivi come “mi’, tu’ e su’ ”, ma sono certamente brutte per la loro volgarità espressioni come “mi’ mà’, tu’ mà’, su’ mà’ ”: mia madre, tua madre, sua madre: termini come madre e mamma meritano indubbiamente un rispetto adeguato! Ciò vale anche in riferimento a pa’, s.m.: padre, come in pis. e in livorn.

maccoso, agg.: denso, in riferimento al brodo e “minestra maccosa” è quella che, lasciata posare, indurisce “rapidamente”. Non è sempre un difetto che la minestra sia maccosa: infatti, per es., quella nei ceci può essere benissimo preferita molto densa, appunto, com’era quella fatta a Fucecchio a cena la vigilia di Natale

maciglià’, v.intr.: macigliare, cioè sistemare i “cigli” delle fosse, “gli argini” (M. Catastini), ma si tratta di un verbo decisamente venuto meno. Fra l’altro non si comprende la funzione della sua sillaba iniziale

madonne, s.f.pl.: bestemmie nell’espressione: “Tirà’ du’ madonne”: bestemmiare più d’una volta, ma è evidente che si tratta di un’espressione molto volgare

 

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lupo, s.m. e pare che derivi da una località un po’ remota del Monte Pisano (Lupo Cavo), dove è molto probabile che un tempo si trovassero i lupi, l’espress. “Te andrai a rifinì a Lupo ‘avo!”: tu finirai per fallire o comunque male

lùrciola, s.f.: ulcera, rispetto alla quale la storpiatura rustica (in parte dipendente dell’agglutinazione dell’art. al nome) molto probabilmente originaria della campagna senese, è in netto declino

lusco, s.m., ma da un agg. col significato di “losco” (Boccaccio: DELI) e quindi tenebroso in riferimento al tempo notturno, mentre “brusco” può significare “pungente”(Id.) in riferimento al tempo dell’alba specialmente d’inverno. Però l’espress. “Tra il lusco e il brusco” può essere estesa a indicare oltre che la “luce incerta” che “precede l’alba”, quella che segue il tramonto, insomma il crepuscolo, propriamente detto così in seguito a una nota opera di R. Wagner (Id.), e perciò per estensione “nell’incertezza” (R. Cantagalli)

lustratore, s.m.: adulatore, un sinonimo di lecchino. Si tratta di un deverbale nostrano (magari usato più nell’ambito del linguaggio familiare) di “lustrare”, che significa anche “adulare” a partire dall’Ottocento (DEI). Chi non vuol cedere alle lusinghe dell’adulazione dalle nostre parti può dire: “E ‘un mi fai cascà’ nel burro!”: non mi fai scivolare con la tua piaggerìa: vocabolo, quest’ultimo, forse derivato da “piaggia” passando a indicare, da “viaggiare lungo la spiaggia”, “assecondare” (DISC)

lustrente, agg.: splendente, di cui ( o di “lucente”, usato anche da Dante: DEI) potrebbe aver risentito l’influenza il participio presente di “lustrare”, a sua volta non usato forse anche per questo

lustro, agg. usato anche a Firenze nel senso di fresco, come nel modo di dire ironico: “Ora sta’ lustro!”, che significa “Vedrai come molto presto andrai incontro a conseguenze spiacevoli!”, appunto come il modo di dire “Ora sta’ fresco!”

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luna, s.f. che assume un significato particolare in dipendenza del v. “avé’ ”, cioè avere “la luna” o “le lune”, cioè anche le “paturnie”, dal momento che significa essere lunatico, cioè in un certo senso subire  “l’influsso delle fasi lunari” e quindi essere “soggetto a sbalzi d’umore” (DISC). Quanto all’espress. “A questi chiari di luna”, significa “periodo difficile” specialmente “sul piano economico” (DISC)

lungagnana, s.f.: lungagnata, termine quest’ultimo attestato nel Giusti nel senso di discorso “lungo”, oltre che noioso (DEI), mentre lungagnana sembra una variante rara della stessa parola

 lungo, agg.: noioso, per es. nel proverbio contadino d’una volta: “Tu se’ più lungo d’un dì con punto pane”: tu sei più noioso d’un giorno senza pane, perché senza mangiare un alimento almeno un tempo considerato indispensabile come il pane, il gorno non passa mai. È però più diffusa da noi l’accezione di “lungo” come “alto”: si pensi, per es., alla frase: “È lungo e bischero!”: è alto e sciocco

lupino, s.m.: callo simile a un lupino come aspetto “tra dito e dito”: DEI, secondo cui, inteso come pianta delle leguminose (“Lupinus albus”), detto anche “fava lupina”, è “documentato come elemento toponomastico tosc. dal XII sec.”

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luì (ma anche luicchio), s.m.: luì bianco (Phylloscopus bonelli”) e il nome, usato in diverse parti della Toscana, è derivato dal verso: è perciò onomatopeico, come si può dedurre anche dal Romanelli e dal DISC

lullerone, agg. o s.m.: “pazzerello” (M. Catastini), ma è un termine venuto meno, per quanto sembri certo onomatopeico con quelle  -l– che si ripetono e il suff. accresc. –one finale

lumaóne, s.m.: lumacone: individuo molto lento. Si tratta di un vocabolo che si spiega molto bene essendo la lentezza una caratteristica della lumaca, com’è noto, senza guscio a differenza della chiocciola, nonostante ci sia chi fa confusione fra i due generi. Infatti in zoologia il lumacone è il “Limax maximus” e invece la chiocciola è del genere “Helix” da una parola greca “Helix, hèlicos”= “spirale” (si pensi alla forma della conchiglia della chiocciola) da cui deriva anche elicottero (Devoto-Oli)

lume, s.m. Frase: “Mi sembri un lumammano!”: a me sembri un arretrato (essendo il lume a mano uno strumento senza dubbio arcaico sì da far venire a mente il Medioevo), ma anche un “fessacchiotto” dal lento apprendimento, essendo scarsa la luce che può fare un lume a mano, nonché ridicolo, dal momento che viene detto talora “buffo come un lume a mano”. È un diminutivo di lume, ma ottenuto mediante l’ “interfisso” –c– prima del suff. dimin., “lumicino”, che si trova in particolare nell’espress.: “Esse’ al lumicino”: “essere in fin di vita” o comunque alla fine, oltre che della salute, delle forze e delle “risorse economiche”. Tale modo di dire pare che venga “dall’uso in pratica nell’ospedale di Santa Maria Nova di Firenze di mettere un lumicino con un crocifisso al letto di coloro che stavano per morire” (G. Pittàno). Si tenga presente anche l’espress. “Neanche col lumicino!” in riferimento a una situazione che non si sarebbe creduto che si potesse verificare

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luccїà’, v.intr.: risplendere, significato di luccicare nell’italiano corretto e la forma vernacolare esaminata in questa sede si trova anche in pis., così come vi si trova ed anche in livorn. (V.Marchi) il termine “luccióni”: lucciconi (s.m.pl.) cioè “grosse lacrime”, attestato anche nel 1875 (DEI), ma l’origine di certe parole si perde davvero nella notte dei tempi!

luchìe, s.f.pl.: faville, ma il termine è scomparso, mentre è rimasto in ital. (l’ha usato anche il Lippi nel ‘600) quello di “monachine” per indicare le “faville della legna o della carta che arde” (DISC) per la somiglianza delle stesse “a tante monache che s’affrettano per i corridoi o nel dormitorio, ognuna con il suo lume in mano” (DEI): immagine non certo priva di poesia, a conferma di quanto possono essere preziose certe osservazioni e considerazioni presenti anche nei diversi dizionari

lucio, s.m.: tacchino; si tratta di una voce che almeno fino a qualche tempo fa era usata in diverse parti della Toscana a causa del “richiamo fonosimbolico luci, luci” (DEI). Il femminile è ovviamente “lùcia”. A un poveraccio accusato di aver rubato una volta una tacchina, specialmente se veniva còlto con una balla in mano, veniva detto a Fucecchio per farlo adirare (ma noi diciamo in modo più corposo e perciò espressivo “arrabbiare”) “Posa la lùcia!”, divenuto un soprannome

luerino, s.m.: lucherino (“Carduelis spinus”: C. Romanelli), peraltro meno usata del corrispondente termine italiano, è una forma chiaramente contratta

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lòffio, agg.: brutto e giustamente il DISC parla di tale termine tosc. (inteso però come “floscio”) come “ voce espressiva raccostata a loffa”, s. f. regionale che indica “aria che esce dall’intestino in modo silenzioso”, facendosi però sentire in modo tutt’altro che gradevole, come quella emanata da una persona nello scompartimento chiuso in un treno proveniente da Praga, causa di un commento spiritoso di un fiorentino: “questo l’avea in serbo da un mese!”: questo se lo teneva dentro da un mese, donde un effetto tutt’altro che desiderato dalle persone presenti in quella parte angusta. Ritornando a “lòffio”, pare che nel comune di Fucecchio un tempo signficasse anche “poco raccomandabile”, oltre che di “bassa qualità” (M. Catastini), nella nostra zona si può sentire usare anche il dimin. “loffiotto”

loioso, agg.: sudicio, anche in pis., come afferma il DEI, secondo cui “loia” (da cui chiaramente l’agg. deriva) sarebbe un prestito dall’emiliano “lòja” = “lordura, sporcizia, forma collettiva” di “loj”, “loglio”, “per indicare le impurità del grano”. Comunque anche il s.f. “loia” è considerato tosc. col significato di “sudiciume della pelle o degli abiti” dal De Mauro, ma noi fucecchiesi, quando parliamo della “loia”, ci riferiamo alla sporcizia del corpo

lonze, s.f.pl.: fianchi o reni anche in pis. e livorn. secondo il DEI, che lo considera un termine toscano anche al sing., sia pure con un significato diverso e cioè in questo senso: “coda ed estremità carnosa che dalla testa e dalle gambe rimane attaccata alla pelle degli animali che si macellano nello scorticarli”. Si chiamano anche “lombi” (Rohlfs). Ritornando alle lonze, può esser detto a una bella donna come complimento, a meno che non venga detto ironicamente a una donna troppo grassa: “Belle lonze!”: bei fianchi!

È poi da considerare il fatto che a Fucecchio reni è considerato maschile, mentre dovrebbe essere considerato di genere femminile (al plurale, s’intende) quando significa “schiena” (De Mauro)

lótro, agg.: insaziabile, comunque “ingordo” piuttosto che “sporco”, secondo il DEI derivato da “otre” con la “concrezione dell’articolo”, come si può desumere anche dal reggiano “lóder” e del fatto che in pist. e in sen. “ótre” si dice (o si diceva) “otro” (Id.). Non meraviglia quindi veder considerare dallo stesso Diz. una voce toscana e non solo “volterr., pis.” e senese, come risulta dal medesimo, bensì pis., livorn. e castagnat., oltre che fucecchiese

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lisca, s.f. che compare anche nel detto popolare: “Testa e lisca!”: niente!, così simile al detto livorn. “Allora testa e lisca!”: quando nel piatto sono rimaste solo testa e lische, non c’è più niente da mangiare, almeno in generale; così, per analogia, vogliamo dire che non c’è più niente da fare

liso, agg.: “logoro”, detto delle stoffe; voce pis., pist. e lucch. (DEI), ma molto usata anche nel nostro vernacolo

lo, pron. m. con un significato particolare sottinteso come in “Te lo do io, vai!”: te lo farò pagare caro (lo sgarbo che m’hai fatto), vedrai!  

locchettone, agg.: citrullo, probabilmente da “allocco”, possiamo dedurre dal DEI, ma la voce non è più usata. Da “allocco” con aferesi deriva anche “locco”, che significa “stupido” (De Mauro) e che è perciò la parola da cui deriva meno indirettamente “locchettone”

lodola, s.f., nome popolare dell’allodola (“Alauda arvensis”), talora chiamata a Fucecchio (ma dicendo così spesso s’intende anche il suo contado) “dòdola” (C.Romanelli), che ne è una corruzione (per assimilazione alla –d- seguente) significativa del basso livello culturale di tanti cacciatori d’oggi. Comunque “lodola” è un’ aferesi di allodola ed è una voce tosc. attestata dal ‘300 (DEI)

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limosine, s.f. pl.: mimosine (nel contado, ma in disuso da tempo) probabilmente per dissimilazione  della prima lettera o (molto meno probabile sul piano logico) per influsso della parola “limòsine”, che si trova anche in un altare seicentesco della chiesa di S. Salvatore e che significa “elemosine”, ma che da tanto tempo non è più usata. In effetti non vedo che collegamento ci sia tra elemosina e nome della pianta spesso indicata come mimosa, ma in realtà quella presente da noi è l’ “Acacia dealbata”, essendo vera mimosa quella che ritrae le foglie se vengono toccate

lippe lappe, loc. avv. che dopo il v. “fare” significa “attirare”; più in part. significa far venire “l’acquolina in bocca”, da noi, piuttosto che “aver l’acquolina in bocca” come sostiene, in riferimento all’espress. “far lappe lappe”, il DEI. Per entrambe le espressioni si tratta di “onomatopea dello schioccare con la bocca nell’inghiottire”.

Non è inutile notare che anche in Campania è usata la stessa espress. onomatop. pure per indicare l’attrazione che esercita sulla gola un cibo o, più ancora, un dolce: non esiste forse un’unità linguistica, oltre che politica dell’Italia, nonostante i dialetti?

lipperlì, avv.: “sul momento”. Si tratta di una specie di “agglutinazione”, usata anche a Castagneto Carducci (L. Bezzini), formata da due avverbi di luogo (lì) collegati dalla prep. sempl. “per”, come risulta evidente

liquerizia, s.f.: liquirizia, perché deriva dal lat. tardo “liquiritia”, adattamento dal gr. “glykýrrhiza”, a sua volta da “glykýs” = “dolce” + “rhìza” = “radice”. La –e- è probabilmente una dissimilazione nei confronti della –i– seguente e della –i- precedente, ma pensare che che in alcune parti della Toscana è chiamata addirittura “regolizia” per influsso specialmente del francese “reglisse” del XVI sec. (DEI)!

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