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di Giancarlo Carmignani

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lavativo, s.m.: fannullone, ma per esser precisi questo ne è un sinonimo (DISC) e allora lo possiamo definire sia “scansafatiche” sia “attaccabrighe” (M. Catastini). Peggiore ancora è quando  vien detto “È un lavativo a ghiaia”: è una persona che “ha qualità infime” (R. Cardellicchio). Comunque il significato che ha “lavativo” anche di piantagrane ovvero rompiscatole si spiega non essendo il clistere (significato che ha comunemente il termine lavativo) certamente uno strumento gradevole!

lavorà’, v.tr. quando lavorare significa, specialmente fra amici, “prendere in giro” (ne è un es. la frase: “L’ha lavorato di fino!”: l’ha preso in giro accuratamente o, per dirla alla fucecchiese, “bene bene”, ma spesso detto scherzosamente o lameno col sorriso fra le labbra). È invece intr. quando esso significa “esercitare una qualche attività” (DISC), come nell’accezione comune.

Se una persona non dimostra alcuna voglia di lavorare a Fucecchio viene detto: “Voglia di lavorà? saltami addosso!”e qualche persona ben più raramente aggiunge “o stammi lontano più che posso”, cioè il più possibile

lavoratora, s.f.: lavoratrice, ma ormai, se viene detto, questo termine errato viene usato più che altro per scherzo, come avviene per altre parole con la stessa errata terminazione

lavoro, s.m. inteso come moltitudine, per es., nella frase (accompagnata da un gesto eloquente “C’è un gran lavoro (o lavorìo) di gente!”

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lastra, s.f. con un significato particolare nell’espressione “Esser della lastra”: esser nativo del posto e, nel caso nostro, di Fucecchio (dove tale espressione è diffusa), probabilmente perché le strade vi erano lastricate e calpestarle, cioè dimostrare grande attaccamento al paese natìo (tanto da provare per esso una nostalgia intensa, quando ne era lontano: “il mal di lastre”) era una caratteristica di Alessandro Mariotti, musicista fucecchiese che fu raccomandato da Pietro Mascagni grazie alla sua “Marcia funebre”.

Nel Valdarno tra Empoli e Firenze essere della Lastra significa anche abitare a Lastra a Signa, a distinguere quale delle due Signe si abita. 

lattaia, s.f.: pesce che un tempo si trovava nel Padule di Fucecchio così come la cheppia, ma che l’inquinamento produca, oltre a danni molto più rilevanti, la scomparsa di tanti pesci non è certo purtroppo una novità!

latte, s.m. Si tenga presente la frase, ora in disuso, “M’è mancato solo il latte di gallina”: mi è “mancato  solo l’impossibile” (R. Cardellicchio), non facendo certo il latte la gallina!

lattone, s.m.: “vitello lattante” (M. Catastini), voce pis. secondo il DEI, ma almeno da noi non è più usata, a differenza di un termine uguale, ma dal significato profondamente diverso (“ceffone”, come in umbro) forse derivato da “latta”, cioè “lamiera, intesa come cosa piatta” (DEI) con un suff. accresc. (“-one”) dal valore peggiorativo, si può desumere dal De Mauro

lattughini, s.m. pl. tosc.: pianta selvatica (“Valeriana olitoria”) le cui “rosette di foglie si mangiano in insalata come la lattuga”(DEI)

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lallo, s.m. tosc. usato in particolare anche in pis. e lucch.: “cavallo”; voce del “linguaggio infantile” (DEI) e anche per questo onomatopeica, ma formata con l’aferesi della prima sillaba della nota parola e l’assimilazione della lettera iniziale così risultante alle consonanti seguenti

Lammari, toponimo toscano nel contado lucchese usato da noi nell’espressione “Ma che se’ di Lammari?” per indicare una persona non certo raffinata; però che c’è anche chi, in polemica con i fucecchiesi, dice: “Ma che siete di Fucecchio?”. Però “Andare a Lammari” significava anche “andare lontano” un tempo, quando le distanze apparivano ovviamente molto maggiori che nei nostri tempi non essendoci certo i mezzi di trasporto di oggi

lana, s.f. con un significato particolare se viene detto “Figlio di buona lana!”: figlio di buona donna, ma molto spesso in senso ironico e perciò in riferimento a chi ha un’indole non giudicata affatto in modo favorevole. Si tratta peraltro di un’espressione in netto declino almeno da noi e non certo di uso proprio popolare

lappola, s.f.: pelo delle palpebre, ciglio; voce toscana (DEI), da noi molto usata

lassà’, v.tr.: lasciare, ma “lassare” era anche una forma antica, del resto conforme all’origine dal latino “laxare”, propriamente “allentare” (DISC). Comunque, se è ancora usato, lo è nel contado, molto probabilmente per influsso pisano, come si può dedurre da P. Fanfani.

Quanto al pass. rem., 3a pers. pl. del v. “lasciare” in pisno si poteva sentir dire “lasciorno” e in fucecchiese “lascionno” al posto di “lasciarono”, ma neppure su queste terminazioni insisterò oltre, avendo accennato alla desinenza “- ònno” al posto di “-arono” nell’introduzione

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labbrata, s.f.: alla lettera sarebbe il “colpo dato sulle labbra” di una persona “col dorso della mano aperta”, ma in vernacolo è passata a indicare colpo nel viso, praticamante “man rovescio”, che ne è propriamente un sinonimo (DISC); voce toscana attestata in letteratura nel ‘700 nel commediografo senese, precursore del Goldoni, Iacopo Angelo Nelli ( DEI ed ENC. IT.), è popolare anche a Fucecchio

lacchezzo, s.m. tosc.: “imbroglio”, secondo R. Cantagalli, ma può significare anche “leccornìa”, come dev’essere pronunciata questa parola derivando da “lecconeria”, a sua volta da “leccare” sul  “modello” di ghiottoneria (DISC).

Al plurale (ma da noi si poteva sentir dire anche “racchezzi”) indica “allettamenti” in particolare amorosi almeno nel gergo studentesco. Comunque la voce è registrata anche dal Fanfani col significato di “allettamento, adescamento”. Anche attualmente  usato tale lemma in vernacolo fiorentino col significato di “cosa poco chiara, sporca” e prima “cosa (…) di poco conto”: significato che dal fiorentino può esser passato nel linguaggio di qualche studente nostrano di diversi anni fa specialmente nell’accezione sensuale

làgia, s.f.: passera lagia (“Petronia petronia”), termine “tipicamente” toscano, spegabile il primo “per la stretta somiglianza con la femmina” del “Passer domesticus”, mentre làgia è probabilmente da collegare con “ragia”, cioè con la “resina del pino”, cui “fa pensare la macchia gialla sotto la gola” di tale uccello (C. Romanelli)

lallerare, v.intr.tosc., ma attestato in letteratura: godersela (De Mauro), verbo rimasto nel proverbio anch’esso onomatopeico  “Senza lilleri ‘un (non) si lallera”: senza denaro non si combina niente, ma questo secondo una concezione non certo spiritualistica della vita. Tale verbo è certo venuto fuori, nel proverbio citato, per accostamento onomatopeico per consonanza con “lilleri”, ma potrebbe risentire anche dell’accezione del significato di “lallera” nel vernacolo fiorentino come “organo sessuale femminile”

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io, pron. pers. Modo di dire: “io  laio!”, che ritengo un’espressione traducibile o quasi come “io ghiantine!”, ma entrambe eufemistiche per evitare bestemmie o  comunque di nominare il nome di Dio invano. Questo vale anche per altri casi in cui compare tale pronome. Si tenga però presente che esiste anche l’espressione, se non proprio imprecazione “io lai!” che può far pensare al s.m.pl. “lai” usata da Dante nel senso di “lamenti” (DEI e De Mauro)

ir, art.determ.: il, come nel proverbio contadino “Se ti dòle ir capo, ti ci vòle ir pan bagnato”, ritenendosi un tempo una cura contro il mal di testa mettere sulla fronte il pane bagnato (altrove bende inumidite). Non poche volte nel parlare è usata la var. “er”, cong. diffusa molto nel dial. pis. che come var. ha, ovviamente nel contesto del discorso orale, “ ‘r” (B.Gianetti)

iso iso, loc. avv.: al limite, lì lì

istroverso, agg. o s.m.: “maleducato” (M. Catastini), “impacci oso”, ma è un termine non più usato, a differenza del corretto termine “introverso”, di cui non è affatto una variante, bensì una storpiatura, avendo un significato molto diverso, anzi, almeno in parte, opposto

izzingherassi, v.rifl.: inzingherarsi, cioè sporcarsi. Deriva chiaramente da “zingaro”, che per estensione indica una persona sporca. Si tratta di un verbo usato da noi quasi sempre in frasi negatiche comen questa: “Sta’ attento a ‘un izzingheratti!”: guarda di non sporcarti!

Il raddoppiamento della –z- si spiega per il fenomeno dell’assimilazione, molto diffuso anche per un motivo espressivo nel linguaggio vernacolare

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inumido, s.m.: umido, ma propriamente si tratta di un modo di cuocere in “salsa”, “in umido” (come in pis.: B.Gianetti), unendo le due parole sì da farne talora, sia pur arbitrariamente, un sostantivo, come nella frase: “Non mi dà’ l’inumido” : non mi dare pietanze cotte in umido, cioè in salsa

invecchià’, v.intr.: invecchiare e si pensi al proverbio diffuso non solo in campagna: “A tavola ‘un s’invecchia mai” in riferimento ai piaceri della tavola, i quali farebbero sentir giovani chi li gusta per l’allegria che possono dare

inventà’, v.tr.: inventare, nel senso di cercare di dare ad intendere, come nella frase: “Ma che m’inventi?”: ma cosa cerchi di darmi ad intendere?

invià’, v.tr.: inviare, ma nel senso d’incominciare, come nella frase: “Invia a far questo; poi se ne parla”: comincia a far questa cosa; poi ne parleremo

inzeccà’, v.tr.: azzeccare e nota il DEI che “inzeccare” è una voce pisana

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intramà’, v.tr.: tramare rispetto al quale “intramà’ ” mi sembra certo più espressivo, come tante altre voci popolari

intramato, agg.: individuo che si è intromesso in cose altrui e certo non in senso positivo, essendo sinonimo di “trama” il termine “intrigo” (DISC). A Fucecchio si è sentito dire anche “entróna” in riferimento a una ficcanaso, ma pare che il termine sia originario della provincia di Siena o addirittura, per quanto sia espressivo, potrebbe essere un termine isolato

intramestone, s.m.: confusionario, individuo che si dà da fare in modo sospetto. Deriva dal v. pis. “intramestare”, da noi usato volgarmente nella forma tronca e che significa “tramestare” (v. tosc. anche secondo il DISC), cioè “confondere mescolando”: DEI, secondo cui è usato anche da Franco Sacchetti

intrampalà’, v.intr.anche pis. come “intrampolà’ ”(B. Gianetti), di cui è forse una var. per assimilazione: intrampolare, cioè “inciampare, perdere l’equilibrio”, un po’ “come quando si cammina sui trampoli”, vocabolo quest’ultimo derivato dall’antico tedesco “trampeln” = “muoversi  procedendo pesantemente” (DEI)

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interdetto, agg. spesso preceduto da “un po’ ”: in precarie condizioni di salute

interessoso, agg.: troppo interessato al denaro oppure alla “roba” di verghiana memoria. Deriva da latino “interesse” = “essere in mezzo, importare” (DISC) ed è attestato anche in letteratura nel ‘500 (DEI), ma ormai si può usare solo nell’ambito vernacolare

intisiì’, v. tr. quando “intisichire”  significa “render tisico”, intr. quando significa “diventar tisico”

intonchito, agg.: “infestato dalle larve dei tonchi”, che guastano i “semi delle Leguminose” (DISC), in it. “intonchiato”, cioè “roso dal tonchio” (DEI)

intonfito, agg.: “intorpidito” (M. Catastini), ma la voce è caduta in disuso

intrafinefatta, avv. tosc.(usato anche da L. Briganti nel n°12 de “Le Torri”): “subito”: De Mauro, secondo il quale è attestato già prima del 1580 e deriva da “intra-” = “dentro” o “tra” (a sua volta dal lat. “intra”), “fine” e il femm. di “fatto”, ma, a mio parere, è una voce non più usata

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inteccherito, agg. tosc.: “rigido” (De Mauro), probabilmente collegato – a mio parere- con l’agg. tosc. “intecchito”: “stecchito”, voce “pis., lucch. e pistoiese” (DEI)

intelito, agg.: irrigidito, risentito perché impermalito, ma noi diciamo, anziché in quest’ultimo modo, “impermalosito”, oltre che “intelito”: termine che deriva da “tela” (quando è particolarmente rigida) col pref. “in-“ che implica l’idea di divenire. Si può parlare anche in questo caso, come per altre voci un tempo diffuse a livello popolare, di una “parola semanticamente ricca”

intènde’, v. per lo più tr.: intendere, mentre è rifl. “intèndèessi”: intendersi. Indic. pres., 1^ pers. pl: “Intendémosi bene!”: intendiamoci bene! Da noi si sente dire col raddoppiamento sintattico espressivo della –d-: “Ma che mi dai addintende’?”: ma cosa credi di darmi ad intendere?

intenditora, s.f.: intenditrice, ma viene fatto di pensare che il termine locale sia stato formato in tal modo per analogia, peraltro scherzosamente o ironicamente, su altre forme simili 

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insolluccherà’, v.tr.: insolluccherare, cioè lusingare, v. usato almeno nell’ambito familiare. È abbastanza usato da noi il part. pass., divenuto poi agg. “insolluccherato”: lusingato, tanto che “ la camicia ‘un (non) gli tocca ‘r (il) culo”, elevandosi per la gioia, viene fatto di pensare. Il sostantivo da cui deriva è “sollucchero”, quella var. di “solluchero” che si trova nell’espressione diffusa dalle nostre parti “andà in solluchero”: “essere estremamente contento” (DISC)

insuese, s.m. o agg.: abitante della parte alta di Fucecchio, detta “insù”, a partire da via Nelli, se prendiamo come punto di riferimento piazza Montanelli. Quanto alle lotte tra insuesi ed ingiunsi a Fucecchio all’inizio del Novecento ha fatto una poetica descrizione Indro Montanelli, sia pur piuttosto favoleggiando

insurto, s.m.: insulto, anche nel senso di “attacco”, per es. “di tosse” (DISC), e in castagnetano si trova addirittura “insulto apelèttiho”: “insulto epilettico” o “apoplettico” (L. Bezzini)

intaccà’, v.tr.: intaccare, cioè in particolare tagliar di lato le castagne per favorirne “la cottura”, grazie alle “tacche” fattevi, soprattutto in riferimento alle “fruciate”, ma vengono fatte anche per cucinare le “ballotte”

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