Un saluto da Leoni

di Maurizio Volpi, tratto da Vita di Comunità n.727

dongotti
don Francesco Gotti

Martedì mattina sono andato a Sughera per il funerale di don Francesco. Poco prima della chiesa, su un muro di cemento armato che sostiene un argine, ho visto una frase scritta con la bomboletta spray rossa. Penso che l’abbiano notata in tanti: «20/12/2014 Ciao Priore Hic Sunt Leones». È un saluto che qualcuno ha voluto lasciare lì, vicino ai due campi sportivi che il «priore della Sughera» aveva costruito agli inizi degli anni Settanta per i «ragazzi del 64», come ha ricordato alla fine della messa un amico e collaboratore di don Francesco, visibilmente commosso. Di fatto, molti di quei ragazzi – oggi cinquantenni – erano presenti a quella celebrazione per dire grazie a un prete che trent’anni fa, in un contesto certamente poco stimolante dal punto di vista sociale, attraverso lo sport, ha saputo offrire una preziosa opportunità per valorizzare al meglio la loro giovane vita. La riconoscenza non è una virtù da poco.

Ritornando alla scritta devo dire che mi ha subito incuriosito, non solo per quelle insolite parole in latino, ma soprattutto perché ha smosso dentro di me pensieri che ora proverò a raccontarvi. Anzitutto mi sono chiesto che senso avessero quelle parole proprio lì sul quel muro: non riuscivo cioè a capire il collegamento con don Francesco. Poi ho saputo che hanno a che fare con un’associazione sportiva: è il nome di un’associazione di calcetto a 5. C’è anche un sito Internet. Da perfetto ignorante in materia, non ci sarei mai arrivato. Ma intanto avevo già cominciato a rimuginare su quell’espressione latina che conoscevo. Per chi non sapesse di cosa si tratta, dico due parole sull’origine di questa frase. Hic sunt leones (“qui ci sono i leoni”) è una frase che si poteva trovare nelle antiche carte geografiche in corrispondenza di quei territori non ancora scoperti o esplorati dell’Africa e dell’Asia. Era dunque sinonimo di realtà sconosciuta, inesplorata. Non si sapeva cosa si trovasse in quelle terre, a parte il fatto che fossero abitate da bestie feroci alle quali era bene prestare attenzione. Il significato originario è questo. È vero che Sughera è un posto un po’ fuori mano, ma fino a questi punti mi sembra eccessivo.

A me è venuto da collegare quelle parole alla vita di don Francesco. Come lui stesso qualche volta ha raccontato, quando a trent’anni arrivò a Sughera con la strada tutta poggi e buche, senza luce e senz’acqua, con l’ironia di cui non era mai sprovvisto, potrebbe davvero aver pensato: hic sunt leones! Ma dove sono capitato! Come d’altra parte immagino sarà successo ad altri preti vissuti in certi posti intorno alla prima metà del Novecento. Di fatto egli dovette rimboccarsi le maniche per affrontare una condizione logistica davvero poco rassicurante. Poi, dopo una decina d’anni passati lì, la vecchia chiesa andò in rovina e fu necessario costruirne una nuova, che è quella attuale. Poi, un secondo pensiero mi è andato al suo temperamento piuttosto determinato, che talvolta lo ha condotto a vivere una certa condizione di “marginalità” rispetto alla realtà diocesana. E tuttavia in tali circostanze non si è mai isolato dagli altri e non è mai venuta meno la capacità di vivere le relazioni. Lo provano le numerose attestazioni di rispetto e di stima nei suoi confronti, emerse soprattutto in questi ultimi tempi della malattia. Tante persone, anche quelle definite (chissà poi perché?) “lontane” dalla Chiesa, sono state raggiunte in qualche modo dalla sua testimonianza di uomo e di prete. Sono certo che in tanti hanno potuto scorgere nel suo sguardo un pezzetto di “cielo”: d’altra parte il colore degli occhi lo metteva in una posizione di netto vantaggio! E il suo sguardo non era mai vuoto o superficiale. Perciò mi viene da pensare soprattutto alla sua vita spirituale, alla sua relazione con il Signore e tramite Lui, con le persone che l’hanno conosciuto. Come ogni esistenza umana, anche la sua ha custodito una parte di “mistero”, una zona “inesplorata” in cui nessuno ha mai messo piede e che soltanto il Signore della Vita ha conosciuto e apprezzato.

Anche per questo si potrebbe dire: hic sunt leones. Comunque sia, ringrazio chi ha scritto quel saluto sul muro, perché mi ha consentito di stare un poco in comunione con la vita di questo fratello sacerdote. E di pensare che la nostra esistenza umana e cristiana è chiamata a seminare qualche traccia di Luce dietro di sé, che possa servire al cammino di quelli che abbiamo lasciato e di quelli che verranno dopo: «Gesù Cristo è lo stesso ieri, oggi e in eterno» (Ebrei 13,8).

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