Il Beato ‘San’ Vivaldo. 700 anni dalla morte 1320 – 2020

Quest’anno, 2020, avrebbero dovuto tenersi grandi festeggiamenti per i 700 anni dalla morte di Vivaldo, il primo maggio. Si sarebbe dovuto tenere anche un convegno, per il quale anch’io avrei dovuto preparare una relazione, di cui questi sono alcuni appunti. Tuttavia con il Covid-19 e il divieto di assembramenti, tutto il progetto preparato da fra Stefano e collaboratori verrà rinviato.
Intanto, per ricordare la data del primo maggio, metto in rete questo articolo.

Rino Salvestrini (rino.salvestrini@montaione.net)

Il Beato ‘San’ Vivaldo
Per i 700 anni dalla morte 1320 – 2020

Il 1° di maggio di 700 anni fa un cacciatore di Montaione rinvenne in località Bosco Tondo, nella Selva di Camporena, dentro il cavo di un castagno, il corpo senza vita dell’eremita Vivaldo Stricchi.
Il cacciatore corse a dare la notizia ai Montaionesi, che lo andarono a prendere, lo seppellirono nella chiesa del paese sotto l’Altar Maggiore e a furor di popolo lo acclamarono SANTO.
Vivaldo era nato verso la metà del Trecento presso San Gimignano e di lui sappiamo che fu seguace di Santo Bartolo, anche questo sangimignanese e parroco di Picchena. Bartolo, presa la lebbra, andò nel lebbrosario di Cellole, pieve non lontana dal suo paese d’origine, e qui fu accompagnato da Vivaldo.
Alla morte del protettore, nel 1300, Vivaldo si fece eremita e scelse di recarsi a vivere a Bosco Tondo (attuale San Vivaldo), nel bel mezzo della selva di Camporena. Non abbiamo molte notizie della sua vita di eremita, che per i primi storici, del Cinquecento, morì in quei boschi un anno dopo.

A parte il fatto che successivamente fu accertato che la data della morte di Vivaldo era avvenuta nel 1320, si scrisse che visse in preghiera nel cavo di un vecchio castagno. Niente altro! Ma perché Vivaldo scelse il castagneto di Bosco Tondo nella selva di Camporena? Aveva tanti boschi intorno a San Gimignano. Perché scelse di venire così lontano?
Proviamo ad avanzare alcune ipotesi analizzando questo ambiente e basandoci sui documenti storici, sulle condizioni naturalistiche, sulle rare presenze umane al tempo, sulle tradizioni popolari arrivate fino a noi e sulla toponomastica.
Bosco Tondo si trovava al centro di un incrocio importante già nel XIII secolo, con una strada che conduceva a Camporena e poi a Volterra e giù per Pisa; la strada opposta invece scendeva in Evola e raggiungeva Montaione e quindi Firenze; un’altra via portava a San Gimignano e quindi a Siena; infine il prolungamento di quest’ultima passava per Tonda e raggiungeva San Miniato.
Quindi un importante incrocio di percorsi che conducevano alle località più importanti di questa zona nel Medio Evo.

Forse Vivaldo Stricchi scelse questo luogo perché ricco di castagni e di sorgenti (a prova vale ricordare che poco più di cento anni fa dalle sorgenti di questa zona fu emunta acqua per gli acquedotti di Montaione, Gambassi e Castelfiorentino), e qui si poteva sopravvivere col “pan di legno e vin di nuvoli!”. Oltre l’acqua e le castagne poteva anche trovare altri frutti di bosco come le more, le corbezzole e le mele selvatiche. Ma queste condizioni, o simili, poteva trovarle, ad esempio, anche sul Poggio del Comune presso San Gimignano.
Oppure Vivaldo venne qua perché sulla strada per Tonda vivevano vari eremiti, alcuni dei quali erano i cosiddetti Fratres de cruce de Normandia; e la toponomastica ci ricorda che qui si trovavano, e si trovano: il Nome di Gesù, una pietra con l’incisione di tre croci sul Calvario, il Poggio della Madonna e il Poggio Romiti. Ma anche questa ipotesi non regge, o quanto meno non appare sufficiente, perché questi eremiti erano piuttosto girovaghi e attivi, tanto che c’è chi dice che addirittura lavorassero il vetro, con la silice che si trova sul posto, e non mancava certamente la legna da ardere nelle fornaci. Ma il pacifico amante della preghiera in solitudine, Vivaldo, non poteva coabitare con gli eremiti della Croce di Normandia, che, fra l’altro, non risulta essere stato interessato alla fabbricazione del vetro.
Sempre analizzando la zona nella seconda metà del Duecento e inizi del Trecento, vediamo che a un chilometro di distanza sulla strada per San Gimignano si trovava l’ospedaletto o lazzeretto di San Leonardo, storicamente provato come Spedaletto di San Leonardo in Bosco di Camporena, fatto costruire agli inizi del 1200 dai signori di Montignoso e della Pietra per ospitare i viandanti poveri e i pellegrini.
Come tanti altri in Toscana, lo Spedale di San Leonardo fu da Cosimo I de’ Medici inglobato nello Spedale del Bigallo nel 1560, infine il Bigallo nel 1779 lo soppresse e le entrate passarono allo Spedale degli Innocenti di Firenze e di Santa Fina di San Gimignano. Lo spedale aveva anche un oratorio dedicato, appunto, a San Leonardo che, trasformato in capanna, destino di tanti luoghi sacri sparsi nelle campagne, ha resistito fino all’ultima guerra, quando, danneggiato dalle cannonate, fu raso al suolo: vennero allora alla luce anche molti scheletri, perché in antico vi era anche un cimitero (naturalmente!); e qui ci viene in mente che era un lazzeretto più che uno spedaletto.
Inoltre la toponomastica ci dice che proprio a poche centinaia di metri dall’attuale San Vivaldo si trova la casa colonica Bosco Lazzeroni, e sembra (la tradizione popolare è arrivata fino ai giorni nostri) che Bosco Lazzeroni si chiamasse così perché c’era un lazzeretto degli appestati, Casa Lazzeroni perché ci vivevano i lazzeroni dello spedaletto. La casa, forse, non ebbe fama, ma ‘nomea’, e rimase anche storicamente nascosta. Tuttavia per la gente, per i contadini dei pressi, essa era un lazzeretto, e questo marchio sancito e perpetuato fino ai giorni nostri, l’ho sentito anche nelle interviste che ho fatto personalmente.

1955 ca. I frati hanno fatto fare una statua di gesso del beato che ora si trova sotto l’altare del Presepe. È il giorno della “inaugurazione".
1955 ca. I frati hanno fatto fare una statua di gesso del beato che ora si trova sotto l’altare del Presepe. È il giorno della “inaugurazione”.

Un mio amico che abitava al Sapito, mi conferma ancora oggi che di generazione in generazione si sono tramandati questa diceria. Lui ricorda di essere stato a Bosco Lazzeroni e di essere rimasto meravigliato che al primo piano ci fossero due grossi stanzoni.
Ancora ipotizzando, non è che Vivaldo Stricchi, dopo l’esperienza nel lebbrosario di Cellole, dove aveva assistito il maestro, non sia venuto in questo crocevia, a due passi dal Lazzeretto di Bosco Lazzeroni e poco più distante dall’ospedaletto di San Leonardo, e abbia voluto continuare concretamente, oltre che con la preghiera, ad aiutare i malati e i bisognosi?
E poi: in questa zona vivevano altri eremiti, e qualcuno vi sarà anche deceduto. Tuttavia i Montaionesi non sono corsi a prenderlo per seppellirlo in chiesa e farlo santo subito, ma hanno fatto questo solo per Vivaldo.
Il comportamento dei Montaionesi si spiega solo se si ritiene che quel particolare eremita fosse ben conosciuto; e mi immagino il cacciatore che nella piazza del castello di Montaione davanti alla chiesa di S. Bartolomeo, arrivava annunciando: Quel bravuomo che assiste i lebbrosi da vent’anni a Bosco Tondo nella selva di Camporena, è morto!
Tutto si spiegherebbe: questo eremita morto nel cavo di un vecchio castagno fu sepolto sotto l’Altar Maggiore della chiesa principale e proclamato, coram populo, San Vivaldo! E la campane suonarono!

Un 25 Aprile 2020 da ricordare

Credo che l’ avere avuto un padre che fu deportato nella Germania nazista nel settembre 1943, e che ebbe la fortuna di tornare alla sua famiglia, abbia determinato in me il venire a sapere quali furono le condizioni di tanti italiani di quel periodo, ancor prima di leggere la storia moderna d’Italia sui libri di scuola. Il 25 aprile  per quest’ anno è una ricorrenza del tutto particolare per due motivi, entrambi dovuti alla pandemia che stiamo vivendo. Primo, per il modo in cui si celebra, diciamo così in modo virtuale o in modalità di distanziamento sociale. Secondo, più importante, la pandemia in Italia ha colpito soprattutto una determinata fascia di età della popolazione, così da portarci via molti di quegli anziani che 75/80 anni fa, nel pieno della loro giovinezza, hanno avuto l’esperienza di quegli anni bui. Se n’è andata via, tutta d’un colpo, una memoria di valore immenso, che nessun libro di scuola della storia può sostituire al pari,  perchè leggere non è la stessa cosa che sentirsi raccontare da chi ha patito fame, da chi ha subito bastonate, da chi ha avuto sulla propria persona ogni tipo di sopruso. (n.d.r.) 

Pubblichiamo il documento dell’ANPI di Montaione, rivolto quest’anno in modo particolare ai giovani che, purtroppo, oramai, difficilmente avranno la possibilità di sentire raccontare esperienze dirette di quel periodo. A noi il compito di far sapere loro quali sono state le basi per cui oggi godiamo di un lungo periodo di pace. Ma niente è scontato se non ne abbiamo cura ogni giorno.

Un grazie particolare a Paola Rossetti che ci ha trasmesso il documento.

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Il Toscanario

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mediastróne, s.m.: presunto guaritore, ma deriva chiaramente da medicastrone con dileguo della -c-  e l’aggiunta di due suff. in questo caso senza dubbio peggiorativi al termine “medico”: “–astro–” e  “–one”. Specie di strgone che interpreterebbe le “fatture” o “malìe”; c’era chi ci credeva sia a Fucecchio sia a Massarella, ma indubbiamente ciò rientrava nell’ambito delle superstizioni, che sono senza dubbio da condannare anche in nome della scienza e, più in generale, della verità

meglio, avv. talora usato come agg., preceduto dall’art. determ. e seguito dal nome (come ne “Il meglio vestito”) e perciò col significato di “migliore”, come può avvenire a Fucecchio e, più in generale, nell’Italia “centro-meridionale”; “pur non potendosi considerare un vero e proprio errore in forza del suo radicamento nella tradizione, va riservato al registro colloquiale” (G. Patota), mentre è un errore grave farlo precedere dall’avv. “più” dal momento che è già comparativo (di “bene”) così come lo è nel caso di “migliore”, già comparativo di “buono”: eppure non sono pochi che fanno questi gravi errori nel parlare! Specialmente se si sottintende il verbo “essere”, “meglio”  è usato come agg. nel significato di “preferibile” anche nel caso del proverbio contadino: “Meglio ir pane secco a casa tua che l’arrosto a casa d’altri”, in cui è sottolineato come a casa propria si stia meglio che in casa altrui. Si sottintende “cosa” quando viene detto erroneamente: “E’ la meglio”: è la cosa migliore

melagrano, s.m.tosc. (DISC): melograno (“Punica granatum”), il cui frutto è considerato simbolo d’abbondanza, tanti sono numerosi i semi della melagrana “rivestiti da arilli succosi, rossi, trasparenti”, “parte edule del frutto” a “balausto”, contenuti dentro “loculi” (Devoto-Oli)

mele, s.f.pl.: natiche (per la forma), in tosc. (DISC), ma nella frase volg. “Prende’ per le mele” o, più volg. ancora “per er culo”: burlarsi di qualcuno

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Montaione 20 aprile 1220 -20 aprile 2020

Auguri Montaione.

Sono 800 anni dall’incastellamento di Montaione

Per celebrare questa importante ricorrenza per la nostra comunità, l’amministrazione comunale aveva pensato a varie e interessanti iniziative che purtroppo, data l’emergenza in corso, sono state rimandate.

Fra queste anche la realizzazione di un apposito logo, indicendo un concorso fra gli studenti del 4. anno dell’indirizzo di grafica dell’Istituo Enriques di Castelfiorentino. La giunta comunale ha scelto il logo realizzato dallo studente Francesco Bertini cui vanno tanti complimenti

I 12 fondatori di Montaione – 1220-2020 Il castello di Montaione ha ( almeno!) 800 anni!

Se fino all’anno scorso la data di fondazione del nostro paese era rimasta incerta per mancanza di una sicura documentazione, oggi, un importante ritrovamento ci permette di ricostruire con sufficiente esattezza la nascita del nostro “castello”. Un documento, datato 4 aprile 1220, rinvenuto fortuitamente in una biblioteca di Orvieto dallo storico Bruno Figliuolo illumina l’origine del nostro paese. Non si tratta di un vero e proprio documento di fondazione, ma fotografa il momento in cui i “fondatori” di Montaione promuovono il suo popolamento con la vendita di lotti all’interno della cinta muraria la cui costruzione non è peraltro, come ci dice il documento stesso, ancora ultimata. Sulla collina erano certamente già presenti insediamenti abitativi che adesso si decide di difendere con una cinta muraria ed organizzarne in comunità i residenti. Si può dunque ragionevolmente supporre che le origini di Montaione, come castello di “seconda generazione” debba risalire a pochi anni prima, non oltre il primo decennio del 1200. Ma chi sono i fondatori e perché decidono la costruzione di questo, per l’epoca, grande castello? Sono 12 notabili della zona, possidenti, già noti per incarichi pubblici nei vicini liberi comuni, l’elite economico-sociale potremmo dire, che intendono, con questa fondazione, tutelare la loro autonomia insidiata dal potente Vescovo di Volterra. La loro decisione è sollecitata anche dalla presenza, del già costituito castello di Gambassi, in orbita volterrana e dal passaggio, sotto la medesima tutela, nel 1183, del castello, vicinissimo, di Figline. Sono sostenuti in questa loro ardita decisione dal comune di S.Miniato cui infatti resteranno legati fino alla definitiva sottomissione, nel 1369, a Firenze e, amministrativamente, anche oltre. S.Miniato vedeva infatti con favore il sorgere, sui suoi confini meridionali, di un castello, importante baluardo a difesa delle mire espansionistiche dell’invasiva e potente Volterra.

Di questi 12 uomini, nostri predecessori, che potremmo considerare, non senza un velo di commozione, i padri dei nostri ordinamenti democratici, si conoscono anche i nomi: Gentile fu Paltonieri, Angelerio fu Bernardino, Bonaccorso fu Novellone,Orlandino e Bernardo di Barone,Guglielmo Spada, Buonaccorso fu Benno, Arnaldo, Tancredi, Boldrone, Ugolino fu Martino, Giacomo fu Bulgarino, A tutela e garanzia di un futuro ordinato e civilmente corretto del castello si danno, da subito, una organizzazione comunale; due di essi sono infatti nominati “consoli”garanti appunto e controllori di tutta la collettività.

I castelli

La definizione di castello è: residenza fortificata. Ma castello può indicare due tipologie abitative. Ci sono i castelli per antonomasia, quelli sorti prima o intorno all’anno 1000, fortezze turrite, abitate da un signore, feudatario o vassallo dell’imperatore; sono i castelli cosiddetti di “prima generazione”.

Tutto attorno a queste dimore signorili fortificate nacquero poi raggruppamenti di casupole di lavoratori e dipendenti della famiglia gentilizia che vennero a loro volta cinte da mura allargando così il perimetro della zona protetta.

Ci sono poi i castelli cosiddetti di “seconda generazione” che cominciano a sorgere dopo il 1100. Sono, questi, più propriamente, villaggi fortificati, sorti, non per volontà di un potente signore, ma, potremmo dire “dal basso”, voluti dai residenti che, liberatisi dal predominio dei feudatari, si organizzano e si difendono anche con la costruzione di agglomerati urbani fortificati e cinti da mura. E’ appunto il caso di Montaione. Si riconoscono perché l’andamento delle vie è longitudinale e non a cerchi concentrici e per l’assenza, al loro interno, di un palazzo o mastio che domina invece nei castelli di più antica fondazione. Sempre presente, significativamente, invece il palazzo pretorio, sede degli organismi comunali. Quindi quando si dice “castello di Montaione” si intende tutto il paese, cinto da mura; non c’ è da ricercare un castello-fortezza al suo interno.

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mattugio, agg.tosc.: “di volatile, caratterizzato da dimensioni molto piccole”: De Mauro, secondo il quale deriva da “matto” col suff. tosc. “-ugio” dal valore diminutivo. Infatti viene detto della “passera mattugia”, appunto, dalle dimensioni proprio piccole

mècchera, s.f.: “merda” (M. Catastini), che non è certo un termine più raffinato per quanto derivi direttamente  dal latino “merda(m)” e perciò sia in questo termine una parola “dotta”. La prima voce è ormai in disuso, per quanto un soprannome nel passato ne sia probabilmente derivato a Fucecchio: Mècchere.

meccia, s.f.: “sterco bovino” espanso “a terra” (M. Catastini) e, se tale nome è seguto da un punto esclamativo, significa fiasco nel senso, detto con disappunto, di Ohi! è andata male! Il termine volgare meccia significa anche escremento umano, ma è certamente più volgare “merda”, nonostante abbia lo stesso significato.

mecco, s.m. volg.: escremento umano di forma piuttosto conica: la volgarità si commenta da sola anche sul piano linguistico pure perché il termine viene rivolto in modo offensivo, se non per scherzo di cattivo gusto, anche a un essere umano forse anche per il collegamento delle lettere con “micco” nel senso di “babbeo”, ma è stato in tempi più recenti sostituito dal termine volg. “stronzo” (in fucecchiese un tempo poteva essere detto anche “strónzolo”), che vorrebbe dire “escremento solido di forma cilindrica”. Però in senso figurato è passato a indicare (e ne comprendiamo bene il motivo) “spregevole” secondo il De Mauro.

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