La “riscoperta” della cupola di San Regolo

La cupola della nostra chiesa parrocchiale si presenta oggi come doveva apparire, nuova e luminosa nel 1635 quando, grazie al finanziamento di Scipione Ammirato il Giovane, la chiesa venne quasi interamente ricostruita. E, anche oggi, è grazie al generoso lascito di una nostra parrocchiana, Sara Scali, che si è reso possibile il rifacimento di questa importante struttura. Era infatti dall’immediato dopoguerra che, per gravi danneggiamenti subiti col passaggio del fronte, la cupola, anzichè restaurata, era stata protetta da un paramento a mattoni che l’aveva nascosta alla demolendone anche la lanterna.

Determinante l’impegno del nostro parroco don Luigi Campinoti e di tutto il Consiglio degli affari Economici cui vanno i nostri ringraziamenti.

(Fonte, Vita di Comunità del 25/8/2019) – Foto:  montaione.net

Salvestrini: I condannati a morte

I condannati a morte.
Attanagliato, decollato, strangolato, squartato, impiccato, strascinato, propagginato, arso……

di Rino Salvestrini (rino.salvestrini@montaione.net)

 

I giustiziati nella città di Firenze dal 1356 fino all’abolizione della pena di morte, assistiti dai Fratelli della Compagnia dei “Battuti di Santa Maria della Croce al Tempio”, o dei Neri.

 
Il fascicolo è registrato all’Archivio Storico di Stato di Firenze come: “Registro dei condannati a morte violenta nella città di Firenze, assistiti dai fratelli della compagnia dei Neri” ed è datato 1747.
Sulla costola è conservata la scritta: MORTI PER MAN[O] DELLA GIUSTI[Z]IA e si nota un adesivo di una segnatura illeggibile solita su documenti inventariati, cosa che non era nell’archivio Geddes da Filicaia di Montaione.
Il reperto è anonimo e anche la data è soltanto quella dell’ultima registrazione di pena capitale. Se dopo il 1747 non ci furono altre esecuzioni, si deve al fatto che il nostro anonimo sia passato a miglior vita ed altri hanno ignorato la sua ricerca storica (da controllare se ci sono state altre condanne dopo), oppure che per quasi 40 anni a Firenze non ci siano state altre condanne a morte e che, di fatto, l’abolizione della pena di morte era nell’aria e il provvedimento granducale del 1786 fu un atto burocratico dovuto.
Questo registro si è conservato nell’archivio “Geddes da Filicaia”, nella villa di Pozzolo a Montaione, che nel 2001 è stato acquistato dalla Sovrintendenza Archivistica di Firenze e passato all’Archivio di Stato sempre di Firenze formando il fondo “Filicaia”. Una copia, anzi fotocopia recente, si trova nell’archivio dell’Arciconfraternita della Misericordia di Firenze e non si conoscono altre copie. Il Signor Rodolfo Geddes da Filicaia, morto recentemente, che ho ben conosciuto e che mi aveva permesso di consultare tale archivio quando era a Pozzolo, mi asseriva che era stato un Filicaia a stilare il lungo e conturbante elenco di “vittime della giustizia”. Questo perché, diceva lui, i da Filicaia da tempi immemorabili hanno fatto parte della compagnia dei Neri. Ma quale Filicaia? Poiché il documento si trovava a Pozzolo, doveva essere certamente uno del terzo ceppo e, vista la datazione ultima e lo stile dello scrivere settecentesco, potremmo azzardare qualche nome vedendo l’albero genealogico chi al tempo, metà Settecento, di quelli di Figline aveva una certa età.
Il nostro anonimo autore commette vari errori, cosa tutt’altro che insolita negli elenchi, e l’impressione che se ne può trarre è quella che non si tratta di una copia da un altro registro, ma sia
stato fatto mentre faceva le ricerche sui documenti e poi annotava i nomi. La ricerca non è stata fatta, come diceva il Geddes Rodolfo, da tante mani, ma in un tempo breve e da una sola persona.

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di Giancarlo Carmignani

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intramà’, v.tr.: tramare rispetto al quale “intramà’ ” mi sembra certo più espressivo, come tante altre voci popolari

intramato, agg.: individuo che si è intromesso in cose altrui e certo non in senso positivo, essendo sinonimo di “trama” il termine “intrigo” (DISC). A Fucecchio si è sentito dire anche “entróna” in riferimento a una ficcanaso, ma pare che il termine sia originario della provincia di Siena o addirittura, per quanto sia espressivo, potrebbe essere un termine isolato

intramestone, s.m.: confusionario, individuo che si dà da fare in modo sospetto. Deriva dal v. pis. “intramestare”, da noi usato volgarmente nella forma tronca e che significa “tramestare” (v. tosc. anche secondo il DISC), cioè “confondere mescolando”: DEI, secondo cui è usato anche da Franco Sacchetti

intrampalà’, v.intr.anche pis. come “intrampolà’ ”(B. Gianetti), di cui è forse una var. per assimilazione: intrampolare, cioè “inciampare, perdere l’equilibrio”, un po’ “come quando si cammina sui trampoli”, vocabolo quest’ultimo derivato dall’antico tedesco “trampeln” = “muoversi  procedendo pesantemente” (DEI)

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di Giancarlo Carmignani

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interdetto, agg. spesso preceduto da “un po’ ”: in precarie condizioni di salute

interessoso, agg.: troppo interessato al denaro oppure alla “roba” di verghiana memoria. Deriva da latino “interesse” = “essere in mezzo, importare” (DISC) ed è attestato anche in letteratura nel ‘500 (DEI), ma ormai si può usare solo nell’ambito vernacolare

intisiì’, v. tr. quando “intisichire”  significa “render tisico”, intr. quando significa “diventar tisico”

intonchito, agg.: “infestato dalle larve dei tonchi”, che guastano i “semi delle Leguminose” (DISC), in it. “intonchiato”, cioè “roso dal tonchio” (DEI)

intonfito, agg.: “intorpidito” (M. Catastini), ma la voce è caduta in disuso

intrafinefatta, avv. tosc.(usato anche da L. Briganti nel n°12 de “Le Torri”): “subito”: De Mauro, secondo il quale è attestato già prima del 1580 e deriva da “intra-” = “dentro” o “tra” (a sua volta dal lat. “intra”), “fine” e il femm. di “fatto”, ma, a mio parere, è una voce non più usata

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Salvestrini: Villa Maffei a Villamagna (Volterra)

Villa Maffei, a Villamagna (Volterra)

di Rino Salvestrini (rino.salvestrini@montaione.net)

Nel secondo Millennio, dai signori rurali alle famiglie nobili e poi le magnatizie o soltanto comunque ricche, al tempo dei Comuni, del Rinascimento e giù fino al Settecento e all’Ottocento, nelle città toscane e intorno a queste, sono state costruite molte ville e case signorili sui colli, a scopo di difesa, di controllo dei possedimenti, di simbolo di potere, o solo per trascorrerci i mesi caldi della stagione estiva alternando la vita del palazzo di città.
Si trovavano sempre nel centro dei possessi terrieri, con la torre alta simbolo di potere, con i merli eretti in ogni epoca anche quando non c’era da difendersi dai lanci di frecce, con un bel parco, la fontana, la scalinata e gli annessi per le stalle, la servitù, la limonaia, poi con la fattoria e le cantine, i granai e quanto occorreva alla conduzione dei poderi, compresi gli artigiani: il fabbro, il legnaiolo, il maniscalco e quant’altro.
Anche in Valdera e in Val di Cecina, in un anello di colline che circondano Volterra città dall’antica origine etrusca, poi nel fulgore del vescovado, quindi del Comune e dei Signori di ogni epoca, si contavano molte ville, alcune ancora esistenti e più o meno ben conservate, anche se con altri proprietari (neoricchi o enti pubblici) e con altri usi, per lo più turismo e magari centri religiosi o culturali.
Eccone alcune, più o meno imponenti o antiche o ben conservate: Cedri (Alamanni), Capannoli (Baciocchi), Spedaletto (Lorenzo il Magnifico), e ancora Monterufoli, Vicarello, Mazzolla, Pignano, Palagione, Cozzano, Castagno, La Striscia, Ulignano, Montecastello ed altre. Al giorno d’oggi poi, il termine villa ha preso ben altri significati, specialmente con l’agriturismo o il turismo verde o
rurale e campagnolo come lo si voglia definire. Vecchie case coloniche abbandonate con la fuga dalla terra nella seconda metà del Novecento, sono state ristrutturate, esternamente rispettando le caratteristiche esistenti (internamente invece no) e trasformate in residenze per turisti, arricchite da rinnovati parchi, con l’aggiunta del parcheggio, della piscina e del campo da tennis, e cambiando pure il toponimo definendole ville.
Per una breve storia della Villa Maffei ho iniziato con la storia della famiglia che ne è stata l’artefice, soffermandomi poi sul probabile progettista Baldassarre Peruzzi senese ma di origini volterrane; su alcuni artisti che hanno impreziosito la villa nel tempo e vale a dire Salvator Rosa napoletano del Cinquecento e i due ottocentisti Lodovico Gamberucci di Radicofani e Raffaello Soldaini sacerdote pisano.
Naturalmente oltre la imponente villa meritano due parole anche la chiesa annessa e la fattoria sottostante.
Ringrazio Vanna Vannucchi e Lelio Lagorio per il loro aiuto.

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di Giancarlo Carmignani

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inteccherito, agg. tosc.: “rigido” (De Mauro), probabilmente collegato – a mio parere- con l’agg. tosc. “intecchito”: “stecchito”, voce “pis., lucch. e pistoiese” (DEI)

intelito, agg.: irrigidito, risentito perché impermalito, ma noi diciamo, anziché in quest’ultimo modo, “impermalosito”, oltre che “intelito”: termine che deriva da “tela” (quando è particolarmente rigida) col pref. “in-“ che implica l’idea di divenire. Si può parlare anche in questo caso, come per altre voci un tempo diffuse a livello popolare, di una “parola semanticamente ricca”

intènde’, v. per lo più tr.: intendere, mentre è rifl. “intèndèessi”: intendersi. Indic. pres., 1^ pers. pl: “Intendémosi bene!”: intendiamoci bene! Da noi si sente dire col raddoppiamento sintattico espressivo della –d-: “Ma che mi dai addintende’?”: ma cosa credi di darmi ad intendere?

intenditora, s.f.: intenditrice, ma viene fatto di pensare che il termine locale sia stato formato in tal modo per analogia, peraltro scherzosamente o ironicamente, su altre forme simili 

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