Il Toscanario

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di Giancarlo Carmignani

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mana, s.f.: “mano” (M. Catastini), con la “forma analogica”, al posto di “mani”, “le mane”, “usata dal Cellini” (Migliorini, cit. dal DELI), di cui possiamo trovare ancora qualche traccia nel contado. Tuttavia sono entrambe le parole senza alcun dubbio in declino, per quanto possano essere dette talora per scherzo.

Comunque “mana” si può spiegare molto probabilmente perché la desinenza –a era sentita come  caratteristica femminile e si tenga presente che risale addirittura al Trecento (DEI).

Da noi è diffusa l’espressione, che sta a indicare un particolare coraggio: “Prende’ il coraggio a quattro mani”: le mani non sono forse due?

Una locuzione che è diffusa anche in livorn. è: “Esse’ alla mano”: essere disponibile

manata, s.f., ma la loc. “a manate” può significare in grande quantità, oltre che a bòtte 

mancamentato, agg. o s.m.: disabile o meglio, come si dice oggi, diversamente abile, ma può essere detto anche di chi soffre di squilibri psichici

mandà’, v.tr.: mandare, derivato dal lat. “mandare” = “affidare”, a sua volta probabilmente  dall’espress. “(in) man(um) dare”: “dare in mano” (DISC)

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Il prossimo appuntamento con questa rubrica è previsto per il giorno 18 febbraio 2020

 

Salvestrini: Giovanvettorio Soderini

Giovanvettorio Soderini
Agronomo per forza a Cedri

di Rino Salvestrini (rino.salvestrini@montaione.net)

Ricercando, come da tempo mi diletto fare, notizie di storia locale, sono arrivato a Cedri che era un libero Comune, poi associato a Vignale, quindi passato al Comune di Montaione con la riforma leopoldina del 1774 e infine nel 1835 aggregato al Comune di Peccioli come lo è ancora. Così mi sono imbattuto su questo personaggio che non conoscevo, cioè conoscevo il Pier Soderini Gonfaloniere a Vita di Firenze, ma non Giovanvettorio che mi ha incuriosito tanto da cercare sue notizie.

Soderini, come vedremo, fu agronomo per forza e si può annoverare fra i grandi studiosi dell’agricoltura, della campagna, della natura che nella zona fra l’Elsa e l’Era hanno operato, basti pensare a Cosimo Ridolfi, Agostino Testaferrata, Francesco Chiarenti, Giuseppe Beccari e Giovan Battista Landeschi.
Questo Giovavettorio mi è rimasto simpatico non solo per il suo nome insolito, ma per il fatto che, cittadino, fu confinato sui nostri colli dall’autorità corrotta e dispotica del tempo, insomma dai Medici, si innamorò delle piante, degli animali, della coltivazione della terra, tanto da scrivere cose che ebbero grande apprezzamento al suo tempo e lo hanno anche oggi a oltre quattrocento anni di distanza. Le sue opere furono e sono stimate per i contenuti agronomici, ma anche linguistici secondo l’Accademia della
Crusca.

Ho cercato i libri del Soderini, con i mezzi di oggi, ho fatto le fotocopie, o i CD con lo scanner o le foto con la macchina digitale: ne è venuta una serie di volumi facilmente consultabili nelle biblioteche comunali di Montaione e Peccioli, cioè dei due Comuni più interessati a questo straordinario personaggio di circa mezzo millennio fa, ma ancora oggi così d’attualità. Naturalmente questi libri sono anche su CD, tenendo conto che i computer ormai stanno entrando in tutte le case.
Poi ha cercato di scrivere un libro su Giovanvettorio e sono nate queste pagine facili come sono solito fare io perché sono un maestro elementare. Dopo le notizie della famiglia Soderini, ho cercato di analizzare brevemente il suo tempo e i personaggi che possono farci capire con chi aveva a che fare questo amante della
natura per forza. Infine ho cercato di dare un accenno delle sue opere con breve sunto e riportando qualche pagina nei punti che ho ritenuto più significativi.
Lo scopo è quello di far conoscere questo personaggio, non tanto agli storici patentati, ma ad un pubblico più vasto specialmente in questa zona dove visse, scrisse e morì.

In aggiunta si trova anche la riproduzione di un fascicolo di Antonio Targioni Tozzetti sulla fonte purgativa di Ceddri, un tempo famosa.

Cinema. Richard Jewell

Cari amici,

Il grande Clint Eastwood con “RICHARD JEWELL” non finisce mai di sorprenderci per affrontare il modo in cui, soprattutto negli Stati Uniti, un essere umano viene issato sull’altare e poi gettato nella polvere sulla base dello storytelling che gli viene costruito intorno.

VI ASPETTIAMO! BUONE VISIONI !

L’ANGELO AZZURRO

 

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di Giancarlo Carmignani

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malintesa, s.f.: “cattiva intesa”, secondo il DEI calco del fr. “malentente”, ma è meglio definirla mancanza d’intesa, discordia, un po’ come quando, anche per indicare una gran confusione, se una cosa non ha né capo né coda: “Ma che è la veglia di Beo?”, in cui, vien fatto di pensare, mancava appunto l’intesa, per quanto probabilmente Beo sia un personaggio immaginario, troppo sensibile alle bevute e perciò d’umore troppo variabile ovvero umorale specialmente “in senso negativo”, come afferma giustamente il De Mauro

mallegato, s.m. (voce attestata già ‘700): “insaccato fatto con sangue di suino, pezzetti di carne grassa e uva passa” (M. Catastini). Si chiama così perché deriva da “male” e “legato”, non essendo “legato fisso” a differenza del salame: DEI, che la considera voce “toscana ed umbra”.

Si tenga presente ciò che disse un paesano che un tempo faceva all’amore in campagna:

“Dopo finito mallegato e strutto, finì l’amor quando finì il prosciutto” (F. Melani): terminato lo sfruttamento del mangiare (il sanguinaccio, lo strutto e il prosciutto) in casa del presunto suocero, è cessata anche la relazione amorosa

mamai (a), loc.avv., poiché tale espressione vernacolare deriva dalla ripetizione dell’avv. “mai” preceduta dalla prep. sempl. “a”, col significato “ma do’(dove) vai? a in un posto così lontano?, come per dire “ma che ci vai a fare?” 

mambrucco, s.m.: persona brutta o comunque che un individuo intendeva offendere nel senso di “babbeo”, quando non veniva detta bonariamente fra amici studenti qualche tempo fa a causa del suono della parola, usata nel romanesco col significato di “carrettone a grandi ruote” e derivata dal “nome della ditta assuntrice di trasporti, Marbrook” (DEI). Si tratta quindi di una parola non originaria di Fucecchio, bensì importata forse tramite il lucchese “mambrucca”, che ha lo stesso significato del romanesco “mambrucco” visto sopra (DEI). Infatti alla parola lucchese considerata corrisponde quella da me vista al Museo del lavoro e delle tradizioni popolari della Versilia Storica nella Villa medicea di Serravezza (Lucca): “membrucca”: “carro per lastrame”, cioè per il trasporto di lastre di marmo dele Alpi Apuane, o, meglio, dell’Alta Versilia: carro di aspetto non certo piacevole e perciò si spiega il significato assunto molto più recentemente dal nostro lemma nel linguaggio giovanile di una volta. Difatti mambrucco significa anche “villano” (D.Durante-G.F.Turato)

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