Il Toscanario

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di Giancarlo Carmignani

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dóppo, prep. o avv.: dópo. Forma toscana, proprio anche del pis., del livorn., del pist., del lucch. e del montalcinese, in cui il raddoppiamento di –p- si spiega per analogia di “appo” trattandosi di una forma  antica, dal momento che risale al Trecento (DEI), ma oggi si riscontra solo nel contado o, per scherzo, anche altrove. Da notare che si trova pure nel romanesco di Trilussa, insomma anche nella letteratura popolare

dórco, agg.: dolce (ma alla lettera “dolco”: M. P. Bini), in riferimento al clima, ma si tratta di un agg. ormai venuto meno nel medio valdarno, a differenza di “dorce” alla pisana, oltre che alla livornese

dorcura, s.f.: temperatura mite, termine derivato da un agg. (“dolce”) con un trattamento alla pis. (la –r- al posto di –l-) + suff. “ura”, che “conferisce valore collettivo” e in origine “suff. formante astratti” (DISC), ma in pis. veniva detta “dorciura”

dormitore, s.m.: dormiglione, parola che ha sostituito “dormitore”, attestato nel Duecento (DEI), ma venuta meno appunto, a parte nel vernacolo nell’ambito familiare e nell’uso scherzoso: considerazione che vale ancora di più per il termine “dormitora” non attestato neppure in letteratura

doventà’, v. copulativo tosc.: diventare, rispetto al quale “doventare” (che esisteva già nel Quattrocento: DEI) è una variante toscana “con labializzazione della voc. protonica davanti alla fricativa sonora labiodentale /v/”(DISC)

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Il prossimo appuntamento con questa rubrica è previsto per il giorno 13 marzo 2018 

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