Il Toscanario

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di Giancarlo Carmignani

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méstolo, s.m.: “grossa mestola per cucina a forma di semicerchio” come nel Pisano, si desume da C. Giani

 

metìdio, s.m.: “cervello, giudizio”; voce pis., ma viva più in generale nel toscano almeno un tempo e nella var. “mitìdio”, attestata sin dal ‘300 e derivata dal gr. “metis, metìdos” = “senno”, tramite l’ipotetico dimin. “metìdion” forse mediante “una tradizione dotta medioevale” (DEI)

 

mètte’, v.tr.: méttere. Indic. pres., 3^ pers. pl. “Mèttano”: méttono. Pass. rem., 1^ pers. sing. “méssi”: misi, così come alla terza pers. sing. “messe” : mise e alla 3^ pers. pl. “messero” : misero, ma tutte queste voci più che altro nel contado e in decadenza, a differenza della pronuncia aperta della prima –e–, errata per la provenienza della parola dal v. lat.  “mittere”, passato dal significato di “mandare” a quello di “mettere”, come dimostrano le parole del Vangelo di Luca, V,37 secondo la “Volgata” : “et nemo mittit vinum novum in utres veteres” riferite dal DELI: “E nessuno mette  vino nuovo in otri vecchi”.

Quanto alla simpatica espressione “Mette’ le trombe”, significa “spargere una notizia ai quattro venti, annunciandola in modo clamoroso”, come afferma il DISC in riferimento alle equivalenti espressioni “Dare fiato alle trombe” e “suonare le trombe”.

Il proverbio “Leva e ‘un mètti fa la spia”: se levi denaro e non lo métti da parte o, meglio, se uno spende e non guadagna, ciò rivela le reali condizioni economiche di una persona.

Inoltre lo stesso verbo assume un significato particolare, per es., nella frase “Fu messo da Canidino”: fu collocato al lavoro da Canidino, nome un tempo abbastanza diffuso a Fucecchio o almeno tipico un tempo della nostra città derivando dal nome del suo patrono: S. Candido, con dileguo della  -d– e il suff. dimin. –ino. Si può inoltre sentire usare ancora l’espress. “Mettessi all’anima” anche nel senso di mangiare in modo smodato o. come si dice anche in italiano, per quanto sia di “basso uso” (De Mauro), “a strippapelle” (M. Catastini).

Viene sottinteso “nella pentola” quando si chiede: “L’ha’ (li hai) messi i fagioli?”, mentre non si usa più invece dire: “Mette’ ir fòo a letto”: mettere lo scaldino nel letto, appunto mediante lo scaldaletto o “trabiccolo”, altrove detto “prete”: ormai è da tempo che anche la camera è riscaldata ben diversamente!

Molto meno chiaro è il motivo per cui viene detto: “Mettessi in cinque e quattro”: rivestirsi per bene. Ipotizzo comunque che possa derivare dal fatto che il nove (cinque più quattro) era considerato un numero perfetto in quanto multiplo del tre, numero della Trinità (si pensi a certe suddivisioni dela Commedia dantesca).

Si tratta comunque di una espressione usata ancora a differenza di “mettessi in imperi” (“vestirsi a festa”: M. Catastini), essendo stata sostituita da quella sinonimica, anzi ancora più intensa ed espressiva “mettessi in ghingheri” e si trovava anche in P. Fanfani “mettersi sotto” (a noi peraltro nel contesto della conversazione capita di dire in linguaggio non sorvegliato, come abbiamo visto, “mettessi” prima di usare tale avverbio): attendere “di proposito” e con grande impegno, per es., “a studiare”.

Non mi risultano più usate le espressioni “Mettessi per orzo” (mettersi “di fianco”) e “mettessi di pruga” (“mettersi di traverso”) ancora sostanzialmente presenti in M. Catastini e probabilmente d’origine marinaresca al posto, rispettivamente, di “orza”, (s.f. derivato da “orzare”, verbo che sarebbe presente nell’Ariosto nel senso di “avvicinare la nave alla direzione del vento”), e di “pòggia”, che sarebbe il suo opposto secondo il DEI.

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Presentazione del 4/2/2015,  https://www.montaione.net/il-toscanario/

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Il prossimo appuntamento con questa rubrica è previsto per il giorno 2 giugno 2020

 

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