La pizzata da Vivaldo

Una iniziativa per aiutare i frati al restauro del convento…mangiando un’ottima pizza cucinata nel forno del 1500. Un’incredibile serata da stare insieme. Prossimo appuntamento il sabato 23 marzo ore 19.30. Gradita la prenotazione ai seguenti recapiti

Frà Stefano 349 18 111 81 – Valter 338 412 0991 – Laura 339 862 4033

Il Santuario di San Vivaldo – Foto liberamente tratta da AgriturismoColleVerde.com

Cinema. Green book

Arriva l’OSCAR per il miglior film.  New York City, 1962. Tony Vallelonga, detto Tony Lip, fa il buttafuori al Copacabana, ma il locale deve chiudere per due mesi a causa dei lavori di ristrutturazione. Tony ha moglie e due figli, e deve trovare il modo di sbarcare il lunario per quei due mesi. L’occasione buona si presenta nella forma del dottor Donald Shirley, un musicista che sta per partire per un tour di concerti con il suo trio attraverso gli Stati del Sud, dall’Iowa al Mississipi. Peccato che Shirley sia afroamericano, in un’epoca in cui la pelle nera non era benvenuta, soprattutto nel Sud degli Stati Uniti. E che Tony, italoamericano cresciuto con l’idea che i neri siano animali, abbia sviluppato verso di loro una buona dose di razzismo.

Green Book è basato sulla storia vera di Shirley, un virtuoso della musica classica, e del suo autista temporaneo nel loro viaggio attraverso il pregiudizio razziale e le reciproche differenze.

Vi aspettiamo. BUONE  VISIONI!

L’Angelo Azzurro    

Il Toscanario

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di Giancarlo Carmignani

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gorà’, v. tr.: gorare, verbo scomparso, ma attestato a Fucecchio nel 1859 secondo M. Masani col significato di “disprezzare”

gorata, s.f.: “Traccia di una macchia che permane dopo la smacchiatura” come la gora, di cui il DISC dà la definizione sopra espressa, ma in questo caso il suff. “- ata” finisce per dare il senso di una maggiore estensione. Invece non figura nel nostro vernacolo “gorata” nel senso di “gugliata di filo” come nei dialetti lucchese, pisano e còrso secondo il DEI

górpe, s.f.: volpe, di cui costituisce una variante simpatica perché espressiva, anche grazie al rotacismo, né meraviglia lo scambio tra la v- e la g-, non proprio raro un tempo in Toscana. In senso traslato significa persona furba: la furberia è infatti considerata una caratteristica della volpe anche senza bisogno di riferirsi a Esòpo e a Fedro. L’idea dell’astuzia è ancora più accentuata se in fondo viene messo il suff. “ –one”: “gorpone”, che significa peraltro anche persona che imbroglia; del resto tale suff. originariamente può indicare anche abitudini “negative” d’una persona, come ha messo in evidenza il DISC, il quale giustamente, in riferimento a “gorpe”, ne parla come variante tosc. volg. con “velarizzazione del suono fricativo labiodentale sonoro /v/” davanti a vocale “velare”: considerazione che vale anche in riferimento al derivato nostrano “gorponi”: con l’andatura furbesca della volpe.

gòrro, s.m.: “nassa di vimini”, ma anche “rete fitta per piccoli pesci (proibita in Toscana nel 1632)”: DEI. Quanto al “gorro astracico” del Padule di Fucecchio, è stato definito “un enorme bertovello”, mentre le anguille erano caturate con le nasse.

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Presentazione del 4/2/2015,  https://www.montaione.net/il-toscanario/

Tutti gli articoli on line,  https://www.montaione.net/category/toscanario/

Il prossimo appuntamento con questa rubrica è previsto per il giorno 26 marzo 2019 

Il Toscanario

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di Giancarlo Carmignani

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goduria, s.f.: “godimento”; voce toscana, col suff. “–uria” per anologia con “belluria” e con “lussuria”, si deduce dal DEI e osserva il DISC che tale suffisso conferisce “valore perlopiù spregiativo a sostantivi derivanti da aggettivi e da nomi”, ma a me non sembra certo che goduria sia detto in senso spregiativo, bensì con un senso di compiacenza talora lussuriosa

gòfo, s.m.: “buca piena d’acqua”, voce pisana, secondo il DEI (secondo il quale sarebbe probabilmente un “relitto del sostrato etrusco”), ma almeno da noi in disuso

gómbito, s.m.: “gomito” (M. Catastini), con epentesi della seconda –b-: voce usata almeno un tempo specialmente in campagna, viene fatto di pensare. È attestato dal Trecento (DEI, secondo il quale corrisponde al cortonese “gómbeto”) ed è noto che in campagna c’è la tendenza a conservare i vocaboli antichi più che in città, dove le novità sono introdotte più facilmente per ovvi motivi

gombriglio, s.m.: “mucchio informe di cose” (M. Catastini), ma è un termine in disuso, nonostante il suff. “-iglio” possa conferire davvero un “valore collettivo” al sostantivo che lo precede, forse collegato all’ant. franc. “combre” = “sbarramento di un fiume”, donde “ingombrare”, penso di poter dedurre dal De Mauro

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Il prossimo appuntamento con questa rubrica è previsto per il giorno 19 marzo 2019