Il Toscanario

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di Giancarlo Carmignani

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ciarpa, s.f. tosc.: sciarpa, con eliminazione  della s- iniziale probabilmente per semplificare: è infatti da tener presente che la semplificazione è cara al popolo anche sul piano linguistico pure per un motivo di praticità.

ci’arùllo, s.m.: persona che ci vede molto poco, quasi cieca; infatti deriva da “cicarullo” e questo da “ciecarullo”, a sua volta dal lat. “caecu(m)” = “cieco” + infisso -r – + dimin. “– ullo”, derivato dal lat. “-ullus”  e questo da “-urulus”, possiamo desumere dal Rohlfs

cibrèo, s.m.: “antico piatto toscano a base di rigaglie di pollo”: termine un tempo usato anche a Fucecchio, ma attualmente in particolare nell’area fiorentina; forse deriva per accorciamento aferetico da un lat. ipotetico “zingibereu(m)” = “di żénżero”, “per indicare un intingolo condito con questa droga” (DEI)

cicche, s.f. pl.: mozziconi di sigarette che erano trillati, cioè rigirati fra le mani, per formare altre sigarette, triste usanza praticata prima e subito dopo il secondo conflitto mondiale anche per la povertà della gente

ciccia, s.f.: carne, (specialmente nel linguaggio infantile e familiare), come nei proverbi contadini “La meglio ciccia è ‘ntorno all’osso”, cioè la migliore carne è quella situata intorno alle ossa, e “Chi non mangia ciccia, non festeggia”, essendo un tempo la carne riservata ai giorni di festa

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Il prossimo appuntamento con questa rubrica è previsto per il giorno 30 maggio 2017 

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