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cane, s.m. con un significato particolare nell’espressione “Lavorà’ come un cane”: lavorare in modo disumano e perciò da intendere ovviamente in senso  metaforico e non alla lettera perché i cani non è che lavorino, a parte certi compiti che vengono loro assegnati o a cui vengono addestrati

canfino, s.m.: “petrolio per lume” (M. Catastini), termine dialettale, fra l’altro, pisano e lucchese (DEI) da tempo scomparso dalle nostre parti

cannaiola grossa, s.f. seguito da un agg. in riferimento alle dimensioni rispetto alla cannaiola, a Fucecchio chiamata anche “sparacannelle” (Giglioli): cannareccione (“Acrocephalus arundinaceus”), termine che Romanelli definisce “tipicamente toscano” e che pare che sia più diffuso anche dalle parti del medio Valdarno

cannéggiola, s.f.: cannuccia palustre (“Phragmites communis” o “Arundo phragmites”), abbondante nelle aree  padulose toscane. C’è almeno a Massarella chi la chiama anche “Cannella”

cantà’, v.tr. e intr.: cantare. Modo di dire: “Cantà a tutta vàrvola” , cantare a tutta valvola ovvero “a tutta birra”: cantare a squarciagola

canterale, s.m.: cassettone, voce anche pisana secondo il DEI e il Gianetti

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cananèo, s.m.: oltre all’eventuale riferimento alla storia ebraica, si potrebbe trattare di un eufemismo al posto di cane, come si può desumere dall’offesa “Figlio d’un” o “Pezzo d’cananèo!”, certamente meno offensiva  rispetto ai volgarissimi “Figlio d’un cane!” o al livornese “Nato di ‘ane!” oppure “Nato da ‘n cane!”

cancello, s.m. usato in senso metaforico nel proverbio “Cancello traditore s’apre a tutte l’ore”: dobbiamo “disporci al peggio” (M. Catastini) nel senso che il male (o l’insidia) è sempre in agguato e perciò dobbiamo esser pronti ad affrontarlo quando purtroppo verrà

cancherino, toponimo scomparso presso Ponte a Cappiano e l’argine del Padule (A.S.F., Scrittoio delle Regie Possessioni, Filza 815, 14 novembre 1649). Non è affatto gradevole questo toponimo,  dal momento che come nome comune cancherino è un diminutivo di “canchero”: cancro, parola quasi innominabile secondo certe persone per la pericolosità del tumore maligno, definito infatti spesso “malaccio”. Nota Malagoli che in “canchero” vi è un’epentesi popolare

candelòra, s.f.: festa della “purificazione della Madonna”. Proverbio: “Per la Candelora se piove o se gragnòla (gràndina), dell’inverno sémo fòra (fuori); se c’è il sole o il solicello, sémo in mèżżo al ‘vèrno (inverno)”. Viene celebrata il 2 febbraio ed è interessante l’etimo riportato dal DISC: dal lat. tardo “(festum)  candel(arum), cioè (festa) delle candele” incrociato con “(festum) (cere)orum”, cioè “(festa) dei ceri”. Infatti allora vengono benedetti i “ceri rituali”

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camiciata, s.f.: grande sudata, tale da far sudare una camicia; voce toscana (DEI e De Mauro)

camiciola, s.f., tosc. quando significa “maglia portata a contetto della pelle”(De Mauro); nella frase “Fare la camiciola”: “accordarsi per far perdere uno a carte”, ma anche “picchiare uno in gruppo” (R. Cardellicchio): significati che ritengo venuti meno, mentre è rimasto quello della stessa frase di fare  “il bidone” a una persona e cioè ingannarla o “venir meno a un impegno” (DISC)

campaccio, s.m.: luogo dov’era scaricata la spazzatura, come può far capire anche il suff. peggior. “– accio –” aggiunto al termine “campo”, derivato dal lat. “campu(m)” = “piana” (DISC)

canaio, s.m.: tosc. nel senso di grande chiasso, “schamazzo”, che forse deriva dal lat. “exclamatio” ( De Mauro), mentre “canaio” deriva dal lat. “canariu(m)”, a sua volta da “canis” = “cane” (DISC): quando più cani abbaiano fanno veramente baccano! Mi sembra peraltro un lemma ancora più diffuso in livornese, tanto da far pensare che sia originario di tale parlata anziché di quella pisana, affine ad essa, se si esclude il tipico intercalare livornese: “déh!”. È comunque usato anche da noi, dove in questo caso (e neppure in livorn.) non avviene il dileguo della –c- dopo “che” per il rafforzamento con cui viene pronunciata tale consonante: infatti potremmo scrivere, tenendo presente la pronuncia piuttosto espressiva: “Che ccanaio!”

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calòcchia, s.f.: palo da viti (Malagoli), ma anche “canna”

calore, s.m. che viene usato anche al plurale in una frase come: “Gaó che calori!”: guarda che caldo! in riferimento a chi, da come veste, mostra di avere molto caldo anche se non lo è

calsa, s.f.: calza per errata scrittura (Malagoli) e pronuncia, ma a Fucecchio è diffusa anche la pronunzia “carza”, per cui non meraviglia certo sentir dire “carzature” al posto di calzature

Càmbera, s.f.: camera; secondo il Rohlfs sarebbe una voce pistoiese (ma l’ho sentita usare anche a Fucecchio) da ricondurre a “cammera” (viene infatti in mente il “cammerarius” dello Statuto del Comune di Fucecchio del 1307-1308); sarebbe quindi da considerare una “reazione ipercorretta il passaggio di mm a mb”, ma è un’ipotesi che non mi convince. È vero che viene in mente anche il francese “chambre” = “camera”, ma si tratta di una voce rimasta solo alla parte “più incolta del popolo” e ormai usata caso mai solo in qualche angolo più remoto della campagna almeno da noi. Anche in livornese si poteva sentir dire “cambera”, dove si sarebbe verificata un’epentesi secondo V.Marchi

cambià’, v.tr.: cambiare. Modo di dire: “Cambià’ da così a cosà”: cambiare del tutto

cambiazione, s.f.: “cambiamento del tempo” (M. Catastini), ma è una parola giustamente venuta meno probabilmente perché suona male e perché è strettamente collegata con l’idea di “mutamento”; infatti significa proprio questo il termine “cambiamento” nel Boccaccio, in cui risulta attestata per la prima volta nella letteratura italiana questo termine (DELI)

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calìbrio, s.m.: equilibrio (M. Catastini), ma il termine non mi risulta più usato neppure nella campagna fucecchiese e ciò vale anche per “calìfia” e per “califiare”, storpiature al posto di “qualifica” e di “qualificare” (ma penso che un tempo dalle nostre parti venisse detto, caso mai, “califià”), registrate entrambe da M. Catastini

callaione, topon. almeno fino a poco tempo fa usato a Fucecchio, esistente da un tempo imprecisato e corrispondente alla zona posta presso l’attualeviale Fratelli Rosselli. Penso anche sulla scia del DEI che possa significare strada di campagna, viottolone, potendo avere “callaia” (di cui callaione è un accrescitivo) il significato di viottola (DEI), “stradina di campagna” (DISC). Un tempo indicava anche un muro obliquo che indirizzava “l’acqua di un fiume alla ruota di un mulino” (M. Catastini), ma in tal senso il termine è caduto ancora più in disuso

callare, s.m.: viottolo che va dalla strada nei campi (Malagoli), callaia (presente anche in Dante), attestato già nel ‘400 e vivo “nel pis. e lucch.” (DEI), oltre che nel fucecchiese.

calle (le), nome popolare di Ponte a Cappiano, già frazione e ormai, sia pur in tempi molto recenti, da considerarsi sobborgo di Fucecchio. Calla, che deriva appunto dal lat. tardo “calla(m)”, significa nel caso di questo toponimo, come si può dedurre dal DEI, “apertura, munita di cateratta per lasciar passare le acque”, in questo caso dell’Usciana, canale che prende questo nome da lì fino a Montecalvoli al posto di quello di canale Maestro, proveniente dal Padule di Fucecchio

calo, s.m., ma è una locuzione avverbiale vernacolare “accalo” (a calo): secondo la “quantità  consumata” e l’espressione toscana “vino a calo” si spiega tenendo presente il calo che ha avuto “il livello nel fiasco” del vino bevuto entro la fine del pasto in una trattoria o in un ristorante (R. Cantagalli), mentre significa ad un prezzo inferiore al normale l’espressione “Te lo do a calo”

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Cairo, topon. a S.Pierino (corrispondente all’attuale Via Camaldoli) forse col significato di “gabinetto”, essendo una via che portava tra i campi verso l’Arno e che forse per questo poteva permettere di fare i propri bisogni all’aria aperta, quando le case non erano fornite di adeguati servizi igienici. Infatti “andà’ ar Cairo” era una locuzione usata in Toscana per dire “andare al gabinetto” richiamando il nome della capitale dell’Egitto “per ingentilire l’originaria espressione volgare” (M.Cortelazzo-C.Marcato) andare a cacare

calà’, v.intr. almeno nel senso di diminuire che ha appunto il verbo calare; nel contado almeno un tempo veniva detto: “E’ calo di peso”: è calato di peso, con una contrazione per un motivo pratico, vien fatto di pensare, come per molte altre parole storpiate specialmente in campagna. Si pensi inoltre al modo di dire con la c- molto aspirata: “Cala, cala”: abbassa la cresta! “Non esagerare!” (Malagoli). Questo detto ne fa venire a mente un altro (usato dalle nostre parti) dal significato piuttosto simile, anche se d’origine velica, essendo il trinchetto “la vela quadra più bassa issata” sul “primo albero dal lato di prora in un veliero a più alberi: “Cala trinchetto!”: esortazione a una persona a essere più modesta

calìa, s.f.: un orafo chiamato in tal modo raccoglierebbe dai banchi “al termine di un lavoro” minutissime particelle” d’oro staccatesi da questo durante la lavorazione: R. Raddi, secondo il quale a Firenze “Che ccalìa è costui!” significherebbe individuo pignolo o meticoloso, mentre a Fucecchio significava piuttosto “Com’è avaro costui!”. È da notare che I. Montanelli usa l’agg. “calioso” col significato di “avaro meticoloso” unendo le due accezioni viste

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cacino, agg. tosc.: meschino, misero e la “connotazione negativa” è data in questo caso dal dim.“-ino” aggiunto al termine toscano “cacio”, che s’estende a significare qualcosa di diverso dal formaggio nell’espressione usata anche da noi e a Empoli “Fare una figura cacina”: fare una brutta figura. Può darsi però che la stessa espressione derivi dalla cattiva qualità di un certo formaggio o, come sostiene M. Zanni, perché un cacio fresco (come il formaggino) è “molle” e “inconsistente”

cacio, s.m.: formaggio. Modo di dire: “Sottana con sottana non fa cacio”: la sottana del prete non va d’accordo con quella della donna, dal momento che il sacerdote cattolico non si può sposare, essendo tenuto al celibato. Un modo di dire ben più diffuso di questo (che considero invece raro) almeno da noi è: “esse’ pane e cacio”: andare molto d’accordo (un po’ come “esse’ culo e camicia”: ved.) dal momento che il pane e il formaggio stanno molto bene insieme

caciotti, s.m.pl.: “bruscoli di sudore rappreso”, insomma di sporcizia: termine ancora non scomparso del tutto, a differenza della variante anche pisana “caciolini” (era in riferimento a questo che la specie di glossarietto attribuito a M. Catastini aveva dato la definizione sopra riportata), con cui ha in comune la derivazione dal latino “caseu(m)”, donde il tosc. cacio e l’ingl. “cheese” = “formaggio”: in effetti i bruscoli di sudore rappreso possono in qualche modo far venire a mente bruscoli di formaggio stantio anche per il cattivo odore che promana da ascelle ed altre parti del corpo non pulito in modo adeguato 

caeroso, agg. e s.m.: individuo troppo difficile, che molto probabilmente deriva da “cacheroso” e quindi da “cacherìa”: “leziosaggine, fisima” e questo termine dalla voce “di tipo popolare”, comunque volgare, con dissimilazione, “cacare” (DEI) col suff. “– oso”, che significa “pieno di” (DISC), e quindi caeroso potrebbe essere definito pieno di fisime, stucco, oltre che ansioso in modo eccessivo oppure che, metaforicamente parlando, se la fa addosso per motivi non giustificati e carattere irrisoluto

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caccàusse, s.m.: oggetto inutile, carcassa col significato dato a questa da G. D’Annunzio di “oggetto vecchio e mal ridotto”, riferito dal DELI. Comunque il termine, equivalente a quello di “macinino” dato a una  macchina, era usato nel secondo dopoguerra tra giovanissimi compagni e potrebbe essere derivato dall’incrocio tra “cacca” e “caos”. Si pensi alla frase, usata un tempo: “E’ un caccàusse”: è una macchina scarcassata, un macinino, appunto, in tal senso

cacchione, s.m.: offesa, detta talora in tono non malevolo, anche se originariamente può darsi che significasse “spilorcio”, dal momento che dal DEI risulta che anticamente “cacchionerìa” significava appunto “spilorceria”

caccià’, v.tr.: cacciare, ma rifl. quando viene detto “Cacciassi in un  vespaio”: cacciarsi, cioè mettersi nei guai

caciaio, s.m.: bosco di robinie, da “acacia” (dalle nostre parti in vernacolo “cascia”), nome volg. della “Robinia pseudoacacia”, pianta infestante d’origine americana che finisce per favorire con i nitrati la formazione dei rovi

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caà’, v.intr. quando “cacare” significa “defecare”, ma tr. quando in forma negativa significa “non considerare”, come nel linguaggio giovanile del nostro tempo, ma comunque è un vocabolo molto volgare: considerazione che vale ovviamente anche per l’espressione di disprezzo molto diffusa da noi nei confronti di una persona: “Va’ a caare!”: vai via, non ti far più vedere!

caaiòla (nell’ambito familiare e volg.) s.f.: diarrèa, per es. nell’espress. “Gliè  venuta la caaiòla”: gli è venuta la diarrea (per es., per la paura), significato che appunto la voce toscana colloquiale “cacaiola” ( De Mauro)

Caalibri, nomignolo scherzoso attribuito, specialmente dagli abitanti dei dintorni di Fucecchio, alla alla statua dello scrittore e patriota fucecchiese Giuseppe Montanelli, opera dello scultore fiorentino Raffaello Romanelli (1892): opera che in modo simile a questa aveva fatto lo scultore milanese Francesco Barzaghi in Campo S. Stefano a Venezia: mi riferisco alla statua di Niccolò Tommaseo. In entrambe queste statue sono stati fatti scendere i libri, molto probabilmente per ragioni di equilibrio, dalla parte posteriore del personaggio, suscitando una certa sensazione, insomma quasi l’impressione di evacuare (ecco il volgare di “cacare”) libri

caarèlla, s.f.: cacarella, diarrea e in senso metaforico, specialmente nel linguaggio studentesco, paura, dato che questa la può provocare. Una caarèlla particolare è quella “a schizzi”

caarèllo, s.m.: cacarello, “sterco a pallottoline di topi, pecore, capre”, derivato da “cacare” più il suff. “-ello”, attestato con la variante “cacherello” sin dal Trecento (DEI). Col suff. accrescitivo “-one” è stato formato anche a Fucecchio il s.m.(oltre che il soprannome) “Caarellone” specialmente in riferimento a chi se la fa addosso dalla paura

caato, agg. molto volg. (“cacato”) anche quando è unito, mediante la cong. “e”, a “sputato” così come “nato”: identico

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bussata, s.f.: scroscio d’acqua ovvero di pioggia momentaneamente intensa, come nella frase piuttosto ironica “Che bella bussata!”

bussolo, s.m.: “contenitore di lamiera” e questo anche a La Rotta e perciò almeno in una parte del Pisano, si desume da C. Giani. Più precisamente da noi (e ancora di più a Empoli) significa anche “bidone della spazzatura”

bussolotto, s.m.: “barattolo”, ma con un significato particolare non quando si parla del gioco dei bussolotti (“gioco di abilità”: DISC), bensì quando viene o, meglio, veniva detto diversi anni fa: “Ma che gio’i  a’ bussolotti?”: ma come giochi male! ma che giochi a vànvera? oppure ma che agisci affidandoti al caso? o, ma che intendi imbrogliare?

Bussone, nome di “un personaggio realmente esistito” che “era solito presentare fatti e persone in maniera” lontana dalla “verità” (R. Cardellicchio), per cui la frase “Che sei parente di Bussone?” stava a significare che chi parlava non diceva le cose come realmente stavano 

buzzurro, s.m.: offesa, rivolta a una persona, col significato di rozzo, ma anche secondo Malagoli la voce è “venuta di fuori” e significa “uomo panciuto” (almeno in pisano, secondo il DEI) forse in collegamento con “bużżo”, ventre in toscano. Tuttavia era anche un “nome che si dava in Toscana ai montanari svizzeri che in inverno scendevano a vendere caldarroste, dolciumi e sim.”: De Mauro, che in tal senso considera giustamente questo lemma “obsoleto”, mentre anche da noi il termine era usato qualche anno fa nel linguaggio di giovani studenti col significato di “ignorante”, fra l’altro

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buricco, s.m. fucecch.: “sanguinaccio di maiale, con l’aggiunta di grasselli e d’uva passa”. Corrisponde ad esso in pis. e lucch. “bilordo”, “buristo” a Siena, “burìstio” nel contado tosc., “burischio” nella campagna presso Castelfiorentino e nel cortonese; a quest’ultima voce accenna il DEI, come pure a una voce tosc. e umbra, usata anche da noi, come “mallegato”, che si spiega essendo il “budello” legato male, altrimenti scoppierebbe “durante la cottura”. Un bel po’ di tempo fa un certo Ciaccheri, a Fucecchio, presso piazza Montanelli, vendeva il buricco urlando “Bello cardo!”: com’è caldo e appetitoso!

burigliòlo, s.m.: “ragazzo piccolo e grasso” (M. Catastini), ma è un termine in disuso da tempo

burlettone, agg. e s.: individuo burlone

burro, s.m.: oltre che nome è un soprannome fucecchiese, nella frase “Far casca’ uno nel burro” significa ottenere il consenso di una persona adulandola

buscionato, agg.: frizionato (il cavallo) nel gergo degl’intenditori di cavalli, possiamo dedurre da L. Briganti, e il termine deriva dal pis. “buscione”: “manciata di paglia per strofinare il cavallo” (DEI), ma almeno dalle nostre parti non mi risulta che tale termine esista ancora

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buo, s.m.: nel senso di sodomita. La parola è volg. e ancora di più se è seguita da “di ‘ulo” e dal punto esclam. (espress. Triv. più livornese che pisana almeno all’origine, penso, ma è pis. l’espressione “Che pò’ pò’ di buo”: che fortuna sfacciata!) significato, come potremo vedere, ben differente da quello sfavorevole seguente

buo (a), locuzione avverbiale: a buco, “per combinazione”, “appena in tempo”; a stento, come si desume anche dalla frase “Ci s’è fatta a buo”: ce l’abbiamo fatta a stento. Si noti poi l’espressione “ A buo torto” (metaforicamente, è ovvio) con la coda fra le gambe per il dispiacere, come afferma in sostanza anche L. Bezzini per un’espressione simile usata pure a Castagneto Carducci, ma lì “storto” anziché “torto”: si tratta di un’espressione volgare, ma senza dubbio efficace ovvero espressiva in riferimento a chi si è impermalito.

Un’altra loc. avv., per quanto volg., è “A buo punzoni”: posizione particolare del corpo con la “testa bassa” e il “sedere ritto”, ma in fucecchiese “A buo ritto” rendendo meglio l’idea che non l’avv. “carponi” (M. Catastini) per il collegamento di “punzoni” con “punta”

buóna, s.f.: femmina “disonesta”: accezione molto sfavorevole che potrebbe derivare da “buca” come “apertura della gola del cesso” con l’aggiunta del suff. accrescit. “– ona”, ma il termine è in declino

buratello, s.m.: “filare di viti lungo una viottola poderale” (M. Catastini), ma il termine è in disuso da tempo

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bulià’, v. intr.: bulicare nel senso di lieve muoversi dell’aria. Non poco diffusa è da noi la frase “’un bulia foglia!”: non c’è un alito di vento! Da notare il rifl. pis. “bulicarsi”: “brulicare (di insetti)”; DEI , secondo cui quest’ultimo verbo probabilmente deriva da “bulicare” incontratosi con “bruco”, mentre bulicare viene dal latino mediev. “bulicare”, “iterativo” di “bullire” = “fare le bolle”, perdendo una  -l- anche nel “toscano”

buliccio, s.m.: sodomita

bulletta, s.f.: bolletta (di cui è una variante: De Mauro) e quindi mandato di pagamento, per es., nello Statuto del Comune di Fucecchio del 1560

bulone, s.m.: bullone: “grosso chiodo” e “vite a dado” (DEI), ma bulone sembra certo più vicino del termine ufficiale a quello francese (“bulon”) da cui deriva, dim. di “boule” = “palla” per la “forma tondeggiante” (DISC)

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buggerìo, s.m. volg.: baccano e moltitudine (di persone), specialmente in pisano, dove esiste pure la voce “buscherìo” anche al riferimento a una grande quantità di persone

buggerone, agg.: che inganna anche in riferimento al tempo, ma è un termine in declino

bugìe, s.f. pl.: macchioline bianche sulle unghie, indizio appunto di bugìe dette, veniva dato a intendere ai bambini piccoli, nel linguaggio familiare, dalle nostre parti

buióre, s.m.: buio, con desinenza “fatta per analogia con splendore. Si tratta di un “astratto” ancora vivo in Toscana, nonostante sia attestato già in Dante (DEI) e per quanto sia detto spesso scherzosamente al posto di buio, per accentuare il senso di oscurità presente in una certa località e in un dato momento. In effetti è più espressivo di “buio”

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buffa, s.f. venuto meno, verso l’inizio della seconda metà del secolo scorso, sembra per motivi psicologici ed estetici, ma soprattutto per riconoscere chi l’aveva dalle nostre parti, dove indicava il cappuccio “forato solo all’altezza degli occhi” che era usato dai confratelli della Misericordia specialmente in occasione dei funerali o del “trasporto dei malati” e forse per la sua leggerezza deriva dalla voce d’origine onomatopeica ipotetica “buff. -” = “soffio”: DISC, secondo cui “buttare giù la buffa” (in senso metaforico)  significava  “gettare la maschera”. Tuttavia a Fucecchio c’era chi riteneva che tale frase “anziché significare scoprirsi la faccia (come qualcuno pensava), significasse “calarsi il panno sugli occhi” (M.P. Bini)

buggerà’, v.tr.: buggerare, cioè ingannare, ma dalle nostre parti anche, per es., dar noia, nella frase “Ma chi ti buggera?”, per quanto il v. “buggerare” abbia acquistato il significato di “fregare” e “ingannare” (Malagoli) dopo aver significato, nel corso della storia della lingua italiana, “praticare la sodomia” per il fatto che nel lat. tardo la voce “Bulgari” (detti così perché “provenienti dal regno di Bòlgar sul Volga”), avendo abbracciato “l’eresia patarina”, da “eretici” passò a indicare “sodomiti” (DEI) per insulto o “forse per l’identica pena che toccava agli uni e agli altri” (DISC).

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bùbbola (maggiore) s.f. (con l’agg.): fungo commestibile (“Lepiota procera”), noto anche col nome di “mazza di tamburo”: entrambi i nomi si spiegano per l’aspetto di questo fungo: da giovane la forma del cappello è piuttosto simile a quella “sferica” del sonaglio, detto specialmente a Empoli “bùbbolo”, mentre, quando il fungo è adulto, il gambo può ricordare l’aspetto della “mazza di tamburo”

bubbolà’, v.intr.: bubbolare, cioè brontolare in modo persistente e fastidioso (a Fucecchio e a Empoli); il verbo toscano bubbolare deriva dal lat. “bubulare” = “fare il verso del gufo” (Bufo bufo”) e quindi “rumoreggiare” ed è una voce onomatopeica: (DEI). Ne è derivato a Fucecchio il soprannome scherzoso tra amici di “Bubbolo” nel senso di brontolone. Si tratta di una voce onomatopeica anche perché può ben evocare l’idea del bollire dei fagioli, tra l’altro, e perciò del brontolio

buccióso, agg.: non cotto “a dovere”, cioè in modo adeguato, in riferimento al “fagiolo”: si noti l’uso del singolare (nel linguaggio familiare) al posto del plurale, come poteva avvenire in latino

bucciòlo, s.m.: bocciòlo nel senso di cilindretto “di metallo o di pelle, posto sulla parte anteriore  del barroccino, dove si appoggia la frusta” (M.P.Bini), ma è in netto declino, così come l’accezione che esso aveva di “tasca di cuoio (…) infilata nelle corna dei bovini” (M. Catastini), mentre sopravvive nell’accezione volgare di “buco di culo” (“buodiulo”) inteso come sodomita oppure invece, per antitesi, come uomo molto fortunato

budello, s.m., voce tosc. volg.: “femmina di malaffare” (DEI, secondo cui si trova anche in Palazzeschi); si tratta di una voce che possiamo chiamare anche triviale, probabilmente più diffusa  in livornese che da noi, dove esiste una certa ritrosia a pronunciarla. Ciò vale a maggior ragione per il triviale f. accrescit. ottenuto col suffisso “-ona” “budellona”

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buà’, v.tr.. bucare, che deriva proprio dal lat. med. “bucare” (DEI). Modo di dire del gergo studentesco almeno di qualche anno fa: “buà’ la scuola”: fare buca, marinare la scuola, espressioni che si possono spiegare perché in tal modo viene interrotta la continuità nella frequentazione appunto della scuola serbandola a un altro giorno

buacìri, s.m.: spillone a vite per bucare il cuore dei maiali (ciri in tosc., come vedremo) in modo da farli morire. Si tratta peraltro di un termine venuto pressoché meno anche in Toscana (in cui era praticata tale barbara usanza fino a una trentina di anni fa) essendo stato sostituito questo doloroso strumento di morte dalla pistola

buaiólo, agg. volg.: omosessuale o, peggio ancora, sodomita

buanùvole, s.m.: bugiardo, uno che le spara così grosse da “bucare le nuvole”, chiara immagine iperbolica usata anche per un noto soprannome fucecchiese

buatàio, s.m. tosc.: bucataio, “lavandaio” (De Mauro), ma dalle nostre parti era molto più facile sentir dire “buataia” perché era certo più difficile che facesse il bucato un maschio. Infatti, per es., a San Pierino abitava una donna soprannominata “la buataia” perché faceva la lavandaia

bubbo, s.m.: oltre che essere un soprannome fucecchiese, indicava uno spauracchio dei bambini anche in pis., identificabile con l’orco di non poche fiabe

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bruscola, s.f.: cesto per la raccolta delle olive nella campagna presso Fucecchio (R. Bettarini)

bruse, s.f., adattamento vernacolare dell’it. “blusa”, a sua volta francesismo, appunto, dal franc. “bluse” = “camicetta per bambino” fin dal “1835” (P. Zolli), ma da noi anche “giubbotto”

brutto, agg., ma diventa s.m. quando si dice, per es., il “brutto buono ai pinoli”: “pasticcino rotondeggiante, fatto con pasta di pinoli e rivestito di zucchero a velo” caratteristico della provincia di Pisa, ma diffuso anche a Fucecchio. “Brutto buono” è anche detto un tipo di pane dall’aspetto bruttino, ma dal buon sapore, così come sono dette “brutte buone” certe mele con le stesse caratteristiche. Si tenga inoltre presente il modo di dire: “alle brutte, alle brutte…”: tutt’al più, nella peggiore delle ipotesi. Altro modo di dire diffuso dalle nostre parti è : “È un brutto dire”: si dice male

brùzzio, s.m.: “crepuscolo del mattino”: DEI in riferimento  a “bruzzico”e nel contado fucecchiese almeno fino a poco tempo fa si poteva sentir dire “A brùzzio”: “barlume prima del giorno” in riferimento a “brùzzolo”, che però nello stesso dizionario è riferito anche al tramonto. Nella “Guida  ai detti toscani” in riferimento a Livorno R. Cantagalli cita l’espressione “A bruzzico” col significato di “a occhio”, perciò in modo approssimativo, come se le cose fossero viste in una luce incerta, appunto, come quella di “prima mattina, quando il cielo comincia a schiarire”

bua, s.f.: buca e, solo sing., male fisico, quale voce infantile molto diffusa non solo in Toscana (DEI). È in questo senso da confrontare col lat. “boa”cui accenna Plinio col significato di “eruzione cutanea” (Georges- Calonghi). Si tratta di una parola presente anche nel Burchiello (DEI) ed è considerata dal DISC una voce onomatopeica.

Ben diverso è invece il significato nell’espressione fucecchiese “Fà’ bua”, fare il bidone nel senso  di venir meno a un appuntamento a un impegno oppure nell’altra frase, peraltro poco usata anche in vernacolo: “Era andata bua”: era stata bidonata (ovviamente in riferimento a una persona). Inoltre nel linguaggio scolastico “Fà’ bua” significa “marinare la scuola” ovvero “fare forca”

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broscia, s.f.: pasto del porco “in prevalenza liquido”, ma anche “minestra troppo brodosa” (Malagoli) e di “gusto cattivo”: De Mauro, che giustamente la considera una voce toscana

broscione, s.m.: persona molto disordinata in particolare nel vestire (“broccione” a Castagneto Carducci e a Firenze). Il termine nostro deriva da “broscia”, cioè “brodaglia” (DEI), e il senso del disordine è accresciuto dall’uso del suff. accresc. “– one –”. Peraltro c’è chi gli dà il significato di “persona che parla a vanvera” (M. Catastini)

bruciaùlo, s.m. volg.: bruciaculo, cioè bruciare al deretano

brùcio, s.m.volg. pl. bruci: “baco pelóso (larva di farfalla)”, oltre che soprannome fucecchiese del secondo dopoguerra. Si tratta di una “variante fiorentina, lucch., pisana, senese, grossetana e carrarese” di “bruco” rifatta proprio sul plurale “bruci”, usata nella seconda metà del ‘700 dal Targioni Tozzetti (DEI)

brusca, s.f.: “spazzola per pulire i “cavalli, striglia” (DEI), anche insieme di seghette per “pulire il mantello dei cavalli” (L. Briganti), per cui l’espressione “a brusca e striglia”, in riferimento ai cavalli, significa tenerli ben puliti, mentre “fare brusca e striglia a qualcuno” significa “sgridarlo severamente”, un po’ come “fargli pelo e contropelo”, si deduce dal DISC

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brioscia, s.f.: fr. “brioche”, derivato dal normanno antico “brier” = “impastare”; infatti è una “pasta dolce”: De Mauro, secondo il quale la forma italianizzata ( da noi molto usata) è una variante centromeridionale

briscolà’, v.tr.: briscolare, picchiare e non solo nel linguaggio “scherzoso” cui accenna il (DISC).

Giustamente questo dizionario lo fa derivare da “briscola” nel senso di “percossa”, usato anche dalle nostre parti specialmente al pl. e come esclamazione: “ Che briscole!”: che bòtte!

bròcciolo, s.m.: nome toscano del pesce “ghiozzo di fiume” (Diz. Enc. It.), ma questa voce, un tempo usata a Fucecchio, pare che sia venuta meno (fatta forse eccezione per poche persone originarie della montagna pistoiese: M.P. Bini) e questo anche in senso metaforico col significato di “stupido”, sostituito da tempo in tal senso dall’altro sostantivo, di forma simile, ma di origine ben diversa, significando propriamente “cavolo romano” (“Brassica oleracea”) e “tallo di rapa”(DEI): “broccolo”. Infatti “Rimanere come una rapa” significa restare  come uno stupido e, a sua volta, “Testa di rapa” significa “persona sciocca” (DISC)

 bròdo, s.m.: oltre che essere un’offesa (talora preceduta dall’ironico “Bravo”) col significato di stolto, rivolta, ma non sempre in tono malevolo, a una persona, indica un tipo di minestra sconosciuta alla cucina latina. Infatti pare che derivi dall’ipotetica parola germanica “brod-” (DISC). Modo di dire: “Brodo di fagioli più lungo del Sabato Santo” (L. Briganti), cioè con molto brodo e pochi fagioli, per motivi economici penso, come pure che la lunghezza del Sabato Santo dipendesse dal fatto che un tempo la liturgia cattolica celebrava la Resurrezione di Cristo verso mezzogiorno della vigilia della Pasqua e perciò per il resto del tempo tale giorno poteva sembrare più lungo degli altri.

Invece il diminutivo “brodino” ha anche un carattere vezzeggiativo ed elogiativo, per es., nell’espressione “Che bel brodino!”, in riferimento a una buona minestra in brodo, parola attestata nella nostra letteratura a partire dal Trecento (DISC)

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Per il lettore: a partire da oggi all’interno basso della rubrica si trova il collegamento ai precedenti articoli di IL TOSCANARIO

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briào, s.m.: ubriaco con l’aferesi e il dileguo della –c- come in pisano. La corrispondente forma femminile si trova nel noto proverbio d’origine contadina “Vorrebbe la botte piena e la moglie briàa”: pretende certo troppo chi vorrebbe la botte piena e la moglie ubriaca, essendo due cose inconciliabili: o avere l’una o avere l’altra. Molto usato da noi era l’accrescitivo “briaone”: infatti l’alcolismo era purtroppo diffuso, così come il pauperismo, specialmente in certi periodi. Frase: “E’ briào come un tegolo” : è tanto ubriaco sì da far ricordare come può essere inzuppato di pioggia un tegolo. Altra espressione particolare: “Briao a rota (ruota) fissa”: costantemente ubriaco, e per indicare che una persona era molto ubriaca veniva usata anche l’espressione “briaa fradicia” 

brignoccoluto, agg.: con tante protuberanze; infatti deriva da “brignoccolo”, voce “pisana” a sua volta ottenuta da “birignoccolo” – viene fatto di pensare – per la sincope della prima –i- e tale parola significa “bernoccolo” e perciò anche “protuberanza” (DEI), mentre il suffiso “- uto” indica “la caratteristica di un oggetto o di una persona” (DISC)

brilli, con la variante pilli, s.m.pl.: “tocchetti sferici di farina o di zucchero raggrumati” (M.Catastini), ma si tratta di due voci cadite in disuso

brillòccolo, s.m.: “grumo di pasta” (M. Catastini), ma è un termine in disuso

brincèllo, s.m. tosc.: “brindello” (DEI), ma oggi noi usiamo più il termine “brandello” anche in riferimento al lesso e più in generale alla carne

brindellone, s.m.: fannullone. Viene chiamato così anche il carro del famoso scoppio trainato dai buoi la mattina di Pasqua a Firenze. Deriva da “bridello”, che significa “straccio” (DEI), col suff. accresc.“-one-” è ovvio, e perciò alla lettera, etimologicamente parlando, vorrebbe dire “straccione”

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brescianata, (nel gioco del calcio con la palla e con la pallina nei giochi del tennis e del ping-pong) s.f.: tiro violento, termine derivato da “bresciana” (“pala di ferro, badile”) e questo a sua volta da Brescia, dove veniva fabbricata, ma voce pisana e lucchese secondo il DEI, peraltro molto diffusa anche da noi

brettino, dim. del pisano “bretto”, s.m.: meschino o vestito male, significato più proprio del lemma fucecchiese e il termine pisano deriva, secondo il DEI, dal lat. tardo “brittus” = “britannico (poi bretone)”

breve, s.f.: plebe (di cui è una alterazione imputabile a ignoranza, rivelata anche dal contenuto della frase che segue, neanche parlasse una persona nobile e colta!), ma penso che sia un termine in disuso anche nel contado, in riferimento a una frase (aggiunta in chiave polemica, come in appendice a un litigio piuttosto acceso) tipo: “digià sei della bassa breve!”: già, non c’è da meravigliarsi, dal momento che sei un poveraccio!, sei del popolino (e non solo in senso economico)!

brezza, s.f.: spaglio, ma loc. avv. nel modo di dire “Seminare a brezza”, cioè molto probabilmente “anciando al vento i semi” (M. Catastini), in collegamento col fatto che in pisano “brezzare”  significava “ventilare il grano”: DEI,  che riporta anche il significato di “soffiare la brezza”: questo può dare l’idea del brivido e quindi della subitaneità. Infatti noi diciamo: “subito a brezza”: immediatamente

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brandina, s.f. diminutivo di branda. Frase (almeno nell’ambito del linguaggio familiare): “mettici la brandina!” (ironicamente): vacci a dormire!, in riferimento a chi aspira ad arrivare troppo presto  in un posto per la paura di far tardi all’appuntamento programmato

bratto, s.m.: pendìo d’erba incolta; si tratta di un termine molto diffuso nel gergo venatorio soprattutto dalle nostre parti, ma si trova anche in alcune zone del Pisano, come a Pomarance

braviere, ma con la var. riportata dal DEI in riferimento a Fucecchio “sbraviere”, forse derivato da “prato” con l’influsso di “bravare”, cioè “gridare”, come fa lo “strillozzo”. Si tratta infatti di un s.m. corrispondente al nome di questo uccello (“Miliaria calandra”), chiamato appunto “strillozzo” perché “emette nella stagione degli amori suoni simili a strilli” (De Mauro)

bresca, s.f.: favo d’alveare, ma è certamente in decadenza anche questo termine, derivato dal lat. tardo “brisca” (prob. “relitto mediterraneo come altri termini dell’apicultura” quali cera e ape) e considerata una voce non solo d’area toscana “(pis., lucch.)” tant’è vero che si trova anche nel Pascoli (DEI)

 

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bordà’, v.tr.: bordare nel senso di mescolare, per es., le carte e invece le monete nel gioco a “palle e santi”, praticato in un passato non recente e che fa chiaramente pensare a Firenze per il riferimento allo stemma dei Medici e alla figura di S. Giovanni Battista (P. Palavisini). Inoltre può significare picchiare

borgetta, s.f.: cartella scolastica usata in particolare  negli anni ’50 del secolo scorso dagli alunni  per contenere libri e quaderni; in generale era rettangolare e di fibra rigida, come nota giustamente  Alberto Morelli, che mi ha informato gentilmente anche dell’origine di questo lemma, trattandosi di un termine quasi scomparso. Esso deriva  dall’uso in Francia di un oggetto, al tempo di Luigi X, il Rissoso (figlio di Filippo IV il Bello), il quale regnò dal 1314 al 1316, anno in cui morì a Vincennes nei pressi di Parigi. Si trattava appunto di un oggetto, chiamato “borjet”, a forma di sacchetto, di un borsello per monete. Però viene fatto di pensare anche anche che il nome borgetta sia derivato dalla pronuncia della –l- come  -r- davanti a un’altra consonante come in pisano e perciò che venga da “bolgetta”: “borsa dei postini”, significato simile a quello già usato dal Caro. Si potrebbe perciò trattare del diminutivo di “bolgia”, che nel Settecento significava “valigia” ed anticamente “borsa, bisaccia; tasca grande” e addirittura fossa nell’ “Inferno” dantesco: DISC, secondo il quale risale al “fr. antico bolge, lat. tardo bulgam “borsa di pelle per il denaro”

bòro, s.m.: la pallina più grossa per giocare a caporielle (o, molto più comunemente, a palline): termine, il nostro, così diffuso fra i ragazzi fucecchiesi, ma un tempo, precisamente nel secondo dopoguerra, da dare origine a un soprannome probabilmente per la forma della testa di un giovane purtroppo morto prematuramente

borrosa, agg. f.: “costa di sedano malata” (M. Catastini), ma il termine è in disuso, così come altri registrati dallo stesso maestro, come “boo” al posto di “bove”

borsa, s.f.: filastrocca che veniva detta per divertimento dai ragazzi fucecchiesi, e non solo, per es., facendo alzare le mani di un amico dopo aver fatto finta con le mani di puntargli contro una pistola, negli anni ‘50-‘60 del secolo scorso, e che mostra anch’essa l’importanza dell’assonanza (altre volte della rima) nelle filastrocche popolari:

“O la borsa

o la vita

o’r cannuccio

della pipa!”

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bonamìo, s.m.: nome d’una qualità d’uva, detta a Pisa anche “bonażmico” (DEI)

bonanotte, s.f. escl.: “Formula di saluto”: buonanotte, ma il modo di dire “Bonanotte, sonatori!” significa che di una certa cosa non si parlerà più, come quando, terminata la festa da ballo, si licenziano i suonatori con tale espressione, che ha assunto un significato metaforico, volendo dire anche che non verrà più pagato un debito, come quando viene detto “Chi s’è visto, s’è visto!”

bòno, agg.: buono. Si pensi alla frase “Fa bbòno!”: fa bene (Malagoli). Altro modo di dire: “Di buzzo bòno”: con impegno.

A volte questo agg. è usato in forma tonca, come nel caso del proverbio contadino: “Cucina senza sale, credenza senza pane, cantina senza vino, ‘un è un bon mattino” in riferimento al fatto che, affinché in casa il mattino sia  buono, occorre essere premuniti di sale, pane e vino. La forma tronca è presente anche quando si dice: “Bon per te!”: beato, te! Non presenta invece tale forma lo stesso agg. quando è usato nel senso di “capace”, come quando diciamo : “E ‘un s’è bòno a nulla !”: non sei capace di far niente!

bònżola, s.f. tosc.: “vescica” specialmente nella campagna cerretese mentre in lucch. si trova “bónzora” secondo il DEI, ma penso che si tratti di un lemma in disuso 

borda!, escl.: accidenti!, ma può essere detto anche senza malizia. Altre volte questa interiezione viene usata nel senso della loc. “di nuovo” e ancora di più ha questo significato l’esclam. “Riborda!”

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bollore, s.m., detto raddoppiando la b- dopo la prep. “a” nell’espressione: “ È abbollore” in riferimento a “qualcosa di estremamente caldo” anche in vernacolo fiorentino (S. Rosi Galli)

bomba, s.f. si chiama così (“tana” nell’it. ufficiale) anche il luogo arrivando al quale (e viene urlato allora festosamente da chi vi arriva al grido “Abbomba!”), nel gioco “fanciullesco” del nascondino, un bambino riporta almeno momentaneamente la vittoria, definitiva se l’ultimo di quelli che si erano nascosti, arrivando alla bomba prima di colui che aveva  dovuto fare la “conta” (cioè il conto) stando a bomba, “libera” tutti i bambini che si erano nascosti, ma sembra purtroppo un gioco in via di estinzione. Significa anche inizio, come nell’espressione “Torniamo a bomba”; ritorniamo a parlare di quello di cui parlavamo

bombardà’, v.intr.: bombardare nel senso di scorreggiare in modo tutt’altro che tenue

bombo, s.m.: voce del linguaggio infantile (non sorprende perciò che sia onomat.) “per indicare il bere” (Malagoli)

bòna, agg. Modi di dire: “Essere in bona” (disposizione d’animo): essere di buon umore; “Bona, Ugo!”: non c’hai capito nulla!; “Bona!”: buonanotte! o comunque formula di saluto, mentre più volgarmente viene detta anche in altri vernacoli o dialetti e in particolare in romanesco: “Quant’è bbona!” in riferimento a una bella donna, specialmente se è “in carne”, insomma formosa

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bocetti, s.m.pl.: “buoi giovani” (M. Catastini), ma si tratta di un termine in disuso: fra l’altro, non è affatto chiaro il motivo dell’inserimento in tale vocabolo della –c-

bòdda, s.f.: “rospo” (“Bufo bufo”) ed è una voce anche “pis., livorn. e lucch.” (DEI), ma da noi esisteva anche  l’espressione “Far bòdda”: “far vacanza” o “interrompere il lavoro” ed  esiste ancora l’interiezione “Bòdda!”: “ti c’ ho chiappato! ti ci ho sorpreso! (per es., nell’errore o a dire una fandonia) e quindi: hai preso un abbaglio, eh! oppure l’esclamazione “bodda!” può significare “hai fatto fiasco!” (M. Catastini) non avendo ottenuto quello che ti proponevi

boddone, agg.: varietà di fico dalla “pasta” bianco-rosata, probabilmente chiamato così per la sua grandezza e detto “fiorone”, per es., a Montaione (A. Morini)

bòghe, s.f.: ménto, da cui pare che derivi più che un soprannome sampierinese di qualche anno fa, quello ancor più vecchio di un fucecchiese (“Alzalabòghe”), invitato ironicamente ad alzare il mento, appunto, da alcuni suoi avversari politici socialisti durante una specie di comizio improvvisato in cui egli sosteneva, ovviamente in contrasto con loro, la necessità dell’intervento dell’Italia contro i Turchi per la conquista della Libia nella guerra italo-turca del 1911-1912. Pare però che questo fucecchiese avesse la tendenza a tenere rivolto in giù il mento per un episodio avvenuto in precedenza

bóllero, s.m.: brontolone. La derivazione dal verbo “bollire” rende bene l’idea del bubbolare (voce più espressiva di “brontololare”) d’una persona

bollicino, s.m.: eruzione cutanea di per sé di lieve entità. È da intendersi però come un diminutivo di “bolla”, cioè “bollicina”, a causa dell’aspetto che presenta. Da notare che in umbro “bolla” significa (DEI) “foruncolo”: parola interessante, quest’ultima, perché in lat. “forunculum” originariamente significava “getto della vite”, diminutivo a sua volta di “fur” = “ladro”, dal momento che “il nuovo getto sottrae nutrimento alla pianta”: DISC, che giustamente definisce la bolla come termine medico: “Vescicola sierosa sulla pelle”, nonostante che in lat. “bulla” significhi “bolla d’acqua”

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boccine, s.f.pl. dim. lievemente diverso da quello più comune: boccette ovvero bocce “da biliardo” (DISC)

bóccola, s.f.: museruola per buoi, ma è un termine  in decadenza anche nel contado dov’era usato. Il motivo è facile a capirsi: chi lavora più con i buoi da noi?

bóccole, s.f.pl.:orecchini piuttosto vistosi, per lo più  con pendenti, in it. orecchini “in forma” di cerchietti (DEI), ma è una voce in declino, così come la sua variante “bùccole” (M.P. Bini)

bocconcino, s.m. dimin. di boccone: persona attraente per la sua avvenenza fisica, in particolare nell’esclamazione: “Che bel bocconcino!”: che bella creatura!, ma detta con una certa compiacenza erotica in riferimento a una bella ragazza, che fa quasi venire l’acquolina in bocca perché seducente, per es., anche per il suo luminoso sorriso

boccóne, s.m.: pezzetto di terra, se viene precisato, come ha fatto M.Catastini, estendendo il significato del temine, dal momento che alla lettera il boccone è la “quantità di cibo che si può mettere in bocca in una sola volta” (De Mauro)

bocià’, v.intr.tosc.: bociare, cioè “urlare” (M. Catastini)

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bòbolo, s.m.: gonfiore e come termine medico ecchimosi (se pronunciata alla greca, cioè secondo il gr. “ekkýnosis”, o ecchimòsi se pronunciato in franc. “ecchymose”, da cui deriva direttamente) specialmente sul  capo. Mi sembra evidente il carattere espressivo del lemma per la ripetizione della prima sillaba, oltre che per il suono delle due “b” e della – l – con le tre “o” della parola

bocca, s.f. con un significato particolare quando si dice: “Fare la bocca ad una cosa” : contarci piuttosto che “abituarvisi”, com’è scritto DISC

boccagna, s.f.: tappo dell’apertura ovvero bocca del forno; termine usato almeno un tempo nelle campagne vicino a Fucecchio

boccale, s.m.: boccaglio, ma si tratta di un errore, come avviene non poche volte in riferimento a termini usati in tal modo per ignoranza

boccalone, s.m.: persona che, più che ridere, parla troppo, nel linguaggio familiare, ma alla lettera è un individuo che ha “una grande bocca”, sì da divenire maldicente, si può dedurre dal DEI

boccatella, s.f. Modo di dire: “Picchiare una boccatella”: Picchiare la bocca per terra, più in generale e quindi estensivamente picchiare una parte del corpo per terra

bòccia, s.f. ed è proprio dal gioco delle bocce che può aver avuto origine l’esclamazione  “Bella boccia!” per dire ironicamente “Che bellezza!” e non solo in riferimento a una palla tirata male. Per quanto boccia derivi forse  dal lat. volg. ipotetico “bottia” = “oggetto rotondo”, d’origine prelatina, secondo il DISC, poteva indicare anche una bottiglia e non “di forma tozza”, come possiamo trovare scritto nel DEI. Probabilmente per il fatto che vi era contenuta la varichina (ved.) questa era chiamata dalle nostre parti e in livornese (V. Marchi) “boccia”, per cui, se veniva detto: “Che mi vai a prende’la boccia?” si voleva dire: Mi vai a prendere la varichina?  Perciò indicando “il contenente per il contenuto”, si ricorreva senza saperlo a quella “figura retorica” che si chiama “metonimia” (V. Ceppellini)

 

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Il prossimo appuntamento con questa rubrica è previsto per il 22 marzo 2016 

Il Toscanario

Il Toscanario, ovvero “Parole usate in zone toscane” 

di Giancarlo Carmignani

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biscùssà’, v.intr.: “discutere” (M.Catastini), ma è un verbo caduto in desuetudine, come pure “Discussare”: ne possiamo comprendere il motivo, derivando dal lat. “discutere” = “esaminare” (De Mauro). Comunque anche nei nostri tempi è stato sentito dire “Hanno biscussato”: hanno discusso, e il DEI segnala come voce pis. “biscussione” per “discussione”, dove “bis-” ha un “significato nettamente peggiorativo”, come per es., in “bisunto”

bisognino, s.m. dim. di bisogno, usato nel proverbio: “Ir bisognino fa trottar la vecchia”: la necessità fa superare anche ostacoli molto gravi

bisorco, agg.: “pauroso” (M. Catastini), ma è un termine scomparso dall’uso. Infatti non saprei con cosa collegarlo

bisticcio, s.m.: “alterco”; si tratta di una voce toscana, come rivela il suff. “-iccio”, corrispondente al sett. “-izzo” (DEI)

bistincà’, v.tr.: bistincare, cioè molestare, infastidire con pizzicotti specialmente bambini piccoli, ma è una voce in declino, caso mai usata in forma negativa, come quando viene detto: “Non mi bistincà’!” : non mi molestare 

bistinco, s.m.: atto fastidioso pur sotto l’ “apparenza di celia” (Rigutini), ma da noi è un termine in decadenza specialmente se non viene usato al pl. col significato di dispetti, specialmente in riferimento a bambini; si tratta –pare- di una voce anche lucchese e pisana

bitorzoluto, agg.: che presenta protuberanze; voce toscana (DEI)

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bischero, s.m.: esibizionista, per non parlare di altri significati negativi di questo termine tipicamente toscano, anche se prevalentemente fiorentino, derivando – pare – dalla famiglia fiorentina dei Bischeri, che non volle vendere delle case poi distrutte da un incendio nei pressi dell’attuale Duomo, senza ricavarne perciò niente. Ma c’è anche l’ipotesi che all’origine del nome  sia il membro virile. Quanto al significato, può essere anche quello di stupidello, ma detto senza cattiveria, addirittura con una certa bonarietà fra amici, o di persona che si lascia raggirare facilmente, se all’origine dell’offesa fosse il nome dell’asticella, com’è scritto nel DISC,  “munita di chiave, collocata nel manico degli strumenti musicali a corda di cui regola la tensione”. Riepilogando, pare che per motivi cronologici, l’ipotesi da preferire sull’origine del nomignolo offensivo sia quella della famiglia fiorentina, data anche la sua particolare diffusione nell’area del capoluogo della nostra regione. È da tener presente anche l’espressione (usata pure in castagnetano) “A bischero sciolto”: “Senza capo né coda, senza logica” (L. Bezzini) o comunque, anche in fiorentino, “Atteggiamento di chi fa le cose senza pensarci prima” (S. Rossi Galli)

biscondola (a), loc.avv.: “luogo riparato dal vento e dove anche nella stagione fredda batte un po’ di sole”: duplice condizione che può spiegare il “bis-” lat. dell’etimologia completata dal “cond(ere)” = “chiudere, mettere al riparo” (DEI) e dal suff. diminutivo  “-ola”, forse in riferimento  alla zona circoscritta; voce pisana, ma forse possiamo dire, più in generale, toscana. A Fucecchio almeno un tempo si poteva sentir dire anche “a piscondola”, di cui esisteva addirittura la variante  “bispiombola”, chiara corruzione della precedente, anzi, più esattamente, della voce pisana precedentemente  considerata, forse in riferimento a quando i raggi del sole cadono “a piombo” cioè “perpendicolarmente, come indicato dal filo di piombo” (De Mauro). A Montaione (Firenze)  addirittura si chiama “A biscondola” la biblioteca comunale

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binoccolo, s.m.: binocolo, di cui è una var. toscana (De Mauro) e il DISC nota che la forma con la doppia –c- è attestata anche nel ‘700. Ciò dipende, a mio parere, dall’influenza di “occhio”, che, com’è noto, deriva dal lat. “oculu(m)”, oltre che da un motivo espressivo

biodolo, s.m.: pianta palustre che c’è chi confonde con la tifa, ma a Fucecchio mi risulta che sia usata comunemente la forma da definire ormai letteraria, essendo stata introdotta in letteratura dal Pascoli (DEI), “biodo”: giunco palustre (“Sparganium ramosum”). Comunque biodolo ne è una variante toscana (De Mauro) e ancor più precisamente pisana (DEI)

birignòccola, s.f.: “testa” (M. Catasini), ma è una voce scherzosa non più usata, per quanto sia collegabile con birignòccolo, quella voce toscana che è stata usata anche da Tozzi e che significa “bernoccolo” (DEI)

birignòccolo, s.m.: “bernoccolo”, ma è dalla forma sincopata brignoccolo che è derivato l’agg., usato da noi, brignoccoluto, in cui il suff. “–uto”, derivato dal latino “–utu(m)”, indica la “caratteristica” di una persona (DISC), ma anche un oggetto che presenta protuberanze ovvero, bernoccoli (DEI). Almeno un tempo birignoccolo indicava anche “un grumo di pasta” (M. Catastini)

biscancio, agg.: stupidello (M. Catastini), ma è una voce scomparsa dall’uso, per quanto specialmente nella prima parte risenta molto probabilmente dell’influenza di “bìschero”; infatti  al posto di questa offesa può essere detto come eufemismo anche “bischéncio”, per es., a San Pierino

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bidalescato, agg. (ma nell’ambito familiare): fuori dell’ordinario ma in senso negativo in riferimento a un edificio troppo irregolare o a un viso butterato oppure, per restare più aderenti all’origine della parola che presenta “bidaleschi”

bidalesco, s.m.: variante toscana rustica (probabilmente per semplificare un po’), ma presente a Fucecchio, di quel “guidalesco” che è stato ripreso dal Verga, pur risalendo al ‘300 (DEI, secondo cui è attestato nel 1764 nel pistoiese Lori) e che significa  una “lesione della pelle” (come estensivamente in italiano il guidalesco: DISC), finendo per formare una specie di foruncolo

bifonchià’, ma una variante più usata da noi è “sbifonchià’ ”; comunque il verbo toscano è “bofonchiare”, v.intr.: brontolare specialmente sotto sotto, derivato da “bifonchio”: calabrone (DEI), che in effetti emette un rumore sordo, un fastidioso ronzìo simile ad  brontolìo. Si tratta di un insetto che frequenta le stalle oppure le case abbandonate di campagna e che può essere pericoloso per l’uomo specialmente se ad attaccarlo sono più esemplari. Da notare che secondo Tommaseo – Bellini bifonchiare significa esprimere “disapprovazione o malcontento” con voci per lo più “inarticolate”: significato che ha in fondo anche da noi 

bifórchio, s.m. variante di bifórco: bifolco, rozzo, ma il primo lemma è in disuso

binda, s.f.: macchina “manuale per il sollevamento di carichi a piccola altezza” (De Mauro, secondo il quale questo lemma deriva dal “alto ted.” Antico “winde” = “àrgano”), ma l’espressione toscana da noi diffusa “Ma che ti ci ’oglion le binde per arzatti?” : ma he ti son necessarie delle macchine, cioè ti occorre proprio un grande sforzo per alzarti?

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biasci’à’, v.tr.: biascicare, meno frequente biasciare, che era la forma antica derivata dall’ipotetico lat. parlato “blassiàre” d’ “orig. onom.” (DISC)

biasciantìngoli, s.m.: “persona che si esprime male” (M. Catastini), mentre il DEI, pur riferendo la giusta derivazione da “biasciare” e “intingoli”, accenna ai “biasciantìngoli”, col significato di “buono a nulla”: significato che non escludo che sussista anche nel nostro vernacolo. Che si tratti di un’offesa, per quanto scherzosa, mi sembra evidente, per quanto il suo significato letterale sia anche  in pisano quello d’ individuo che “biascia a lungo il cibo che ha in bocca” senza mandarlo giù, come fa chi mastica senza avere i denti (L. Bezzini) e perciò – viene fatto di pensare – lento di riflessi, cosa che si può ripercuotere anche nella sua capacità sia di esprimersi nel parlare sia sul piano operativo

biasciotto, s.m.: biascicotto, parola toscana: “pezzo di carta, pane o altro che uno si toglie di bocca, dopo averlo biascicato a  lungo”. Chiara la derivazione  da “biasci(c)are” (DEI). Tuttavia il termine “biasciotti” indica propriamente nella nostra zona residui di saliva agli orli delle labbra, a causa di un’infiammazione “agli angoli della bocca” (M. Catastini), non certo gradevole a vedersi

bicigrea (M. Catastini) con la variante picigrea, s.f. probabilmente derivato da “pece greca” forse per il colore: liquirizia, in fucecchiese anche liquerizia

bicicrétta, accanto a bicirétta (anche in pis.) e bigigrétta (M. Catastini), s.f.: bicicletta, che però ha preso giustamente il sopravvento in generale, derivando dal francese “bicyclette”, diminutivo di “bicycle” = “biciclo”, a sua volta dal lat. “bis” = “due volte” e quindi “due” come primo “ elemento di composti” + gr. “kýklos” = “cerchio”, essendo un veicolo “con due ruote allineate” (DISC). Così almeno nel contado veniva detto scherzosamente: “L’hai vorsuta la bicicletta? o pedala!”: hai voluto codesta cosa (sfavorevole)? o pagane le conseguenze!: espressione simile a quella che vedremo parlando del “tramme”

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beschia, s.f.: bestia, specialmente nel contado e una volta, oltre che volg. e in preda all’ira, mentre la sostituzione opposta della –t- alla –c- seguita dalla –h- non era affatto inconsueta in toscano, come vedremo in seguito, per es., in un vocabolo meno volg. come “stioppo” al posto di “schioppo”, quasi come se si trattasse di una forma di ipercorrettismo come “carti” invece di “arti”

beúta, s.f. pop.: bevuta, con dileguo della –v- intervocalica come in “beitore”: bevitore : termini che erano entrambi molto diffusi un tempo dalle nostre parti, così come lo erano purtoppo l’ignoranza e l’alcolismo

bévere, v.tr.: bere, dal latino “bibere”, un tempo usato anche nel nostro vernacolo mentre questa forma antica sarebbe tuttora “viva  nei  dial. merid. e settentr.” secondo il DEI

bezziato, agg.: bezzicato, voce toscana che significa quasi “butterato” (M. Catastini) cioè coperto di “butteri”, sì da far venire un po’ in mente chi è stato colpito dal vaiolo (DISC). Significa anche dal viso come punzecchiato, beccato, pizzicato. Non per niente a Fucecchio esisteva il soprannome “Bezziato”,  ma il termine è in declino e in Toscana esiste il v. “bezzicare” in senese e in amiatino col significato di “beccare”: verbo da cui esso deriva, incrociato con “pizzicare” (DEI); che poi da noi sia caduta per dileguo la –c- intervocalica non è certo una novità

bia, s.f.: bica, cioè “micchio” (conico) di covoni; rifacimento toscano (ma pis. e lucc. “biga”) del settentr. biga che deriva dal long. biga” (DEI). Che a Massarella dicessero al pl. “bie” non sorprende infondo, tenendo presente che il dileguo della –c- intervocalica è molto diffusa nel nostro vernacolo, ma penso che in questo caso anche da noi il dileguo abbia finito per cedere alla parola corretta

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bernècche, s.m. inv., voce toscana che si trova peraltro solo nelle locuzioni “andare” o “essere” (nel nostro vernacolo rispettivamente “andà’ ” o “èsse’ ”) “in bernecche” (De Mauro): “essere ubriaco”: DEI, che considera tale voce fiorentina e espressiva, così come lo è il francese dialettale “berlique, berloque” = “essere ubriaco”: in fondo anche chi è “berlicche berlocche”, come viene detto ancora dalle nostre parti, può dare l’idea dell’instabilità un po’ come la dà l’ubriaco, anche se la prima parte del termine può far venire in mente il Berni, poeta dallo “stile burlesco” a cui a ccenna il De Mauro

berrettaio, s.m. Frase “Urla come un berrettaio!”: urla tanto, forse perché c’era chi faceva questo tra chi vendeva  berretti, ma è un termine in disuso anche perché chi lo fa più il berrettaio dalle nostre parti?

bertivèllo, s.m.: bertuello, rete per la pesca “a camere distinte dove il pesce entra, ma non può uscire” (M.P. Bini), ma il termine vernacolare è più vicino (tenendo presente la trasformazione  per betacismo della v- in b- e in senso opposto per spirantizzazione della –b- in –v-) all’ipotetico lat. “vertibellu(m)” = “bertovello” cui accenna il DEI

bertuccia, s.f.: donna troppo civettuola e anche antipatica; voce derivata (sia pure con significato diverso, secondo il DISC) dal nome proprio Berta, che poteva significare “donna chiacchierona”. E’ osservato nel DELI che tale nome personale era usato in senso spregiativo già nel Medioevo, in contrapposizione a “Ser Martino”: nome, quest’ultimo, che ritengo sia stato dato a un uccellino dai colori molto belli come il Martin pescatore, anche per tale motivo. Invece l’accezione sfavorevole del lemma in questione (attestato già dal ‘200 nella nostra letteratura) può derivare dal “temperamento piuttosto eccitabile” presentato dalla scimmia con tale nome che vive anche a Gibilterra

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benino, avv. in vernacolo è più un vezzeggiativo che un diminutivospecialmente quando si dice  affettuosamente a una persona, magari prendendola per il “ganascino”, avendo con lei confidenza, “Ti va benino, eh?”: ti va proprio bene, vero?

béo, s.m.volg.: becco, cornuto, tradito dalla moglie, con scomparsa addirittura della doppia – c –  e non solo di quella intervocalica, come avviene molte volte nel nostro vernacolo

bèr, agg.: bel (forma tronca di bello), come nel pisano, per esempio davanti a “discorso” nella frase antifrastica ovvero ironica: “E’ un ber discorso!” in riferimento ad un’affermazione che non condividiamo. Viene però detto seriamente quando diciamo, per esempio:”E’ un ber cane!” : è un cane bello! oppure “Ber mi esse’ ne’ su’ piedi!”: come mi piacerebbe trovarmi nella sua situazione!

bercià’, v.intr.: “gridare, urlare; voce tosc. (fior., pis., pist.)”: DEI, ma più ancora di “berciare”, lo è “sberciare” (De Mauro), nel vernacolo nostro “sbercià’” col pref. s- intensivo: da entrambi questi verbi derivano i due s. m. toscani “bèrcio” e “sbèrcio”: “grido sguaiato” ( De Mauro)

berlicche, s.m.: “nome scherzoso del diavolo”, ma passa a significare “volubile” deduciamo dal DEI, per es. nella frase espressiva come mostrano le due varianti: “Fa’ Berlicche Berlocche!”: cambi parere tanto rapidamente e in modo indisponente?

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bèllora, s.f.: puzzola (M. Catastini), ma sono del parere che tale voce, ormai in disuso, indicasse piuttosto la “donnola”, come afferma P. Fanfani (tenendo presente il “Vocabolario lucchese” del Bianchini), dato l’aspetto piacevole che presenta e che potrebbe spiegare la prima parte del nome (bello-)

belluria, s. f.: “bella apparenza”; voce popolare specialmente nel pistoiese, chiaramente derivata da “bello”, ma tenendo presente la stessa terminazione di “lussuria” (DEI), ma indicava “bellezza in tutti i suoi significati” nella montagna pistoiese, oltre che “in molti luoghi del contado”, secondo P.Fanfani. Infatti si tratta di una bellezza “più apparente che reale”, implicando l’idea di “eccesso” sia la lussuria sia il lat. “luxus” da cui questo termine deriva e il lusso quella dell’ “ostentazione”, si deduce dal De Mauro. Peraltro da noi il termine non sembra certo usato dando al suff. “-uria” un “valore perlopiù negativo” come avviene in italiano, stando al DISC

belluzia, s.f.: bellezza, ma lemma usato specialmente dai giovani nell’espressione “che belluzia!”, talora ironicamente, mentre altre volte questo termine viene usato con un senso di maggiore intensità rispetto a “belluria”, come fa capire anche l’uso della –z-, “mai di grado tenue”, a differenza della –r- (DISC)

benaére, s.m. chiaramente derivato da “bene” e “avere”: pace (anche a Firenze e Siena: R. Cantagalli, ma senza il dileguo della –v- come da noi), per es., nella frase: “Non mi fa benaére!”: non mi dà pace, molestandomi

benedì’, v.tr.: benedire, coniugato in parte dal popolo pisano su “finire” anziché  come un composto di “dire” e perciò all’indicativo pres. 1^ pers. sing. può capitar di sentir dire “benedisco” anziché “benedico” e alla 3^  pl. “benediscono” anziché “benedicono” (Malagoli), ma questo a Fucecchio viene fatto di pensare che si verificasse più che altro, come molti lemmi del presente dizionario, nel contado

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befana, s.f.: persona che lascia molto a desiderare. E’ un termine  rivolto ad una persona per lo più come offesa, sia pure in parte piuttosto cordiale almeno in Toscana. Infatti anche il personaggio che ai bambini piccoli viene fatto credere che porti loro doni la notte dell’Epifania (parola da cui deriva tale nome per “aferesi e sonorizzazione”: DISC) ha un aspetto non certo piacevole, ma è tanto gradito dai piccoli per un motivo facilmente comprensibile

befano, s.m.: offesa, peraltro non dettata proprio da malevolenza, e derivata da chi, la vigilia dell’Epifania ovvero della befana,  veniva estratto a sorte e gli veniva dato tale nome, mentre quella che rimaneva senza il compagno in tale estrazione si vedeva assegnare il titolo, non certo onorifico, di befana

beggerìo, s.m.: “schiamazzo di persone” (M. Catastini), ma è un termine caduto in disuso, a differenza di “buggerìo”, termine popolare italiano che indica sia “rumore forte e fastidioso” sia  un “gran numero di persone” (da noi anche “moltitudine disordinata”) e di cui “beggerìo” può essere stata una storpiatura forse per assimilazione alla – e – seguente. Infatti si può sentir dire: “C’era un buggerìo di gente!”

belleìto, agg. ma originariamente participio passato la parte finale “ìto”, che potrebbe essere scritta staccata così: bell’e ito: “spacciato” (R. Cantagalli) e, in modo più completo, ormai spacciato

bellìo, (anche in pis. e in livorn.) s.m.: ombelico, ma più direttamente da “bellico” che deriva appunto dal lat. “umbilicu(m)” = “ombelico” (DISC) con aferesi della sillaba iniziale, raddoppiamento espressivo della –l- e dileguo (tutt’altro che inconsueto nell’area linguistica di cui il fucecchiese fa parte, senza starlo a ripetere ancora per casi analoghi) della – c – intervocalica

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becco e bastonato!, escl.: sfortunatissimo, aggiungendosi una disgrazia ad un’altra

bécero, s.m.: “zotico, villanzone”: DEI, secondo cui la voce fiorentina (ma ritengo anche fucecchiese sì da figurare pure in un soprannome) è stata introdotta in letteratura dal Carducci

bècio, s.m.: lombrico e dalla voce fucecchiese, corrispondente al pisano “bécio” (con cui è collegato il toscano settentrionale “béco” = baco: DEI), è derivato a Fucecchio il noto soprannome omonimo, passato – come diversi soprannomi – ai figli

beeróne, s.m.: beverone, nel senso di bevanda abbondante (così si spiega bene il  suffisso accrescitivo “ – one –”), ma “insipida”, anzi “di gusto cattivo” (DISC) con dileguo della –v-; secondo una “forte tendenza” presente nel “toscano popolare” (G. Rohlfs),  per cui non meraviglia certo sentire  usare “beeróne”, oltre che a Pisa, Livorno e da noi presso Empoli: M.P. Bini, secondo la quale peraltro beverone, nelle zone toscane dove ella ha fatto interviste, sarebbe una voce “usata più comunemente per indicare il miscuglio di acqua e di farina che viene dato alle bestie”

beétta, s.f.: donna dappoco “antipatica”, ma veniva usata questa voce tipicamente fucecchiese (forse diminutivo di béa per il suono stridulo – antipatico specialmente quando annunziava l’inizio del lavoro – provocato dalla sirena della SAFFA) nel significato di fastidiosa, come poteva esserlo la voce di tale “donnetta”: questa parola non nel senso di donna dai facili costumi, bensì come un appellativo scherzoso, cioè senza nessuna cattiveria

 

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bé’, v.tr.: bere. Pres. ind. 1^ pers. sing. “Béo”: bevo. Pres. congt. 3^ pers. pl. “ Bevino”: bevano. Imperf. ind. “Beévo”: bevevo. Part. pass. volg. “Beuto”: bevuto, con il dileguo della –v- intervocalica, come in altri casi visti. Modi di dire contadineschi: “Bé’ come un lotro”: bere “molto e ingordamente”; “Bevémoci su!”: beviamoci sopra! in riferimento a una “cosa spiacevole che si vuol dimenticare”; “Ma che ti béi (bevi) ’r (il) cervello?: ma che non ragioni?

béa: la sirena della SAFFA, cioè della Soc. An. Fiammiferi e Affini, che suonava per annunziare l’entrata e l’uscita degli operai da questa fabbrica a Fucecchio, dove tale voce non esiste più, se non in espressioni tipo “Sembrava la bea!” in riferimento a un suono acuto e stridulo

bearèllo, s. m.: recipiente dove si mette l’acqua per gli uccelli in gabbia affinché bevano; “beverello” o “beverino” (DISC). Da notare che fino a pochissimo tempo fa esisteva nel comune di Fucecchio una persona soprannominata “Bearèllo”, ma ne ignoriamo il motivo preciso

bécca, s. m.: piega anche del vestito e, al pl., della camicia

beccà’, v. intr. e tr.: abboccare all’amo anche in senso metaforico e perciò farsi ingannare; per quanto propriamente voglia dire beccare, ha anche il senso di prendere “in fragrante”

beccaccia scopina, s.f. (seguito da un agg., a mio parere, ed invece da un altro s.f., sia pure toscano, secondo il De Mauro): varietà piccola di beccaccia, chiamata in tal modo a Fucecchio (oltre che scopaiola, essendo solita nascondersi nella scopa o erica), così come vi è chiamata beccaccia bottaia la varietà grande, ma si tratta di distinzioni presenti nel mondo venatorio, mentre è invece diffuso il nome comune beccaccia (“Scolopax rusticola”) su cui un proverbio toscano recita: “la Beccaccia è la regina del bosco” (C. Romanelli)

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battióda, s.f.: batticoda, vale a dire la cutrettola (“Motacilla flava”), termine “tipicamente toscano”, ma a Fucecchio, oltre a chiamarsi in tal modo perché dondola “continuamente la coda” (si noti che anticamente si chiamava “cutretta” per la derivazione dal latino “cauda” = “coda” e “trepida” = “tremante”), si chiama, sia pur più raramente, “battiódola” o strisciaiòla” perché questo uccello sembra “strisciare sul terreno”, e “cutì” per il verso: C. Romanelli

battiscarpa (a), loc. avv.: senza smettere di camminare e perciò “in fretta”, velocemente, ma pare che almeno una volta venisse detto “L’ho mangiato ( e nel contado “l’ho mangio”) a battiscarpa”: l’ho mangiato senza condimento, modo del resto più veloce di mangiare

batulèsse, s.m.: “litigio al buio” (M. Catastini), ma il termine è da tempo in disuso e questo lo possiamo capire anche perché non ne vedo le connessioni sul piano linguistico- semantico

baudòro (con la variante baodòro), s.m.: cetonietta grigio-nerastra e “pelosa” (M. Catastini), voce molto diffusa fra i bambini di Fucecchio nel secondo dopoguerra, ma il termine “baco d’oro” (significato originario dello stesso, modificato anche nel significato indebitamente per un arbitrario accostamento chiaramente erroneo) era e forse è ancora diffuso “nell’Italia sett. e centrale”, compresa la Toscana, per la cetonia dorata e se ne comprende bene il motivo, dati i colori che presenta: “baco” nel “senso generico di insetto” dal “colore dorato a riflessi metallici” (DEI). Si pensi all’espressione scherzosa, per quanto volgare: “Fottuto baudoro!” quasi intraducibile nell’ italiano corretto, se non con : ma cosa dici?ma non dire fesserie!

“Bau sette!” esclamazione del linguaggio infantile e perciò espressivo per far paura o divertire i bambini piccini

bavettina, s. f.: pastina molto sottile, dim. di “bavetta”, altro tipo di pasta sottile usata in Toscana. Invece in pisano almeno un tempo bavetta indicava una cosa da nulla

bavoso, agg. usato nell’ ambito del linguaggio familiare: vecchio libidinoso o comunque morbosamente sensibile alle giovanili bellezze femminili

 

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Il prossimo appuntamento con questa rubrica è previsto per il 22 dicembre  

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bastraóne, agg.: trasandato, disordinato ed in particolare vestito male, derivato da “bastracone” attestato sin dal 1300: “uomo grosso e forzuto” dal bizantino “bàstax, bàstakos” = “facchino” con il suffisso accrescitivo –one che originariamente poteva indicare qualità negative d’una persona (DISC) e l’epentesi espressiva della –r-

basusi, termine derivato da un soprannome fucecchiese e che si trovava nel modo di dire fucecchiese “Mi sembri basusi!” che non sembra che significasse sciocco, non essendo così l’impiegato di farmacia con tale soprannome. Comunque viene usata tale frase con un accento che non sembra certo elogiativo per la persona cui è diretto, ma il tono usato era piuttosto amichevole e perciò cordiale, oltre che scherzoso, comunque era espressivo. Invece secondo M. Catastini significava persona non considerata “per niente”

batanfrano/a, s. m. e f.: “persona inaffidabile”, ma è un termine venuto meno da tempo

batòlle, s.m.: persona impacciata, incerta e di capacità veramente scarse specialmente sul piano pratico, oltre che nel parlare e nella presenza: insomma per dirlo in vernacolo, una persona che “spìccia” davvero poco anche nel lavoro! (vedi spicciare): voce espressiva

batte’, v. tr.: battere. Pres. cong. 3^ pl. “Battino”: battano. Pass. rem., volg. “Battiedi”: battei; “Battiede”: batté e “Battiedero”: batterono. Espressione particolare anche in pis.: “B. una patta”: cadere. Si pensi poi alla frase con aria scocciata in riferimento ad una persona: “Bah, tanto per cambià’, è venuta di nuovo a batte’ cassa!”: com’è solita fare, è ritornata a chieder denari! Un altro modo di dire tipicamente fucecchiese, peraltro caduto in disuso è : “Batte’ ir piattellino”: andare a bere e mangiare all’osteria ripetutamente e senza adeguata giustificazione

battèllo, s.m.: “venditore ambulante”, ma in tal senso la voce è scomparsa anche a Fucecchio, dove,  secondo M. P. Bini, era ancora presente poco più di trent’anni fa. Probabilmente deriva dal fatto che batteva, cioè che costui andava di casa in casa per “vendere la roba”

batteria, s.f. con un significato particolare quando veniva detto “da batteria”: scadente

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barżotto, agg.: viene detto “soprattutto dell’uovo, né troppo sodo né troppo tenero” in livornese, ma da noi anche in riferimento a un individuo che lascia a desiderare e pure con la – s – anziché con la -ż- , tant’è vero che in questo senso figura in un soprannome fucecchiese. Anzi, è da notare che un cognome non raro dalle nostre parti è quello di Barzotti: anche alcuni cognomi e soprannomi, oltre che certi nomi propri, possono far luce sui vocaboli, compresi quelli vernacolari o dialettali, motivo per cui i secondi li ho introdotti nell’appendice. Comunque barżotto può significare mezzo e mezzo, come viene detto in castagnetano in riferimento all’uovo “ à la coque”. Invece noi lo diciamo in senso sfavorevole anche in riferimento al tempo che “non dice il vero” per il fatto che non è trasparente o, come dicono in Campania, non è “sincero”

bàscula, s.f.: basculla, rispetto alla quale bàscula è la “forma pisana” (DEI) usata anche da noi e in fondo giustificabile, a mio parere, perché deriva dal franc. “bascule”, cioè “bilancia a bilico”, a sua volta da “baculer” propriamente “battere il sedere” in riferimento scherzoso all’ “abbassarsi della bilancia” (DISC)

basiglio, s.m.: basilico, ma il termine, venuto fuori dal dileguo della -c– intervocalica ed il conseguente rafforzamento della consonante che lo precedeva, è venuto meno

basso, agg. con un uso particolare nell’espressione “Passan bassi!”: più che in riferimento agli uccelli, come per dire ironicamente, se non con un certo risentimento: “Ma cosa fischi?”, appunto ad uno che fischietta, pare che l’espressione sia usata “quando fa molto freddo” perché in questo caso, per tale motivo, la gente “cammina col capo affondato fra le spalle, quasi rattrappita” (R. Cantagalli)

bastardume (termine usato anche a Fucecchio e a Pisa in riferimento alle anatre tuffatrici ritenute “bastarde” avendo caratteri intermedi), s.m.: moretta tabaccata (“Aythya nyroca”) e moretta (“Aythya fuligula”), termine peraltro più usato nel Padule di Fucecchio come dimostra anche il toponimo Porto delle Morette e che si spiega per il “colore scuro del piumaggio” (C. Romanelli)

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barlaia, s.f.: detto dei pantaloni troppo larghi che perciò non “acconsentono” cioè non aderiscono al corpo finendo per essere cascanti e perciò producendo un effetto non gradito per chi li vede

barlaiòne, agg.: “sciatto nel vestire” (M. Catastini), ma è un termine in disuso, a differenza del sostantivo visto sopra, che indica il cavallo ovvero l’ “incrocio” (DISC) dei pantaloni molto basso e da cui l’aggettivo è derivato con l’aggiunta del suffisso accresc., ma in questo caso piuttosto spregiativo e nello stesso tempo significativo “– one”

barre, s.m.: bar con l’epitesi toscana nella pronuncia, ma a Firenze è stato scritto su un bar in modo spiritoso. La parola “bar” è inglese e significa propriamente “sbarra” in riferimento a quella che separava o separa “clienti e venditori” (DISC) e proprio per la sua origine straniera ci fu chi propose, al tempo del fascismo, di sostituirla con la ridicola parola “quisibeve”, ovviamente senza successo

 barsellà’, v.tr.: balzellare, cioè attendere una persona “al varco”: De Mauro, che giustamente la considera una voce toscana in particolare, oltre che con tale accezione, quando significa “cacciare a balzello”: modo di cacciare specialmente una lepre di notte, al chiaro di luna: tipo di caccia vietata. Probabilmente è di origine venatoria anche l’odonimo “via del Balzello” in località Le Vedute

barta, s.f.:balta, s. tosc. derivato dall’ipot. “baltare” = “ribaltare” (DISC) e quindi barta significa rovesciamento. Così si spiega che la frase “Attento, ti dà di barta!” significa: “Attento, ti si ribalta (codesto veicolo)!”, e quando si dice: “Ma che gli ha dato di barta il cervello?” s’intende dire: “Ma che è andato fuori di cervello?” un po’ come se fosse impazzito

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barchino (di Padule), s.m.: piccola imbarcazione stretta e lunga dove il cacciatore arriva a sdraiarsi per uccidere i poveri uccelli ingannati in modo da far prendere “per un fuscello” il forcino messo di punta per questo (M.P. Bini)

barcocchià’, v.tr.: barcocchiare (cioè picchiare): voce anche pisana, lucchese e pistoiese derivata da “barcocca”, “variante senese” per “albicocca” (DEI) probabilmente in riferimento al fatto che pure questi frutti dell’albicocco, per mangiarli o per venderli, venivano come altri abbattuti con dei bacchi, ma ciò avveniva ancora di più con le noci, ben più dure e perciò tanto meno fragili delle albicocche. Da bacchio deriva il termine “abbacchiato”, in senso metaforico “avvilito”

barcocchiata, s.f.: “forte dose di percosse”, significato del termine in “pistoiese” (M. Cortelazzo- C. Marcato), ma anche da noi

 barègio, agg. usato per lo più nell’ambito del linguaggio familiare e in riferimento al tempo:  nuvoloso o, per dirlo alla fucecchiese, “loffio”, non gradevole. È collegabile col livornese “balògio” (che significa “insicuro”), termine toscano che si trova anche in D’Annunzio e in lucchese, ma probabilmente ancora di più con un’altra voce toscana e cioè “barège”: “specie di stoffa di lana tessuta molto leggermente per vestiti da donna” e da “cosa leggera e da poco” –ritengo- è passato a indicare un tempo instabile, che non dà affidamento. Tale stoffa è possibile che venisse prodotta nella città francese di Barèges degli Alti Pirenei (DEI), dove può darsi benissimo che il tempo non dia  garanzia di stabilità, donde l’agg. barègio

barellà’, v.intr.: barellare nel senso di “barcollare, tentennare”. A Fucecchio si sentiva dire: “Ir tempo barella”: il tempo è incerto. E’ chiara la derivazione del verbo dall’ondeggiare della “barella” (DEI) nel trasporto dei feriti

bargèro, s m.: “cuscino per oggetti fragili” (M. Catastini), ma il termine è in disuso

 barlaccio, agg.: originariamente “l’uovo andato a male, ma di solito si dice della persona malaticcia (…) nel vernacolo fiorentino (R. Cantagalli), mentre da noi più in generale può riferirsi anche ad un individuo che lascia a desiderare

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barbina, s.f. dim. di “barba”, infatti quando uno non si è fatto la barba “viene scherzosamente apostrofato” a Firenze dicendo “L’è barbina!” (R. Cantagalli), ma l’espressione collegata con questa e usata da noi è “ E’ barbina!”: è dura, eh! più in generale e perciò non solo in riferimento alla barba. Comunque, per ritornare all’origine dell’espressione, la barba, come sappiamo, quando non viene fatta diventa dura. Questo lemma assume invece il valore di aggettivo nell’espressione toscana “Fare una figura barbina”: fare una brutta figura o, come diciamo noi, una “figuraccia”

barbine, s.f.pl. diminutivo di barbe (rosse): barbabietole, o almeno nell’ambito del linguaggio familiare. Quanto al nome scientifico della barbabietola è “ Beta vulgaris” (Diz. bot.)

barbiglióne, s.m.: uccello chiamato così “per le piume delle guance molto ispide”, sì da ricordare la “barba”, ma tale nome almeno nei nostri tempi è molto meno usato anche a Fucecchio del corrispondente italiano gruccione (“Merops apiaster”) e C. Romanelli nota che è un termine “tipicamente toscano”

barbògio, agg. quando segue, come avviene per lo più da noi, vecchio, nel qual caso può significare “decrepito”, come sostiene P. Giacchi e quindi nel complesso vecchio malridotto, oltre che “vecchio noioso e brontolone” come sostiene il DEI. Da questo dizionario si può dedurre che barbogio deriva dall’incrocio di “barba” (che in lat. significa “uomo anziano” e in lombardo anche “nonno”) con “Brogio”, cioè Ambrogio

barchetta, s.f.: diminutivo di barca, ma in senso metaforico, crisi, difficoltà, come, per esempio,  nelle frasi “andare in barca” o “essere in barca”: andare o essere in barca (DISC) cioè in crisi, in difficoltà, appunto; infatti come la barchetta può ondeggiare pericolosamente quando è alla mercè  dei flutti, così una persona è perplessa, incerta, per non dire peggio, quando è in barchetta

barchettina, s.f.: “Recipiente di cuoio, usato dai cacciatori per bere (M.P. Bini), ma un tempo, per cui non meraviglia che questa parole (dal nome giustificabile per il suo aspetto di piccola barca) non sia più conosciuta nel significato sopra espresso

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bao, s.m.: baco. “Bao della tenia”: tenia. Modi di dire: “E, sa’, ha speso un bao!” cioè “un po’ e via!” vale a dire molto e “Hai detto un bao!”: ti sembra d’aver detto poco! Al plurale bai: bachi. A un contadino del territorio fucecchiese che gli chiedeva  se il suo bambino avesse i “bai”, cioè i vermi intestinali che disturbano e disturbavano i bambini, dicendo: “Abba ‘bai?” cioè “abbia, avrà i bachi?”, uno spiritoso medico fucecchiese rispose: “Arà i bai!”, cioè “Avrà i bachi!”, espressione che si poteva trovare anche nella plebe fiorentina verso il 1863 secondo P. Fanfani

baò! escl.: bada oh!, ma questa tipica interiezione fucecchiese può significare anche ironicamente “O guarda un po’!”. Facendo una mimica particolare, può significare “Ma che fesseria dici!”

baòcci, s.m.pl., col dileguo della – c – di “bacocci”: “bachi da seta morti dentro il bozzolo” (DISC). Da noi è molto diffusa l’espressione “Ma che nel capo c’hai i baòcci?”: ma cos’hai nel capo?, rivolta all’interlocutore per dirgli che il cervello “non gli dice il vero”, cioè che non ha certo abbastanza intelligenza! Può insomma significare idee stupide

barattina, s.f.: “incrocio di matrimoni fra due famiglie”, ma anche questo termine (che deriva chiaramente da baratto) è in disuso

barba, s.f. Modo di dire: “In barba alla tirchieria!” : a dispetto della tirchieria!

barbà’, v.tr. volg. tosc.: barbare, mettere dentro con forza, “cacciar dentro (fino alle radici)”; infatti deriva da “barbe” col significato di “radici”: DEI secondo il quale il verbo “barbare” è attestato a Siena fin dal ‘500

barbieri, s.m. sig. e pl.: barbiere / barbieri. Modo di dire: “Er mi’ barbieri”: il mio barbiere. Infatti in fucecchiese, ma anche in pisano e in livornese, la desinenza del singolare e del plurale dei sostantivi in  “-iere”  può essere uguale, com’ è attestato già “in antico” (Malagoli). E’ rilevante osservare che “anticamente (…) le desinenze -ieri e -iere (dal francese “-ier”) erano in competizione; poi, nella lingua nazionale, -iere ha prevalso” (L. Castelli)

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ballòtta, s.f.: “castagna lessata con la buccia”, ma non è solo una voce toscana. Comunque anche da noi, come in livornese, è chiamato naso a ballotta quello appiattito e “rotondo in punta” (V. Marchi). A Fucecchio era tradizione mangiare le ballotte soprattutto la notte di Tutti i Santi, alla fine della cena. Classico il nostro detto: “Ballotte e vin novo, scurreggia mi’ omo”

bàlzere, s.m.: valzer, ma la voce, in cui si è verificato il betacismo all’inizio ed invece l’epitesi toscana in fondo, è in netto declino, per quanto sia attestato in M. Catastini, così come “bìfore” col  significato di “vapore”, ma scomparso ormai da tempo

banda, s.f.: situazione ingarbugliata, ma noi diciamo anche “ingarabugliata”, per es. nella frase: “O che banda è?”: o che confusione c’è!, ma veniva detto scherzosamente, senz’alcuna cattiveria, in riferimento a una situazione non del tutto chiara

bànfano, agg. e s.m.: bugiardo, venditore di fumo (M. Catastini), ma il termine è in disuso, mentre almeno fino a poco tempo fa, per es. nella frase “Che manfano che sei!”, era forse usato al suo posto “manfano” che non risulta che ne sia una variante, pur essendo un termine toscano, dal momento che in senso figurato significa “furbacchione” (De Mauro). Né risulta che sia un derivato per abbreviazione del primo il soprannome “Banfa”, usato un tempo in riferimento a un certo Gianfranco, potendo trattarsi di una abbreviazione con alterazione giovanile dello stesso nome

banfata, s.f.: “vampata”, anche a S. Maria a Monte, nel lucchese (Malagoli) e nel vernacolo versigliese (G. Cocci). Da noi per lo più è seguito dal complemento di specificazione “di caldo”. Si può così definire ondata di calore e deriva dalla voce lucchese onomatopeica “banfa” e questa dall’ipotetica base “bafa” nel senso di “calore afoso”, possiamo dedurre dal DEI con l’epentesi della  -n -,  mentre il suffisso “– ata–” ha il valore di “colpo di” (DISC), donde il significato di colpo di calore, così come esiste il colpo di sonno, temibile in particolare per gli automobilisti

ba no! escl.: certo! probabilmente la prima è una “voce di orig. onom.” (DISC)

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bàlia, s.f.: balia nera (“Ficedula hypoleuca” : C Romanelli), ma in italiano questo uccello è ben più conosciuto col nome di “pigliamosche”: DEI, secondo cui b. è una voce toscana derivata dal fatto che tale volatile “visita i nidi di altri uccelli per cercarvi insetti”. Invece Romanelli considera il pigliamosche (detto così perché “acchiappa gli insetti in volo”) un genere diverso dalla bàlia. Infatti lo chiama “Muscicapa striata”

balla, s.f.tosc. quando significa “sacco di tela, canapa o iuta” secondo il De Mauro; questo potrebbe essere contestato, ma non –a mio parere- che sia tosc. Il modo di dire “Questa è la balla e questa è la mostra” per dire, se ci viene richiesta una cosa, che non ne abbiamo una “quantità” maggiore (P. Fanfani): invito a una persona di accontentarsi di quello che le offriamo

ballétto, s.m. Modi di dire: “Dai balletto e muta” detto di chi muta parere senza legittima ragione (questo anche in pis.), insomma di chi è troppo volubile “In du’ balletti”: in poco tempo, poiché ci vuole poco tempo, appunto, per fare due balletti

balligia (con la variante, anch’essa toscana “valligia”), s.f.: valigia, di cui i termini toscani visti possono essere una storpiatura non esente da un motivo espressivo, come in altri casi il raddoppiamento interno della  – b – ( si pensi, per esempio, a “robba” e a “rubbare”). Comunque si tratta di un termine, usato anche in pisano e castagnetano, da noi in disuso

ballo, s.m.: discussione, nell’espressione “ ‘Un mi mette’ in ballo”: non mi méttere in ballo, cioè non mi coinvolgere

ballodole (in), loc. che assume un significato particolare se si dice “Va in ballodole”: si distrae, ma questa espressione è in disuso, a differenza di “Andà alle ballodole”, “andare in malora”, “fallire”; a Firenze “Essere in fin di vita” e “Essere andato alla ballodole”: essere morto. Questo perché sul colle delle allodole (da Valle delle Lodole sarebbe derivato il nome di Vallodole e “per corruzione” quello di Ballodole, secondo P. Bargellini – E. Guarnieri) “venne tracciato uno dei primi e più famosi camposanti fiorentini”: quello presso Trespiano (P. Fanfani)

ballòdolo, agg.: distratto, stando al significato che M. Catastini gli attribuisce in base a quello da lui dato all’espressione “andare in ballodole”, ma è un termine non più usato, diverso da quello da me conosciuto, cosa che non meraviglia non essendo più usata neppure tale espressione, a differenza di quella vista sopra, cioè “andare alle ballodole”, più espressiva e logica della stessa in base all’etimo: quanto più una parola o un’espressione è efficace, tanto più ha la possibilità di durare nel tempo col significato iniziale

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Il prossimo appuntamento con questa rubrica è previsto per il 27 ottobre 

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bada lì!, escl. toscana: cosa vuoi che sia!

badièra, s.f.: attenzione, ma tale termine, probabilmente derivato dal verbo “badare” cioè “fare attenzione” (De Mauro), è da tempo nettamente in disuso

baffo, s.m. con un significato particolare nella frase “A me mi fa’ un baffo!”: me ne infischio o, più volgarmente, me ne frego!

bàghere, s.m.: “Carrozza a quattro ruote senza sportelli e senza cassetta, per tre persone” ( M.P. Bini), voce usata un tempo anche a Fucecchio, di cui esiste peraltro una traccia nel soprannome nella variante usata talora nell’espressione “Mi sembri Bàgheri!” in riferimento a una persona che lascia a desiderare anche perché disordinata e vestita male. In italiano esiste “bàghero” che il DEI definisce voce “d’area settentrionale, ma diffusa anche a Roma” nella stessa forma che era usata da noi, mentre ne “Le veglie di Neri” del Fucini vediamo scritto “il bagherre”

bah!, escl. che per noi indica “esitazione”, “dubbio”, perplessità, rassegnazione e sorpresa (fino a diventare talora quasi una specie d’intercalare nel nostro vernacolo) anziché essere una “esclamazione di gioia” come forse il lat. “bach” (DEI). Invece significa, se è accompagnato da un cenno d’assenso con la testa, sì, certo, per es., in risposta alla domanda retorica: “O n’è così?”: non ti pare che la cosa stia in questi termini?

baillame, s.m.: “bailamme”, “confusione di gente e di voci”: nome derivato dalla festa turca “bairam”. “Non comune fuori di Toscana” (DEI), è nostrale la parola con due elle

balenà’, v. intr.: balenare, lampeggiare, ma aveva un significato diverso e diventava un v. trans.  quando veniva detto, per es.: “Me lo son sentito balenà’!”: me lo sono immaginato (in riferimento a una cosa non piacevole)

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baccalare, s.m.: baccalà, usato talora quest’ultimo termine in toscano anche in riferimento a un miscredente o a un ateo, ovviamente da parte di un credente, dandogli un’accezione sfavorevole. Infatti il baccalà non è certo gradito da tutti! Però, secondo il DEI, baccalare è una forma antica  toscana di baccalà (“merluzzo secco”) e l’accezione sfavorevole si spiegherebbe per il “richiamo” a “baccellone”, altro termine toscano col significato di “ scioccone” attestato dal ‘500, mentre nel linguaggio familiare nostrano “baccellone” significa “lungo e bischero” cioè individuo alto e sciocco, con scarsa voglia di lavorare

bàccaro, s.m.: bàccara (“Asarum europaeum”), erba dalle foglie “reniformi”, ma il lemma è usato da botanici delle nostre zone; comunque più di esso è usato il nome àsaro

baccello, s.m. “tosc.: Sciocco, scimunito” (DEI), forse perché è proprio sciocco il “frutto fresco dela fava”, chiamato in tal modo in toscano e in genovese; era anche un soprannome non raro a Fucecchio e dintorni con il diminuitivo “–ino” e “–ina”. Un significato particolare acquista nella frase “Sei un baccello!”: sei un credulone (R. Cardellicchio) ma, se ci pensiamo bene, sciocco e credulone non sono forse sinonimi?

baccina, agg.: carne di vacca, ma è senza dubbio in declino questo caso ( “ toscano rustico”, oltre che “romanesco”: DEI ) di betacismo: fenomeno “fonetico” di probabile “origine osco-umbra”, “trasmesso al latino parlato” e poi  all’ “Italia centromeridionale” (DISC), e abbastanza presente anche nella nostra zona

bacìo (a): loc. avv. derivata dall’agg. tosc. “bacìo”, ombroso perché esposto a nord (De Mauro), collegabile col lat. “opacus” = “opaco” tramite l’ipotetico “opacivus”; infatti probabilmente questo significava “ombroso” ( sott. “luogo”). Per ciò che riguarda la locuzione in questione, significa “a tramontana” (DELI), ed è “poco intesa fuori di Tosc.” (Malagoli). Il dileguo della  -v- non è certo raro nella nostra regione, dove un tempo,  specialmente in campagna, poteva avvenire lo scambio fra le lettere -p- e  -b- (“occlusive bilabiali”: De Mauro) divenuta lettera iniziale per l’aferesi della -o- di “opacivus”

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Ba’! esclamazione molto comune anche in pisano. Deriva da “bada” ed esprime un concetto affine a “guà’ ” (=guarda), ma serve anche come dubitativa invece di “ma”! (Malagoli)

babbalèo, s.m, e agg.: babbèo, da cui questa voce toscana deriva “con ampliamento” (DISC) e significa “sciocco”, derivando dalla radice onomatopeica “bab-”, che indica anche “stupidità”. In particolare nei dialetti calabrese e siciliano “babbo” significa “bietolone, stupido” (DEI) forse perché deriva, come “babbèo”, dalla radice onomatopeica ipotetica “bab-” che indica, secondo il De Mauro, “balbuzie o stupidità”

babbétto, s.m.dim. (con “valore  vezzeggiativo”) di babbo. Questo, com’è noto, è usato con grande prevalenza in Toscana al posto di “papà” il quale deriva dal francese “papa” mentre il nostro termine deriva dal latino parlata ipotetico “babbu”, “voce del linguaggio infantile” (DISC). Babbetto è un diminutivo insolito (usato nell’ambito del linguaggio familiare) a differenza di “babbino”, usato anche da S. Caterina da Siena (DEI), menzionato pure nella bella romanza “O mio babbino caro” del “Gianni Schicchi”, opera musicata da Giacomo Puccini in cui è rammentato Fucecchio

babbuccione, s.m.: “scappellotto dato con violenza” (anche a Empoli): voce la cui espressività è data, oltre che dal raddoppiamento della –b- e della –c-, dal suffisso accrescitivo “–one”

baccagliatore, s.m.: individuo che ci sa fare con le donne (termine che si trova anche in pisano) oppure che sa parlare bene. È chiara la derivazione dal v. “baccagliare” (nel nostro vernacolo “baccaglià’ ”) con mutamento di significato da quello originario, forse “del gergo della malavita” (DEI), mentre secondo il De Mauro il significato del verbo, usato nel “gergo giovanile” nel senso di “tentare un approccio con una persona dell’altro sesso” sarebbe di origine settentrionale. Secondo il DEI forse deriva dal lat. “bacchare” e questo da quello volg. ipotetico “baccalia”, forma sincopata popolare di “Baccanalia” = “feste orgiastiche in onore di Bacco”, da cui deriva anche “baccano” (DISC)

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avellà’, v.intr.: avellare, puzzare in modo particolare, per esempio nella frase, usata anche nel fiorentino: “Fa un puzzo che s’avella”: fa un puzzo tale che sa di putrefazione. Si tenga presente che “avello”, da cui tale verbo deriva, ha il significato di “tomba” sia in Dante (DELI) sia nel Foscolo (DISC) ed il collegamento del verbo con questo sostantivo è evidente

avemmaria, s.f.: “specie di pasta per la minestra”, chiamata così perché può ricordare la forma dei chicchi del rosario in cui la preghiera prevalente è costituita dalla “Ave, Maria”. Si tratta comunque di un tipo di pasta il cui nome è diffuso, parlando più in generale, in provincia di Firenze, oltre che nel “lucchese e pistoiese” cui accenna il DEI

avèrglia, s.f.: averla piccola (“Lanius collurio”) simile all’averla capirossa (“Lanius senator”), chiamata così “per la colorazione del capo nel maschio adulto”; infatti a Fucecchio questo uccello è chiamato “avèrglia caporosso”, mentre l’averla cenerina (“Lanius minor”) è detta così per il “petto bianco” (C. Romanelli). Comunque anche da noi averla è il più diffuso fra i nomi di questi uccelli

avvallóne, s.m.: spinta laterale con la spalla nel gioco del calcio; termine specialmente del gergo giovanile

avvedessi, v.rifl. avvedersi. Pass. rem. 1^ pers- sing.: “ M’avveddi”: m’avvidi

avvogliolato, part.pass. del v. avvogliolare. L’espressione vernacolare “Esse’ avvogliolato” significa essere preso dalla voglia di possedere una cosa o una persona

azzardoso, agg. (usato anche in senese): coraggioso, oltre che individuo che osa, azzarda: verbo quest’ultimo derivato, attraverso il francese e lo spagnolo, dall’arabo “az-zarhr” = “il dado”. Infatti il gioco dei dadi era un gioco d’azzardo praticato specialmente in epoca medievale.

azzipittassi, con la variante zipittarsi, v.rifl. azzipittarsi, cioè bisticciarsi, ma dei due verbi è il primo che risulta più diffuso da noi, soprattutto in riferimento al litigio tra bambini. Viene a mente, oltre al verbo scontrarsi, beccarsi, un po’ come facevano i polli portati da Renzo ad Azzeccagarbugli nel bellissimo romanzo manzoniano “I Promessi Sposi”

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Il prossimo appuntamento con questa rubrica è previsto per il 29 settembre 

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auzzà’, v.tr.: auzzare, cioè aguzzare, con dileguo della – g -. Era piuttosto nota nelle nostre campagne la favola del rospo che vide il contadino aguzzare la canna; perciò, pensando che lo volesse infilare, disse: “Il contadino auzza la ‘anna” e allora son guai! (I. Banti)

avantazione, s.f.: “vanterìa”, come definisce il DISC “vantazione” (usato anche a Empoli), ma termine giustamente considerato “di basso uso” dal De Mauro e di cui penso che “avantazione” sia una forma agglutinata, ma non più in uso, a differenza dell’espressione “ ’Un lo di’o per vantammi”: non lo dico per vantarmi

avé’, v.tr.: avere. Ind. pres. 1^ plur. “avemo”: abbiamo; Indic. imperf. 2^ pers. pl. “avevi”: avevate; Congt. pres. 3^ pers. pl. “abbino”: abbiano. Part. pass. “aùto”: avuto.

Modi di dire: “ ’Un ci fa bene avé’ ”: non ci dà requie; “Te l’addì ?” : te lo devo dire?;

“Avé’ all’anima”: avere all’anima, che può avere due significati: essere colpito profondamente oppure avere sulla coscienza

“A da’elle!” con la sincope della  -v- : magari le potessi avere!

“Avé’ di atti di qualcuno” : aver bisogno, senza meritarselo, di qualcuno

“Avé’ il viso tutto  bezziato” : avere il viso butterato

“Aveccela con qualcuno” : provar rancore per una persona

“Avé’ naso” : avere intuito

“Avé’ un debole”: propendere.

Un’espressione volgare diffusa anche oltre Fucecchio, specialmente nel Pisano, è “Avé’ sur (sul) culo” : avere sul deretano: rompere le scatole, per non dir peggio; insomma avere molto antipatico, così come nell’altra espressione volgare: “Mi sta proprio sur culo!”

È inoltre noto il proverbio “Chi ha dato ha dato, e chi ha auto ha auto”

Un tempo non lontano era abbastanza usata l’espressione: “Avé’ più discorsi del Baragiòli”: fare tanti discorsi a sproposito, “senza né capo né coda” (R. Cardellicchio), peraltro venuta meno come la frase riferita sostanzialmente da Marisa Masani: “Va a cercà’ Maria per aére!”: va a cercare Maria per avere: richiamo a non illudersi vanamente e perciò a cercare per ottenere, a stare con i piedi per terra, a darsi da fare

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attavolata, agg.: donna quasi completamente priva del rilievo delle mammelle, sì da sembrare che abbia dalla parte del seno una specie di tavola. Giocando sulla parola, con la scusa di accennare alla frazione di Altopascio (Lucca) con un nome dallo stesso significato (Spianate), Pallette (vedi il soprannome) cantava “nata alle Spianate”, alludendo a una donna con tale difetto fisico

attonà’, v.tr.: “mandare cattivi odori” (M. Catastini), ma è un verbo non più usato. In latino “attonare” significa “spaventare col tuono” e da questo deriva “attonito” = “stupefatto” tramite il latino “attonitus”, propriamente “stordito dal tono”, mentre invece il verbo italiano antico “attonare” significava dare “tono” e perciò “vigore” in riferimento a rimedi (DEI): si pensi infatti all’agg. “tonico”

atti(di), (a Empoli e in altre parti della Toscana “di catti”), loc. avv. nell’espressione “Avé’ di atti”: avere un debito nei confronti di un persona da cui uno finisce per dipendere. Pare che derivi dal lat. “de capto” “(appena, quasi) per grazia” (L. Bezzini): essere costretto a contentarsi della cortesia di una persona che non sarebbe tenuta a dimostrarla. Infatti deriva in italiano da “avere per accatto”, cioè “per elemosina”, aver bisogno di una persona a cui erano state fatte angherie (P. Giacchi) e troviamo nel Battaglia che “ aver dicatti” o “dicatto” significa “esser contento, ritenersi fortunato” di poter avere un “favore, servizio, prestazione”, significato dell’antico “dicato” derivato da “cattare” e questo dal lat. “captare” = “afferrare”. Secondo R. Cantagalli l’espressione “avere un dicatti” significa “ è di grazia se si è avuto tanto” e può derivare da “avere per accatto”, cioè per “per elemosina”, “per carità”, insomma per “grazia”: ipotesi che mi sembra la più accettabile, per quanto “avere di catti” possa significare anche “aver fortuna” se avviene una certa cosa

attrassi, s.m.pl.: “oggetti” alla rinfusa “fuori uso” (M. Catastini), ma in netto declino da noi, mentre in pisano è attestato col significato di “cianfrusaglie” (G. Gianetti)

attrigati, agg. pl.: arruffati (i capelli), ma la voce è venuta meno

àutte àutte, s.m.: l’aut aut, con la tipica epitesi diffusa in particolare anche in pisano e livornese; deriva dalla congiunzione correlativa latina “aut … aut” = “o…o”: imposizione di un’alternativa (Malagoli) su cui bisogna fare una scelta

 

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assoprillà’ o, meno usate, le varianti assoprellà’e quella pisana soprellà’, v.tr.: assoprillare, cioè mettere le cose una “sopra” l’altra “senza cura” ovvero alla rinfusa

assottiglià’, v.tr.: assottigliare col significato particolare di picchiare, per esempio, quando viene detto: “T’assottiglio io!”, ma più in pisano che in fucecchiese, dove un tempo, in riferimento al taglio della vanga, poteva significare rifare lo stesso taglio rendendolo più sottile

attaccà’, v.intr. quando attaccare viene detto della neve che non si scioglie al contatto dei corpi (Malagoli) su cui si posa stendendo come un candido velo

attaccàgnolo, s.m.: individuo troppo attaccato al denaro e perciò taccagno, tirchio, spilorcio; voce toscana anche secondo il DEI, che però dà ad attaccàgnolo un significato ben diverso, cioè, in senso figurato, di “cavillo”

attacchino, s.m.: tirchio, persona troppo attaccata al denaro e ne è un sinonimo  “tirato”, che però è da considerarsi un aggettivo

attacco, s.m.: attaccamento, ma nel contado e ormai in netta decadenza o addirittura scomparso, ciò che pare valga anche in riferimento ad un’altra accezione dello stesso vocabolo: “Servizio da tiro composto da veicoli e cavalli” (M. P. Bini). Probabilmente, prendendo spunto dal soprannome di una persona che abitava presso la bella via di Rimedio, nel secondo dopoguerra veniva definito a Fucecchio “attacco di Bacchiòla” un servizio da tiro che lasciava molto a desiderare

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àspito, (anche in pis.: B. Gianetti) s.m.: aspide, serpente velenoso; termine caduto in disuso, ma collegabile col toscano settentrionale in riferimento a una “lucertola creduta velenosa”: entrambi corruzione  di “aspide”, derivato dal greco “aspís, aspídos”= “scudo”, forse in origine in riferimento a un “animale e arma provvisti di scaglie” (DEI)

asserbà’, v. tr.: asserbare, serbare, conservare. Era diffuso specialmente presso il popolo pistoiese “per il semplice Serbare” anche verso il 1863 e vi si nota la tendenza, “comune al popolo toscano in genere, ad aggiungere anche a molti altri verbi la preposizione A  in principio” (P. Fanfani). Deriva dal latino “ad” + “servare” col “trattamento fonetico del nesso latino /rv/ proprio del toscano”, com’è scritto nel DISC a proposito del verbo “serbare”.

Proverbio: “Chi asserba, asserba a Pasqua”, invito a non conservare avidamente denaro e oggetti col rischio di perdere poi ciò che è stato così conservato.

Un’altra espressione molto diffusa da noi è: “Tira su e asserba a Pasqua!”, detta a chi, invece di soffiarsi il naso come dovrebbe, tira su il muco come se lo dovesse conservare per una grande solennità qual è la Pasqua nel mondo cristiano

assitarsi, v.rifl.: annusarsi in riferimento agli animali (M. Catastini) da “sito” nel significato di “odore”, ma il verbo “assitare”, “ant. e tosc.” (DEI), da noi è caduto in desuetudine

asso, s.m. Modo di dire: “Sarebbe l’asso!”: sarebbe “proprio quello che ci vorrebbe”: Malagoli in riferimento al pisano, ma è usato anche da noi

assodato, agg.: fermo in un cespuglio, in riferimento ad un uccello che ci mette del tempo prima di riprendere il volo. E’ un termine proprio del linguaggio venatorio

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arzàvola, s. f. : alzàvola, uccello ( presente anche nel Padule di Fucecchio) simile al germano, di cui condivide il genere;  infatti è chiamato pure “germanella” e il suo nome scientifico è “Anas crecca”: Devoto-Oli

arzigogolamento, s.m.:arzigògolo, usato con il prolungamento “arzigogola mento” anche da Indro Montanelli sia pure al plurale

arzigògolo, s.m.: cosa lambiccata o addirittura scarabocchio (in lucchese “arcigògolo”),  forse dal greco  “archaiologéo” =  “ discuto di antichità o di cose  fuori tempo” (DEI), etimo giustificabile almeno quando arzigògolo significa come in italiano “pensiero tortuoso” (DISC)

aschioso, agg.: astioso, anche in pisano, così come il sostantivo da cui esso deriva: “aschio” al posto di astio, ma sono due parole in declino. Si tratta di un processo inverso a quello del toscano “stioppo” rispetto a “schioppo”

asciuttóre, s.m.: “tempo di aridità, siccità” (in Campania “sìccita”), di “uso comune nel parlare fiorentino” verso il 1863 (P. Fanfani) e almeno fino a pochissimo tempo fa anche nel contado fucecchiese

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arroncolato, agg., ma usato in collegamento con gambe e perciò queste vengono dette talora “arroncolate”: arcuate, essendo appunto “ricurva” la lama della roncola (DISC)

arrosellito, part. pass. diventato agg.: arrosolito: arrostito “al fuoco, finché la carne non assume una crosta rossiccia”: DEI, secondo cui giustamente anche il pisano “rosolire” deriva dal longobardo “rosa” = “crosta” (DEI)

arrosto, s. m.  con un significativo particolare nell’espressione, che si trova anche nel vernacolo fiorentino, “Fare degli arrosti”: commettere errori grossolani. Al singolare è usato specialmente sul piano scolastico: “Ha fatto davvero un arrosto!”: ha fatto un compito veramente impresentabile!

Un piatto particolare fucecchiese è l’“arrosto in pentola”, dove viene fuori un sugo speciale che un simpatico personaggio fucecchiese, il maestro Daddi, chiamava “merdina”, termine condiviso  anche da altre persone: un sugo, nonostante la volgarità del termine, veramente squisito, come del resto il piatto in questione

arrucignolito, agg.: “ avvolto in malo modo” (M. Catastini), ma è un termine caduto in disuso

arsenale, s.m. metaforicamente in toscano, oltre che “bimbo troppo vivace” (DEI), adulto che lascia molto a desiderare

artìolo, s. m.: articolo non solo in riferimento a una delle nove parti del discorso, bensì a un “bambino molto vivace e birbantello” e anche a un adulto che lascia non poco a desiderare

artro ( altro) che!, esclam.: senz’ altro nelle risposte, mentre ha un significato diverso quando viene detto: “ All’artro che ‘un ci ’asco!”: per poco non ci cadevo

arzà’, v. tr. : alzare. Modo di dire pop.: “Arzà’ ir gomito”: ubriacarsi o quasi

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