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cognosce’, v.tr.: “conoscere” (M. Catastini), ma il v. “pis. e lucch. rustico” (DEI), pur risentendo del lat. class. “conoscere”, è caduto almeno da noi in desuetudine

còio, s.m. tosc., più precisamente nel comprensorio del cuoio: cuoio, appunto, detto anche in pis., dove, come da noi e come in casi analoghi, quali “cuoco” e “vuole”, il ditt. –uo- diventa -o- , e il pl. “coia” indica “la pelle umana”, per cui “tirà’ le còia” significa morire (B. Gianetti)

cóla, s.f.: filtro usato in particolare per il “ vin dolce” nella campagna  (R. Bettarini). Infatti deriva dal lat. “colare”, a sua volta da “colum” = “filtro” (De Mauro)

cólo, s.m.: individuo lamentoso, come nella frase, ma specialmente nel linguaggio familiare: “Se’ proprio un colo!”: sei proprio un lagnoso!

 

combinà’, v. per lo più tr.: combinare. Si tenga presente il proverbio contadino: “A tavola e a letto si ‘ombina e meglio affari” : i migliori affari e le migliori imprese sono realizzati e fatte gustando i piaceri della tavola e del letto

comèsse (o), loc.derivata dal lat. “cum esset”, si può dedurre da L. Bezzini che giustamente osserva che “comesse” è usata spesso per avviare il discorso: “come sarebbe” o “per esempio”. È poi da notare che in comesse si è verificata l’ “agglutinazione” (o “concrezione”), cioè la “fusione in un’unica unità di due parole” (De Mauro)

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coglie’, v.tr.: cogliere. Si noti che anche da noi, così come nel Pisano, veniva o addirittura viene ancora detto talora, sia pure impropriamente: “vo a coglie’ ” oppure “a fa’ l’olio” per dire “vado a cogliere le olive”, andando alla sostanza secondo la tipica mentalità pratica popolare

cogliómbero, s.m.: sciocco, per non dire coglione, di cui è una voce meno volgare ottenuta mediante un ampliamento. Quanto a coglione, deriva da còglia, termine antico e letterario “per indicare – dice il Battaglia – la borsa dei testicoli” (R. Cantagalli), cioè lo “scròto”, derivato appunto  dal lat. “scrotu(m)” = borsa (DISC). Coglioni è usato specialmente al pl. seguito dal punto esclamativo col significato di “Ha’ detto nulla!”, caspita!, eufemismo al posto del volg. “cazzo”, abusato a sua volta da tanti giovani, femmine comprese, da cui si richiede giustamente un linguaggio più controllato

cogliono (con la c- aspirata, ma non tolta), s.m.: corno, per non dir peggio, col significato di “cosa di nessuna importanza” com’è scritto nel DISC in riferimento al volg. “cazzo”. Dal punto di vista linguistico è chiaro che si tratta di una variante di una parola volg. (“coglione”), ma meno di quella testè citata ed aggiungo che l’ho sentita usare, sia pur raramente, in un’erspressione come “E per me un cogliono!” o come “E questo è un cogliono!”, che significano rispettivamente “E per me nulla?” e “Non è vero!”, espressioni dette con un certo risentimento, almeno la seconda, la prima invece col sorriso fra le labbra

cògno, s.m.: “cumulo di legno” (M. Catastini), ma il termine è in disuso anche in tal senso

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cocchiume, s.m., ma è più diffuso senza dubbio il nome gambettone come in altre parti della Tosacana: totano moro (“Tringa erythropus”), chiamato cocchiume a Fucecchio per il fischio “corto e forte” emesso da questo uccello “di ripa”, tant’è vero che a Firenze e nel Vecchianese è chiamato anche “chiò – chiò” e a Livorno “chiòi-chiòi” (C. Romanelli). Tuttavia cocchiume a Fucecchio (dal v. “cocchiare” che significa “fischiare frequentemente”) indica anche la pettegola (“Tringa totanus”), dal canto “composto di una sola nota ripetuta insistentemente” (donde il nome), e la pantana (“Tringa nebularia”), termine “tipicamente toscano” derivato dal fatto che questo uccello “frequenta luoghi melmosi”, cioè i pantani

còccolo, s.m.: “stelo di granturco o di saggina” (M. Catastini), ma è un termine caduto: in gr. “kokkos”, da cui deriva “còccola”, intesa come “bacca”, significa “nocciolo dei frutti” (DEI). Quanto a “coccole” nel senso di “tenerezze” (De Mauro), è un vocabolo dall’origine onomatopeica

coccolóne, ( a parte il termine regionale nel senso di “colpo apoplettico”: DISC) s.m.: croccolone (“Gallinago media”) e dipende dal fatto che questo uccello “resta accovacciato”(C. Romanelli)

coce’, v.tr.: cuocere. Qualche tempo fa, si poteva sentir dire: “ ‘un la fa né bollì’ e né mai coce’ ”: non la fa né bollire né cuocere, in riferimento a una persona che passa troppo velocemente dal fare una cosa a farne un’altra, senza la necessaria ponderazione o comunque senza farla maturare

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ciuo, s.m.: ciuco, voce anch’essa tosc. ed espressiva con questo significato (DISC): “asino”, attestato da Michelangelo Buonarroti proprio l’anno della sua morte, cioè nel 1564, ed invece col significato di “persona ignorante, poco intelligente” dal Giusti (DELI), molto probabilmente per la durezza di questo animale. In reltà esso fa tenerezza, specialmente il “ciuino”: ciuchino, così buono e dallo sguardo rassegnato. Non meraviglia perciò che dalle nostre parti un tempo venisse dato a intendere , quando eravamo piccoli, che esso portava i regali la notte di Natale, come abbiamo visto nella voce ceppo. Frase: “In mezz’ora nasce un ciuo e va ritto!”: anche in poco tempo si possono fare tante cose. Viene definito invece “muso a ciuo” il viso di chi è scontento

ciurlà’, v.intr.: ciurlare, ma il significato di prendere in giro può essere nato dal fatto che anticamente (essendo attestato in letteratura nel ‘500) il “ciurlo” era un “giro di danza su un solo piede”: DEI, che considera questa una voce espressiva 

ciùrmolo, s.m.: ricciolo, ma è un termine caduto in disuso, così come il pl. “ciurmoli”, che indicava “ciuffi di capelli arruffati” (M. Catastini)

cocchiumà’, v.tr.: cocchiumare nel senso di conciare e questo col significato di trattare male. Infatti il cocchiume era una piccola parte della botte, dove nel mondo ebraico veniva praticata tortura consistente  nel legare il membro virile – pare –  al “foro della botte” e cioè al cocchiume, appunto,  che indica però anche “il turicciolo o tappo che lo chiude”:  DEI, che parla di “cocchiume” come voce toscana. Infatti Alberto Morelli ha sentito pronunciare il verbo “cocchiumà’ ” come una minaccia da un contadino di Ponte a Cappiano (“Ti cocchiumo io!”), per quanto almeno  esso sia caduto in disuso così come il sostantivo visto che lo ha originato

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ciucciaànne, s.m.: usignolo di fiume (“Cettia cetti”) e “ciucciacanne” si spiega essendo un termine generico “per indicare i Silvidi di palude” (C. Romanelli). Esso comunque vi indica anche la cannaiòla (“Acrocephalus scirpaceus”) e il termine “ciuccia canne” è spiegato dal Romanelli per il fatto che si tratta anche in questo caso di un uccello che vola “continuamente sulle cannelle per beccare gli insetti”

ciuccata, s.f.: stupidaggine ed è da notare che in questo caso il suff. “-ata” aggiunto a “ciucc(o)” indica un “rapporto di relazione” (DISC) con questo

ciucciato, part. pass. divenuto agg.: viene detto di un “vestito molto stretto, scarso” e di un individuo “dal viso smunto” (Malagoli) o che è comunque molto magro in una parte del corpo: “magro rifinito” (R. Cardellicchio) e talora viene detto, nell’ambito del linguaggio familiare,  “ciuccato dalle scimmie”, in riferimento ad un deretano tanto magro da sembrare quasi rivolto in dentro, anziché sporgere fuori

ciucco, con l’ampiamento e l’accrescitivo ciucchettone, agg.: scemo, ma talora il primo viene usato scherzosamente tra amici. Comunque è un’offesa molto diffusa “nella zona d’Empoli” (R.Cantagalli), a Santa Croce sull’Arno e e zona Fucecchio specialmente la prima voce, mentre la seconda (citata nell’ “Vocabolario lucchese” del Bianchini secondo P. Fanfani) è rivolta talora in riferimento a una persona che è davvero malata di mente. D’altra parte anche chi si trova in tale triste situazione dovrebbe essere trattato in modo più adeguato e non certo con disprezzo

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cìscheri, s.m., specie di epiteto non certo elogiativo in riferimento a una persona di scarso valore, a mio parere voce espressiva, collegabile con l’agg. “cischero” (“che ha cattiva vista”), così come l’umbro “ciuschero”, menzionato dal DEI col riferimento di “brillo”. Invece secondo P. Fanfani “cischero” a Firenze non avrebbe un’accezione dispregiativa, pur avendo, ma attenuati, due significati sopra espressi, così come non l’aveva originariamente in italiano l’agg. “losco”, pur derivando dal lat. “luscu(m)”=”guercio” (DISC)

cispiosi, originariamente agg. (cisposi): così venivano indicati con disprezzo, in tempi di stolte rivalità campanilistiche, i fucecchiesi dai loro vicini forse perché ancora prima la lavorazione della canapa e delle funi provocava negli occhi dei loro antenati una forma di tracoma e quindi la formazione della cispa; quanto all’inserimento della – i – pare un’epentesi dovuta a ignoranza, quasi a calcare maggiormente un disprezzo ingiustificato. La variante femminile, venuta meno, era “cipischiose” = cispose

ciucca, s.f.: ubriacatura; voce “gergale” da confrontare col calabrese “ciuc(c)a” = “ubriachezza”, che indica l’effetto dell’ubriacatura e specialmente  lo “stato di ebbrezza e di confusione mentale” a causa dell’ “ingestione eccessiva di bevande alcoliche” (DISC) e significa “ubriachezza” anche il piemontese “ciuca” (DEI)

ciuccià’, v. tr.: ciucciare. Questa voce familiare del linguaggio infantile è d’origine onomatopeica (DISC), come molte altre di tale tipo di linguaggio. Si pensi alla frase detta scherzando, ma talora con ironia o addirittura con sarcasmo: “Ciuccia, meo!” ( e si veda la voce meo) in riferimento, per es., a chi si mangia le unghie, azione che non denota certo una buona educazione. Si tenga presente anche il rifl. ciucciassi: ciucciarsi, pupparsi. Se viene detto “ciucciassi ir dito” (pupparsi il dito), ciò significa rimanere scornato, deluso per una situazione capitata spesso per colpa propria

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cipollotto, s.m.: specie di aglio; di quattro cipollotti bianchi freschi e di altrettanti “rametti di timo fresco” può essere fatto uso per la zuppa di pane raffermo (con verdure e fagioli cannellini) di Fucecchio, localmente chiamata “ ’Nzuppa”, che non “viene ribollita, come il piatto cucinato a Firenze”, bensì “consumata ancora calda nella classica terrina di coccio” in quei ristoranti che vogliono valorizzare davvero la cucina locale

cipressini, s.m.pl. col dimin., ma l’espressione “Andà’ a’ cipressini” o “a’ cipressetti” significa “morire” mentre “Mandà’ a’ cipressetti” significa “ammazzare”: ciò perché una caratteristica dei cimiteri specialmente in Toscana è il fatto che vimsiano stati piantati i cipressi. Furono però poeti greci e latini che cominciarono a considerarli gli alberi dei defunti; in particolare, nelle “Metamorfosi” di Ovidio, ricche di favole mitologiche, fu il giovinetto Ciparisso che chiese ad Apollo di “mostrasse un lutto eterno” venendo dopo la sua morte trasformato in cipresso per aver ucciso, sia pure involontariamente, un cervo, a lui tanto caro, “dalle corna d’oro” (A. Cattabiani)

ciringomma, con la var. cilingomma, s.f.: “chewing-gum” (voce inglese d’America) = “gomma da masticare”, di cui la voce è una specie di calco linguistico diffuso a partire dal secondo dopoguerra a causa della presenza degli alleati americani in Italia

ciro, s.m.: porco; voce diffusa anche da noi, ma più in generale toscana. DEI, secondo il quale diz. l’ “omofonia” col greco “chôiros” = “porco” sarebbe “casuale” (ma così non è a mio parere), mentre il lemma potrebbe essere collegato col nome proprio Ciro. Tuttavia non ne vedo il motivo anche perché il nome del fondatore del “primo grande impero persiano” veniva spiegato “nella tradizione antica” con “sole” e non a caso egli venne definito “il Grande” (Enc. It.)

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ciòria, s.f.: cicoria o radicchio (“Cichorium intybus”), la cui radice era utilizzata “in tempo di autarchia” per fare il sostituto del caffè (L.Bezzini). Si tratta di una pianta molto diffusa nei nostri campi, che rende più ridenti con i suoi bei fiorellini azzurri, per quanto ingiustamente trascurati

ciòttola, s.f.: ciòtola, da noi talora col raddoppiamento erroneo della –t- nella pronuncia- s’intende- forse per influenza di “ciottolo”, che indica estensivamente “sasso” e non “tazza larga, senza manico” (DISC), come invece ciottola

ciottolà’, v. intr.: ciottolare nel senso di “star largo nei vestiti, nelle scarpe”, come in pisano (B.Gianetti)

ciottolo, s.m.: cosa da niente o comunque di scarsissimo valore da noi; più in generale in Toscana, “stoviglia di terracotta” (De Mauro)

cipolla, s.f.tosc.: ventriglio del pollo (P. Artusi), molto probabilmente perché questa parte dello stomaco ricorda la forma della nota pianta (“Allium caepa”: DEI) e questo vale con un po’di fantasia anche per il “cipollone”, grosso e “pesante orologio da tasca, spesso legato a una catena” che usava una volta. Invece “cipolla gaetana” veniva chiamata a fucecchio l’organo genitale femminile probabilmente in riferimento al “monte di Venere”

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ciocco, s.m.: radice legnosa della scopa (“Erica arborea” e “scoparia”: De Mauro), che poteva essere utilizzata per costruire pipe

cioccolà, v. intr.: cioccolare, “muoversi del piede dentro una scarpa abbondante” (M. Catastini), ma è un verbo non più usato, dal momento che in tal caso diciamo che il piede “ci ciottola”, verbo più espressivo

ciocolóna, s.f. (esiste anche il m. “Ciocolone”, ma in questo caso sembra più usato il f. almeno in fucecchiese): persona tranquilla, “a cui va tutto bene”, che si contenta facilmente, “accomodante” (M. Catastini), bonacciona: parola che mi pare senza dubbio onomatopeica con quella ripetizione della prima sillaba espressiva seguita dalla liquida –l- e da un  suff. accresc. il quale rende bene l’idea di una persona pacioccona che s’ acquieta facilmente standosene in poltrona

ciompo, agg. o s.m.: corrisponde al pis. “cionco”: “cascante” (DEI) o “stanco”, “cadente”, si deduce da M.P. Bini; offesa di lieve entità fra amici nel linguaggio giovanile fucecchiese e non solo (dove peraltro tale termine era poco usato e meno ancora lo è nei nostri tempi, probabilmente col significato che ha in veneziano e cioè nel senso di “monco”), nel ‘700 a Firenze indicava una persona “vile” (DEI); eppure non erano certo vili, bensì rivendicavano a buon diritto ben maggiore giustizia sociale i Ciompi, che nel 1378, ancora a Firenze, erano riusciti a costituire una corporazione dell’Arte, loro, umili battitori della lana! Ma, come la storia insegna, “Vae victis!” (“Guai ai vinti!”) specialmente se i vincitori sono molto potenti, come lo erano purtoppo quelli che misero a tacere le giuste rivendicazioni dei ciompi fiorentini.

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cincello, s.m. tosc.: “pezzetto (di carne)” secondo il DEI, ma piuttosto in disuso e certo non solo perché non è chiaro il collegamento con “cencio”, a parte l’accezione che questo termine può avere al plurale di “brandelli e ritagli di stoffa” (De Mauro), mentre è da collegare con l’ormai disusato “cinciagnolo” (“brindello di carne”: M.Catastini). Non meraviglia perciò che un tempo in fucecchiese esistesse l’agg. “cincelloso” col significato di “pieno di cincelli”

cincia, oltre che cinciardina, s.f.: cinciarella (“Parus caeruleus”) col dimin. “per le dimensioni minori, rispetto alla cinciallegra (Parus maior)”  chiamata  anche “Cinciarda” per il verso usato, ciò che vale anche per la cincia (C.Romanelli)

cinque e quattro loc. avv., dopo mettersi (in): vestirsi molto bene, un po’ come “mettersi in ghingheri” segnalato dal DISC. La somma di questi due numeri è costituita dal nove, che era molto importante durante il Medioevo come multiplo del tre, numero della Trinità (si pensi alle cantiche dantesche, fra l’altro): potrebbe appunto esserci un collegamento fra la somma specifica e il significato della loc. in questione, ma questa è solo una mia ipotesi

cintoglièra, s.f.: “grappoli di nastri rossi sul muso dei bovini” (M. Catastini), mentre era chiamata “brincoliera” a San Zio presso Cerreto Guidi, ma si tratta di termini in disuso e anche di questo è ben comprensibile il motivo, così come dello strano termine “congigliaia”: “pelle della gola dei bovini” (M. Catastini): in seguito al triste, ma comprensibile abbandono dei campi, chi vede più bovini a giro dalle nostre parti?

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cilecca, s.f. tosc.e più in particolare fucecch. e pis. quando “fare cilecca” significa deludere specialmente sul piano sessuale

cillòre, s.f.pl. con un significato part. (non esistendo nell’it. comune e neppure in quello letterario  una parola del genere) nella frase “Avé’ ir capo alle cillòre”: “avere i grilli per la testa” (M.Catastini), avere idee particolarmente balzane oppure avere la testa nelle nuvole, ma in senso proprio negativo perché può significare anche avere idee malsane in testa

cimbraccolóna, agg.: “denigratrice” (M.Catastini), ma anche “ciabattona”, pur trattandosi di una voce caduta in desuetudine, ma il DEI ne riporta una formalmente simile: “Cimbraccola” con la var. “cirimbraccola”, s.f.: “donna sciatta e sudicia” come voce pistoiese da confrontare col pis. e lucch. “cimbraccolo” (versione “cirimbraccolo”): “cencio, pendagliolo”

cimo, s.m.: cima del granoturco (a Massarella). In effetti cima deriva dal lat. “cyma(m)”= “parte terminale di pianta” (De Mauro)

cimurlite, s.f.: “reffreddore” (M. Catastini), ma è un termine in disuso, a differenza di quello talora scherzosamente usato con cui esso pare chiaramente collegato, cioè cimurro, che propriamente indica una malattia “virale dei cani e dei cavalli”, mentre scherzosamente dalle nostre parti indica un raffreddore “forte” e che forse deriva dal lat. volg. ipotetico “camoria” = “muco”. Quanto al suffisso “–ite” , in medicina forma sostantivi indicanti “infiammazione dell’organo cui il termine si riferisce (DISC)

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cicogna, s.f.: cicogna bianca (“Ciconia ciconia”), ritornata recentemente presso i prati nel Padule, dove proprio il giorno dell’apertura della caccia, nel 2010, fu uccisa una cicogna nera (“Ciconia nigra” Devoto – Oli) da un cacciatore: anche specie protette sono uccise da gente che appartiene a tale categoria!

ciétta, s.f. in netto declino: civetta (“Athene noctua”) di origine onomatopeica secondo C.Romanelli, con evidente dileguo della – v – intervocalica

ciglieri, s.m.: “cantina” (M. Catastini), ma è in disuso tale termine (attestato in Toscana, pare, già dal Trecento: DEI) dove è da notare la desinenza -i al sing. dopo –er- sentita usare a Fucecchio, come pure nel toponimo “Sestrieri” al posto di Sestriere (Torino)

cigna, s.f.: cinghia, che deriva dal lat. parlato ipotetico “cingla”, a sua volta da “cingere”, che un tempo veniva detto “cignere” (DISC) probabilmente per metatesi consonantica da “cingere”. Giustamente Malagoli ne parla come una “forma” popolare toscana. E’ da tener presente che questo termine, che significa anche cintura, è già attestato nel Villani, Cronica, L. IX, 26, cit. da A.Bujoni

cignale, s.m.: cinghiale. All’Anchione, nel Padule di Fucecchio, anche “cindiale”: storpiatura della parola, com’è ben lecito dire di cignale, dal momento che cinghiale deriva dal lat. “(porcum) singulare(m)” = “(porco) solitario” tramite la forma assimilata volg. ipotetica “singlale” incrociata con “cinghia” per il “caratteristico collare di setole”. Così si spiega anche la storpiatura presente non solo nelle nostre campagne, dal momento che “cinghia” in tosc. viene chimata anche cigna, come abbiamo visto. Di uso comune in più zone toscane esisteva “Cignale” anche come soprannome scherzoso tra amici, molto probabilmente per sottolineare la forza fisica, la robustezza del giovane cui esso era stato dato, con soddisfazione dello stesso, è facile immaginarlo

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ciarpa, s.f. tosc.: sciarpa, con eliminazione  della s- iniziale probabilmente per semplificare: è infatti da tener presente che la semplificazione è cara al popolo anche sul piano linguistico pure per un motivo di praticità.

ci’arùllo, s.m.: persona che ci vede molto poco, quasi cieca; infatti deriva da “cicarullo” e questo da “ciecarullo”, a sua volta dal lat. “caecu(m)” = “cieco” + infisso -r – + dimin. “– ullo”, derivato dal lat. “-ullus”  e questo da “-urulus”, possiamo desumere dal Rohlfs

cibrèo, s.m.: “antico piatto toscano a base di rigaglie di pollo”: termine un tempo usato anche a Fucecchio, ma attualmente in particolare nell’area fiorentina; forse deriva per accorciamento aferetico da un lat. ipotetico “zingibereu(m)” = “di żénżero”, “per indicare un intingolo condito con questa droga” (DEI)

cicche, s.f. pl.: mozziconi di sigarette che erano trillati, cioè rigirati fra le mani, per formare altre sigarette, triste usanza praticata prima e subito dopo il secondo conflitto mondiale anche per la povertà della gente

ciccia, s.f.: carne, (specialmente nel linguaggio infantile e familiare), come nei proverbi contadini “La meglio ciccia è ‘ntorno all’osso”, cioè la migliore carne è quella situata intorno alle ossa, e “Chi non mangia ciccia, non festeggia”, essendo un tempo la carne riservata ai giorni di festa

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ciàngalo, agg. (ma viene detto prevalentemente al femminile: si pensi, per es., all’espressione abbastanza diffusa a Fucecchio, almeno nel linguaggio familiare “maglia ciàngala”): cadente, quasi informe, anzi pressoché il contrario di aderente perché troppo ampio, largo, non proprio unito al resto del corp

ciantello, s.m.: “piccolo grappolo d’uva” (M. Catastini); voce toscana (DEI), ma da noi è ancora più usato il dim. “ciantellino”

ciappella, s.f. in disuso: cappella (d’un fungo); deriva dal lat. tardo “cappella”, dimin. di “cappa”: specie di berretto, mentre è dalla “cappa” di S.Martino di Tours, conservata e venerata nell’ “oratorio del palazzo dei re Franchi”, che è derivato il termine “cappella”, da intendere come oratorio in part. con “reliquie di Santi” (DEI) o come “edicola con altare lungo le navate delle chiese” (DISC)

Ciardi: cognome di un “personaggio locale, che in una certa occasione importante”, anziché “essere puntuale, arrivò tardi  e si trovò con le pive nel sacco” (R. Cardellicchio), cioè “senza aver concluso nulla” (DISC). Così anche ricorrendo alla rima, cara al popolo, viene detto: “Si fa come il Ciardi, di presto si fa tardi”

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cianciuà’, v.tr. Onomat.: pist. “ciancicare” e lucch. “ciancicare” verso il 1863: “biascicare” (P. Fanfani), masticare da parte di chi è sdentato oppure in riferimento alla “chewing-gum”. Si tenga presente il part. pass. “cianciuato”: ridotto male, in riferimento a un pezzo di pane o di carne. Si tratta indubbiamente di azioni e di termini da cui la grazia è molto lontana

cianco, s.m.: “grande apertura delle gambe che si fa per  passare […] un fosso”: DEI, secondo il quale sarebbe una voce pist. da “cianca”, “gamba difettosa”; infatti in pis. cianco significherebbe “con le gambe torte”, ma a me la voce risulta caduta in disuso, così come “ciancherelloni”: “strasciconi”, attestato da M. Catastini e avv. derivato da “cianco” aggiungendovi il suff. “-erello” (con “valore diminutivo” più che con “connotazione affettiva” cui accenna il De Mauro) e il suff. “-oni”, indicante “una particolare andatura” o “una postura del corpo umano” (ID.), come nel caso di “Cianconi”, avv. usato un tempo in fucecchiese col significato di “a gambe larghe” secondo M. Catastini

cianfanèlle, s.f.pl.: ciampanelle. La loc. “Dare in cianfanelle” significa (similmente all’espressione piemontese “Andé an ciampanèle” = “impazzire”) “vaneggiare” (DISC), fare o dire “spropositi”: DEI, secondo il quale deriva probabilmente dall’antico franc.  “champenele” = “campanella”, ma può avere influito sull’evoluzione del significato dell’espressione il verbo “(in)ciampare” ed è da tener presente l’espressione provenzale moderna “estre dins li campanello”= “essere rintronato dal suono delle campane”.

cianfrona, s.f.: donna “disordinata”(M. Catastini); più precisamente (almeno in senese, di cui la voce sembra originaria) “donna trascurata nel vestire” (DEI), ma si tratta di un vocabolo certamente in decadenza: considerazione che vale anche per il termine “cianfrone”, nel senso di “sbadato”, oltre che di “disordinato” (M. Catastini)

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ciamberattóne, s.m.: sciatto, disordinato, forse collegabile con la voce lucchese riportata dal DEI “ciambrana”: “donna sciatta nel vestire o nel parlare”, probabilmente in origine “cameriera” dall’antico franc. “chambrelaine”, a sua volta da chambrelle” =  “piccola camera”, aggiungendo al cncetto di camera (per incrocio eventuale) il concetto di “sciatta” e a questo l’accresc. “-one” che acquista in questo caso un senso decisamente sfavorevole

ciambrottolà’, v. intr. come la sua variante (anch’essa tosc.)  ciambrottà’, che significano, il primo “parlare in modo non chiaro” (M. Catastini) e il secondo “brontolare, parlare tra i denti” (DEI), entrambe voci espressive, ma in disuso

ciana, s.f. tosc.: “Donna di abitudini volgari e sguaiate”, abbreviazione del nome proprio Luciana, “nome della protagonista di un melodramma (1738) di A.Valle”:  “Madama Ciana” (DEI)

cianca, s.f.: gamba, pur riferendosi alla lettera più alla zampe del cane nella frase: “Arza la cianca e piscia”: alza la zampa ed orina, detta scherzosamente a una persona. Però propriamente cianca indica una gamba “difettosa”, dal momento che forse deriva dal long. “zanka” =  “tenaglia” con adattamento alla “fonetica toscana” (DISC)

ciancane, s.f.pl.: ciabatte, ma il termine è in disuso. Con questo potrebbe essere collegato il soprannome di una donna insuese di malaffare d’un tempo, tenendo presente che ciabatta può ancora indicare una donna “trascurata” e malvestita nell’espressione “Sembrare una vecchia ciabatta” (DISC)

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ciaccino, s.m.: “pasta di pane non lievitata e schiacciata di forma circolare” (M. Catastini) o rettangolare, almeno un tempo messa a cuocere su un treppiede sotto cui si trovavano dei carboni ardenti, ora invece in modo più semplice, mentre da noi non ha il significato di “migliaccio”, come avrebbe nel pisano, secondo il DEI. Si può considerare una voce infantile, comunque più in generale espressiva, evocando bene l’idea di un prodotto culinario schiacciato, sì da far venire in mente anche la “schiaccina” dell’isola d’Elba

ciaffata, s.f.: ceffone, schiaffo rumoroso. È una voce “espressiva” toscana (DEI) molto usata  anche nell’esclamazione “Belle mi’ ciaffate!” per esprimere la soddisfazione che un individuo potrebbe avere, sul piano istintivo, se le potesse tirare ad uno che se le meriterebbe. In it. si chiama anche ceffata, derivando da “ceffo”, cioè muso, ma brutto, per lo più s’intende (De Mauro), + suff. “-ata” che in questo caso indica una caratteristica (DISC) di una persona violenta: dare uno schiaffo, appunto, violento, cioè un ceffone (“colpo nel ceffo” lo definiva P. Fanfani), ma in fucecchiese e, secondo Malagoli anche in lucchese, un ciaffone, forse voce più “espressiva” di ceffone, imitando la sua prima parte (“ciaf”) “il rumore di uno schiaffo” (DISC) e l’aggiunta del suff. accresc. “– one” alla “–f-”  raddoppiata è significativa

ciaffo, s.m.: “viso largo, grasso e tondo” secondo il DEI, secondo il quale è una  voce “espressiva” toscana e più in particolare lucch., ma acquista il significato particolare “di faccia” nella frase (peraltro in disuso anche da noi) “Mi ributta tutto a ciaffo”, cioè in faccia ovvero  mi rinfaccia tutto (M. Catastini)

ciàla, s.f.: cicala e volgarmente organo genitale femminile, talora ingentilito col dimin. “-ina”. A dire il vero, è il maschio della cicala che frinisce per amore nei lunghi pomeriggi d’estate, ma questo particolare non sembra avere influito sul concetto espresso, se non per l’ignoranza di chi ha  coniato il termine nell’accezione vista. Si tenga peraltro presente l’espressione “a gamba ciàla”, cioè a gambe all’aria, in senso metaforico quando si dice “È andato a gambe all’aria”: è fallito, è andato in rovina, come la cicala che finì male, secondo una nota favola di La Fontaine, per non essersi data per niente da fare per l’inverno successivo avendo cantato tutta l’estate (Bezzini), a differenza della laboriosa formica. Da noi esiste anche l’espressione “Buttà a gamba ciàla”: buttare, mandare all’aria, far soccombere

ciambelle, s.f.pl.: strati di grasso dalla forma, appunto, a ciambella, voce peraltro di origine abruzzese e questa forse dal lat. “cymbula(m)” = “barchetta” (DISC) per il suo aspetto. Si pensi all’espressione fucecchiese: “Gaoga’ che ciambelle!”: guarda là che grassi!

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ci , avv. pleonastico quando diciamo: “In matemati’a ‘un ci ‘apisco nulla!”: di matematica non capisco niente, mentre è un pron. colloquiale, oltre che pleonastico, quando diciamo: “Con lei ‘un ci parlo”: a lei non parlo. Da notare che, dinanzi al verbo avere “ci” si pronunzia in vernacolo in modo da sembrare unita a esso come in “ciò” anche in pisano: ho (per es., un libro). È inoltre da notare che a noi viene fatto di dire: “con lui ci lego poco”. Con lui m’intendo proprio poco

ciabattà’, v.intr.: ciabattare, “sparlare” o comunque parlare in modo inadeguato facendo pettegolezzi

ciabattóna, s.f.: donna trasandata, dalle abitudini volgari e sguaiate o che parla troppo a sproposito, insomma troppo pettegola: voce interessante anche quest’ultima, derivata dal veneto “petegolo”, probabilm. da “peto” con “allusione all’incontinenza verbale dei pettegoli” (DISC)

ciaccià’, v.intr.: “impicciarsi dei fatti altrui” come nel lessico castagnatese (L. Bezzini), mentre secondo il DEI “ciacciare” significa “ciarlare” ed è una voce lucchese d’ “origine onomatopeica”. Da tale voce deriva chiaramente “ciaccione”: voce toscana che significa “ficcanaso” (De Mauro)

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chioma, s.f. con un significato particolare quando veniva detto “A chioma” (L. Briganti): a testa,modo di dire venuto meno ed anche prima usato molto raramente, viene fatto di pensare, non trattandosi di un termine popolare! Invece, almeno nel linguggio giovanile, era diffuso con lo stesso significato, l’espressione “A chiorba”

chiòrba, s.f. scherz.: testa, voce anche pisana, lucchese e grossetana (DEI), così come è diffuso l’accresc. chiorbone, che però non è scherzoso, ma un’offesa, significando testone, zuccone, persona dalla testa dura

chiotto, agg. (voce tosc., “probab. espressiva”: DEI): raccolto, accoccolato, rincantucciato, per es., nel calduccio del letto, sotto le lenzuola, nella loc. avverbiale “chiotto chiotto”, ancora più espressivo dell’agg. con quella significativa ripetizione dello stesso

chiòvina, s.f.: cloaca, significato proprio di chiòdina, di cui chiòvina pare una forma antica peraltro in disuso, attestata nel Giusti (DEI), ma almeno fino a poco tempo fa sembra che fosse ancora in uso  il significato, attestato in un libretto attribuito a M. Catastini, di “chiovina” cone “bòzzo alla base di una calletta”, dimin. di “calla”, di cui abbiamo già visto il significato

chiù, s.m.: assiolo (“Otus scops”), chiamato anche “chiurlo”, termine derivato (e a maggior ragione chiù) dal verso emesso da questo uccello (in parte da C. Romanelli)

chiurlo maggiore, s.m. con l’agg. al grado comparativo “per le dimensioni” che lo fanno distinguere dagli altri chiurli, come quello minore (“Numenius phaeopus”): chiurlo (“Numenius arquata”: C.Romanelli)

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chiocca, s.f. tosc.: “testa grossa” (DEI, secondo cui sarebbe una voce pisana e lucchese); deriva dal lat. “coc(h)lea(m)” = conchiglia (che può essere anche grossa) tramite il lat. parlato “clocca” (M.Cortelazzo- C. Marcato) evidentemente per la forma che la testa può avere specialmente se è grossa e si tratta di una persona calva e perciò con la “zucca pelata”, cioè priva di capelli, vale a dire dei peli della “cute del capo”  (in lat. tardo “pilare” significa anche “depilare”: DISC). Non per niente è specialmente allora che viene detto scherzosamente: “Che bella chiocca!”

 chioccà’ , v.tr. tosc.: chioccare, cioè “percuotere” (DISC), colpire, ma da noi anche picchiare (per es., con la macchina): si pensi alla frase: “Chiocca, chiocca: poi lo vedi che ti succede!”: picchia, picchia: poi vedrai cosa ti succederà! – In Valdelsa il termine era usato anche per indicare bere a grossi sorsi alla bottiglia o al fiasco, senza usare il bicchiere. Termine ora in disuso.

chiòdo, s.m. tosc. popolare: debito. Modo di dire: “Piantar chiodi”: far debiti (DEI). Riguardo all’origine di questo modo di dire, mi sembra più convincente, rispetto all’ipotesi formulata in tale Diz., la spiegazione data dal Panzini nel “Dizionario Moderno”: l’ipotesi che “anticamente la promessa di restituire” un debito “venisse consacrata con il rituale conficcamento di un chiodo  nella casa del creditore”, estraendolo poi quando il denaro veniva restituito.

Era anche un soprannome fucecchiese ( non scomparso neanche nei nostri tempi, ma non più in riferimento a quello in questione) che formava con  Ghiego e Radicchio una triade di soprannomi nata a Fucecchio, dov’era diffuso il detto piuttosto espressivo: “Ghiego, Radicchio e Chiodo”

chioccioloni, s.m.pl.: tipo di pasta con questo nome (diffuso anche fuori del territorio fucecchiese) a causa del suo aspetto che può ricordare quello di grosse chiocciole, appunto. A proposito poi di queste, rientrano nella cucina  fucecchiese e, più in generale, in quella “povera della Toscana”, le “chiocciole in umido”, mentre sono per palati più fini i “fegatelli”, per quanto possano essere originari anch’essi nella cucina popolare nostra secondo come sono fatti, per es. con lo strutto di maiale

 

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chiavato, agg.: tagliato, disposto naturalmente, termine considerato a buon diritto triviale da Malagoli

chicchino, s.m.: gioiellino, in riferimento a una giovinetta molto graziosa, mentre invece in pisano  (Malagoli) significa “cattivo soggetto”

chie? pron.: chi?, con epitesi della – e  “a fine fonologico” come “rafforzativo” (Bezzini)

chiede’, v. più tr. che intr.: chiededere. Ind. pres. 3^ pers. pl. (ma per lo più nel passato):  “Chiedano”: chiedono

chiese (sette), s.f. pl. con l’agg. tra parentesi: nel “gergo fucecchiese” indicava le fiaschetterie  dove andavano a bere il vino persone che gli volevano troppo bene.  È chiaro il riferimento irriverente a quella visita alla sette chiese o, più precisamente alle chiese esistenti a Fucecchio (quattro, non contando l’Oratorio della Ferruzza) in cui “specialmente nel passato era pratica di non pochi fucecchiesi recarsi a pregare facendo la visita a quelli che venivano chiamati “i sepolcri” verso la sera del Giovedì Santo più recentemente considerato dalla Chiesa cattolica gorno della celebrazione  dell’Eucarestia

chiò!, escl.: voce imitativa del rumore che si fa spezzando, per es., un legno (Malagoli), usata in pisano, ma anche in altre zone della Toscana centrale.

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chiappo, s.m.: impresa. Modo di dire antifrastico ovvero ironico, se non scherzoso: “Ber chiappo!”: bell’impresa!

chiarata, s.f.: “bianco dell’uovo sbattuto e messo su slogature con la stoppa” (R. Cardellicchio) per fare almeno diminuire un gonfiore: questo almeno un tempo, ma il termine, attestato in letteratura sia dal Trecento (DEI), non è ancora scomparso neanche da noi

chiarì’, v. tr.: chiarire, bere (per lo più in riferimento al vino e non solo a quello chiaro o, come vien detto, bianco). L’accezione sopra riferita è caduta peraltro piuttosto in disuso anche da noi, mentre era diffusa non solo nel nostro contado

chiaro, avv. quando viene detto: “Chi piscia chiaro tiene il medico lontano”, assonanza, in questo caso, e non rima, come avviene invece in non pochi proverbi

chiasso, s.m.tosc.: vicolo (fra l’altro ce n’era uno a Fucecchio detto di S. Andrea nella contrada omonima), forse dal lat. “classe(m)”, passato a indicare da “gruppo di cittadini” (tramite il lat. med. “classus”), una stretta stradina; in questa talora si poteva trovare un “postribolo” e dal “fare bordello” può essere invece derivato il lemma “chiasso” nel senso generale di accentuato “rumore”, come si ricavare sintetizzando dal DISC, dal DEI e dal De Mauro

chiauta, s.f.: voglia di parlare a ruota libera, cioè “senza fare molta attenzione a ciò che si dice”: DISC, in riferimento all’espressione “a ruota libera”. Si pensi alla frase, rivolta certo no con piacere  a una persona che parla troppo: “Ma che hai, oggi, la chiauta?”. Però il termine si può riferire anche a una persona e perciò significar, come del resto “chiautone”, “chiacchierone” (M. Catastini)

 

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chiaccherà’, v. intr.: chiacchierare e la mancanza della seconda – i – si conserva ovviamente anche in questo, come negli altri casi, parlando in modo non sorvegliato, in tutta la coniugazione e nei sostantivi derivati, quali “chiacchera”, “chiacchierata”, “chiacchierina”, nonché in agg., come “chiacchierone”

chiamà’, v.tr.: chiamare. Indicativo presente 3^ pers, sing.: “ ‘iama” (peraltro solo talora) per probabile influenza livornese, per es. nella domanda “Come si ‘iama?”. Infatti , in livorn., il gruppo – ch –  intervocalico nel parlare non si pronuncia (V.Marchi) da parte di chi parla in modo proprio popolare.

Da tener presente l’espressione “Chiama e rispondi!”, detta di “due cose completamente diverse o di una risposta” ben diversa da ciò “che si è chiesto” (R.Cantagalli). Altro modo di dire: “Fòri mi chiamo” : mi dichiaro fuori della questione in corso affermando che non ho a che fare con questa

chianna chianna, loc. avv.: “Pian piano”, “lemme lemme”. Di essa “non s’avverte più l’origine meridionale”, ma si tenga presente che deriva dal lat. “planum” = piano (M.Cortellazzo – C.Marcato). Secondo Malagoli è una locuzione anche pisana, lucchese e fiorentina. È inoltre da notare che si tratta di una locuzione onomatopeica suggerendo l’idea  di “uno che  cammini lentamente in salita”, come fa l’asina, appunto detta a Volterra “chianna” (R. Cantagalli)

chiappà’, v. tr. quando chiappare significa afferrare, ma intr. quando significa saperci fare, come in “chiappà’ con le donne”: aver successo con le donne, specialmente nel liguaggio giovanile di qualche decennio fa. Comunque viene a mente l’origine dal latino “capulare” = “accalappiare, allacciare” (Columella) da “capulum” = “cappio”, origine giustamente riferita dal DEI

chiapparello, s.m.: domanda traditrice, ma anche un “gioco fanciullesco” (Malagoli), oltre che mezzo “per ingannare” (M. Catastini)


chiappatore
, s.m.: uno che ha successo con le donne, ma è un termine in declino

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chello, agg.: quello, ma da noi è pressoché scomparso; si tratta di un’antica “forma senese” risalente addirittura al ‘300 (DEI)

chéne?, pronome interrogativo: che? cosa? che cosa? D’uso molto antiquato, per quanto tale epitesi si trovasse anche in pisano (Malagoli) 

chetassi, v.rifl. tosc.: chetarsi, far silenzio. Ha acquistato una certa notorietà, sia pur nell’ambito familiare, una battuta d’impronta chiaramente maschilista rivolta da una persona, evidentemente non istruita, alla propria moglie (che si voleva pronunziare su una determinata situazione verso l’inizio del secolo scorso, se non prima ancora) scandendo in modo marcato le parole: “Chetati te: non sai quel che tu dii!”: Sta’ zitta: non sai quello che dici!

Si pensi anche al livorn. “Ma ti ‘eti?” : La smetti di parlare?

cheto, agg. o avv. tosc.: silenzioso. Deriva dal latino  “quietu(m)” = “quieto”, rispetto al quale è chiaramente una voce di tradizione popolare (DISC) 

chiacchera, s.f.: chiacchiera, col significato di lingua, parlantina nell’esclamazione anche ironica: “Che bella chiacchera!”

 

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che, s.m. quando significa malessere indefinito: così quando è preceduto dall’art. indeterminativo “un”, come quando diciamo “Ho un che” e, se il malessere è di minore entità, si può sentir dire “Ho un cheino che mi disturba”. Alla terza pers. Sing. può essere detto in riferimento al sapore di un cibo che disturba per diversi motivi. “Che” corrisponde al lat. “quid”, propriamente “qualche cosa”, passato anche in it. col significato di “un certo che” di “indefinibile, di ambiguo” (DISC). Talora “che” è usato erroneamente col significato di “dove”, mentre è ben diverso il suo significato nell’espressione “Che è che ‘un è”: “tutt’ a un tratto” o “improvvisamente” (R. Cantagalli, che però scrive “che è che unnè”). Altra espressione: “Che lavoro!”, esclamazione col significato di “Che cosa grave!” oppure, con valore antifrastico, di “cosa vuoi che sia!” per indicare rispettivamente l’accentuata o la scarsa importanza di una cosa o di un evento, espressa anche con la mimica, indubbiamente importante per la comunicazione a volte non meno delle parole

checché!, interiezione popolare di “riprovazione”: niente affatto!, collegabile come significato con macché. E’ insomma una negazione rafforzata, significando “no,no” nelle risposte, voce “tutta toscana” con la sua intensità, ma “non è più usata dai giovani” (M.P. Bini)

chèe (a Empoli anche chèche), s.f.pl. Frase: “Ha le chèe!”: ha le lune, cioè è “di cattivo umore e difficilmente trattabile”. E’ collegabile col lucchese “ghèghe” che, secondo il Nieri, sono le “glandole sotto il mento” e quindi significa “stranezze” (R.Cantagalli, che appunto spiega “chèche” con “paturnie”). Potremmo forse utilizzare anche il sing. “chea” col significato di luna, mentre  invece in pis. e livorn. significa “piccolo furto nella spesa quotidiana”; infatti “fà la chèa” -secondo V. Marchi- significa “rubare nella spesa”, insomma fare “la cresta”, come direbbero in romanesco: DEI, dizionario secondo il quale “ghèghe” (con la variante “ghènghe”) sarebbe una voce toscana “di origine espressiva” col significato di “smorfie, daddoli” ma “avere le ghèghe” significa “essere di cattivo umore”, a conferma di ciò che è stato detto sopra in riferimento al nostro “avé’ ”, cioè avere “le chee”: quest’ultima parola perciò si può considerare una forma contratta di “ghèghe” col mutamento della g in c non proprio sorprendente (così come del resto il contrario, parlando più in generale) per chi conosce bene il latino

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ceròtto, s.m.: persona dalla salute precaria, specialmente quando viene detto, talora un po’ scherzando tra amici: “Che cerotto che sei!: come sei malandato!:  infatti il cerotto viene applicato per lo più quando un individuo si è fatto male. Si tratta di un adattamento toscano dell’umbro, fra l’altro, “ceroto”, derivato dal gr. “keròton” = “unguento di cera” (DEI)

cervellone, s.m. accrescitivo di cervello. Vien detto sia in riferimento a chi capisce poco sia (più recentemente) in riferimento a chi ha un grande cervello, cioè una grande intelligenza. L’accrescitivo dà più ragione a quest’ultima accezione, mentre l’altro significato si può spiegare come ispirato dall’ironia. È vero che il suff. “-one” in alcune parole ha perduto “l’originale valore accrescitivo” finendo per indicare una “connotazione peggiorativa” (De Mauro), ma in più zone della Toscana, probabilmente per influenza dell’italiano ufficiale, sembra che si sia verificato il processo inverso in riferimento al suddetto lemma

césto, s.m.: “uomo vanitoso, pretenzioso” (M.P.Bini), ma a Fucecchio diciamo piuttosto “pretensioso”: termine, césto, che a me risulta scomparso dalla nostra zona (dove veniva detto anche ironicamente: M. P. Bini), sostituito caso mai dall’espressione “pallon gonfiato”, tanto adatta a un uomo politico italiano fin troppo noto. Pare che il lemma derivi dal “cesto della lattuga”

cestone, s.m., accresc. di cesta. Frase: “M’ha’ fatto una testa come un cestone!”: m’hai riempito il capo di chiacchiere!

 

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ceppióne, s. m.: testa dura, ma in toscano “ceppicone” (forse  da “céppo” con l’ampliamento del suff. “ –one” e attestato sin dal Seicento, come apprendiamo da P.Fanfani) significa scherzosamente “testa” (DEI), invece, almeno nel fucecchiese d’un tempo, “bòbolo” ovvero dura enfiagione, si può dedurre da M. Catastini, donde, appunto, testa dura ovvero “chiorbone”

ceppo, s.m.: ciocco che, dopo essere stato “benedetto”, era usanza bruciare “la notte di Natale” nel camino (lat. “caminus” = “focolare”, mentre dal latino tardo “camminus” = “strada”, “di origine celtica” sarebbe derivato “cammino” secondo il DEI) specialmente nelle case di campagna, e quindi, per estensione, “il Natale stesso”: De Mauro, da cui giustamente si deduce che si tratta di un regionalismo toscano, mentre potrebbe essere stato più circoscritto nello spazio lo stesso termine usato per indicare i doni che venivano fatti ai bambini, ai vigili urbani e, fra l’atro, ai custodi delle scuole in occasione di tale solenne Festività. Ai primi veniva dato ad intendere che il ceppo veniva  portato dal “ciuchino” calando dal camino (ma con i carboni, come nella calza della befana la notte dell’Epifania, per i bambini che non erano stati buoni), ma poi ha preso il sopravvento Babbo Natale, mentre il ceppo per gli altri era una specie di mancia la cui usanza è venuta meno, rimanendo solo per alcuni mestieri, ma per lo più indipendentemente dal ceppo. Invece sui “ceppi”, cioè su grossi blocchi di legno, i calzolai mettevano le tomaia delle vecchie scarpe per fare il loro lavoro

Cerbaie, toponimo d’una bella zona boscosa da proteggere davvero, fra i comuni di Fucecchio, Santa Croce sull’Arno, Castelfranco di Sotto e S. Maria a Monte. Deriva dal latino mediev. “cerbaria” (Pieri), a sua volta da “cervu(m)”, essenso un tempo una zona di cervi (né vi mancavano loro predatori quali i lupi). Nel toponimo è chiaramente avvenuto il fenomeno del betacismo, cioè la trasformazione (già prima del ‘600) della –v– di cervo in –b- , in gr. “beta”, appunto

cercà’,v.tr.: cercare; passati prossimi arcaici ormai rimasti, eventualmente nel solo contado: “l’ho cerco, ma non l’ho trovo”: l’ho cercato, ma non l’ho trovato (forme entrambe contratte, com’è facile capire, per abbreviare le parole). Quando viene detto: “Ma che vai a cercà’?”, s’ intende esortare l’interlocutore a sapersi accontentare di ciò che ha, delle semplici gioie della vita quotidiana. Era diffusa anche la frase: “ ’Un cercà’ vie motose”: non cercare situazioni scabrose

 

 

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cennino (“cenno” a Firenze verso il 1863: P.Fanfani): il termine nostrale è chiaramente un dimin. di quello fiorentino e indica il lieve rintocco di una piccola campana quando sta per “entrare la messa” nella liturgia cattolica

centellino, s.m.: “piccolo sorso di vino”; voce toscana probabilmente derivata da “cento”, cioè “parte centesimale” (DEI), vale a dire molto piccola, mentre deriva da tale sostantivo (è perciò un v. denominale) il v. centellinare

cèntro, s.m.: agio, sostanzialmente, nella frase diffusa: “È tutto nel su’ centro”: è completamente a suo agio

cèo, s.m. volgare: cieco. Frase: “È diventato cèo dalla rabbia”: è diventato cieco per la rabbia, cioè  perché “sopraffatto dall’ira” (DISC)

ceppa, s.f.: “ceppo dell’albero tagliato a fior di terra” donde “crescono nuovi rampolli” ceppaia (Malagoli)

ceppatello, s.m. toscano: porcino (“Boletus edulis”), detto in tal modo per il suo “gambo grosso” sì da ricordare il “ceppo” ovvero secondo il DEI il tronco di un albero, mentre il porcino “nero” (“Boletus aereus”) da noi è chiamato leccino

 

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cencino, s.m.: persona considerata di nessun valore o quasi, accezione che fa venire in mente l’uso antico di “cencio” per “uomo o cosa vile” cui accenna il DEI e di cui cencino è chiaramente un dimin. Si pensi alla frase “M’è venuto a noia d’esse’ considerato cencino!”, cioè d’essere considerato uno che non ha nessuna personalità o di non essere considerato per quello che sono, bensì, per dirlo in termini locali, come “un carciofo”!

céncio, s.m.: stendardo del Palio delle Contrade a Fucecchio, così come anche il più noto Palio di Siena. Modi di dire diffusi anche in altre parti della Toscana: “Cencio dice male di straccio”: confronto fra due persone che lasciano a desiderare e che parlano male l’una dell’altra, pur avendo entrambi “gli stessi difetti” (R. Cantagalli); “ ’Un vorrei esse’ ne’ su’ cenci”, ma ancora più frequentemente “ne’ su’ panni”: non vorrei trovarmi nella sua situazione.

céndere, s.f.: cenere (M. Catastini), ma la usavano un tempo i vecchi questa parola, ottenuta con l’epentesi della –d- , più rara della –b- presente, per es., in “cambera” e “coombero”. Da notare che in lucchese esisteva la voce “céndora” con lo stesso significato, dal lat. tardo “cindra” e questo a sua volta da “cinera” (DEI). L’epentesi della –d- in céndere può essere perciò dipesa dall’influenza lucchese. Precisava comunque  G.Nerucci in riferimento proprio al termine cendere, in particolare nel contado montalese del “sotto-dialetto di Pistoia”, che la –d- è “una dentale che si frappone volentieri fra n e r a fine di riunirle”, facendo un esempio anche tratto dalla lingua greca, dove “uomo” al nominativo si diceva “anèr” e al genitivo “andròs”. Secondo M. Catastini in fucecchiese esisteva anche “cenderone”, cioè “cenerone”, termine fiorentino che indicava la “cenere da bucato” (De Mauro) ovvero il “ceneraccio”: DEI

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caviglio, s.m.: “cavicchio” (M. Catastini), ma il termine era usato nel contado specialmente in riferimento agli ortaggi

cèa, s.f., ma usato e specialmente in pisano e in livornese, al pl. (“cèe”): cèca, “anguillina giovane” dal lat.  “caeca” = “cieca” (DEI). E’ usato anche in senso metaforico come nella frase: “C’ha le cèe nel capo!”: capisce proprio poco!

cécca, s.f. originariamente dimin. di Francesca, ma usato almeno un tempo nel linguaggio dei cacciatori delle parti di Fucecchio per indicare la gazza ladra e “altri corvidi tenuti in cattività” (C. Romanelli)

cecio, s.m., specialmente nel contado: cece. Anche un tempo non lontano dal nostro era tradizione  a Fucecchio mangiare pasta (specialemte pappardelle) e ceci durante la cena della vigilia di Natale.A Fucecchio esisteva il soprannome Cecia, che non sappiamo se derivi dall’aspetto del viso o, meno probabilmente, dal nome che in vernacolo fiorentino indicava quello scaldino di terracotta che veniva attaccato un tempo, d’inverno, al gancio dello scaldaletto (R. Cantagalli) del quale tale signora poteva fare uso. Più recentemente usato al maschile nella zona Serra di San Miniato.

ceccia (con la var. ancor più onomatopeica “cecce”, usata anche a Firenze), s.f. tosc. anche per il DEI, secondo cui questa voce infantile significava “seggia” (voce antica risalente al ‘300, col significato di sedia); di essa “ceccia” sarebbe “corruzione” per cui “Mettiti a ceccia!” (detto appunto  a un bambino molto piccolo) significa “Mettiti a sedere!”

cénci, s.m. pl.: nella “cucina toscana, strisce dentellate, di forma irregolare, di pasta dolce fritta, tipiche del Carnevale” (DISC), di cui viene fatto molto uso anche da noi

cencià’, v.tr.: cenciare, cioè sgominare nel linguaggio sportivo locale, come nella frase: “L’ha cenciato bene bene!”: l’ha dominato alla grande!

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cavà’, v. tr.: cavare nel senso di togliere, levare, per esempio, la minestra, la zuppa e la polenta dalla pentola per servirla nel piatto. Infatti in M. Catastini troviamo spiegato tale verbo con “servire”. Si tenga presente che almeno fino a qualche tempo fa poteva capitare di sentir dire nel contado: “L’ha cava ora”: l’ha cavata ora. Da noi viene detto anche: “Il lavoro è cavavoglie”: il lavoro, permettendo di guadagnare, consente anche di spendere e perciò di esaudire certi desideri che altrimenti rimarrebbero inappagati. Altri modi di dire: “Cavà’ un nidio” (in campagna): levare un nido. Ben più  diffuso di questo è il detto: “Cavarsi la sete cor prosciutto”: levarsi la sete col prosciutto, in riferimento a una cosa impossibile, com’è facile capire. Altra frase particolare: “Cava e non mètti fa la spia”: togliere denaro senza guadagnare rivela la vera situazione economica di una persona, la quale può così finire per ritrovarsi nei guai

cavacécio, s.m.: posto lontano, per es., nella frase: “Ma che vai a cavacecio!”

cavalocchi, s.m.: individuo che non era neanche avvocato, non avendone il titolo, bensì un “prati’one che faceva i contratti fra la gente” portandoli poi da un “notaro”; però si faceva pagare quasi come un avvocato, “quindi levava gli occhi alla gente ” (in senso metaforico) e, non avendo competenze adeguate, ne combinava “di tutti i colori!”, come si esprimeva una persona intervistata da M.P. Bini a Fucecchio. A me risulta peraltro che il termine sia venuto meno anche nella nostra zona. In vernacolo fiorentino s’intendeva col termine “cavalòcchi” l’avvocato “delle cause perse” (P. Giacchi)

caviglia, s.f.: pezzo di ferro con capocchia per fermare il carro al giogo dei buoi, quando usava farli lavorare nei campi

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catorcio, s.m.: persona mal ridotta, termine derivato dalla voce aretina e cortonese che nel ‘600 indicava un “chiavistello” e per estensione un “oggetto di nessun valore” (questo anche da noi), possiamo dedurre dal DEI e dal DISC

catrame, s.m.: in senso metaforico persona tutt’altro che raccomandabile: significato che si spiega non essendo certo il catrame un materiale gradevole

catro, s.m. tosc.: cancello di legno, derivato probabilmente in forma affine dal lat. “clatri” m. pl. =  “cancelli”, attestato nello Statuto del comune di Fucecchio del 1307-08, penso per dileguo della –l-, ma la voce sembra che sia venuta meno da molto tempo anche da noi. Con essa, ma ancora più col termine latino visto, può esser collegato il nome di uno “strano” fungo dallo “splendido color corallo e l’originale forma a inferriata”, appunto: il clatro rosso (“Clathrus ruber”), che dovrebbe entusiasmare “ogni amico della natura” (“Guida pratica ai Funghi in Italia”), come se ne trovano in certi boschi di Montaione.

cattivo, agg. Espressione: “Buttassi (buttarsi) alle cattive”: impuntarsi su una decisione e ostinarsi a non cedere. Un proverbio che a Fucecchio era più usato nel passato che nel tempo presente era “cattiva trave, doloroso puntello”, che poteva significare, tra l’altro: se una persona agisce male, può trovare chi si comporta ancora peggio

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castagna, s.f. Modo di dire diffuso anche altrove: “Levà’ le ‘astagne dal fòo”: levare le castagne dal fuoco: risolvere una situazione divenuta difficile

castagnaccio, s.m.: dolce toscano fatto con farina di castagne, piuttosto impropriamente detto “migliaccio”, almeno un tempo, da non poche persone nella Toscana centrale. Precisa peraltro il DISC che il migliaccio toscano è proprio il castagnaccio, nonostante che quello derivi dal lat. tardo “miliàciu(m)” = “focaccia di miglio” (lat. classico “milium”): non sempre l’etimologia insegna cose vere “rispetto ai valori attuali”, dice chiaramente lo stesso Devoto (che anzi usa termini ancora più critici) nell’ “avvertenza alla prima edizione” del suo interessantissimo “Avviamento alla etimologia italiana”

castagnolaio, s.m.: chi preparava le castagnole, petardi particolari, per la festa del Corpus Domini a Fucecchio, come un certo Mazzei, presso l’altarino preparato da tempo dai Daddi all’angolo fra via Curtatone e via Machiavelli, dove ancor oggi si sofferma la processione col “Santissimo”, appunto, per tale festa, da qualche anno celebrata con l’ “Infiorata”, mentre per tale occasione sono state abolite le castagnole

Castelluccio (via del ), odonimo fucecchiese derivato da un  piccolo nucleo fortificato medievale corrispondente a quel “castrum” di Nischeta donato dal vescovo di Milano della “seconda metà del Duecento” Ruffino (insigne fucecchiese a cui è stata intitolata dopo la seconda guerra mondiale una via) all’ “ospedale da lui fondato” (A. Malvolti) presso la via chiamata infatti dell’Ospedalino

catafarco, s.m.: catafalco, ma a Fucecchio e a Empoli anche “donna molto bardata e di corporatura”  rilevante

catanòcchio, s.m.: oggetto grosso, ingombrante, sgraziato e perciò di scarso valore, di cattivo gusto. Talora, ma nell’ambito del linguaggio familiare, può significare grosso pezzo di pane, più in generale “grosso pezzo” (M. Catastini)

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cascia, s.f. volg.: acacia, ma si tratta (l’ignoranza sul nome di tante piante è purtroppo diffusa nelle nostre campagne) della “Robinia pseudoacacia”. Quanto all’aferesi della a- iniziale, si spiega come ritenuta parte dell’art. “la cascia”, e la –sc- al posto del la –c- ha una “ragione analogica sulle più freq. terminazioni pop. in – àscia che in – àcia (Malagoli)

casentino, s.m.: denominazione d’un “pastrano invernale di grossa stoffa”, da cui prese nome, a Fucecchio, una banda. A questa si contrapponeva quella del “Frustagno”, cioè del fustagno, verso la seconda metà dell’Ottocento. Anche in pis. si trova (o, per meglio dire, si trovava) il termine casentino, indicando un tale tipo di pastrano che poteva talora esser “guarnito di pelo di lepre o di volpe” e che aveva preso il nome dal Casentino, dove appunto “si lavoravano tali pastrani” (DEI). Tuttavia pare che sia ancora prodotta nel Casentino questa stoffa calda e pesante un po’ come quella del fustagno, ma di “colore arancio”

caso, s.m. Frase: “Son bòni a ccaso!”, rendendo così graficamente il raddoppiamento sintattico: son tanto buoni!

cassero, nome d’una angusta via fucecchiese posta vicino alla rocca già Corsini e a quello che era il castello di Salamartana; infatti deriva dall’arabo “qasr” = “castello”, collegato col lat. “Castrum”: “accampamento fortificato” (DISC)

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carzino, s.m.: calzino. Modo di dire non certo rispettoso per chi muore: “Tirà’ ‘r carzino” : tirare il calzino esalando l’ultimo respiro e perciò morire

carzinotti, s.m.pl.: calzinotti, che possono avere maggiore consistenza dei semplici calzini e cioè essere di lana, come nell’Alta Maremma (M.P. Bini)

casamìcciola, s.f.: da luogo terremotato posto nell’isola d’Ischia e perciò dal significato di “rovina di case” è passato a indicare anche in pis. in senso traslato un grosso guaio (Malagoli)

cascà’, v.intr.: cascare, derivato per sincope dal lat. volg. ipotetico “casicàre”, intensivo del class. “cadere” (DISC). Si pensi al modo di dire “ ’Un casca mi‘a nel quarto”: non cade mica nel quarto, in riferimento alla “multa di un quarto in più della tassa daziaria che non veniva pagata il giorno stabilito”, mentre oggi significa che “una cosa non è urgente e perciò può essere rimandata senza danno” (R. Cantagalli)

 

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carta, s.f.: “fa le ‘arte farse”: fare le carte false, cioè “far di tutto per riuscire in un intento” (Malagoli)

cartocci, s.m.pl.: “brattee che avvolgono una pannocchia” di granturco (De Mauro), ma con un significato particolare nell’espressione “ Ha’ fatto i ‘artocci”: bada lì che hai fatto! (oppure) hai fatto di molto!

cartone, s.m. Un tempo erano fatte con una specie di cartone le fotografie e una fucecchiese, che aveva  ricevuto una foto del suo fidanzato partito militare, disse baciandola: “Che passione! Avello di ciccia e baciallo di ‘artone!”: che ingiustizia mi tocca subire: avere un fidanzato in carne e ossa, cioè vero, e doverlo baciare in fotografia!

carubigneri, s.m.pl.: “carabinieri” (M. Catastini), ma si tratta di un termine in disuso che forse risentiva dell’uso scherzoso della parola “carruba” (cui accenna il De Mauro) per indicare appunto i carabinieri, mentre la –n- era come rafforzata, nell’ignoranza popolare, facendola precedere dalla –g-, come quando veniva detto a Fucecchio il “moro dello Gneri” in riferimento al ricco proprietario Nieri

 

 

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carrino, s.m., dim. di carro, dal momento che a Massarella era chiamato così un “veicolo (…) trainato” da un solo bue, che è la riduzione toscana dell’ipotetico “buove”, mentre “bove” è una parola dotta derivata derivando direttamente dal lat. “bove(m)” (DISC)

carriola, s.f.: carrucola, come nei dialetti pisano e grossetano (DEI), soprattutto per contrazione di questa, oltre che per la vicinanza delle parole “carro” e “carretta”, in lat. “carruca” (DEI) e si pensi alla funzione dim. del suff. “-ola”

carrozza, s.f.: usato con un significato particolare nell’espressione “Andare in carrozza”: “vivere agiatamente” (DISC), un po’ come nel caso del proverbio “La superbia andò in carrozza” (var. “a cavallo”) “e tornò a piedi”: chi è superbo prima o poi viene smontato dalle sue albagìe e ridimensionato)

carrùola, s.f.: clavìcola, termine storpiato a Fucecchio nel passato forse non solo da una contadina: corruzione spiegabile per la maggiore facilità dell’uso del nome di un attrezzo un tempo molto usato anche in campagna come il carro, rispetto a quello dell’osso dal punto di vista etimologico a forma di “piccola chiave” (lat. “clavicula”: DEI)

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cardo, agg: caldo e in pisano si trova anche “cardura”,  mentre da noi troviamo il regolare sostantivo “calura”, derivato dal lat. “caltere” = “esser caldo” e il suff. “-ura(m)” che originariamente formava “astratti deverbali” (DISC). Tuttavia cardo può essere anche s., ovviamente m., come nella frase “Èsse’ ‘n cardo” detto di animali in calore (Malagoli), ma anche di donne in tale situazione

carenżòlo, s.m.: verdone (“Chloris chloris”), chiamato così per il “colore verde” del piumaggio, ma anche a Fucecchio tale uccello è chiamato più verdone che carenzolo

caro, agg., con la funzione predicativa nella frase “L’ho caro!”: mi “fa piacere” (M. Catastini), detto talora in senso antifrastico, cioè ironico, più con un vivo senso di compiacenza e piuttosto con risentimento nei confronti di una persona per niente gradita (come quando viene inteso dire “che sia successa questa disgrazia”), mentre in altri casi lo stesso agg. significa amato o costoso, concetto a cui si arriva per il “pregio” notevole che viene attribuito a un oggetto o per l’ “importanza” che gli viene data (DIR)

carrettone, s.m.: automobile o comunque macchina che non va affatto bene

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carcosa, pron.: qualcosa, ma non esiste più a Fucecchio

cardà’, v.tr.: cardare, ma in riferimento ad una persona, nel senso di “ridurre uno in cattivo stato con bòtte” (Malagoli), sistemarla “per le feste”, come si suol dire. È un “modo figurato da cardare la lana” (R. Cantagalli)

cardana, s.f.: caldana, pertugio sopra il forno per deporvi anche la schiacciata di Pasqua, tenendola al caldo. Deriva infatti da “cardo”, pronuncia pisano- livornese di “caldo”

cardano, s.m.: caldano, scaldino, usato un tempo per riscaldarsi le mani e le gambe e messo a letto tra le lenzuola (per riscaldarsi anche il resto del corpo) nel “trabiccolo”, da qualcuno chiamato anche “prete” o, in alcune parti del senese, almeno un tempo, “monaca” forse non tanto per “una malevola e satirica allusione al celibato dei religiosi” quanto per “un semplice fenomeno  di personificazione” (DELI). Caldano è una voce toscana, in particolare pis. e lucch., attestata in letteratura dal ‘600 (DEI) ed è da notare che vicino a Fucecchio, a Bassa (frazione di Cerreto Guidi)  si trovava anche il termine “cardanata” per indicare il colpo di caldano

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carce, s.f.: calce, la quale nell’uso volg. viene chiamata anche a Pisa “carcina” (Malagoli). Si tenga presente anche il derivato peggiorativo carcinaccio, s.m.: calcinaccio

carcheduno, pron.: qualcheduno, qualcuno anche a Pisa (Malagoli), ma non mi risulta più usato

carcinsella, s.m.: calcinsella o, ben più volgare, “calcinculo”: giostra della fiera chiamata così  perché a calci di tal genere si presta per il movimento rotatorio dei seggiolini (“appesi a lunghe catene”) nei quali siedono i ragazzi nella fiera paesana sfiorandosi con i piedi

carciofo, s.m.: uomo “buono a nulla” (in toscano).Tenendo presente che il carciofo è una buona “pianta alimentare”, come si spiega il significato sopra espresso? forse pensando all’etimo dall’arabo “harsuf” in riferimento al “carciofo selvatico” o addirittura al “cardo spinoso” (DEI), che non è certo gradevole

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carabàttola, s.f. tosc. usato quasi sempre al pl. : “oggetto di poco valore”. Deriva dal greco “Krabbatos” = “giaciglio” tramite il lat. “grabatum” = “lettuccio”, che si trova anche nell’edizione latina del Vangelo di Marco, col suff. “-àttolo” dal “valore diminutivo” (De Mauro) in italiano, dove penso che si possa parlare di epentesi eufonica della prima – a –

Carbonaie (Vicolo delle), odonimo che sta a indicare che in una parte di Fucecchio si trovava un terrapieno piuttosto che un “fossato” per “proteggere una fortificazione medioevale”, più precisamente le mura, ma che come nome deriva forse dal fatto che le carbonaie servivano (un po’come a San Miniato) per procacciare carbone anche alle case che vi si trovavano sopra una volta bruciato il legname

carburo, s.m.: “composto del carbonio” (DISC), ma quando veniva detto, come nel secondo dopoguerra a Fucecchio, “Il tu’ orologio ti va a carburo!” voleva dire: “Il tuo orologio va proprio male!”

carcavènto, s.m., ma in netto declino: gheppio (“ Falco tinninculus”), chiamato in tal modo per il particolare aspetto che presenta “librandosi contro il vento”, che sembra che calchi, appunto, o con cui può parer che si unisca (C. Romanelli)

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capone, s.m. accresc. di capo e perciò capo grosso, ma anche “testone” nel senso di duro di comprendonio o, come viene detto in varie zone toscane, “ di menta”, essendo questo prodotto, fatto a base della pianta omonima, proprio duro!

caporèci (a), loc.avv.: col capo “rivolto a terra, come chi rimette o rece” ovvero vomita; infatti deriva da “capo” (voce da considerare di matrice “indoeuropea”, su cui “guadagna sempre più terreno” l’ “innovazione” volgare “testa”) col lat. “recere”, a sua volta da “jacere” (DEI) = “giacere”, con la desinenza –i propria di certi avverbi come “carponi”

cappello, s.m.: acquista quasi il significato di nuvolone in riferimento al proverbio “Quando il monte Pisano mette il cappello, o fucecchiesi, preparate l’ombrello” per significare  che il giorno dopo pioverà, se sul monte Pisano si addensa una nuvola minacciosa

capugnella, s.f.: “la piccola piramide da abbattere” (R: Cardellicchio) nel gioco delle palline (DISC) praticato da bambini non troppo piccoli. Una sua var. linguistica era “Capucchiella” (come pure “Capuriella” o “Caporiella”), appunto mucchietto di palline buttato giù da un’altra pallina: termini usati a Fucecchio nel secondo dopoguerra, ma venuti meno non essendo più praticato tale gioco

capumilla, s.f.: camomilla, ma nel nostro contado al suo posto si poteva trovare “capomilla” per “rifacimento popolare” su “capo” (DEI)

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capibigia, s.f.: capinera (“Sylvia atricapilla”), ma il lemma capibigia viene o veniva usato a Fucecchio (per quanto meno del corrispondente termine italiano) in riferimento alla femmina forse perché “ritenuta specie” a sé stante – s’intende – per la “colorazione del capo”, non nera come quella del “capo nel maschio adulto”, appunto, della capinera, secondo C. Romanelli

capitello, s.m. e, siccome in piazza Montanelli, a Fucecchio,  stava ai capitelli chi non era al lavoro, l’espressione “Regge’ i capitelli” stava a indicare chi non lavorava

capo, s.m. con l’aggiunta dell’ agg. amèno, ma pronunciato dalle nostre parti anche attaccato come se fosse da scrivere capamèno: persona che non dà affidamento avendo idee “un po’ strane” (P. Fanfani); ha acquistato insomma un’ accezione sfavorevole che originariamente l’agg. “ameno” non aveva certo, essendo collegato con la “famiglia” di “amare” (Devoto)

capoccia, s.m.: “Capo di casa nelle famiglie di contadini toscani” (DEI), ma, in seguito al venir meno della mezzadria, anche questo termine “sta scomparendo dal linguaggio comune” (M.P. Bini), anzi è già scomparso almeno in tal senso

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caóna, s.f.: in senso metaforico donna che si pavoneggia per il suo ricercato modo di vestire o d’ingioiellarsi facendo vita mondana oppure che ama troppo mettersi in mostra, secondo una meno diffusa accezione vernacolare, donna che si esibisce specialmente in politica (significato molto meno diffuso). Peraltro alla lettera significa donna che “va troppo di corpo”, insomma che evacua troppo spesso. Invece un’accezione ormai in disuso è quella di periodo in cui manca il lavoro, nè mi risulta che in fucecchiese tale termine significasse “paura” come invece nel vernacolo pisano secondo B. Gianetti, per quanto si possa spiegare perché la paura può far andare di corpo, come fa qualcuno in prossimità degli esami

caóne, s.m. volg.: uomo che ostenta la propria alterigia risultando così particolarmente antipatico, ma alla lettera è invece un individuo che caca – verbo da cui esso chiaramente deriva – molto

capello, s.m.: capelli: uso scherzoso del singolare per il plurale come facevano a volte, magari per un motivo diverso, in latino, senza stare certo da parte mia a citare i numerosi casi affini. È un esempio di quella figura retorica che si chiama “sinèddoche”. Esiste peraltro in vernacolo anche l’uso opposto del plurale al posto del singolare, come quando veniva chiamato “giardini” il giardino che si trovava presso il “piazzale” (piazza XX Settembre)

capì’, v.tr.: capire. Pres. Ind. 1^ pers. pl., specialmente un tempo nel contado: “Capìmosi bene!”: capiamoci bene!

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cane, s.m. con un significato particolare nell’espressione “Lavorà’ come un cane”: lavorare in modo disumano e perciò da intendere ovviamente in senso  metaforico e non alla lettera perché i cani non è che lavorino, a parte certi compiti che vengono loro assegnati o a cui vengono addestrati

canfino, s.m.: “petrolio per lume” (M. Catastini), termine dialettale, fra l’altro, pisano e lucchese (DEI) da tempo scomparso dalle nostre parti

cannaiola grossa, s.f. seguito da un agg. in riferimento alle dimensioni rispetto alla cannaiola, a Fucecchio chiamata anche “sparacannelle” (Giglioli): cannareccione (“Acrocephalus arundinaceus”), termine che Romanelli definisce “tipicamente toscano” e che pare che sia più diffuso anche dalle parti del medio Valdarno

cannéggiola, s.f.: cannuccia palustre (“Phragmites communis” o “Arundo phragmites”), abbondante nelle aree  padulose toscane. C’è almeno a Massarella chi la chiama anche “Cannella”

cantà’, v.tr. e intr.: cantare. Modo di dire: “Cantà a tutta vàrvola” , cantare a tutta valvola ovvero “a tutta birra”: cantare a squarciagola

canterale, s.m.: cassettone, voce anche pisana secondo il DEI e il Gianetti

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cananèo, s.m.: oltre all’eventuale riferimento alla storia ebraica, si potrebbe trattare di un eufemismo al posto di cane, come si può desumere dall’offesa “Figlio d’un” o “Pezzo d’cananèo!”, certamente meno offensiva  rispetto ai volgarissimi “Figlio d’un cane!” o al livornese “Nato di ‘ane!” oppure “Nato da ‘n cane!”

cancello, s.m. usato in senso metaforico nel proverbio “Cancello traditore s’apre a tutte l’ore”: dobbiamo “disporci al peggio” (M. Catastini) nel senso che il male (o l’insidia) è sempre in agguato e perciò dobbiamo esser pronti ad affrontarlo quando purtroppo verrà

cancherino, toponimo scomparso presso Ponte a Cappiano e l’argine del Padule (A.S.F., Scrittoio delle Regie Possessioni, Filza 815, 14 novembre 1649). Non è affatto gradevole questo toponimo,  dal momento che come nome comune cancherino è un diminutivo di “canchero”: cancro, parola quasi innominabile secondo certe persone per la pericolosità del tumore maligno, definito infatti spesso “malaccio”. Nota Malagoli che in “canchero” vi è un’epentesi popolare

candelòra, s.f.: festa della “purificazione della Madonna”. Proverbio: “Per la Candelora se piove o se gragnòla (gràndina), dell’inverno sémo fòra (fuori); se c’è il sole o il solicello, sémo in mèżżo al ‘vèrno (inverno)”. Viene celebrata il 2 febbraio ed è interessante l’etimo riportato dal DISC: dal lat. tardo “(festum)  candel(arum), cioè (festa) delle candele” incrociato con “(festum) (cere)orum”, cioè “(festa) dei ceri”. Infatti allora vengono benedetti i “ceri rituali”

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camiciata, s.f.: grande sudata, tale da far sudare una camicia; voce toscana (DEI e De Mauro)

camiciola, s.f., tosc. quando significa “maglia portata a contetto della pelle”(De Mauro); nella frase “Fare la camiciola”: “accordarsi per far perdere uno a carte”, ma anche “picchiare uno in gruppo” (R. Cardellicchio): significati che ritengo venuti meno, mentre è rimasto quello della stessa frase di fare  “il bidone” a una persona e cioè ingannarla o “venir meno a un impegno” (DISC)

campaccio, s.m.: luogo dov’era scaricata la spazzatura, come può far capire anche il suff. peggior. “– accio –” aggiunto al termine “campo”, derivato dal lat. “campu(m)” = “piana” (DISC)

canaio, s.m.: tosc. nel senso di grande chiasso, “schamazzo”, che forse deriva dal lat. “exclamatio” ( De Mauro), mentre “canaio” deriva dal lat. “canariu(m)”, a sua volta da “canis” = “cane” (DISC): quando più cani abbaiano fanno veramente baccano! Mi sembra peraltro un lemma ancora più diffuso in livornese, tanto da far pensare che sia originario di tale parlata anziché di quella pisana, affine ad essa, se si esclude il tipico intercalare livornese: “déh!”. È comunque usato anche da noi, dove in questo caso (e neppure in livorn.) non avviene il dileguo della –c- dopo “che” per il rafforzamento con cui viene pronunciata tale consonante: infatti potremmo scrivere, tenendo presente la pronuncia piuttosto espressiva: “Che ccanaio!”

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calòcchia, s.f.: palo da viti (Malagoli), ma anche “canna”

calore, s.m. che viene usato anche al plurale in una frase come: “Gaó che calori!”: guarda che caldo! in riferimento a chi, da come veste, mostra di avere molto caldo anche se non lo è

calsa, s.f.: calza per errata scrittura (Malagoli) e pronuncia, ma a Fucecchio è diffusa anche la pronunzia “carza”, per cui non meraviglia certo sentir dire “carzature” al posto di calzature

Càmbera, s.f.: camera; secondo il Rohlfs sarebbe una voce pistoiese (ma l’ho sentita usare anche a Fucecchio) da ricondurre a “cammera” (viene infatti in mente il “cammerarius” dello Statuto del Comune di Fucecchio del 1307-1308); sarebbe quindi da considerare una “reazione ipercorretta il passaggio di mm a mb”, ma è un’ipotesi che non mi convince. È vero che viene in mente anche il francese “chambre” = “camera”, ma si tratta di una voce rimasta solo alla parte “più incolta del popolo” e ormai usata caso mai solo in qualche angolo più remoto della campagna almeno da noi. Anche in livornese si poteva sentir dire “cambera”, dove si sarebbe verificata un’epentesi secondo V.Marchi

cambià’, v.tr.: cambiare. Modo di dire: “Cambià’ da così a cosà”: cambiare del tutto

cambiazione, s.f.: “cambiamento del tempo” (M. Catastini), ma è una parola giustamente venuta meno probabilmente perché suona male e perché è strettamente collegata con l’idea di “mutamento”; infatti significa proprio questo il termine “cambiamento” nel Boccaccio, in cui risulta attestata per la prima volta nella letteratura italiana questo termine (DELI)

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calìbrio, s.m.: equilibrio (M. Catastini), ma il termine non mi risulta più usato neppure nella campagna fucecchiese e ciò vale anche per “calìfia” e per “califiare”, storpiature al posto di “qualifica” e di “qualificare” (ma penso che un tempo dalle nostre parti venisse detto, caso mai, “califià”), registrate entrambe da M. Catastini

callaione, topon. almeno fino a poco tempo fa usato a Fucecchio, esistente da un tempo imprecisato e corrispondente alla zona posta presso l’attualeviale Fratelli Rosselli. Penso anche sulla scia del DEI che possa significare strada di campagna, viottolone, potendo avere “callaia” (di cui callaione è un accrescitivo) il significato di viottola (DEI), “stradina di campagna” (DISC). Un tempo indicava anche un muro obliquo che indirizzava “l’acqua di un fiume alla ruota di un mulino” (M. Catastini), ma in tal senso il termine è caduto ancora più in disuso

callare, s.m.: viottolo che va dalla strada nei campi (Malagoli), callaia (presente anche in Dante), attestato già nel ‘400 e vivo “nel pis. e lucch.” (DEI), oltre che nel fucecchiese.

calle (le), nome popolare di Ponte a Cappiano, già frazione e ormai, sia pur in tempi molto recenti, da considerarsi sobborgo di Fucecchio. Calla, che deriva appunto dal lat. tardo “calla(m)”, significa nel caso di questo toponimo, come si può dedurre dal DEI, “apertura, munita di cateratta per lasciar passare le acque”, in questo caso dell’Usciana, canale che prende questo nome da lì fino a Montecalvoli al posto di quello di canale Maestro, proveniente dal Padule di Fucecchio

calo, s.m., ma è una locuzione avverbiale vernacolare “accalo” (a calo): secondo la “quantità  consumata” e l’espressione toscana “vino a calo” si spiega tenendo presente il calo che ha avuto “il livello nel fiasco” del vino bevuto entro la fine del pasto in una trattoria o in un ristorante (R. Cantagalli), mentre significa ad un prezzo inferiore al normale l’espressione “Te lo do a calo”

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Cairo, topon. a S.Pierino (corrispondente all’attuale Via Camaldoli) forse col significato di “gabinetto”, essendo una via che portava tra i campi verso l’Arno e che forse per questo poteva permettere di fare i propri bisogni all’aria aperta, quando le case non erano fornite di adeguati servizi igienici. Infatti “andà’ ar Cairo” era una locuzione usata in Toscana per dire “andare al gabinetto” richiamando il nome della capitale dell’Egitto “per ingentilire l’originaria espressione volgare” (M.Cortelazzo-C.Marcato) andare a cacare

calà’, v.intr. almeno nel senso di diminuire che ha appunto il verbo calare; nel contado almeno un tempo veniva detto: “E’ calo di peso”: è calato di peso, con una contrazione per un motivo pratico, vien fatto di pensare, come per molte altre parole storpiate specialmente in campagna. Si pensi inoltre al modo di dire con la c- molto aspirata: “Cala, cala”: abbassa la cresta! “Non esagerare!” (Malagoli). Questo detto ne fa venire a mente un altro (usato dalle nostre parti) dal significato piuttosto simile, anche se d’origine velica, essendo il trinchetto “la vela quadra più bassa issata” sul “primo albero dal lato di prora in un veliero a più alberi: “Cala trinchetto!”: esortazione a una persona a essere più modesta

calìa, s.f.: un orafo chiamato in tal modo raccoglierebbe dai banchi “al termine di un lavoro” minutissime particelle” d’oro staccatesi da questo durante la lavorazione: R. Raddi, secondo il quale a Firenze “Che ccalìa è costui!” significherebbe individuo pignolo o meticoloso, mentre a Fucecchio significava piuttosto “Com’è avaro costui!”. È da notare che I. Montanelli usa l’agg. “calioso” col significato di “avaro meticoloso” unendo le due accezioni viste

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cacino, agg. tosc.: meschino, misero e la “connotazione negativa” è data in questo caso dal dim.“-ino” aggiunto al termine toscano “cacio”, che s’estende a significare qualcosa di diverso dal formaggio nell’espressione usata anche da noi e a Empoli “Fare una figura cacina”: fare una brutta figura. Può darsi però che la stessa espressione derivi dalla cattiva qualità di un certo formaggio o, come sostiene M. Zanni, perché un cacio fresco (come il formaggino) è “molle” e “inconsistente”

cacio, s.m.: formaggio. Modo di dire: “Sottana con sottana non fa cacio”: la sottana del prete non va d’accordo con quella della donna, dal momento che il sacerdote cattolico non si può sposare, essendo tenuto al celibato. Un modo di dire ben più diffuso di questo (che considero invece raro) almeno da noi è: “esse’ pane e cacio”: andare molto d’accordo (un po’ come “esse’ culo e camicia”: ved.) dal momento che il pane e il formaggio stanno molto bene insieme

caciotti, s.m.pl.: “bruscoli di sudore rappreso”, insomma di sporcizia: termine ancora non scomparso del tutto, a differenza della variante anche pisana “caciolini” (era in riferimento a questo che la specie di glossarietto attribuito a M. Catastini aveva dato la definizione sopra riportata), con cui ha in comune la derivazione dal latino “caseu(m)”, donde il tosc. cacio e l’ingl. “cheese” = “formaggio”: in effetti i bruscoli di sudore rappreso possono in qualche modo far venire a mente bruscoli di formaggio stantio anche per il cattivo odore che promana da ascelle ed altre parti del corpo non pulito in modo adeguato 

caeroso, agg. e s.m.: individuo troppo difficile, che molto probabilmente deriva da “cacheroso” e quindi da “cacherìa”: “leziosaggine, fisima” e questo termine dalla voce “di tipo popolare”, comunque volgare, con dissimilazione, “cacare” (DEI) col suff. “– oso”, che significa “pieno di” (DISC), e quindi caeroso potrebbe essere definito pieno di fisime, stucco, oltre che ansioso in modo eccessivo oppure che, metaforicamente parlando, se la fa addosso per motivi non giustificati e carattere irrisoluto

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caccàusse, s.m.: oggetto inutile, carcassa col significato dato a questa da G. D’Annunzio di “oggetto vecchio e mal ridotto”, riferito dal DELI. Comunque il termine, equivalente a quello di “macinino” dato a una  macchina, era usato nel secondo dopoguerra tra giovanissimi compagni e potrebbe essere derivato dall’incrocio tra “cacca” e “caos”. Si pensi alla frase, usata un tempo: “E’ un caccàusse”: è una macchina scarcassata, un macinino, appunto, in tal senso

cacchione, s.m.: offesa, detta talora in tono non malevolo, anche se originariamente può darsi che significasse “spilorcio”, dal momento che dal DEI risulta che anticamente “cacchionerìa” significava appunto “spilorceria”

caccià’, v.tr.: cacciare, ma rifl. quando viene detto “Cacciassi in un  vespaio”: cacciarsi, cioè mettersi nei guai

caciaio, s.m.: bosco di robinie, da “acacia” (dalle nostre parti in vernacolo “cascia”), nome volg. della “Robinia pseudoacacia”, pianta infestante d’origine americana che finisce per favorire con i nitrati la formazione dei rovi

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caà’, v.intr. quando “cacare” significa “defecare”, ma tr. quando in forma negativa significa “non considerare”, come nel linguaggio giovanile del nostro tempo, ma comunque è un vocabolo molto volgare: considerazione che vale ovviamente anche per l’espressione di disprezzo molto diffusa da noi nei confronti di una persona: “Va’ a caare!”: vai via, non ti far più vedere!

caaiòla (nell’ambito familiare e volg.) s.f.: diarrèa, per es. nell’espress. “Gliè  venuta la caaiòla”: gli è venuta la diarrea (per es., per la paura), significato che appunto la voce toscana colloquiale “cacaiola” ( De Mauro)

Caalibri, nomignolo scherzoso attribuito, specialmente dagli abitanti dei dintorni di Fucecchio, alla alla statua dello scrittore e patriota fucecchiese Giuseppe Montanelli, opera dello scultore fiorentino Raffaello Romanelli (1892): opera che in modo simile a questa aveva fatto lo scultore milanese Francesco Barzaghi in Campo S. Stefano a Venezia: mi riferisco alla statua di Niccolò Tommaseo. In entrambe queste statue sono stati fatti scendere i libri, molto probabilmente per ragioni di equilibrio, dalla parte posteriore del personaggio, suscitando una certa sensazione, insomma quasi l’impressione di evacuare (ecco il volgare di “cacare”) libri

caarèlla, s.f.: cacarella, diarrea e in senso metaforico, specialmente nel linguaggio studentesco, paura, dato che questa la può provocare. Una caarèlla particolare è quella “a schizzi”

caarèllo, s.m.: cacarello, “sterco a pallottoline di topi, pecore, capre”, derivato da “cacare” più il suff. “-ello”, attestato con la variante “cacherello” sin dal Trecento (DEI). Col suff. accrescitivo “-one” è stato formato anche a Fucecchio il s.m.(oltre che il soprannome) “Caarellone” specialmente in riferimento a chi se la fa addosso dalla paura

caato, agg. molto volg. (“cacato”) anche quando è unito, mediante la cong. “e”, a “sputato” così come “nato”: identico

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bussata, s.f.: scroscio d’acqua ovvero di pioggia momentaneamente intensa, come nella frase piuttosto ironica “Che bella bussata!”

bussolo, s.m.: “contenitore di lamiera” e questo anche a La Rotta e perciò almeno in una parte del Pisano, si desume da C. Giani. Più precisamente da noi (e ancora di più a Empoli) significa anche “bidone della spazzatura”

bussolotto, s.m.: “barattolo”, ma con un significato particolare non quando si parla del gioco dei bussolotti (“gioco di abilità”: DISC), bensì quando viene o, meglio, veniva detto diversi anni fa: “Ma che gio’i  a’ bussolotti?”: ma come giochi male! ma che giochi a vànvera? oppure ma che agisci affidandoti al caso? o, ma che intendi imbrogliare?

Bussone, nome di “un personaggio realmente esistito” che “era solito presentare fatti e persone in maniera” lontana dalla “verità” (R. Cardellicchio), per cui la frase “Che sei parente di Bussone?” stava a significare che chi parlava non diceva le cose come realmente stavano 

buzzurro, s.m.: offesa, rivolta a una persona, col significato di rozzo, ma anche secondo Malagoli la voce è “venuta di fuori” e significa “uomo panciuto” (almeno in pisano, secondo il DEI) forse in collegamento con “bużżo”, ventre in toscano. Tuttavia era anche un “nome che si dava in Toscana ai montanari svizzeri che in inverno scendevano a vendere caldarroste, dolciumi e sim.”: De Mauro, che in tal senso considera giustamente questo lemma “obsoleto”, mentre anche da noi il termine era usato qualche anno fa nel linguaggio di giovani studenti col significato di “ignorante”, fra l’altro

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buricco, s.m. fucecch.: “sanguinaccio di maiale, con l’aggiunta di grasselli e d’uva passa”. Corrisponde ad esso in pis. e lucch. “bilordo”, “buristo” a Siena, “burìstio” nel contado tosc., “burischio” nella campagna presso Castelfiorentino e nel cortonese; a quest’ultima voce accenna il DEI, come pure a una voce tosc. e umbra, usata anche da noi, come “mallegato”, che si spiega essendo il “budello” legato male, altrimenti scoppierebbe “durante la cottura”. Un bel po’ di tempo fa un certo Ciaccheri, a Fucecchio, presso piazza Montanelli, vendeva il buricco urlando “Bello cardo!”: com’è caldo e appetitoso!

burigliòlo, s.m.: “ragazzo piccolo e grasso” (M. Catastini), ma è un termine in disuso da tempo

burlettone, agg. e s.: individuo burlone

burro, s.m.: oltre che nome è un soprannome fucecchiese, nella frase “Far casca’ uno nel burro” significa ottenere il consenso di una persona adulandola

buscionato, agg.: frizionato (il cavallo) nel gergo degl’intenditori di cavalli, possiamo dedurre da L. Briganti, e il termine deriva dal pis. “buscione”: “manciata di paglia per strofinare il cavallo” (DEI), ma almeno dalle nostre parti non mi risulta che tale termine esista ancora

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buo, s.m.: nel senso di sodomita. La parola è volg. e ancora di più se è seguita da “di ‘ulo” e dal punto esclam. (espress. Triv. più livornese che pisana almeno all’origine, penso, ma è pis. l’espressione “Che pò’ pò’ di buo”: che fortuna sfacciata!) significato, come potremo vedere, ben differente da quello sfavorevole seguente

buo (a), locuzione avverbiale: a buco, “per combinazione”, “appena in tempo”; a stento, come si desume anche dalla frase “Ci s’è fatta a buo”: ce l’abbiamo fatta a stento. Si noti poi l’espressione “ A buo torto” (metaforicamente, è ovvio) con la coda fra le gambe per il dispiacere, come afferma in sostanza anche L. Bezzini per un’espressione simile usata pure a Castagneto Carducci, ma lì “storto” anziché “torto”: si tratta di un’espressione volgare, ma senza dubbio efficace ovvero espressiva in riferimento a chi si è impermalito.

Un’altra loc. avv., per quanto volg., è “A buo punzoni”: posizione particolare del corpo con la “testa bassa” e il “sedere ritto”, ma in fucecchiese “A buo ritto” rendendo meglio l’idea che non l’avv. “carponi” (M. Catastini) per il collegamento di “punzoni” con “punta”

buóna, s.f.: femmina “disonesta”: accezione molto sfavorevole che potrebbe derivare da “buca” come “apertura della gola del cesso” con l’aggiunta del suff. accrescit. “– ona”, ma il termine è in declino

buratello, s.m.: “filare di viti lungo una viottola poderale” (M. Catastini), ma il termine è in disuso da tempo

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bulià’, v. intr.: bulicare nel senso di lieve muoversi dell’aria. Non poco diffusa è da noi la frase “’un bulia foglia!”: non c’è un alito di vento! Da notare il rifl. pis. “bulicarsi”: “brulicare (di insetti)”; DEI , secondo cui quest’ultimo verbo probabilmente deriva da “bulicare” incontratosi con “bruco”, mentre bulicare viene dal latino mediev. “bulicare”, “iterativo” di “bullire” = “fare le bolle”, perdendo una  -l- anche nel “toscano”

buliccio, s.m.: sodomita

bulletta, s.f.: bolletta (di cui è una variante: De Mauro) e quindi mandato di pagamento, per es., nello Statuto del Comune di Fucecchio del 1560

bulone, s.m.: bullone: “grosso chiodo” e “vite a dado” (DEI), ma bulone sembra certo più vicino del termine ufficiale a quello francese (“bulon”) da cui deriva, dim. di “boule” = “palla” per la “forma tondeggiante” (DISC)

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buggerìo, s.m. volg.: baccano e moltitudine (di persone), specialmente in pisano, dove esiste pure la voce “buscherìo” anche al riferimento a una grande quantità di persone

buggerone, agg.: che inganna anche in riferimento al tempo, ma è un termine in declino

bugìe, s.f. pl.: macchioline bianche sulle unghie, indizio appunto di bugìe dette, veniva dato a intendere ai bambini piccoli, nel linguaggio familiare, dalle nostre parti

buióre, s.m.: buio, con desinenza “fatta per analogia con splendore. Si tratta di un “astratto” ancora vivo in Toscana, nonostante sia attestato già in Dante (DEI) e per quanto sia detto spesso scherzosamente al posto di buio, per accentuare il senso di oscurità presente in una certa località e in un dato momento. In effetti è più espressivo di “buio”

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di Giancarlo Carmignani

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buffa, s.f. venuto meno, verso l’inizio della seconda metà del secolo scorso, sembra per motivi psicologici ed estetici, ma soprattutto per riconoscere chi l’aveva dalle nostre parti, dove indicava il cappuccio “forato solo all’altezza degli occhi” che era usato dai confratelli della Misericordia specialmente in occasione dei funerali o del “trasporto dei malati” e forse per la sua leggerezza deriva dalla voce d’origine onomatopeica ipotetica “buff. -” = “soffio”: DISC, secondo cui “buttare giù la buffa” (in senso metaforico)  significava  “gettare la maschera”. Tuttavia a Fucecchio c’era chi riteneva che tale frase “anziché significare scoprirsi la faccia (come qualcuno pensava), significasse “calarsi il panno sugli occhi” (M.P. Bini)

buggerà’, v.tr.: buggerare, cioè ingannare, ma dalle nostre parti anche, per es., dar noia, nella frase “Ma chi ti buggera?”, per quanto il v. “buggerare” abbia acquistato il significato di “fregare” e “ingannare” (Malagoli) dopo aver significato, nel corso della storia della lingua italiana, “praticare la sodomia” per il fatto che nel lat. tardo la voce “Bulgari” (detti così perché “provenienti dal regno di Bòlgar sul Volga”), avendo abbracciato “l’eresia patarina”, da “eretici” passò a indicare “sodomiti” (DEI) per insulto o “forse per l’identica pena che toccava agli uni e agli altri” (DISC).

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Il prossimo appuntamento con questa rubrica è previsto per il 12 luglio 2016 

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bùbbola (maggiore) s.f. (con l’agg.): fungo commestibile (“Lepiota procera”), noto anche col nome di “mazza di tamburo”: entrambi i nomi si spiegano per l’aspetto di questo fungo: da giovane la forma del cappello è piuttosto simile a quella “sferica” del sonaglio, detto specialmente a Empoli “bùbbolo”, mentre, quando il fungo è adulto, il gambo può ricordare l’aspetto della “mazza di tamburo”

bubbolà’, v.intr.: bubbolare, cioè brontolare in modo persistente e fastidioso (a Fucecchio e a Empoli); il verbo toscano bubbolare deriva dal lat. “bubulare” = “fare il verso del gufo” (Bufo bufo”) e quindi “rumoreggiare” ed è una voce onomatopeica: (DEI). Ne è derivato a Fucecchio il soprannome scherzoso tra amici di “Bubbolo” nel senso di brontolone. Si tratta di una voce onomatopeica anche perché può ben evocare l’idea del bollire dei fagioli, tra l’altro, e perciò del brontolio

buccióso, agg.: non cotto “a dovere”, cioè in modo adeguato, in riferimento al “fagiolo”: si noti l’uso del singolare (nel linguaggio familiare) al posto del plurale, come poteva avvenire in latino

bucciòlo, s.m.: bocciòlo nel senso di cilindretto “di metallo o di pelle, posto sulla parte anteriore  del barroccino, dove si appoggia la frusta” (M.P.Bini), ma è in netto declino, così come l’accezione che esso aveva di “tasca di cuoio (…) infilata nelle corna dei bovini” (M. Catastini), mentre sopravvive nell’accezione volgare di “buco di culo” (“buodiulo”) inteso come sodomita oppure invece, per antitesi, come uomo molto fortunato

budello, s.m., voce tosc. volg.: “femmina di malaffare” (DEI, secondo cui si trova anche in Palazzeschi); si tratta di una voce che possiamo chiamare anche triviale, probabilmente più diffusa  in livornese che da noi, dove esiste una certa ritrosia a pronunciarla. Ciò vale a maggior ragione per il triviale f. accrescit. ottenuto col suffisso “-ona” “budellona”

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