IHP – Una storia a lieto fine

Comunicato IHP 30 marzo 2017

Una storia a lieto fine: Romina e Selvaggia affidate definitivamente a IHP

Si chiude con una confisca definitiva, e quindi con un lieto fine, la vicenda di Romina e Selvaggia, due cavalle sequestrate nel 2012 a Lucca per maltrattamento.

Romina, una delle nostre ospiti più anziane, e Selvaggia erano giunte insieme al Centro IHP con un mezzo messo a disposizione dal Corpo Forestale dello Stato che aveva effettuato il sequestro.

La vicenda presentava due aspetti surreali: il primo era che le due cavalle vivevano in una ex fattoria didattica, dove erano state ridotte allo stremo. Il secondo, persino peggiore, era che la Procura di Lucca – per convalidare il sequestro – pretese da IHP la rinuncia a qualsiasi forma di rimborso spese.

Atteggiamento poi adottato anche da altre Procure e che noi abbiamo sempre denunciato a mezzo stampa, senza purtroppo ottenere effetto alcuno.

Siamo felici di questa notizia perché, fino al momento in cui il procedimento penale non si conclude e finché la confisca non diviene definitiva, esiste sempre l’ipotetico rischio che il cavallo possa essere restituito al proprietario, rendendo il paradosso della nostra giustizia ancora più evidente.

L’aiuto dei nostri sostenitori è importante affinché sempre più storie di cavalli maltrattati giungano a un lieto fine come questa: IHP, che non percepisce fondi pubblici per il lavoro che svolge, può contare solo sulle donazioni.

Romina e Selvaggia adesso vivono serene insieme agli altri cavalli del Centro e fanno parte del nostro programma di adozione a distanza, grazie al quale è possibile partecipare alle spese per il loro mantenimento e prendersi cura di loro, anche venendole a trovare di tanto in tanto.

Comunicato del 6 dicembre 2012: http://www.horseprotection.it/dett_articolo.asp?id_a=568

Fonte: 20161103 Fieracavalli-firma digitale

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chiavato, agg.: tagliato, disposto naturalmente, termine considerato a buon diritto triviale da Malagoli

chicchino, s.m.: gioiellino, in riferimento a una giovinetta molto graziosa, mentre invece in pisano  (Malagoli) significa “cattivo soggetto”

chie? pron.: chi?, con epitesi della – e  “a fine fonologico” come “rafforzativo” (Bezzini)

chiede’, v. più tr. che intr.: chiededere. Ind. pres. 3^ pers. pl. (ma per lo più nel passato):  “Chiedano”: chiedono

chiese (sette), s.f. pl. con l’agg. tra parentesi: nel “gergo fucecchiese” indicava le fiaschetterie  dove andavano a bere il vino persone che gli volevano troppo bene.  È chiaro il riferimento irriverente a quella visita alla sette chiese o, più precisamente alle chiese esistenti a Fucecchio (quattro, non contando l’Oratorio della Ferruzza) in cui “specialmente nel passato era pratica di non pochi fucecchiesi recarsi a pregare facendo la visita a quelli che venivano chiamati “i sepolcri” verso la sera del Giovedì Santo più recentemente considerato dalla Chiesa cattolica gorno della celebrazione  dell’Eucarestia

chiò!, escl.: voce imitativa del rumore che si fa spezzando, per es., un legno (Malagoli), usata in pisano, ma anche in altre zone della Toscana centrale.

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chiappo, s.m.: impresa. Modo di dire antifrastico ovvero ironico, se non scherzoso: “Ber chiappo!”: bell’impresa!

chiarata, s.f.: “bianco dell’uovo sbattuto e messo su slogature con la stoppa” (R. Cardellicchio) per fare almeno diminuire un gonfiore: questo almeno un tempo, ma il termine, attestato in letteratura sia dal Trecento (DEI), non è ancora scomparso neanche da noi

chiarì’, v. tr.: chiarire, bere (per lo più in riferimento al vino e non solo a quello chiaro o, come vien detto, bianco). L’accezione sopra riferita è caduta peraltro piuttosto in disuso anche da noi, mentre era diffusa non solo nel nostro contado

chiaro, avv. quando viene detto: “Chi piscia chiaro tiene il medico lontano”, assonanza, in questo caso, e non rima, come avviene invece in non pochi proverbi

chiasso, s.m.tosc.: vicolo (fra l’altro ce n’era uno a Fucecchio detto di S. Andrea nella contrada omonima), forse dal lat. “classe(m)”, passato a indicare da “gruppo di cittadini” (tramite il lat. med. “classus”), una stretta stradina; in questa talora si poteva trovare un “postribolo” e dal “fare bordello” può essere invece derivato il lemma “chiasso” nel senso generale di accentuato “rumore”, come si ricavare sintetizzando dal DISC, dal DEI e dal De Mauro

chiauta, s.f.: voglia di parlare a ruota libera, cioè “senza fare molta attenzione a ciò che si dice”: DISC, in riferimento all’espressione “a ruota libera”. Si pensi alla frase, rivolta certo no con piacere  a una persona che parla troppo: “Ma che hai, oggi, la chiauta?”. Però il termine si può riferire anche a una persona e perciò significar, come del resto “chiautone”, “chiacchierone” (M. Catastini)

 

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Gli ultimi due comunicati di IHP

Comunicato IHP 2 marzo 2017

Scoperta macellazione clandestina di equini vicino a Siracusa

IHP plaude all’operazione compiuta dai Carabinieri dei NAS di Catania e Ragusa e dal NOE di Catania, che ha stroncato una grossa attività di macellazione clandestina di cavalli.

<<Il resoconto di quanto è stato rinvenuto dai  militari è sconcertante – dichiara Sonny Richichi, presidente IHP – e conferma quanto sia urgente che il Governo prenda decisioni urgenti, a partire dalla revisione dell’anagrafe equina fino a una legge-quadro di tutela di questi animali, sottoposti a uno sfruttamento su larga scala che spesso ha come destino finale il mattatoio, quando il cavallo “non serve più”>>

IL COMUNICATO DEI CARABINIERI

I carabinieri dei Nas di Catania e Ragusa, in collaborazione con i carabinieri del Noe di Catania, hanno sequestrato in un locale di Rosolini, in provincia di Siracusa, circa 5 tonnellate di carne equina, sia fresca che abusivamente congelata, pronta da essere immessa sul mercato, con una bollatura sanitaria contraffatta. Durante la perquisizione, venivano rinvenuti i timbri falsi utilizzati per simulare i cosiddetti “bolli sanitari”, i sigilli apposti dai veterinari delle Aziende Sanitarie all`interno dei mattatoi, al fine di attestare la salubrità degli animali macellati e l`idoneità delle carni al consumo umano. Nel corso degli accertamenti, si risaliva al luogo di macellazione degli equini individuando, nelle vicinanze, un`azienda agricola con un vero e proprio mattatoio clandestino al cui interno i militari hanno sorpreso un pregiudicato intento a macellare indebitamente un equino di sospetta provenienza, in ambienti e con attrezzature che si presentavano in pessime condizioni d`igiene, privi della necessaria autorizzazione e senza alcun controllo veterinario. Durante i controlli, in un`azienda confinante è stato inoltre scoperto un intero allevamento abusivo, costituito da 40 equini di origine sconosciuta e sottratti ai previsti controlli dell`autorità sanitaria. I carabinieri del Noe hanno anche rinvenuto tre distinte aree dove veniva depositato, in maniera incontrollata il cosiddetto stallatico, cioè le deiezioni degli animali, classificato “rifiuto speciale”. Le due aziende e i prodotti di carne sono stati sequestrati per un valore complessivo di oltre un milione di euro, i rispettivi proprietari sono stati denunciati all’autorità giudiziaria.

http://www.carabinieri.it/cittadino/informazioni/news/2017/03/02/new0-20170302085700-717526

VIDEO: https://www.youtube.com/watch?v=LVDtR2LCCxo

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Comunicato IHP 15 marzo 2017 

Cavalli messi all’asta a Catania: IHP chiede la sospensione perché mancano presupposti di tutela

Con una lettera indirizzata agli assessorati Agricoltura e Salute della Regione Sicilia, all’Istituto Incremento Ippico di Catania e al Ministero della Salute, il Presidente di IHP ha chiesto la sospensione dell’asta prevista per oggi pomeriggio avente ad oggetto 22 cavalli provenienti dall’allevamento di “Tenuta Ambelia” e di proprietà dell’Istituto Incremento Ippico di Catania (si allega l’avviso d’asta).

Nella lettera, IHP motiva così la richiesta:

<<Sebbene a tutt’oggi il cavallo sia considerato “bene mobile” e quindi sottoposto a eventuali decisioni di alienazione (che nel caso di un ente pubblico possono anche prevedere la loro “dismissione” a mezzo di asta), in linea generale consideriamo questa pratica poco consona ai valori etici della nostra società ed al livello di attenzione raggiunto oggi verso la tutela e il benessere degli equidi, sempre più visti come animali d’affezione che non come beni di consumo.

Nel caso specifico la nostra maggiore preoccupazione è rivolta al possibile interesse di soggetti che non offrirebbero alcuna garanzia di rispetto dei principi fondamentali di benessere degli animali. Anche perché nello schema d’istanza (che alleghiamo) non viene richiesto di indicare dove e con quali modalità di gestione verrebbe tenuto l’equide acquistato, né vengono posti paletti, né richiesti requisiti minimi.

Considerato che nell’elenco sono presenti non solo cavalli anziani – che presumibilmente potrebbero rappresentare per l’Istituto una “eccedenza” – ma anche cavalli giovani e giovanissimi, ci chiediamo se la decisione di procedere alla vendita all’asta di tutti questi soggetti possa essere motivata da difficoltà finanziarie legate al loro mantenimento, il che porterebbe a domandarsi se abbia senso mantenere in piedi un’attività pubblica che lucra sulla vendita di animali e che, forse a causa di contingenze finanziarie, sarebbe costretta a cederli tramite aste bandite senza alcuna forma di protezione e di tutela. Infine, poiché dal bando non si evince, vorremmo conoscere la tipologia dei passaporti dei cavalli in vendita (DPA o NON DPA).

Per tutto quanto sopra, con la presente chiediamo al Commissario Straordinario dell’Istituto e agli Assessorati competenti, di concerto con il Ministero della Salute, di sospendere l’asta fino a quando non saranno poste in essere tutte le tutele atte a scongiurare il pericolo che gli equidi possano essere aggiudicati a persone prive di requisiti e competenze idonei a garantire loro il futuro necessario benessere.

Fonte:HIP targa digitale )

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chiaccherà’, v. intr.: chiacchierare e la mancanza della seconda – i – si conserva ovviamente anche in questo, come negli altri casi, parlando in modo non sorvegliato, in tutta la coniugazione e nei sostantivi derivati, quali “chiacchera”, “chiacchierata”, “chiacchierina”, nonché in agg., come “chiacchierone”

chiamà’, v.tr.: chiamare. Indicativo presente 3^ pers, sing.: “ ‘iama” (peraltro solo talora) per probabile influenza livornese, per es. nella domanda “Come si ‘iama?”. Infatti , in livorn., il gruppo – ch –  intervocalico nel parlare non si pronuncia (V.Marchi) da parte di chi parla in modo proprio popolare.

Da tener presente l’espressione “Chiama e rispondi!”, detta di “due cose completamente diverse o di una risposta” ben diversa da ciò “che si è chiesto” (R.Cantagalli). Altro modo di dire: “Fòri mi chiamo” : mi dichiaro fuori della questione in corso affermando che non ho a che fare con questa

chianna chianna, loc. avv.: “Pian piano”, “lemme lemme”. Di essa “non s’avverte più l’origine meridionale”, ma si tenga presente che deriva dal lat. “planum” = piano (M.Cortellazzo – C.Marcato). Secondo Malagoli è una locuzione anche pisana, lucchese e fiorentina. È inoltre da notare che si tratta di una locuzione onomatopeica suggerendo l’idea  di “uno che  cammini lentamente in salita”, come fa l’asina, appunto detta a Volterra “chianna” (R. Cantagalli)

chiappà’, v. tr. quando chiappare significa afferrare, ma intr. quando significa saperci fare, come in “chiappà’ con le donne”: aver successo con le donne, specialmente nel liguaggio giovanile di qualche decennio fa. Comunque viene a mente l’origine dal latino “capulare” = “accalappiare, allacciare” (Columella) da “capulum” = “cappio”, origine giustamente riferita dal DEI

chiapparello, s.m.: domanda traditrice, ma anche un “gioco fanciullesco” (Malagoli), oltre che mezzo “per ingannare” (M. Catastini)


chiappatore
, s.m.: uno che ha successo con le donne, ma è un termine in declino

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Cinema. Jackie

Finalmente anche in Italia il film di Larrain con l’attrice Premio Oscar Natalie Portman che interpreta Jackie Kennedy. Il film  ha ottenuto 3 candidature ai Premi Oscar, premiato al Festival di Venezia 2016 per la migliore sceneggiatura, 1 candidatura ai Golden Globes, 3 candidature e vinto un premio ai BAFTA. Vincitore del festival di Toronto

13 BOLLETTINO 9 marzo 2017-page-001

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chello, agg.: quello, ma da noi è pressoché scomparso; si tratta di un’antica “forma senese” risalente addirittura al ‘300 (DEI)

chéne?, pronome interrogativo: che? cosa? che cosa? D’uso molto antiquato, per quanto tale epitesi si trovasse anche in pisano (Malagoli) 

chetassi, v.rifl. tosc.: chetarsi, far silenzio. Ha acquistato una certa notorietà, sia pur nell’ambito familiare, una battuta d’impronta chiaramente maschilista rivolta da una persona, evidentemente non istruita, alla propria moglie (che si voleva pronunziare su una determinata situazione verso l’inizio del secolo scorso, se non prima ancora) scandendo in modo marcato le parole: “Chetati te: non sai quel che tu dii!”: Sta’ zitta: non sai quello che dici!

Si pensi anche al livorn. “Ma ti ‘eti?” : La smetti di parlare?

cheto, agg. o avv. tosc.: silenzioso. Deriva dal latino  “quietu(m)” = “quieto”, rispetto al quale è chiaramente una voce di tradizione popolare (DISC) 

chiacchera, s.f.: chiacchiera, col significato di lingua, parlantina nell’esclamazione anche ironica: “Che bella chiacchera!”

 

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Anche IHP tra i firmatari della Carta di Roma

Nove associazioni firmano la Carta di Roma per il recupero degli animali salvati non a fini di lucro e scrivono a Gentiloni, Galletti, Lorenzin e Bonaccini per denunciare il ritardo dello Stato

 “Necessario un nuovo quadro normativo per il riconoscimento e la promozione dei centri di recupero e i santuari degli animali, tutelando e rendendo effettiva la loro funzione di interesse collettivo”

Clicca il collegamento per scaricare il comunicato integrale CARTA DI ROMA – Giornata Internazionale della Natura

 

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che, s.m. quando significa malessere indefinito: così quando è preceduto dall’art. indeterminativo “un”, come quando diciamo “Ho un che” e, se il malessere è di minore entità, si può sentir dire “Ho un cheino che mi disturba”. Alla terza pers. Sing. può essere detto in riferimento al sapore di un cibo che disturba per diversi motivi. “Che” corrisponde al lat. “quid”, propriamente “qualche cosa”, passato anche in it. col significato di “un certo che” di “indefinibile, di ambiguo” (DISC). Talora “che” è usato erroneamente col significato di “dove”, mentre è ben diverso il suo significato nell’espressione “Che è che ‘un è”: “tutt’ a un tratto” o “improvvisamente” (R. Cantagalli, che però scrive “che è che unnè”). Altra espressione: “Che lavoro!”, esclamazione col significato di “Che cosa grave!” oppure, con valore antifrastico, di “cosa vuoi che sia!” per indicare rispettivamente l’accentuata o la scarsa importanza di una cosa o di un evento, espressa anche con la mimica, indubbiamente importante per la comunicazione a volte non meno delle parole

checché!, interiezione popolare di “riprovazione”: niente affatto!, collegabile come significato con macché. E’ insomma una negazione rafforzata, significando “no,no” nelle risposte, voce “tutta toscana” con la sua intensità, ma “non è più usata dai giovani” (M.P. Bini)

chèe (a Empoli anche chèche), s.f.pl. Frase: “Ha le chèe!”: ha le lune, cioè è “di cattivo umore e difficilmente trattabile”. E’ collegabile col lucchese “ghèghe” che, secondo il Nieri, sono le “glandole sotto il mento” e quindi significa “stranezze” (R.Cantagalli, che appunto spiega “chèche” con “paturnie”). Potremmo forse utilizzare anche il sing. “chea” col significato di luna, mentre  invece in pis. e livorn. significa “piccolo furto nella spesa quotidiana”; infatti “fà la chèa” -secondo V. Marchi- significa “rubare nella spesa”, insomma fare “la cresta”, come direbbero in romanesco: DEI, dizionario secondo il quale “ghèghe” (con la variante “ghènghe”) sarebbe una voce toscana “di origine espressiva” col significato di “smorfie, daddoli” ma “avere le ghèghe” significa “essere di cattivo umore”, a conferma di ciò che è stato detto sopra in riferimento al nostro “avé’ ”, cioè avere “le chee”: quest’ultima parola perciò si può considerare una forma contratta di “ghèghe” col mutamento della g in c non proprio sorprendente (così come del resto il contrario, parlando più in generale) per chi conosce bene il latino

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ceròtto, s.m.: persona dalla salute precaria, specialmente quando viene detto, talora un po’ scherzando tra amici: “Che cerotto che sei!: come sei malandato!:  infatti il cerotto viene applicato per lo più quando un individuo si è fatto male. Si tratta di un adattamento toscano dell’umbro, fra l’altro, “ceroto”, derivato dal gr. “keròton” = “unguento di cera” (DEI)

cervellone, s.m. accrescitivo di cervello. Vien detto sia in riferimento a chi capisce poco sia (più recentemente) in riferimento a chi ha un grande cervello, cioè una grande intelligenza. L’accrescitivo dà più ragione a quest’ultima accezione, mentre l’altro significato si può spiegare come ispirato dall’ironia. È vero che il suff. “-one” in alcune parole ha perduto “l’originale valore accrescitivo” finendo per indicare una “connotazione peggiorativa” (De Mauro), ma in più zone della Toscana, probabilmente per influenza dell’italiano ufficiale, sembra che si sia verificato il processo inverso in riferimento al suddetto lemma

césto, s.m.: “uomo vanitoso, pretenzioso” (M.P.Bini), ma a Fucecchio diciamo piuttosto “pretensioso”: termine, césto, che a me risulta scomparso dalla nostra zona (dove veniva detto anche ironicamente: M. P. Bini), sostituito caso mai dall’espressione “pallon gonfiato”, tanto adatta a un uomo politico italiano fin troppo noto. Pare che il lemma derivi dal “cesto della lattuga”

cestone, s.m., accresc. di cesta. Frase: “M’ha’ fatto una testa come un cestone!”: m’hai riempito il capo di chiacchiere!

 

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Castelfalfi. Torna la caccia alle uova di Pasqua.

Dopo il grande successo delle precedenti edizioni, che hanno visto la partecipazione di più di 300 bambini, si rinnova  l’appuntamento tanto atteso soprattutto dai più piccoli! A Pasquetta il Borgo di Castelfalfi si tinge di colori e di allegria, per la consueta Caccia alle Uova di Pasqua! Tutti i bambini sono invitati a partecipare a questa grande festa, in cui si divertiranno ad andare alla ricerca di piccole uova colorate per poter vincere i fantastici premi in palio, giocando all’aria aperta in tutta sicurezza grazie ai nostri animatori.

Pasqua è l’occasione perfetta per concedersi un rilassante week-end fuori porta con la propria famiglia.

Toscana Resort Castelfalfi, immerso tra le splendide colline toscane, è la meta ideale per vivere alcuni giorni all’insegna del relax e della buona cucina, senza rinunciare al divertimento che mette d’accordo grandi e piccini.

01. Castelfalfi

Per soddisfare le esigenze di tutti, Toscana Resort Castelfalfi propone un’offerta ricca e diversificata. Il Castelfalfi, nuovo hotel, punta di diamante della Tenuta, apre finalmente le sue porte per offrire ai suoi ospiti un’esperienza a 5 stelle: per chi vuole trascorrere una Pasqua esclusiva ed indimenticabile, l’offerta include un soggiorno di almeno due notti presso l’hotel e un pranzo nel nuovo fine dining La Via del Sale, guidato dall’Executive Chef Francesco Ferretti, che ha ideato per i suoi ospiti un menù dai sapori delicati e sofisticati, da gustare contemplando la splendida vista del ristorante sulle colline toscane.

Per chi invece desidera un ambiente più intimo, senza rinunciare al comfort e all’eleganza, l’hotel 4 stelle La Tabaccaia propone un pacchetto di almeno due notti ed il pranzo di Pasqua presso la Trattoria Il Rosmarino, che rende protagonisti del suo menù i piatti della tradizione toscana.

E infine il Ristorante La Rocca, guidato dall’Executive Chef Michele Rinaldi, mette in tavola un menù che combina magistralmente la tradizione pasquale toscana e l’innovazione della cucina moderna; il tutto, nell’incantevole cornice dell’antico castello medievale, impreziosito da una terrazza con una meravigliosa vista sui campi da golf.

Fonte: TOSCANA RESORT CASTELFALFI

Per info: visita www.castelfalfi.com

Località Castelfalfi, 50050 Montaione, Firenze, Italy

Tel:  +39 0571 890169 – Cell: +39 338 6587968

Fax: +39 0571 890115 – marketing@castelfalfi.it

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ceppióne, s. m.: testa dura, ma in toscano “ceppicone” (forse  da “céppo” con l’ampliamento del suff. “ –one” e attestato sin dal Seicento, come apprendiamo da P.Fanfani) significa scherzosamente “testa” (DEI), invece, almeno nel fucecchiese d’un tempo, “bòbolo” ovvero dura enfiagione, si può dedurre da M. Catastini, donde, appunto, testa dura ovvero “chiorbone”

ceppo, s.m.: ciocco che, dopo essere stato “benedetto”, era usanza bruciare “la notte di Natale” nel camino (lat. “caminus” = “focolare”, mentre dal latino tardo “camminus” = “strada”, “di origine celtica” sarebbe derivato “cammino” secondo il DEI) specialmente nelle case di campagna, e quindi, per estensione, “il Natale stesso”: De Mauro, da cui giustamente si deduce che si tratta di un regionalismo toscano, mentre potrebbe essere stato più circoscritto nello spazio lo stesso termine usato per indicare i doni che venivano fatti ai bambini, ai vigili urbani e, fra l’atro, ai custodi delle scuole in occasione di tale solenne Festività. Ai primi veniva dato ad intendere che il ceppo veniva  portato dal “ciuchino” calando dal camino (ma con i carboni, come nella calza della befana la notte dell’Epifania, per i bambini che non erano stati buoni), ma poi ha preso il sopravvento Babbo Natale, mentre il ceppo per gli altri era una specie di mancia la cui usanza è venuta meno, rimanendo solo per alcuni mestieri, ma per lo più indipendentemente dal ceppo. Invece sui “ceppi”, cioè su grossi blocchi di legno, i calzolai mettevano le tomaia delle vecchie scarpe per fare il loro lavoro

Cerbaie, toponimo d’una bella zona boscosa da proteggere davvero, fra i comuni di Fucecchio, Santa Croce sull’Arno, Castelfranco di Sotto e S. Maria a Monte. Deriva dal latino mediev. “cerbaria” (Pieri), a sua volta da “cervu(m)”, essenso un tempo una zona di cervi (né vi mancavano loro predatori quali i lupi). Nel toponimo è chiaramente avvenuto il fenomeno del betacismo, cioè la trasformazione (già prima del ‘600) della –v– di cervo in –b- , in gr. “beta”, appunto

cercà’,v.tr.: cercare; passati prossimi arcaici ormai rimasti, eventualmente nel solo contado: “l’ho cerco, ma non l’ho trovo”: l’ho cercato, ma non l’ho trovato (forme entrambe contratte, com’è facile capire, per abbreviare le parole). Quando viene detto: “Ma che vai a cercà’?”, s’ intende esortare l’interlocutore a sapersi accontentare di ciò che ha, delle semplici gioie della vita quotidiana. Era diffusa anche la frase: “ ’Un cercà’ vie motose”: non cercare situazioni scabrose

 

 

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Il prossimo appuntamento con questa rubrica è previsto per il 21 febbraio 2017 

Gli aiuti in Abruzzo di IHP

Comunicato IHP 9 febbraio 2017

AGGIORNAMENTI ABRUZZO – Neve e terremoto: la nostra risposta si mangia

IHP, che già da alcune settimane sta seguendo il caso di alcuni cavalli vaganti nella zona di Lucoli – Campo Felice (AQ), ha partecipato anche all’invio di aiuti urgenti per gli animali delle zone colpite dalle calamità naturali.

Stamattina sono giunte a destinazione 13 tonnellate di foraggio, donate grazie alla sinergia tra IHP Italian Horse Protection e Il Rifugio degli Asinelli e acquistate con i fondi concessi da The Donkey Sanctuary e World Horse Welfare.

Anche per merito di quest’ultimo invio, il Centro Emergenze Zootecnia di Teramo ha chiuso il tavolo di lavoro creato per gestire l’urgenza: i nostri aiuti si sposteranno nella regione Marche.

Nei giorni scorsi erano già arrivati i primi ingenti carichi di cibo per iniziativa di The Donkey Sanctuary (in collaborazione con World Horse Welfare) e del Rifugio degli Asinelli: 19,5 tonnellate di fieno e paglia e 5 tonnellate di mangimi.

In tutto 38mila chilogrammi di cibo destinati agli animali colpiti dal terremoto e dal maltempo che nelle scorse settimane hanno flagellato il Centro Italia: ecco la nostra risposta all’emergenza.

Un ringraziamento speciale ai fornitori del Rifugio e di IHP (Cristiano Casasola di Nord Foraggi e Claudio Ferri dell’Azienda Agricola La Madonnina), che hanno regalato il trasporto come personale contributo.

Fonte: HIP targa digitale )

Nelle foto: il cibo arrivato al Centro stoccaggio di Teramo

 

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cennino (“cenno” a Firenze verso il 1863: P.Fanfani): il termine nostrale è chiaramente un dimin. di quello fiorentino e indica il lieve rintocco di una piccola campana quando sta per “entrare la messa” nella liturgia cattolica

centellino, s.m.: “piccolo sorso di vino”; voce toscana probabilmente derivata da “cento”, cioè “parte centesimale” (DEI), vale a dire molto piccola, mentre deriva da tale sostantivo (è perciò un v. denominale) il v. centellinare

cèntro, s.m.: agio, sostanzialmente, nella frase diffusa: “È tutto nel su’ centro”: è completamente a suo agio

cèo, s.m. volgare: cieco. Frase: “È diventato cèo dalla rabbia”: è diventato cieco per la rabbia, cioè  perché “sopraffatto dall’ira” (DISC)

ceppa, s.f.: “ceppo dell’albero tagliato a fior di terra” donde “crescono nuovi rampolli” ceppaia (Malagoli)

ceppatello, s.m. toscano: porcino (“Boletus edulis”), detto in tal modo per il suo “gambo grosso” sì da ricordare il “ceppo” ovvero secondo il DEI il tronco di un albero, mentre il porcino “nero” (“Boletus aereus”) da noi è chiamato leccino

 

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Filarmonica. Partecipazione al Carnevale di Busseto

Quest’anno, e per la prima volta, la Filarmonica Donizetti parteciperà in esibizione al Carnevale di Busseto (città natale di Giuseppe Verdi) in provincia di Parma. E’ una di quelle trasferte della Filarmonica alla quale è consentita anche la partecipazione di esterni all’Associazione fino ad esaurimento posti disponibili. Le modalità sono quelle che si leggono nel programma sottostante. Clicca sul seguente collegamento per stampare il Modulo di adesione alla gita Carnevale di Busseto con la Filarmonica

Carnevale di Busseto

Biblioteca. Il programma di febbraio

La Biblioteca Comunale “a biscondola” di Montaione vi comunica le seguenti iniziative

Sabato 4 Febbraio, ore 10.30

Conferenza con Romanello Cantini

FESTA DELLA TOSCANA 2016

Agricoltura, società, comunità a Montaione e

nella Valdelsa nel periodo delle riforme leopoldine.

Martedì 7 Febbraio, ore 17

Circolo di Lettura della biblioteca

Imperdibile appuntamento per gli amanti

della lettura. Gli incontri del Circolo sono liberi e gratuiti.

Sabato 11 Febbraio, ore 10.30

Ora del racconto

Letture animate per bambini dai 4 agli 8 anni.

Mercoledì 22 Febbraio, ore 17

Un pomeriggio in biblioteca

Una biblioteca piena di sorprese. Per ragazzi dagli 8 agli 11 anni.

IN ALLEGATO PROGRAMMA FEBBRAIO 2017
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Il Toscanario

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di Giancarlo Carmignani

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cencino, s.m.: persona considerata di nessun valore o quasi, accezione che fa venire in mente l’uso antico di “cencio” per “uomo o cosa vile” cui accenna il DEI e di cui cencino è chiaramente un dimin. Si pensi alla frase “M’è venuto a noia d’esse’ considerato cencino!”, cioè d’essere considerato uno che non ha nessuna personalità o di non essere considerato per quello che sono, bensì, per dirlo in termini locali, come “un carciofo”!

céncio, s.m.: stendardo del Palio delle Contrade a Fucecchio, così come anche il più noto Palio di Siena. Modi di dire diffusi anche in altre parti della Toscana: “Cencio dice male di straccio”: confronto fra due persone che lasciano a desiderare e che parlano male l’una dell’altra, pur avendo entrambi “gli stessi difetti” (R. Cantagalli); “ ’Un vorrei esse’ ne’ su’ cenci”, ma ancora più frequentemente “ne’ su’ panni”: non vorrei trovarmi nella sua situazione.

céndere, s.f.: cenere (M. Catastini), ma la usavano un tempo i vecchi questa parola, ottenuta con l’epentesi della –d- , più rara della –b- presente, per es., in “cambera” e “coombero”. Da notare che in lucchese esisteva la voce “céndora” con lo stesso significato, dal lat. tardo “cindra” e questo a sua volta da “cinera” (DEI). L’epentesi della –d- in céndere può essere perciò dipesa dall’influenza lucchese. Precisava comunque  G.Nerucci in riferimento proprio al termine cendere, in particolare nel contado montalese del “sotto-dialetto di Pistoia”, che la –d- è “una dentale che si frappone volentieri fra n e r a fine di riunirle”, facendo un esempio anche tratto dalla lingua greca, dove “uomo” al nominativo si diceva “anèr” e al genitivo “andròs”. Secondo M. Catastini in fucecchiese esisteva anche “cenderone”, cioè “cenerone”, termine fiorentino che indicava la “cenere da bucato” (De Mauro) ovvero il “ceneraccio”: DEI

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Presentazione del 4/2/2015,  http://www.montaione.net/il-toscanario/

Tutti gli articoli on line,  http://www.montaione.net/category/toscanario/

Il prossimo appuntamento con questa rubrica è previsto per il 7 febbraio 2017 

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caviglio, s.m.: “cavicchio” (M. Catastini), ma il termine era usato nel contado specialmente in riferimento agli ortaggi

cèa, s.f., ma usato e specialmente in pisano e in livornese, al pl. (“cèe”): cèca, “anguillina giovane” dal lat.  “caeca” = “cieca” (DEI). E’ usato anche in senso metaforico come nella frase: “C’ha le cèe nel capo!”: capisce proprio poco!

cécca, s.f. originariamente dimin. di Francesca, ma usato almeno un tempo nel linguaggio dei cacciatori delle parti di Fucecchio per indicare la gazza ladra e “altri corvidi tenuti in cattività” (C. Romanelli)

cecio, s.m., specialmente nel contado: cece. Anche un tempo non lontano dal nostro era tradizione  a Fucecchio mangiare pasta (specialemte pappardelle) e ceci durante la cena della vigilia di Natale.A Fucecchio esisteva il soprannome Cecia, che non sappiamo se derivi dall’aspetto del viso o, meno probabilmente, dal nome che in vernacolo fiorentino indicava quello scaldino di terracotta che veniva attaccato un tempo, d’inverno, al gancio dello scaldaletto (R. Cantagalli) del quale tale signora poteva fare uso. Più recentemente usato al maschile nella zona Serra di San Miniato.

ceccia (con la var. ancor più onomatopeica “cecce”, usata anche a Firenze), s.f. tosc. anche per il DEI, secondo cui questa voce infantile significava “seggia” (voce antica risalente al ‘300, col significato di sedia); di essa “ceccia” sarebbe “corruzione” per cui “Mettiti a ceccia!” (detto appunto  a un bambino molto piccolo) significa “Mettiti a sedere!”

cénci, s.m. pl.: nella “cucina toscana, strisce dentellate, di forma irregolare, di pasta dolce fritta, tipiche del Carnevale” (DISC), di cui viene fatto molto uso anche da noi

cencià’, v.tr.: cenciare, cioè sgominare nel linguaggio sportivo locale, come nella frase: “L’ha cenciato bene bene!”: l’ha dominato alla grande!

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Il prossimo appuntamento con questa rubrica è previsto per il 31 gennaio 2017 

Desiderio di pace unità dei popoli

“La pace che annunziate con la bocca abbiatela ancor più abbondante nei vostri cuori” (San Francesco). Tracciare cammini di pace e di fratellanza é quanto progetta di fare la Gerusalemme di Toscana, San Vivaldo, nel prossimo futuro. Un incontro domenica 22 gennaio alle ore 15.30 a San Vivaldo (Montaione) ci metterá di fronte alle ragioni delle guerre attuali e all’odissea dei fuggiaschi raccontate dalla voce di Samaan Daoud, profugo e giornalista. Saremo messi al corrente delle politiche e iniziative locali di accoglienza da parte dell’assessore all’istruzione del Comune di Montaione, Cristina Martini e da parte di Salvatore Palazzo, coordinatore della Misericordia di Certaldo e già Preside dell’ I.C. Gonnelli di Montaione e Gambassi  . A parlarci di ciò che rappresenta San Vivaldo sarà frate Matteo Brena, commissario per la Terra Santa in Toscana. Fra i presenti ci saranno alcuni profughi ospitati nelle strutture della zona. Modererà ľ incontro Vittorio Giardi.

desiderio di pace unità dei popoli

Celiachia. Due incontri presso il Centro “I Cipressi”

Iniziativa di due incontri presso il Centro commerciale I Cipressi in località Comiti a Montaione per un tema che sempre più frequentemente è reale. la celiachia. Il primo oggi alle ore 16.00, il secondo il prossimo 18 febbraio. Associazione Italiana Celiachia Toscana in collaborazione con Pam. Leggi il programma qui di seguito:

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Festa della Toscana. Due conferenze di Romanello Cantini

In occasione della FESTA DELLA TOSCANA 2016, che ha per oggetto “Modernizzazione e riforme dall’età del Granduca Pietro Leopoldo con particolare riferimento all’istituzione delle comunità, alle bonifiche ed alle infrastrutture”, i Comuni di Gambassi Terme e di Montaione hanno aderito in forma associata, al programma delle iniziative previste dalla Regione Toscana con il progetto “Gambassi e Montaione all’epoca delle Riforme Leopoldine”, che prevede la realizzazione a cura della Società Storica della Valdelsa , delle seguenti: 2 CONFERENZE DI ROMANELLO CANTINI • Sabato 21 gennaio 2017 – ore 10:30 – Gambassi Terme – Biblioteca Comunale Agricoltura, società, comunità a Gambassi e nella Valdelsa nel periodo delle riforme leopoldine • Sabato 4 febbraio 2017 – ore 10:30 – Montaione – Biblioteca Comunale Agricoltura, società, comunità a Montaione e nella Valdelsa nel periodo delle riforme leopoldine Il progetto è stato realizzato anche grazie al cofinanziamento concesso dal Consiglio regionale della Toscana Nelle due conferenze sarà illustrata la situazione economica e sociale delle comunità valdelsane, con particolare riferimento a Gambassi, la prima, e a Montaione, la seconda, intorno agli anni della Riforma Leopoldina. La ricerca, a monte delle conferenze e che troverà spazio in un prossimo fascicolo della «Miscellanea Storica della Valdelsa», si basa su fonti inedite conservate perlopiù nell’Archivio Storico di Castelfiorentino. La consistenza demografica, le attività lavorative, la distribuzione della proprietà, l’organizzazione amministrativa delle comunità saranno esposte per capire i cambiamenti alla luce della Riforma del 1774. Particolari riferimanti verranno fatti alla conduzione della Fattoria di Pillo, per Gambassi, e all’opera di Francesco Chiarenti, per Montaione.

ROMANELLO CANTINI (Castelfiorentino, 1937) si è laureato all’Università di Firenze con Delio Cantimori. Ha lavorato come redattore al giornale «Politica» sotto la direzione di Nicola Pistelli. Successivamente ne è stato caporedattore. È stato editorialista di politica estera del quotidiano «Il Giorno» e del quotidiano «Avvenire». In allegato la locandina con il programma dell’iniziativa.

Nella locandina che segue il programma di incontri:

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Le basi biologiche dell’affettività

Per il Ciclo di incontri NASCITA, CRESCITA E ORIZZONTI

curaLE BASI BIOLOGICHE DELL’AFFETTIVITA’

Abbiamo bisogno di essere amati prima che nutriti e scaldati.
La relazione affettiva della cura è la base biologica della sopravvivenza della specie.

Un interessante e coinvolgente incontro con la Dott.ssa Giuliana Mieli, Psicoterapeuta, Filosofa, autrice del libro “Il bambino non è un elettrodomestico”.Un incontro per tutti, donne, uomini, madri, padri.

SABATO 28 GENNAIO alle 15.00 a Villa Serena, Via da Filicaja 18, Montaione

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cavà’, v. tr.: cavare nel senso di togliere, levare, per esempio, la minestra, la zuppa e la polenta dalla pentola per servirla nel piatto. Infatti in M. Catastini troviamo spiegato tale verbo con “servire”. Si tenga presente che almeno fino a qualche tempo fa poteva capitare di sentir dire nel contado: “L’ha cava ora”: l’ha cavata ora. Da noi viene detto anche: “Il lavoro è cavavoglie”: il lavoro, permettendo di guadagnare, consente anche di spendere e perciò di esaudire certi desideri che altrimenti rimarrebbero inappagati. Altri modi di dire: “Cavà’ un nidio” (in campagna): levare un nido. Ben più  diffuso di questo è il detto: “Cavarsi la sete cor prosciutto”: levarsi la sete col prosciutto, in riferimento a una cosa impossibile, com’è facile capire. Altra frase particolare: “Cava e non mètti fa la spia”: togliere denaro senza guadagnare rivela la vera situazione economica di una persona, la quale può così finire per ritrovarsi nei guai

cavacécio, s.m.: posto lontano, per es., nella frase: “Ma che vai a cavacecio!”

cavalocchi, s.m.: individuo che non era neanche avvocato, non avendone il titolo, bensì un “prati’one che faceva i contratti fra la gente” portandoli poi da un “notaro”; però si faceva pagare quasi come un avvocato, “quindi levava gli occhi alla gente ” (in senso metaforico) e, non avendo competenze adeguate, ne combinava “di tutti i colori!”, come si esprimeva una persona intervistata da M.P. Bini a Fucecchio. A me risulta peraltro che il termine sia venuto meno anche nella nostra zona. In vernacolo fiorentino s’intendeva col termine “cavalòcchi” l’avvocato “delle cause perse” (P. Giacchi)

caviglia, s.f.: pezzo di ferro con capocchia per fermare il carro al giogo dei buoi, quando usava farli lavorare nei campi

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Il prossimo appuntamento con questa rubrica è previsto per il 24 gennaio 2017